Archivio | aprile, 2007

117. Ho cambiato idea.

24 Apr

Io AMO la vita.

116. Abbasso il venticinque aprile.

24 Apr

DOMANI E’ UNA GIORNATA DI MERDA.

115. L’Hoggidì secondo Tommaso Stigliani.

24 Apr

[…]

Troppo è casuale la piega dell’opinion popolare e degli imperiti, e troppo è violenta ed indiscreta. S’assomiglia appunto al torrente che corre, il quale non tratta meglio gli scrigni pieni di gioie di quel che si faccia i zocchi fracidi, ma involve sottosopra in un fascio le cose preziose colle vili e communi. Questi sì fatti pericoli se fussero stati ben considerati da coloro a cui toccano, non sarebbe cresciuto in infinito il numero de’ versificatori italiani, come il veggiamo essere. Che per mia fé non è città d’Italia da cento anni in qua, non terra, non castello, non villa, non borgo, il quale non abbia i suoi poeti, che tutto il dì scrivono rime ed epopee e tragedie pastorali, e le stampano. Onde i libri son moltiplicati sì smisuratamente e sì fuor d’ogni termine, che solo a far catalogo de’ nomi non basterebbe un grossissimo tomo simile al Codice legale. E la fama de’ Lombardi non giunge in Toscana, e quella de’ Toscani non si stende al Tevere, né di molti accademici romani arriva la nuova a Napoli, il quale ancor egli tien relegata dentro al giro delle proprie muraglie la nominanza de’ suoi poetucoli vani.

E lo stesso ch’avviene in Regno alla città madre, avviene alle città figliuole, se pur non peggio. Taccio di Sicilia e di Sardigna e di Corsica, isole tutte attenenti alla nazion nostrale, e che nostralmente parlano ed iscrivono, dove i verseggianti sono tanto incogniti che, non che l’uno non conosca l’altro, ma appena ciascuno conosce sé medesimo. A tal che tutto lo scrivere poetico d’Italia altro non viene ad essere ch’uno ampio abisso d’oblivione, ed uno interminabile oceano di dimenticanza e di disprezzo. I quali inconvenienti hanno cagionato che ‘l mondo s’è talmente stufo, talmente sazio, e talmente svogliato, che né meno legge gli scrittori buoni e i valenti, con tutto che gli senta spesso lodar da chi ha giudicio, perché “stomaco turbato aborrisce il zucchero” e “cane scottato teme l’acqua fredda […]. Poiché quando uno va spontaneamente a cozzar col capo in una parete, non è la pietra che gli rompe la testa, ma è egli che si rompe la testa nella pietra.

Un tempo i lettori si contentarono d’una lettura non cattiva, poi volsero eccellenza, appresso desiderarono maraviglie, ed oggi cercano stupori; ma, dopo avergli trovati, gli hanno anco in fastidio, ed aspirano a trasecolamenti ed a strabiliazioni. Che dobbiamo noi fare in così schivo tempo ed in così delicata età e bizarra, il cui gusto si è tanto incallito e tanto ottuso che oramai non sente più nulla? …

Tommaso Stigliani, Lettera al Signor Rodrigo **** “Esorta l’amico a non pubblicare alcune rime, e discorre del Marinismo” [Di Matera, 4 marzo 1636]. Da: Giovan Battista Marino, Epistolario seguìto da lettere di altri scrittori del Seicento, vol. I, a cura di Angelo Borzelli e Fausto Nicolini. Laterza, Bari 1912. Pp. 341-347.

114. A quella schifa di lamanu’s art.

24 Apr

Allora, prima di tutto barbone a tua sorella e alla tua mammaccia, personacce che mi pregio di non conoscere, esattamente come non conosco te.
Ti rendo edotta che il tuo blog mi fa skifo, il tuo modo di scrivere mi dà il voltastomaco e la presenza di Amélie e del vecchio psicagogo polacco mi t’hanno fatta cadere dal libro in maniera irrecuperabile e definitiva — come dire: prima ti disprezzavo, adesso non solo mi disgusti, ma nutro anche del rancore nei tuoi confronti.
Tutto questo, diciamo, senza conoscerti, anche se non mi serve nemmeno chiudere gli occhj per visualizzarti, e posso dirti che se come blogger sei una slavina, come donna sei un classico cessone: tracagnotta, brufolosa, con le gambe a chiappa dell’olio e le tette ad altorilievo.
Prima di linkare chicchessia si chiede il permesso. Tu non me lo hai chiesto, e questo è grave; ma attenzione: anche se me lo avessi chiesto col cazzo che te lo avrei permesso.
Cancella sùbito il link, brutta cialtrona, o ti faccio cascare le orecchie.

112. Idea!

20 Apr

Il problema, come me lo sono posto, è mal posto, anzi malissimo. Non so dire esattamente, cioè per filo e per segno, il perché: ma non può essere che mal posto, per il semplice fatto che, così come me lo pongo, m’impedisce di scrivere.

Forse, allora, prima di cominciare a chiedermi che cos’è per me la scrittura, a che cosa mi serve, perché scrivere, farei bene a guardare la cosa sotto un altro aspetto.

Prima di scappare dalla casa in abbandono in cui stavo prima di finire in mezzo a una strada (e anche più di una), molto prima di tutto questo, avevo raccolto tutte le cose che avevo scritto, e che si trovavano inzeppate dentro le scrivanie (due stipetti per scrivania, per due scrivanie) e nei cassettoni sotto i letti (due cassettoni per letto, per due letti), e poi in altri angoli come le fessure tra i mobili e il muro, oppure appallottolate e arrotolate dietro le file dei libri sugli scaffali in anticamera, e persino dentro un archivio di metallo grigio, in una parte della casa che non mi apparteneva; e in un’altra parte della casa che non mi apparteneva, in un altro armadio, dentro cartellette e faldoni.

Avevo riscoperto un romanzo scritto su una serie di quadernetti a righe, che poi avevo appiccicato l’uno coll’altro, era una cosa piuttosto breve (cinque o sei quaderni, l’ultimo nemmeno finito, e poi scrivevo molto grande), risalente probabilmente all’ ’84/’85; tutti i miei sonetti, circa 3000, e alcuni versi del tutto liberi di quando non sapevo fare versi, risalenti alla terza media (’86, se non vado errato); racconti in cui parlavo della morte di vecchj, scritti su foglj di formato particolare, quadrati, con la rigatura da una parte sola, azzurri e avorio, avanzati dallo schedario, tutto a mano, della prima compilazione del Passerini-Tosi (ricordo che ci si scriveva con estrema scorrevolezza, erano quasi carta oleata, ma stancavano — quelli azzurri — lo sguardo, e alla fine del racconto più lungo su quei foglj azzurri, lasciati per ultimi, avevo il mal di testa).

Ricordo distintamente tre cose scritte durante la mia infanzia.

1. Una cosa probabilmente del 1983, scritta secondo il mio metodo (come mi sarei accorto dopo, cioè, cancellando tutte le espressioni figurate: volevo parole incontrovertibili come cose, e quando mi spinsi, poco dopo quel racconto, fino alle singole parole, non riuscii a capire che sono tutte metafore spente o semispente, e mi ridussi a non poter praticamente più scrivere, se non di sguincio, come dire?, obliquamente), raccontava con grande accuratezza e rigidità di un vecchio che ricorreva a un passaggio segreto nella sua casa. E’ sparito, e lo rimpiango.

2. Una lunga novella pseudostorica, che doveva chiamarsi Il gigante, ma come titolo non mi piaceva: consisteva in una visione apocalittica in cui il gigantesco simulacro di una donna, sarà stata una divinità femminile, camminava sopra tutte le principali città della penisola italica, a partire da Mezzogiorno, devastandole: il romanzo si concentrava su Roma prima, durante e dopo il passaggio della statua ciclopica. Non ho mai capìto che cosa cazzo intendessi significare, con questo, ma mi pareva un’idea assolutamente ardita, e anche per questo lo rimpiango — e se lo rimpiango, c’è il suo bel motivo, cioè che non ho più trovato nemmeno quello.

3. Il racconto Iride. Credo — ma attenzione: potrei sbagliarmi, quindi non sono da prendere del tutto sul serio — trattasse della triste storia di una madre e di una figlia. Lo rimpiango perché era una ruffianata senza precedenti, e infatti, dopo scritto, mi rimase abbastanza impresso da ricordarmi di darlo in giro da leggere ai grandi. Ricordo una conoscente di mia madre, molto commossa, che mi fissava con uno sguardo lucido, dall’intensità così omicida che ne ebbi un tuffo al cuore. I bambini hanno intùito: quella donna poteva darla a bere ai miei, e parere realmente commossa, ma io avevo capìto che in quello sguardo c’era solo un odio feroce. Rimpiango quel racconto perché è stata l’unica cosa che abbia scritto con la voglia di compiacere a qualcuno, probabilmente influenzato dagli scritti di qualche bambino malato incontrati sulla rubrica di Topolino o qualche rivista.

Raccolsi anche abbozzi e frantumi di poemi eroici, tra cui un Eliodoro poema a vanvera, di cui avevo scritto otto o nove cantari (49 ottave ciascuno), e lo schema, una cosa enorme — come tutti gli altri miei poemi heroici doveva contare 5000, 10.000, 100.000 ottave, 250.000, 500.000, 1.000.000 di versi. Poi altri componimenti, lirici, tra cui degli esperimenti di grosse stanze (da 50, 60, 100)  per poema, li avevo fatti direttamente al piccì, un vecchio scassone che stampava ad aghi, e mi piacevano.

Tutto questo l’ho raccolto e poi l’ho dovuto abbandonare. Quindi è perduto, tutto quanto.

Perduto il diario tenuto dal 1993 al 2004. Si divideva in Primo diario (1993-1999), interrotto ai primi mesi del 1999, durante i quali scrissi solo versi (tra cui segnalati alcuni componimenti in ottave); apriva il Diario degli anni di galera il diario successivo (post marzo 1999-luglio 1999), una sorta di parentesi, a cui seguiva il Diario del servizio civile (luglio 1999-maggio 2000), per continuare col Terzo diario, dal maggio 2000 al 2004. Tutto ciò, scritto su quaderni, quadernoni, blocchi con la spirale e foglj volanti, riempiva una portafoglj di tela blu, ma in modo tale che, così riempita, non poteva più chiudersi.

Foglj sparsi e non inventariati, per la gran parte progetti e schemi di cose mai scritte, riempivano sette grossi scatoloni. Non li ho più, tutto è perduto.

Lo rimpiango, cose più e men cattive, non tanto per quello che c’era — di fatto non ho concluso praticamente nulla, e ci mancherebbe: nelle condizioni in cui mi trovavo, a tutto avrei dovuto pensare, fuorché a scrivere (non che mi fosse proibito: era semplicemente illogico, e anche poco etico) — ma per quello che era servito a ‘tenere in caldo’ per tutto quel tempo. Ossia una serie di idee, molto grandi, molto irrealizzabili.

Di queste, l’idea principale era uno smisurato romanzo (smisurato, ripeto, negli auspicj) dal titolo Melisenda Cornaro, un nome che accozza, a quel che vedo, la bella tripolitana e la regina di Cipro in maniera scarsamente accettabile, ma che per me era sufficiente ad evocare mondi. Non era un’amica immaginaria: potevo incontrarla solo quando mi accingevo a scrivere, cioè su quelle pagine che avrei scritto se solo ne fossi stato in grado. Non è nemmeno un’idealizzazione infantile: in effetti cominciò ad accompagnarmi, come personaggio, sin dai primi anni, ma cresceva con me. Non era il mio alterego, perché in effetti tra i personaggj di contorno c’ero anch’io, un po’ diverso, ma ero sempre io. Era, diciamo, un personaggio.

Di esso romanzo inesistente scrissi delle parti che effettivamente non significavano alcunché; ma per la quale in anni recenti, nel momento forse più inopinato, riuscii a stendere una sorta di trama, che mi pareva altamente suggestiva e, trattandosi appunto di anni recenti, forse era. Il mio grosso problema era ed è sociale, ed è insolubile. Per un verso o per l’altro, il più grave motivo d’angoscia quando ero bambino era la fortissima discrasia coll’ambiente, tale per cui ricevevo risposte, dalle cose, dal tempo, dalle persone, non semplicemente al disotto delle mie legittime aspettative, ma soprattutto fuori quadro, errate. Come una freccia che fa sempre centro, ma sul bersaglio sbagliato. Me ne derivò una precocissima coscienza di essere caduto per caso nella vita sbagliata. Questa coscienza, che, fosse o no fondata, si è radicata in me ormai moltissimo tempo fa, diventando parte di me e impedendomi, ormai, di pensarla altrimenti, mi aveva portato a concepire un romanzo-serbatojo in cui potessi mettere, ordinandole e integrandole, tutte le fuggevoli, parziali, ma in totale abbastanza numerose tracce della mia vera vita, quella perduta, in modo da riuscire a viverla, sia pure vicariamente, per specula.

Non scrissi quasi nulla che avesse un respiro sufficiente da poter far parte integrante di un romanzo; raccolsi molti frantumi, molte descrizioni strampalate. Tutto questo era, e mi sembrava, in sé e per sé da buttar via in toto, ma mi serviva perché teneva, come già ho detto, ‘in caldo’ l’idea. Di fatto non sapevo che cosa potesse entrare nel romanzo, per converso mi era chiarissimo tutto quello che doveva esserne escluso. L’intuizione fondamentale c’era, e quel ciarpame, di per sé inservibile, gracile, brutto, era tuttavia sufficiente a permetterle di appoggiarsi da qualche parte. Quello che più mi galvanizzava, del gran progetto, erano ovviamente le sue maestose proporzioni: si sarebbe dovuto comporre di 7 periodi (di tempo, e c’era anche una corrispondenza con 7 zone del mondo), ciascuno scandito in 7 parti, ciascuna a sua volta distinta in 7 unità, ciascuna ripartita in 7 volumi divisi in 7 tomi di 7 libri di 7 capitoli ciascuno: 7 x 7 x 7 x 7 x 7 x 7 x 7 = 823.543 capitoli, ciascuno dei quali di 49 pagine: per un totale di 40.353.607 pagine. Contavo, se pure non potevo vivere come volevo, che una simile quantità di carta mi avrebbe distratto dai miei dolori. Se invece di comporre un romanzo avessi avuto l’uzzolo di — chessò — edificare una città, sarei stato un piccolo asperger perfetto: a quest’ora il plastico sarebbe cosa fatta, e io potrei girare per i villaggj, o lanciare in rete le ricostruzioni grafiche delle viuzze, i sotterranei, i palazzi dei congressi, gli omini in scala, le macchine volanti, gli spaccati delle abitazioni, &c. Purtroppo o per fortuna per me, la scrittura richiede un vigile abbandono, esperienza e una certa felicità, magari non molta ma abbastanza costante; sicché non ne nacque altro che un volume spropositato di calcoli, schemi, schizzi — secondo i quali, vivendo almeno 105 anni (la durata del progetto avrebbe parallelamente contribuito ad allungarmi la vita), ce l’avrei sicuramente fatta, posto che avessi seguìto un apposito programma di preparazione, che consisteva nel cominciare, magari dall’anno seguente (era sempre l’anno seguente), da 105 pagine, a cui aggiungerne 7 al giorno la prima settimana, 14 la seconda, 28 la terza, fino a stabilizzarmi, poniamo, su 546 pagine giornaliere, dopodiché, dall’anno seguente, avrei ricominciato ad aumentare il numero delle pagine; giunti al quarto o quinto anno mi sarei dovuto fare qualcosa come due o tremila pagine al giorno. Ovviamente, pretendevo di fare il grosso in tempi abbastanza rapidi, in modo da assicurarmi il prima possibile grande notorietà e stima nella repubblica letteraria, e in modo, anche, da ben figurare come autor giovane. Giocava peraltro a mio favore il fatto che l’opera dovesse essere distinta in più volumi; per dar fiato alle trombe della fama e farmi correre sulle stampe in ogni angolo dell’universo sarebbe bastato il primo volume. Poi i tempi si sarebbero potuti anche dilatare, magari per dare spazio pure ad altre opere, quasi altrettanto voluminose. La letteratura impone maturità, che piaccia o no: ripeto, si fosse trattato di rifare il Maracanà in scala naturale coi tappi della Cocacola o di impacchettare la Statua della Libertà sicuramente, perseverando, ce l’avrei fatta — o sarei morto nel tentativo, cosa che, conoscendomi, non è assolutamente improbabile. Trattandosi di un romanzo, non potei proprio niente. Di fatto, solo nei momenti di stanchezza ero disposto ad ammettere che le parole conseguono alle cose, e, se le precedono, questo avviene solo nella nostra testa: di fatto, nei momenti di maggior esaltazione, mi nutrivo della falsa consapevolezza che le parole fossero, o potessero essere matrici delle cose, e che un romanzo potesse costruire un mondo.

Ovviamente sono tutte cose verissime: le parole possono porre in esistenza le cose, ma devono farlo a tempo e modo; e, soprattutto, ci riescono solo quando ne è lasciata intatta l’indeterminabile ricchezza di armonici, la capacità evocativa, il capriccio connotativo. Io, invece, piallavo le parole per farne mattoni.

Adesso che tutto, ma proprio tutto è perduto, non ho — come suol dirsi — un’idea che una. Provo una mancanza terribile per quel progetto, mi sembra una stronzata non averci lavorato a fondo. Forse, se solo avessi avuto un po’ di pazienza, come ho risolto alcuni problemi inerenti alla lingua, al romanzo, avrei risolto anche gli altri. Mi sono mancati validi maestri, esempj — e poi non puoi dedicarti a grandi progetti quando il mondo ti forza ad essere una merdaccia. Non è solo una grande aspirazione frustrata, che quindi continua a tornare a ossessionarmi: il fatto è che quel romanzo chiedeva, prepotentemente, di non essere scritto, almeno non ancora.

Specifico: per venirmene, idee me ne vengono, solo che me ne vengono ad un milione o due per volta, e niun cervello umano potrebbe dar sesto alla confusione. Quello che mi occorre, quindi, non è un’altra idea, ma un’idea forte, che riesca, possibilmente, a tenere insieme tutte le altre.

E non la trovo, ovviamente. Forse, semplicemente, non c’è.

E, da ultimo, ero riuscito a creare una trama, uno schema che aveva parti incantevoli, ricordo, e un disegno molto ardito, molto suggestivo. Chiaramente tutto è perduto, e, se lo rimpiango, non pertanto vorrei che mi ricapitasse tra i piedi: non vorrei sentirmi tenuto, solo per questo, a rimettere daccapo tutto in discussione. Mi piacerebbe solo sapere se, di là da tutto quanto c’era di meccanicamente irrealizzabile, ci fosse qualcosa di giusto per me, in quel progetto assurdo. In fondo, è stata la prima e l’ultima volta in vita mia che ho cercato di correre ai ripari.

111. E’ tanto o poco?

20 Apr

Non capisco: quanto sono $11,855.34? Cioè, sono tanto o poco?

(Come fanno a calcolarlo?).

110. MERDA! (e che altro, sennò?)

20 Apr

Da quando ho scoperto di essere l’unico che quando chiede l’euro per chiudere l’armadietto deve lasciare giù la carta d’identità, la mia vita è ad un’impasse. Forse è perché ultimamente rileggo continuamente la Comedia, ma mi sono convinto che c’è qualcosa di fondamentalmente bacato nella letteratura italiana. Dante, per esempio, era un grand’uomo, e pertanto scriveva. Oggi come oggi scrivono tutt’al più quelli che non riescono a vivere.

