93. Correndo con le forbici in mano.

3 Apr

Mentre aspettavo di riconnettermi (dato che oggi sono proprio senza fondo, ma posso solo aspettare che sia una semplice crisi) ho dato uno sguardo all’insopportabile Duellanti — rivista di cinema e reticoli [?!], che contiene normalissime recensioni a normalissimi film, ma scritte con uno stile terrificante (normalmente il recensore intellettuale mette in relazione, un po’ marinisticamente, le parole del titolo, con tutte le fasi salienti della trama, sicché in questo caso le “forbici” del titolo servivano anche metaforicamente a “recidere” qualcosa che nemmeno più ricordo — ma si trattava di una suggestione dovuta a qualcosa di visto nel film, mentre le forbici ci sono già nel titolo del romanzo).

Il quale romanzo io l’ho letto, si tratta una “autografia” (tra le scritture così denominate, almeno, la casa editrice Alet l’ha inserito) di Augusten Burroughs, distribuito da maggio 2004 (quindi non una novità, ne lessi per la prima volta su un Pulp in cui il recensore dava della vicenda, chiaramente non tutta riassunta, solo gli aspetti più francamente urtanti, in maniera così fosca e allarmistica [o almeno così mi parve] da respingere, mentre il libro ha una certa leggerezza — anzi, la leggerezza, direi in recensorese, è la cifra, in realtà, di tutta quanta la vicenda); traduzione dall’americano di Giovanna Scocchera, pp. 304.

E’ un romanzo autobiografico: tutto quello che vi è narrato, cioè, può essere perfettamente vero come totalmente falso — e come al solito non è né l’una né l’altra cosa. Il romanzo (perché, autobiografico o no, sempre di romanzo si tratta) è scorrevole, leggibile, anche godibile, ma stranamente irrisolto.

Si racconta del piccolo Augusten, il quale vive abbastanza infelicemente con la madre psicopatica e poetessa e con il padre, un insegnante di matematica maniaco depressivo e potenziale omicida — almeno così sembra alla madre, che tira la corda finché quello (il marito, cioè) sta per accontentarla. Ne consegue che la madre poetessa decide di affidare il piccolo Augusten, che, oltre ad essere omosessuale, nel corso di tutto il libro aspira a fondare una sua casa di prodotti cosmetico-tricologici, al proprio analista. Il quale è un antipsichiatrico sfegatato, contrario a tutte le pastoje della convivenza borghese, e vive in una casa piuttosto cadente con la moglie gobba e le figlie. Si aggiunge al gruppo anche un figlio adottivo da tempo lontano da casa, Seymour, trentatré anni. Si tratta di un personaggio importante perché tra lui e l’adolescente (tredicenne) Augusten scatta la scintilla; soprattutto è Seymour ad essere innamorato, ma Augusten è a sua volta coinvolto. I rapporti sessuali tra i due sono descritti senza troppo indugiare ma con assoluta franchezza. La vicenda della non-formazione di Augusten si sussegue, tra occasionali sfuriate (a scopo terapeutico: il dottore le chiama “buttar fuori l’aggressività”) tra gli abitanti della casa ed esperienze più o meno normali; in parallelo ci sono le vicende della madre poetessa, che tra un reading e l’altro, essendosi scoperta lesbica, si prende sempre nuove amanti (fino a un tot di quattro, fin dove arriva la mia memoria) e si concede accessi di follia durante uno dei quali si ferisce malamente con una boccia di sali da bagno mentre è nella vasca — è salvata dalla tempestività di Augusten. La vita nella casa del dottore continua finché questo non rimane sul lastrico per motivi fiscali: la famiglia si disperde, Seymour è già sparito. C’è anche un epilogo, nel quale Burroughs dice che fine hanno fatto tutti quanti; in ogni caso “Augusten” non li ha più rivisti. Si tratta di vicende che è un po’ inutile riassumere, hanno senso solo nel quadro di una narrazione autobiografica, e comunque i “fatti” in sé e per sé non renderebbero il tono del libro.

Sul risvolto di copertina Burroughs, che su Correndo con le forbici in mano compare in effigie solo disegnata, mentre sul retro del seguente Cunnilingusville appare in fotografia, ed è proprio la fotografia di un uomo piuttosto maltrattato dall’esistenza, narra un poco di sé — del “vero” sé, cioè, dando l’idea di una persona comunque scombinata, che ha cambiato un sacco di lavori nauseanti, che non vive secondo direttive precise, che deve imbottirsi di certi farmaci quando vuole ubriacarsi, &c. &c.

