88. William T. Vollmann

2 Apr

Se ne parla, per chi (come me) avesse solo un’idea molto vaga del personaggio, o non lo conoscesse proprio, qui (ma è più completa la voce inglese). Ho potuto solo sbirciare il suo ultimo lavoro, un’opera uscita negli USA agl’inizj del 2004 col titolo Rising Up and Rising Down, 3300 pagg. distribuite in 7 voll. (come Il cane di Diogene di fr. Francesco Fulvio Frugoni), nel 2005 ridata alle stampe in una versione ridotta. La traduzione della versione ridotta è stata stampata e distribuita in Italia solo ora, marzo 2007, col titolo Come un’onda che sale e che scende, Mondadori “Strade Blu”, pp. 941, € 22,00. L’autore ha messo 23 anni a compilarlo, o comunque, si può dire, contiene tutto quello che ha esperito dal 1982 (quando partì, ventitreenne, per l’Afghanistan) in materia di morti ammazzati (il saggio sarebbe, nominalmente, sulla violenza; poi comincia con alcune pagine sulle catacombe di Parigi degne di monsieur Vidocq e una serie di considerazioni sulle autopsie degne del p. Bartoli [L’uomo al punto], e continua parlando di omicidio; quindi, tecnicamente, sarebbe un saggio letterario sull’omicidio, sul dare la morte, per determinati motivi o senza alcun motivo noto o precisabile). Sulla copertina si vede, sotto il titolo, una colomba stramazzata, e, sopra il titolo, una frase di Roberto Saviano: “Ogni volta che incontrerete qualsiasi forma di ferocia, penserete a questo libro”, testuale. Non la riporto perché è particolarmente bella &/aut suggestiva, ma semplicemente perché il grosso saggio letterario di Vollmann è, in versione monstre, un altro esemplare titolo del genere letterario a cui si ascrive anche Gomorra. E’ un romaggio, o un saggianzo, le cui prime 100 pagg. mi sono parse prolisse, effettistiche, inutili (prova, anche, ne sia che tra le cose che autore ed editors americani hanno ritenuto di poter tagliar via senza danno eccessivo, in primo luogo ci sono le note), zeppe di ovvietà e di notevole casino etico-ideologico — fatto salvo che senza pace i dì felici / vanno sùbito a cessar non c’è praticamente affermazione che non sembri zoppa, ma dovrei onestamente leggermi tutto il saggio (che è farraginoso, ma non è pesante) per passare in rassegna tutto quello che non va.

Ma rimane interessante testimonianza di un momento storico in cui il romanzo sembra non bastare più ai romanzieri, nemmeno il romanzo “ben documentato”: c’è come una smania di invadere, anche con armi tecnicamente e speculativamente inadeguate, i campi altrui, arrivando a tutto inglobare, anche a costo di snaturamento. Una smania che mi fa sospettare che la vera velleità degli odierni romanzieri (almeno quelli più avvertiti) sia quella di superare il soggettivismo stesso dell’opera letteraria intesa in senso proprio e “tradizionale”.

E’ possibile?

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