91. Documentarsi e scrivere.

3 Apr

 Abbiamo appena sfiorato la questione del romanzo, siamo saltati (per mia colpa), di volo, in fretta e in furia, alla questione dello scrivere tout court. In fondo, il romanzo è il genere totale, quindi il genere dei generi. Se si parla di uno qualunque dei generi letterarj esistenti, ecco ci si riferisce, in minima parte, anche al romanzo.

Premetto che non mi piace il De Sanctis — specifico: non lo odio, lo trovo solo più benintenzionato che acuto, e in generale farraginoso e confuso. Ancora meno amo il Manzoni, di cui posso giusto percepire, molto nebulosamente, l’importanza. Però incontro oggi, quasi per caso (mentre cercavo alcune pagine sulla scuola del Puoti, che fu anche una proto-scuola di scrittura creativa — chiunque abbia letto La giovinezza, che è un libro molto bello, ricorderà che il vecchio marchese faceva esercitare i giovanetti a scrivere novelle, possibilmente non in stile romantico), due righe secondo me utili da conoscere e meditare, tratte da Manzoni e il romanticismo. Si tratta del capitolo che tratta de Gl'”Inni sacri” e l'”Adelchi”, vale a dire la parte di gran lunga peggiore dell’opera del Manzoni. Leggere quello che ha da dire il De Sanctis in proposito non ha molto senso, specialmente di fronte a quello che ha dimostrato, in serrate acuminose splendide analisi, nelle sue capitali Lezioni, che purtroppo non godono attualmente di nessunissimo prestigio; concordo col Settembrini quando mi dimostra che gl’Inni sacri sono una fabbrica di zeppe e contorsioni sintattiche e occasionali insensatezze (con quella “pregnante annosa” che sembra una incinta da molti anni, &c.); e che la tesi retrostante l’Adelchi, che è al centro dell’analisi, anche, del De Sanctis, è ripugnante anche più di quella monacofila dei Promessi sposi (con quei versi che quasi nessuno intende: “Te della rea progenie / Degli oppressor discesa, / Cui fu prodezza il numero, / Cui fu ragion l’offesa, / E dritto il sangue, e glori / Il non aver pietà, / Te collocò la provida / Sventura in fra gli oppressi: / Muori compianta e placida; / Scendi a dormir con essi: / Alle incolpate ceneri / Nessuno insulterà”, parlare di cui il solito  Settembrini disse che non è parlare da cristiano, e nemmeno da uomo); e so da me che l’Adelchi è una tragedia di manichini, monocorde, grigiastra e tutto sommato brutta.

Ma il tema era appunto quello della documentazione come preliminare alla composizione. Viene spontaneo pensare che (come Dante, in fondo, non si scosta un millimetro da Tommaso, o da Agostino, ma li “traduce” in immagini) lo scrittore, facendosi forte del senno altrui, riceva criticamente, ma obbedientemente, quello che altri, figuratamente, gli dà in consegna, e ci lavori sopra come sa — inventando, appunto, ma sempre sulla base di un fondamento di verità assodata — che è, poi, semplicemente, lo stato dell’arte: se un domani la scienza capovolgerà le attuali conclusioni, questo dipenderà sempre dai dotti, dagli scienziati, dagli spiecialisti, e non dai poeti, non dai romanzieri. Sembra un atteggiamento passabilmente professionale; oltreché socialmente utile, perché è in linea col delectando et monendo e anche con l’imparare divertendosi, e altri modi insegnativi di usare la letteratura e l’invenzione.

Ecco, se c’è un motivo per cui il Manzoni, secondo me, è un nome, ancora adesso e ancora a questo proposito, da fare, dipende dalla stolta presunzione con cui pensò di trascendere il Tasso in poesia (non ho mai capìto perché proprio il Tasso, e in fondo non importa, ma sia lui che il Porta erano convintissimi che ci fosse riuscito) — non perché ci riuscisse, o perché fosse in sé un’aspirazione nobile, ma perché almeno se la prese con un toro dalle grosse e pericolose corna, e non con — chessò — Alessandro Guidi o Benedetto Menzini; in secondo luogo per il suo modo di ‘documentarsi’, anch’esso improntato alla più sfoggiata presunzione:

Manzoni si gitta negli studi storici, comincia a legger cronache e trova la questione longobarda. Con che tendenze la esamina? Mette in un fascio Machiavelli, Muratori, Romagnosi, gli storici francesi e italiani del tempo (aveva letto Troya, non Savigny), fa la controparte dei loro risultati, giunge a conchiusioni contrarie. Dimostra che i Longobardi, stranieri, erano rimasti stranieri, avevano concultata la gente conquistata, usurpate le terre del papa, il quale aveva diritto di chiamare Carlo non contro gl’Italiani, ma contro gli stranieri.

Ed ammettendo che i Longobardi avessero fatta l’unità d’Italia, non èlecito, per salvare le generazioni a venire, condannare le genti romane a subire le violenze dei Longobardi. Vedete i quale altro ordine di tendenze trovasi il Manzoni negli studi storici. Gittato in mezzo a quelle idee, leggendo cronache, confutando Muratori con critica che si fa perdonare per la bontà, per la moderazione e per lo spirito, gli sorge l’idea di cavare da tutto questo una tragedia storica. Ecco l’origine dell’Adelchi.

“Cento libri per mille anni”: Francesco De Sanctis. Scelta e introduzione di Carlo Muscetta. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 1995, p. 739.

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