Io una teoria riguardo al vero e al falso, e alle relative proporzioni, presenti nel libro non l’ho formulata, e credo che non lo farò nemmeno nel futuro. Non è questo l’importante. Il libro non è male (il film non l’ho visto, e non può che essere un edulcoramento, quindi non lo vedrò mai), ed è secondo me abbastanza istruttivo circa la funzione dello stile nel rendere l’esatta intenzione dell’autore. Esiste una scuola critica (che non merita nemmeno di essere chiamata tale), che temo sia tipicamente italico-terzomondista, che tende a leggere i segni e non lo stile: a mano a mano che leggono (il critico di Pulp è certo uno di questi) accantonano tutti i “fatti”, quasi fossero scindibili dalla luce in cui l’autore ha voluto mostrarli, dopodiché sottopone abbastanza proditoriamente al lettore della sola recensione un cumulo di schifezze quando — poniamo — l’autore aveva fatto un giardino.

Se c’è, però, un caso in cui questo critico sordo, e sostanzialmente sprovveduto, può essere almeno per metà giustificato per l’errore commesso, è proprio il caso di questo libro: da cui non è facile trarre un’idea sufficientemente chiara e precisa dell’atteggiamento che l’autore ha deciso di avere nei confronti del suo passato. Dal punto di vista, di fatto, latamente “morale”, l’autore non ha fatto praticamente nessuno degli sforzi che gli si poteva chiedere — e che sempre si dovrebbero chiedere al narratore-autobiografo: cioè quello di risolvere i proprj conti col passato. Sicché continua ad ondeggiare tra un atteggiamento di rancore appena appena avvertibile, nei confronti della madre, del padre, del fratello, del dottore, dell’amante, e un atteggiamento un po’ teatrale, giusto camp di mera esibizione furbetta di tutte le proprie apparenti deformità, di tutti i proprj scheletri nell’armadio. Lo stile, invece, che dovrebbe essere sempre la spia dell’inquadramento morale, rimane uniforme, coerente — cioè spigliato, brillante, non indugiato.

Si staglia, tra tutti i personaggj, la figura della madre. Nei suoi confronti irrisolto rancore e resistentissimo amore trapelano, senza armonizzare in alcun modo — ma nemmeno si tratta di una contraddizione feconda. E’ una cicatrice, o fors’anche una piaga aperta. Ma il testo è tutto una cicatrice, a ben guardare.

Quanto sarebbe stato meglio se Burroughs avesse raccontato tutto con la chiara coscienza che la sua era la migliore delle vite possibili; se se ne fosse vantato!

Per quanto riguarda la madre, è un personaggio in cui mi sono identificato moltissimo: 33 anni, strafallita, poetessa. Intitola una sua poesia Ho sognato la cifra 7 in oro. Mi sembra bellissimo. Nell’epilogo Burroughs dice che attualmente è stata colpita da ictus, è paralitica, e che lui non l’ha più rivista. Mentre leggevo, ho fatto, dove potevo, delle correzioni in senso etico: soprattutto le parti della madre. Penso che Sigourney Weaver, magari con un po’ di cerone in più (ma non sembra classe ’49, la Weaver, secondo me anche nature andava benissimo), sarebbe stata più che perfetta.

Perché non mi piacciono i libri in cui papà e mammà sono messi alla berlina per compiacere un pubblico di borghesuccj imbecilli e sotto sotto violenti e perversi peggio che i peggio scherzi di natura. E questa letteratura, e questo libro almeno per un ideale 50 %, serve a questo tipo di dubbia e stolta spettacolarizzazione. La mia famiglia non era scombinata, quindi non saprei che dire; ma se mi dovessi inventare tutto, e magari fingermi scombinato in un romanzo autobiografico, non tradirei nessuno, non avrei rancore per nessuno. Sarei grato a una madre come la poetessa, per non essere uguale (lei, e in conseguenza io) a qualunque betonica ciana, intercambiabile con un numero imprecisabile di ciarpe.

Esprimi pure (prego) la Tua garbata opinione!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

<span>%d</span> blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: