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93. Correndo con le forbici in mano.

3 Apr

Mentre aspettavo di riconnettermi (dato che oggi sono proprio senza fondo, ma posso solo aspettare che sia una semplice crisi) ho dato uno sguardo all’insopportabile Duellanti — rivista di cinema e reticoli [?!], che contiene normalissime recensioni a normalissimi film, ma scritte con uno stile terrificante (normalmente il recensore intellettuale mette in relazione, un po’ marinisticamente, le parole del titolo, con tutte le fasi salienti della trama, sicché in questo caso le “forbici” del titolo servivano anche metaforicamente a “recidere” qualcosa che nemmeno più ricordo — ma si trattava di una suggestione dovuta a qualcosa di visto nel film, mentre le forbici ci sono già nel titolo del romanzo).

Il quale romanzo io l’ho letto, si tratta una “autografia” (tra le scritture così denominate, almeno, la casa editrice Alet l’ha inserito) di Augusten Burroughs, distribuito da maggio 2004 (quindi non una novità, ne lessi per la prima volta su un Pulp in cui il recensore dava della vicenda, chiaramente non tutta riassunta, solo gli aspetti più francamente urtanti, in maniera così fosca e allarmistica [o almeno così mi parve] da respingere, mentre il libro ha una certa leggerezza — anzi, la leggerezza, direi in recensorese, è la cifra, in realtà, di tutta quanta la vicenda); traduzione dall’americano di Giovanna Scocchera, pp. 304.

E’ un romanzo autobiografico: tutto quello che vi è narrato, cioè, può essere perfettamente vero come totalmente falso — e come al solito non è né l’una né l’altra cosa. Il romanzo (perché, autobiografico o no, sempre di romanzo si tratta) è scorrevole, leggibile, anche godibile, ma stranamente irrisolto.

Si racconta del piccolo Augusten, il quale vive abbastanza infelicemente con la madre psicopatica e poetessa e con il padre, un insegnante di matematica maniaco depressivo e potenziale omicida — almeno così sembra alla madre, che tira la corda finché quello (il marito, cioè) sta per accontentarla. Ne consegue che la madre poetessa decide di affidare il piccolo Augusten, che, oltre ad essere omosessuale, nel corso di tutto il libro aspira a fondare una sua casa di prodotti cosmetico-tricologici, al proprio analista. Il quale è un antipsichiatrico sfegatato, contrario a tutte le pastoje della convivenza borghese, e vive in una casa piuttosto cadente con la moglie gobba e le figlie. Si aggiunge al gruppo anche un figlio adottivo da tempo lontano da casa, Seymour, trentatré anni. Si tratta di un personaggio importante perché tra lui e l’adolescente (tredicenne) Augusten scatta la scintilla; soprattutto è Seymour ad essere innamorato, ma Augusten è a sua volta coinvolto. I rapporti sessuali tra i due sono descritti senza troppo indugiare ma con assoluta franchezza. La vicenda della non-formazione di Augusten si sussegue, tra occasionali sfuriate (a scopo terapeutico: il dottore le chiama “buttar fuori l’aggressività”) tra gli abitanti della casa ed esperienze più o meno normali; in parallelo ci sono le vicende della madre poetessa, che tra un reading e l’altro, essendosi scoperta lesbica, si prende sempre nuove amanti (fino a un tot di quattro, fin dove arriva la mia memoria) e si concede accessi di follia durante uno dei quali si ferisce malamente con una boccia di sali da bagno mentre è nella vasca — è salvata dalla tempestività di Augusten. La vita nella casa del dottore continua finché questo non rimane sul lastrico per motivi fiscali: la famiglia si disperde, Seymour è già sparito. C’è anche un epilogo, nel quale Burroughs dice che fine hanno fatto tutti quanti; in ogni caso “Augusten” non li ha più rivisti. Si tratta di vicende che è un po’ inutile riassumere, hanno senso solo nel quadro di una narrazione autobiografica, e comunque i “fatti” in sé e per sé non renderebbero il tono del libro.

Sul risvolto di copertina Burroughs, che su Correndo con le forbici in mano compare in effigie solo disegnata, mentre sul retro del seguente Cunnilingusville appare in fotografia, ed è proprio la fotografia di un uomo piuttosto maltrattato dall’esistenza, narra un poco di sé — del “vero” sé, cioè, dando l’idea di una persona comunque scombinata, che ha cambiato un sacco di lavori nauseanti, che non vive secondo direttive precise, che deve imbottirsi di certi farmaci quando vuole ubriacarsi, &c. &c.

