94. Le sterquilinarie parte III.

4 Apr

Oggi è una giornata uggiosissima, piovosa (stamane pioveva robustamente), e quindi adatta all’argomento, che io trovo terribile. Proprio jersera, mentre l’amico giaceva talmente ubriaco (lui, che al minimo rumore normalmente balza in piedi a molla, brandendo la spranga ed estenuando la polvere dei corridoj in lunghe perlustrazioni paranoidi) da non sentirmi nemmeno entrare, mi è apparsa, nel bujo, davanti a me, questa domanda: “Che cosa cazzo sto facendo?” — c’era proprio cazzo, in mezzo, era una domanda molto arrabbiata. Non era né stanca né amareggiata, era solo furibonda. Pieno di rimprovero verso me stesso e il mondo sono andato a fare quella grossa in qualche angolo riparato (il mio preferito è quello in fondo al corridojo, a destra appena uscito dalla stanza). Poco prima di rendermi conto che era del tutto inutile accosciarmi, perché comunque non mi scappava (probabilmente era stata la stanchezza, combinata ad un nuovo desiderio di pulizia, a farmi confondere il rassettaggio con una liberazione dai pesi superflui e dalle tossine), mentre stavo a meditare con lo sguardo fisso nell’oscurità davanti a me, mi sono visto attraversare la strada da una specie di mostro. Una zoccola di fogna, sive pantegana, lunga una dozzina, forse una quindicina di centimetri. Uno di quei bestj di cui si è soliti dire: Era lunga come un gatto. Magari facendo segno con le mani, come Fantozzi di ritorno da pesca. Sta di fatto che lì nel padiglione i gatti, quelli veri, ci sono: o meglio, ci vengono quando hanno fame, perché un’organizzatissima gattara, evidentemente d’accordo con la sorveglianza, ha preparato apposta per tutti loro un sontuoso stanzone con cuccette, cassette, cibarie. Se ne vedono pochi, mai più di uno per volta. Hanno l’aria diffidente ma assai ben pasciuta — l’aria dei gatti che evitano i giochi pericolosi. Sul genere di quelli con le pantegane da quindici centimetri, giocattoli adatti quantomeno ai puma, alle linci, non a degl’inoffensivissimi soriani.

Lo spazio dentro quel padiglione è così morto, a prescindere dalle visite, comunque occasionali, dei gatti, che la visione di una zoccola, e così bella grossa, ha suscitato in me sentimenti contrastanti: da una parte sembrava a suo agio, in effetti. Le ho sibilato: Brutta bestia!, ma come si fa con un cagnolino bizzoso, e non è parsa spaventarsi, affatto. Dall’altra, forse era di passaggio — non posso sapere se quel tratto di padiglione fosse la migliore scorciatoja tra i due tombini favoriti. Ma è la terza forma di vita che vedo lì dentro, a parte due esseri umani abbastanza scassati e tre o quattro gatti in tutto. Ripeto, il padiglione ha proprio l’aria che si merita: un luogo nato per essere infelice, mal reimpiegato, morto, stramorto e bruciato. Una zoccola non fa primavera, chiaramente, ma se anch’io fossi stato di passaggio avrei potuto rallegrarmi della presenza di una zoccola. Se non avessi conosciuto il posto avrei potuto dirmi: ecco, questo posto è disabitato, a parte le zoccole. E’ la Casa delle Zoccole, come ci sono case per gli uomini. A qualcosa serve. Invece non vederci mai del movimento, a parte la vecchia che viene a portare troppo cibo (che marcisce nelle ciotole) e troppa sabbia (che rimane intatta) per i gatti, a parte i gatti guardinghi che si schifano, si direbbe, di passare lì dentro, a parte noi due intrusi e fuorilegge, lì dentro non c’è nulla. Ogni tanto il vento sbatte le porte, ma la polvere che s’abbatuffola negli angoli è inamovibile, non si solleva né in pulviscolo né in fiocchi. Una gromma invisa persino ai batteri demolitori impasta i pavimenti, appiccicando qualunque rifiuto, che nessuna ventata riesce a smuovere. Sembra che lì dentro, veramente, nessun animale, nemmeno quelli detti inferiori, né alcuno zoofito, virus, batterio, possa trovare alcunché da fare. Non c’è nulla da prendere, nulla da mangiare, nulla da marcire. Sulle pareti livide la muffa rifiuta di crescere.

E anche la merda è fossile. Ci sono svariate stanze (a parte quelle impiegate già prima del mio arrivo come ritirate) in cui mezza generazione di tossici ha fatto le sue incursioni e le sue notti brave. Ormai non ci vengono più nemmeno loro, perché a parte l’angolino ben chiuso (almeno finché qualcuno non viene a forzare) che occupiamo noi, l’odore di cimitero è onnipervasivo, col bujo si corre solo il rischio d’inciampare in qualcosa di scheggioso o di potenzialmente ferente. In fondo a sinistra, per esempio, c’è un maestoso cumulo di straccj vecchj, ormai indistinguibili dai covoni di polvere, dalla carta già zuppa di giornali e riviste, in mezzo a cui sono infilate centinaja e centinaja di siringhe. Forse migliaja. Il pavimento di due o tre stanze contigue è disseminato, come tappezzato di siringhe, di involucri di siringhe, di fialette spezzate, di frantumi di vetro.

E, ovviamente, c’è tanta cacca. Perché, chiaramente, dopo che chiusero il padiglione e che staccarono la corrente e il riscaldamento, interruppero anche l’erogazione dell’acqua. Dunque i ruderi di numerosi cessi per handicappati che campeggiano nelle ritirate ormai prive di porte sono inutilizzabili da anni.

E’ normale per i tossici avere degli scompensi, a livello gastrico-digestivo-intestinale. I più giovani, mi spiegava un veterano, hanno il vizio di mettere troppa acqua nella soluzione. Quell’acqua finisce regolarmente sui reni. Non sono pochi i tossici venticinque-trentenni che, ancora peraltro lontani dall’overdose, fanno tre-quattro dialisi settimanali. La droga è responsabile di un notevole invecchiamento della popolazione — come dice anche un anatomopatologo della morgue visitata da Vollmann in Come un’onda che sale e che scende. E’ tipico dei vecchj non riuscire a montare sui cessi. Credo in buonafede che, a furia di drogarsi, certi tossici abbiano gl’intestini tutti arravugliati a nodi Savoja, tutti sparsi di trabocchetti, mine e strane escrescenze. Lo sterco, per uscire, deve fare evoluzioni incredibili. Se si giuocassero le fetenziadi intestinali, il vincitore sarebbe indubbiamente lo stronzo di un tossicomane.

Per esempio stamane, mentre accompagnavo l’amico a vedere se si riusciva a ritrovare lo zaino che s’è fatto fottere jeri pomeriggio, o almeno qualcosa del contenuto, ho trovato dei mirabili stronzi a pigna che avrebbero fatto la gioja dello Haeckel.

Scommetto che se perseverassi, e mi trattenessi ancora cinque o sei mesi, o mi aggirassi per altri padiglioni abbandonati, troverei molte altre forme: stronzi a conocchia, stronzi romboidali, stronzi a infiorescenza, stronzi cubici. Se avessi una macchina digitale, o uno di quei telefonini che fanno le foto, potrei share tutto ciò with you, e farvi passare serate edificanti & istruttive. Chissà, magari a qualcuno piacerebbe davvero. Ma a me intristisce parecchio. Non mi chiedo come mai nessuno abbia mai pensato di andare a fertilizzare i pini secolari del parco, preferendo trattenersi lì, al chiuso e al puzzo. Mi chiedo che ci faccio io, lì dentro, se non posso nemmeno rimuovere la merda fossile che c’è per tema che il posto diventi troppo attraente per altre orde di virtuosi dello stronzo formato.

Mi sa che non ho intenzione di trattenermi ancora per molto.

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