Io una teoria riguardo al vero e al falso, e alle relative proporzioni, presenti nel libro non l’ho formulata, e credo che non lo farò nemmeno nel futuro. Non è questo l’importante. Il libro non è male (il film non l’ho visto, e non può che essere un edulcoramento, quindi non lo vedrò mai), ed è secondo me abbastanza istruttivo circa la funzione dello stile nel rendere l’esatta intenzione dell’autore. Esiste una scuola critica (che non merita nemmeno di essere chiamata tale), che temo sia tipicamente italico-terzomondista, che tende a leggere i segni e non lo stile: a mano a mano che leggono (il critico di Pulp è certo uno di questi) accantonano tutti i “fatti”, quasi fossero scindibili dalla luce in cui l’autore ha voluto mostrarli, dopodiché sottopone abbastanza proditoriamente al lettore della sola recensione un cumulo di schifezze quando — poniamo — l’autore aveva fatto un giardino.

Se c’è, però, un caso in cui questo critico sordo, e sostanzialmente sprovveduto, può essere almeno per metà giustificato per l’errore commesso, è proprio il caso di questo libro: da cui non è facile trarre un’idea sufficientemente chiara e precisa dell’atteggiamento che l’autore ha deciso di avere nei confronti del suo passato. Dal punto di vista, di fatto, latamente “morale”, l’autore non ha fatto praticamente nessuno degli sforzi che gli si poteva chiedere — e che sempre si dovrebbero chiedere al narratore-autobiografo: cioè quello di risolvere i proprj conti col passato. Sicché continua ad ondeggiare tra un atteggiamento di rancore appena appena avvertibile, nei confronti della madre, del padre, del fratello, del dottore, dell’amante, e un atteggiamento un po’ teatrale, giusto camp di mera esibizione furbetta di tutte le proprie apparenti deformità, di tutti i proprj scheletri nell’armadio. Lo stile, invece, che dovrebbe essere sempre la spia dell’inquadramento morale, rimane uniforme, coerente — cioè spigliato, brillante, non indugiato.

Si staglia, tra tutti i personaggj, la figura della madre. Nei suoi confronti irrisolto rancore e resistentissimo amore trapelano, senza armonizzare in alcun modo — ma nemmeno si tratta di una contraddizione feconda. E’ una cicatrice, o fors’anche una piaga aperta. Ma il testo è tutto una cicatrice, a ben guardare.

Quanto sarebbe stato meglio se Burroughs avesse raccontato tutto con la chiara coscienza che la sua era la migliore delle vite possibili; se se ne fosse vantato!

Per quanto riguarda la madre, è un personaggio in cui mi sono identificato moltissimo: 33 anni, strafallita, poetessa. Intitola una sua poesia Ho sognato la cifra 7 in oro. Mi sembra bellissimo. Nell’epilogo Burroughs dice che attualmente è stata colpita da ictus, è paralitica, e che lui non l’ha più rivista. Mentre leggevo, ho fatto, dove potevo, delle correzioni in senso etico: soprattutto le parti della madre. Penso che Sigourney Weaver, magari con un po’ di cerone in più (ma non sembra classe ’49, la Weaver, secondo me anche nature andava benissimo), sarebbe stata più che perfetta.

Perché non mi piacciono i libri in cui papà e mammà sono messi alla berlina per compiacere un pubblico di borghesuccj imbecilli e sotto sotto violenti e perversi peggio che i peggio scherzi di natura. E questa letteratura, e questo libro almeno per un ideale 50 %, serve a questo tipo di dubbia e stolta spettacolarizzazione. La mia famiglia non era scombinata, quindi non saprei che dire; ma se mi dovessi inventare tutto, e magari fingermi scombinato in un romanzo autobiografico, non tradirei nessuno, non avrei rancore per nessuno. Sarei grato a una madre come la poetessa, per non essere uguale (lei, e in conseguenza io) a qualunque betonica ciana, intercambiabile con un numero imprecisabile di ciarpe.

92. Chi diventa famoso chiude i commenti.

3 Apr

Noto che quelli che pubblicano un libro, normalmente quel libro che vale come due libri in uno (il primo e l’ultimo), tende a sviluppare una certa tendenza a considerarsi molto umile. Non so quanto sia sano. Nel senso che, probabilmente (almeno così m’immagino io), appena hanno fatto gemere i torchj e volano in sulle stampe, incontrino i più prosperi successi o mandino le proli del loro ingegno a scopar la polvere nelle librarie, cominciano a pensare: Nonostante io abbia pubblicato un libro, l’unica cosa che m’interessa è aver raggiunto tanti interlocutori, che da adesso in poi potranno entrare in contatto con me, e scrivermi, e parlarmi un po’ di tutto. Poi temono che tutti costoro comincjno a parlare col neo-autore con eccesso di deferenza. In fondo essere pubblicati è una condizione appetita da molti. Dunque è invidiabile. Dunque è verosimile che l’autore sia invidiato. Di questo l’autore dei due-libri-in-uno molto si dispiace.

Non vuole essere sovrastimato. Vuole essere ascoltato, e prendersi i suoi bravi calcinculo, quando e se sia il caso.

La tragedia comincia quando verifica e sperimenta che è davvero così. Nessuno lo tratta con deferenza. Semplicemente molte più persone hanno letto, e finalmente conoscono, qualcosa di abbastanza articolato e rivelatore sul suo conto. Ne consegue che è conosciuto da molte più persone di quelle che lui stesso può mai aspirare a conoscere (e la sola idea gli dà, finalmente, la nausea). Non solo, ma molte di queste persone l’hanno scambiato per una macchina da opinioni, da racconti, da spiritosaggini ingegnose, da poesie, da. E non deve proprio virtuosamente desiderare di essere preso a tavolettate sulle orecchie tutte le volte che è al disotto dei proprj standard, perché è esattamente quello che fanno tutti quelli che passano. Che non sono solo dei rompicoglioni — ma sanno anche, per filo e per segno, il fatto loro e il fatto tuo, neo-autore.

Tutto questo, credo, rappresenta il dilemma del neo-autore che tiene un blog. Mi piacerebbe che qualche neo-autore mi facesse sapere se è proprio questo il problema. Ma li giustificherò e li comprenderò se non vorranno dirmi niente.

Ne ricordo anche altri, ma mi riferisco nella fattispecie a due, che più d’altri sono presenti, cioè pulsatilla, per far sapere alla quale (horresco referens) che ho riso a gola spiegata leggendo i capitoletti “Lingua” e “Gastronomia” (foggiane entrambe) dal suo libretto edito da Castelvecchi ho dovuto ricorrere alla casella di posta elettronica; e a tashtego, su un pajo dei cui ultimi pezzi avrei voluto dire la mia, posto ne valesse la pena (ma ci sono periodi, come questo, in cui proprio non la tengo).

E se lanciassi un nuovo (un altro!) argomento di discussione (tanto, chi mi risponde?) circa La figura sociale dello scrittore. Come dev’essere lo scrittore nei rapporti interpersonali (di Rete e no, ovviamente)?

91. Documentarsi e scrivere.

3 Apr

 Abbiamo appena sfiorato la questione del romanzo, siamo saltati (per mia colpa), di volo, in fretta e in furia, alla questione dello scrivere tout court. In fondo, il romanzo è il genere totale, quindi il genere dei generi. Se si parla di uno qualunque dei generi letterarj esistenti, ecco ci si riferisce, in minima parte, anche al romanzo.

Premetto che non mi piace il De Sanctis — specifico: non lo odio, lo trovo solo più benintenzionato che acuto, e in generale farraginoso e confuso. Ancora meno amo il Manzoni, di cui posso giusto percepire, molto nebulosamente, l’importanza. Però incontro oggi, quasi per caso (mentre cercavo alcune pagine sulla scuola del Puoti, che fu anche una proto-scuola di scrittura creativa — chiunque abbia letto La giovinezza, che è un libro molto bello, ricorderà che il vecchio marchese faceva esercitare i giovanetti a scrivere novelle, possibilmente non in stile romantico), due righe secondo me utili da conoscere e meditare, tratte da Manzoni e il romanticismo. Si tratta del capitolo che tratta de Gl'”Inni sacri” e l'”Adelchi”, vale a dire la parte di gran lunga peggiore dell’opera del Manzoni. Leggere quello che ha da dire il De Sanctis in proposito non ha molto senso, specialmente di fronte a quello che ha dimostrato, in serrate acuminose splendide analisi, nelle sue capitali Lezioni, che purtroppo non godono attualmente di nessunissimo prestigio; concordo col Settembrini quando mi dimostra che gl’Inni sacri sono una fabbrica di zeppe e contorsioni sintattiche e occasionali insensatezze (con quella “pregnante annosa” che sembra una incinta da molti anni, &c.); e che la tesi retrostante l’Adelchi, che è al centro dell’analisi, anche, del De Sanctis, è ripugnante anche più di quella monacofila dei Promessi sposi (con quei versi che quasi nessuno intende: “Te della rea progenie / Degli oppressor discesa, / Cui fu prodezza il numero, / Cui fu ragion l’offesa, / E dritto il sangue, e glori / Il non aver pietà, / Te collocò la provida / Sventura in fra gli oppressi: / Muori compianta e placida; / Scendi a dormir con essi: / Alle incolpate ceneri / Nessuno insulterà”, parlare di cui il solito  Settembrini disse che non è parlare da cristiano, e nemmeno da uomo); e so da me che l’Adelchi è una tragedia di manichini, monocorde, grigiastra e tutto sommato brutta.

Ma il tema era appunto quello della documentazione come preliminare alla composizione. Viene spontaneo pensare che (come Dante, in fondo, non si scosta un millimetro da Tommaso, o da Agostino, ma li “traduce” in immagini) lo scrittore, facendosi forte del senno altrui, riceva criticamente, ma obbedientemente, quello che altri, figuratamente, gli dà in consegna, e ci lavori sopra come sa — inventando, appunto, ma sempre sulla base di un fondamento di verità assodata — che è, poi, semplicemente, lo stato dell’arte: se un domani la scienza capovolgerà le attuali conclusioni, questo dipenderà sempre dai dotti, dagli scienziati, dagli spiecialisti, e non dai poeti, non dai romanzieri. Sembra un atteggiamento passabilmente professionale; oltreché socialmente utile, perché è in linea col delectando et monendo e anche con l’imparare divertendosi, e altri modi insegnativi di usare la letteratura e l’invenzione.

Ecco, se c’è un motivo per cui il Manzoni, secondo me, è un nome, ancora adesso e ancora a questo proposito, da fare, dipende dalla stolta presunzione con cui pensò di trascendere il Tasso in poesia (non ho mai capìto perché proprio il Tasso, e in fondo non importa, ma sia lui che il Porta erano convintissimi che ci fosse riuscito) — non perché ci riuscisse, o perché fosse in sé un’aspirazione nobile, ma perché almeno se la prese con un toro dalle grosse e pericolose corna, e non con — chessò — Alessandro Guidi o Benedetto Menzini; in secondo luogo per il suo modo di ‘documentarsi’, anch’esso improntato alla più sfoggiata presunzione:

Manzoni si gitta negli studi storici, comincia a legger cronache e trova la questione longobarda. Con che tendenze la esamina? Mette in un fascio Machiavelli, Muratori, Romagnosi, gli storici francesi e italiani del tempo (aveva letto Troya, non Savigny), fa la controparte dei loro risultati, giunge a conchiusioni contrarie. Dimostra che i Longobardi, stranieri, erano rimasti stranieri, avevano concultata la gente conquistata, usurpate le terre del papa, il quale aveva diritto di chiamare Carlo non contro gl’Italiani, ma contro gli stranieri.

Ed ammettendo che i Longobardi avessero fatta l’unità d’Italia, non èlecito, per salvare le generazioni a venire, condannare le genti romane a subire le violenze dei Longobardi. Vedete i quale altro ordine di tendenze trovasi il Manzoni negli studi storici. Gittato in mezzo a quelle idee, leggendo cronache, confutando Muratori con critica che si fa perdonare per la bontà, per la moderazione e per lo spirito, gli sorge l’idea di cavare da tutto questo una tragedia storica. Ecco l’origine dell’Adelchi.

“Cento libri per mille anni”: Francesco De Sanctis. Scelta e introduzione di Carlo Muscetta. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 1995, p. 739.

90. Fantascienza.

3 Apr

Un racconto-nonsense, ma di fantascienza, pubblicato pur mo dal marinajo mi ha fatto tornare in mente un’analoga trojata da me scritta e sbattuta in rete ormai tanto, tanto tempo fa, che è questa:

IL DISCO D’ARGENTO  

La vecchia signorina Andreini, che aveva appena compiuto sessantanove anni, quando si alzava, di notte, per fare la pipì, non accendeva mai la luce; a chi le avesse chiesto perché (posto che l’avesse mai saputo), avrebbe risposto che era per non disturbare la luce delle stelle, che tanto le piaceva guardare attraverso la finestra davanti alla quale passava per andare in bagno.

Una notte, però, mentre andava in bagno (le capitava molto spesso di doversi alzare durante la notte), non sentendo uno stimolo tanto forte, pensò di fermarsi davanti alla finestra, e di guardare la campagna che si stendeva sotto i suoi occhî dormire alla luce tenue e tranquilla di una grande luna. La notte era straordinariamente limpida, e si vedevano tutte le stelle della Via Lattea.

Rimase per un attimo a guardare il cielo; poi, proprio mentre pensava di rincamminarsi verso il bagno, qualcosa colpì la sua attenzione. In mezzo alle stelle palpitanti, una la colpì particolarmente. Prima di tutto perché si muoveva, come si vedeva dal suo cambiare posizione in mezzo alle altre. E poi perché il suo colore era diverso da quello di tutte le altre. Infatti, le stelle erano d’oro, del loro colore consueto; questa era d’argento, come si vedeva dal suo freddo baluginare; anche perché leggermente oscurata dal paragone con le altre stelle, la stella d’argento non s’era subito fatta notare. Ma quando, muovendosi per gli spazî silenziosi, s’era via via ingrandita, mostrando di volgere verso la Terra, la signora Andreini aveva pensato che si trattasse di una cometa, o di una stella di un tipo completamente nuovo: rimpianse, a questo proposito, di non aver fatto lunghi ed approfonditi studî di astronomia, grazie ai quali oggi, finalmente, avrebbe avuto qualche soddisfazione in più, se non economica almeno in termini di compagnie piacevoli (i professori, soprattutto quelli anziani, sono tanto distinti!), e avrebbe potuto pubblicare le sue scoperte su qualche rivista specializzata.

Intelligente era sempre stata, e non sarebbe certamente stata la prima vecchia a cui davano il Nobel. Rimase, dunque, in osservazione, spiando con gli occhietti miopi il cielo stellato, seguendo faticosamente la traiettoria della stella fredda, e alzando leggermente gli occhiali sul naso, mettendo a fuoco la vista attraverso la parte inferiore delle lenti, attraverso cui si vedeva più limpidamente. In mancanza di un telescopio, non poteva ambire a niente di più efficiente. La cosa seccante è che si era alzata per fare pipì; grandi ed emozionanti esperienze, in taluni casi, possono far dimenticare le più basse funzioni umane, quando si verificano; ma questo è più possibile ad un corpo giovane o relativamente giovane, che è pieno d’energie e che le può consumare anche per contenersi; mentre un corpo sessantanovenne non è così agguerrito, e già da qualche annetto, anche nei casi più fortunati, ha imparato ad urlare le sue esigenze invece che a sussurrarle come nei giovani; e, soprattutto, gli stimoli hanno ottima memoria e scarso rispetto per la curiosità scientifica.

La signorina Andreini strinse spasmodicamente le ginocchia, pregando ardentemente che lo stimolo non aumentasse oltremodo: era troppo importante che vedesse dove la stella stava andando a finire. Perché non s’era mai comprata una bella telecamera portatile? E come facevo, si chiese poi, come a rispondere ad una domanda implicante un’accusa, con seicentomila lire di assegno sociale? Tralasciò la questione e continuò a seguire la traiettoria della stella d’argento, che si avvicinava, e diventava sempre più grande e meno palpitante per la distanza. La signorina Andreini, vedendo quanto la stella, e quanto velocemente, stesse avvicinandosi alla Terra, formulò mentalmente alcune ipotesi, che via via scartò, o perché troppo prosaiche, o perché troppo sceme: può essere una meteora, che s’incendierà a contatto dell’atmosfera, e cadrà come una bomba sulla mia umile casa? Può essere una cometa ardente, che compie il suo giro, talmente largo da non essere mai stata vista negli ultimi quattromila anni? Può essere un UFO (oggetto non identificato)? Pensosa, la signorina Andreini, annodando le gambe a torciglione per non avere brutte sorprese in un momento così importante, si chiese che razza di acronimo fosse UFO per Oggetto Non Identificato. ONI non andava bene? O era Uggetto Fon Odentificato? Valli a capire, questi intellettuali, si disse con dispetto. Insomma, la signorina Andreini, poveretta, rimase per più di mezz’ora davanti alla finestra, seguendo il percorso della stella d’argento. Bè, non ci si crederà, ma quella stella era proprio un UFO, o qualcosa di corrispondente; e bisogna anche aggiungere che la signorina Andreini seguì l’intera traiettoria dell’oggetto fino alla fine, cosa che le fu possibile per via del fatto che l’oggetto stesso ad altro non puntava che ad approdare all’ampio spiazzo erboso antistante la sua casa. Nonostante la vescica le urlasse, era valsa la pena di aspettare.

Era un disco d’argento, tutto illuminato, grande; per vederlo tutto da un capo all’altro, la signorina Andreini, le mani tremanti, fu costretta ad aprire la finestra, e a sporgersi. Il fresco della notte, colpendole il viso, le fece quasi perdere ritenzione, ma resistette, tutta contratta. Si aperse un grande e avveniristico portellone, sollevandosi con un suono di sofisticato congegno ronzante. Quindi, dall’apertura uscì uno strano equipaggio. C’erano due alieni che sembravano ombre della sera, ma bianchi, e coi grandissimi occhî neri; e c’erano strani lucertoloni dai lunghi denti che sembravano di metallo; c’era un equipaggio squinternato, fatto da una donna atletica e affascinante, una ragazzina, un bambino con un lecca-lecca e un palloncino attaccato al polso, e un capitano con la benda sull’occhio, proprio un bell’uomo.

La signorina Andreini si sentiva male per l’eccitazione e per lo stimolo, che, maledetto, non voleva andare via. Cercò, senza troppo allargare le gambe, di trarre a sé con un piede un vaso di fiori, pensando che un equipaggio così internazionale, anche se avesse visto o intuito quello che stava facendo, non si sarebbe troppo scandalizzato per una vecchia che orina in un vaso di begonie. Ma il capitano, con una bella voce di basso, in quel momento le parlò, facendole un discorso elevato e commovente. Nelle sue parole c’era di più che la seduzione di un’ opportunità: c’era tutta l’idea del futuro, che tornava ad avere un senso per lei. Lasciò perdere il vaso, e ascoltò.Il capitano, che bel signore, le disse, con un accento da doppiatore di film, che contava di portarla con sé negli spazî siderei, dove finalmente avrebbe visto cose che nessun uomo può nemmeno sperare di immaginare. Lassù, disse, guardando in alto come se solo lui (come doveva essere, in effetti, vero) potesse sapere che cosa realmente intendesse, sono state fatte scoperte straordinarie, e in più sanno come ringiovanirti; lassù c’erano avventure incredibili da fare e conquiste straordinarie da conseguire. Venisse con loro, la signorina Andreini, e sarebbe finalmente vissuta come in uno di quei film che seguiva in televisione con un occhio aperto e uno chiuso nelle notti d’insonnia. Com’era affascinante, il capitano!, notò la signorina Andreini, nonostante una penosa fitta al basso ventre. E com’erano curiose, quelle strane creature, pur così minacciose! Avrebbe imparato a farsele amiche, e sarebbe assomigliata a quella bella donna atletica e brillante, e avrebbe destato ammirazione in una ragazzina sognatrice, come quella che c’era lì. E quel bambino, uno dei tanti rapiti dalle nostre campagne, sicuramente, dagli alieni perversi, o curiosi della nostra forma di vita, o prezzolati dal governo e dall’Effebiài per operazioni che, note al mondo, dimostrerebbero che la guerra fredda non è ancora finita, lo avrebbe restituito ai genitori, o gli avrebbe dimostrato che è meglio vivere liberi e avventurosi in mezzo agli spazî remoti, in guerra contro oscure confederazioni, sempre in viaggio tra passato, presente e futuro. A questo punto, però, nonostante la seducente visione le riempisse la fantasia delle più ventose e incantevoli immagini, la signorina Andreini non poté non sentire che le fitte al basso ventre, sempre più frequenti, ormai erano una fitta sola, fortissima, veramente insopportabile. E che lo stimolo, frustrato per più di un’ora, trasformatosi in tempestosa replezione, stava cercando vie di sfogo alternative: qualcosa doveva pur uscire, insomma.  Fino a quel momento, la signorina Andreini si era sentita addosso quella vaga ebrietà che ti dànno certi provini di pellicole che ti fanno balenare davanti decine di immagini turbinose e mirabolanti, e soprattutto quando sei al cinema ti fanno immaginare una vita diversa, e più bella. Invece, quando era successo, il bambino, che dopotutto non aveva legato il palloncino al polso, ma lo teneva in mano, lasciò andare, stupefatto, la cordicella, e il palloncino si perse in alto. La ragazzina (ah, gli adolescenti) dopo un attimo di stupore, rise con tutta la crudeltà inconscia degli innocenti. Il capitano, la cui aria annoiata le era sfuggita, mentre parlava, aveva un’espressione indefinibile dipinta sulla faccia; il vento agitava appena la falda pesante del suo trench prolisso, fatto di qualcosa di simile alla gomma. Era proprio un capitano vero, ed era proprio un bell’uomo. Non s’era nemmeno accorta di quanto fosse dubbioso lo sguardo della donna atletica e interessante, dal volto volitivo ed angoloso, finora. Adesso, però, il volto della donna non esprimeva più nessun dubbio: esprimeva solo una certezza.

Dunque, non era un provino cinematografico: esisteva veramente una vita più bella, più vera e avventurosa. Aveva visto bene che il palloncino del bambino era fuggito in alto. Forse si erano fermati apposta da qualche parte. C’era una fiera, in una località lì vicino. Ripensò ai tanti bambini scomparsi, che adesso, invece di essere morti o coinvolti in qualche sordido traffico, sono felici navigando tra le stelle.Gli alieni la guardavano immobili, senza capire.

Arrivo, — disse solo la signorina Andreini, umiliata, rossa in viso. — Un attimo solo.

Per non sembrare sgarbata, lasciò persino la finestra aperta. Scema, si diceva. Scema, scema, scema. Piangeva già, prima ancora di sedersi sull’asse. E anche il bambino, porca galera, non poteva legarselo al polso, quel palloncino? Con lei facevano sempre così, quando andavano in fiera, i suoi, quelle poche volte che ci andavano, perché soldi non ce n’erano molti nemmeno allora. E non c’erano le macchine volanti, al tempo suo, e tutte quelle fregnacce che fanno vedere al cinema, che corrompono la gioventù, e, porca galera, illudono la canizie. C’erano solo gli aerostati. Belli, colorati, a strisce: avrebbe voluto salirci, se lo ricordava quello struggimento, quell’anelito. L’aveva risentito, ma come in ricordo, quella sera, come i poeti, che fanno sentire le verità del sentimento senza provarlo, e chi ascolta sente un po’ del sentimento e un po’ della freddezza di chi lo descrive. Ma adesso era diverso. C’era la pienezza augusta degli spazî, e la memoria delle antiche e dimenticate guerre, e il dolore che tuttavia è bello e nobile ricordare. E quel bambino, porca miseria, un giorno anche lui sarà un capitano grande e grosso, con tanto di trench di gomma nera e benda sull’occhio, e non è manco capace di legarsi il palloncino al polso. ma dove sta tua madre, bambino? Non ti vergogni ad aver dimenticato tutto così? Non piangi nemmeno, per la lontananza dai tuoi, dal tuo paese, dai tuoi compagni, dalla vita normale? Ma già, ci sono delle madri che guarda, capacissime di lasciarli andare: quelle donne, che tacciono sempre, che non dicono mai niente, e che vorrebbero qualcosa di meglio per il loro bambino. Egoiste! E li mandano in giro con le pezze sul sedere, che non sanno nemmeno legarsi al polso il palloncino.

Dalle viscere le sorse un ennesimo gemito. A caso, mi avevano scelto a caso: sarebbero stati contenti di prendere una nonnina, che li accompagnasse, farle vedere tutto, e magari servirsi di lei per tenere pulita la cabina di pilotaggio, o per fare una torta di mele una volta ogni tanto, o per chissà quale di tutte quelle cose che nei film non si vedono mai, ma sicuramente le fanno. E io ho rovinato tutto! Ho lasciato la finestra aperta, cretina anch’io, ma loro ormai non sono più lì. Se ne sono andati, per sempre. Ho perso la mia grande occasione. È finita. Ah che rabbia, si disse, piangendo, mentre un ultimo commento del basso ventre siglava una fine tanto ingloriosa; ah, che rabbia! E morì. 

[8 Ottobre 2001]