E mi chiedo: fino a che punto lo scrittore è autorizzato a non vivere? Ossia, come uomo, come essere umano, può non-vivere finché gli pare e piace: nessuno gl’impedisce di coltivare, se lo vuole, nemmeno aspirazioni suicide, e di realizzare il suo sogno con una corda e una trave. Basta che si scelga un posto abbastanza riparato e non avrà nemmeno la noja di qualche rompicoglioni che voglia impedirglielo a tutti i costi. Può conservarsi nella più totale, accurata ignoranza dell’attualità, delle ultime tendenze della letteratura, della musica, della chimica e dell’ingegneria aeronautica. Può fottersene altamente di quello che fanno i Cinesi, i casigliani, perfino l’abituale compagno di talamo. Non gli è negato di camminare per la strada sempre guardando in basso, facendo finta di non sentire quando lo chiamano per farsi dare un’indicazione, o per chiedergli da accendere, o uno spicciolo, una sigaretta, un rene, il codice fiscale. Può dimenticare tutto quello che inavvertitamente gli venne fatto d’imparare; può trascurare qualunque dote positiva abbia per sua disgrazia sortito dalla natura. Può far finta anche di non esistere, rinunciare a nutrirsi, a bere, fino a diventare semitrasparente e trascorrendo le giornate e le nottate sdrajato su qualche panchina, o direttamente sul selciato. Può scomparire all’alba, come fanno i sogni.

Paolo Sarpi, ancora alle soglie della modernità, diceva che chi scrive lo fa perché non può agire. Se uno riesce ad agire, chiaramente, non scrive. Ma la scrittura vale l’azione? Inoltre lo scrittore può essere uno che non può agire mai, in nessun senso? O dev’essere uno che ha agito fino ad un certo punto e poi non ha più potuto, ed è allora che si è messo a scrivere? In quel caso dev’essere considerato uno scrittore solo a partire da quel momento? E in tal caso, dev’essere considerato, nel suo complesso, un mezzo scrittore? E uno scrittore intero è uno che non può mai agire, o che ha sempre scritto, da quando riesce a tenere la penna in mano?

Ho deciso, tre giorni fa, di farmi carne di porco di simili questioni — in fondo sono gli altri che fanno di te uno scrittore, e a ben guardare non c’è proprio di che essergli grati — e mi sono messo a scrivere, a nastro. Ho continuato fino a jeri (oggi non ho scritto un tubo per problemi tecnici), e devo dire che l’esperimento — quello di scrivere nastro, senza sapere bene da dove si viene, e men che meno dove si va — ha dato risultati interessanti, anche se non so quanto utili ai fini di un’Opera compiuta. Sostanzialmente finora ho riempito dieci pagine, fitte fitte, in cui il personaggio (a cui ho trovato un nome che non mi piace niente) si limita a intrattenere un serrato dialogo con la sua coscienza, vocata come Vostro Onore (e sarà sicuramente una cosa da cambiare, perché fa veramente pena), e si trascina lentamente verso un cespuglione di magnolia, all’interno del quale tenta di smaltire come può i postumi di una sbronza. Tutto qui. (Il personaggio mi assomiglia nel senso che abitudinariamente è astemio, ma in questo caso ha fatto un’eccezione).

Insomma, dieci pagine per descrivere uno che defeca all’interno di un cespuglio. Come dire, ancora merda. Praticamente non vedo altro. Non solo, ma anche i luoghi letterarj che mi tornano in mente (le unghie di Semiramide, una lettera della Palatine a Sua Dilezione, tout le monde chie, una paginetta della Vita del Cellini, e poi le fogne: i Misérables, chiaramente, ma anche Infinite Jest, e poi c’era anche il gran poema della fogna [Le sterquilinarie vi è ispirato?]  che Gombro voleva scrivere) sono relativi a quello. E’ un po’ che non ricordo i sogni, ma temo che anche quelli siano pieni di merda. Ne sono quasi sicuro perché la mattina mi sveglio tranquillo, se avessi sognato qualcosa di diverso sicuramente mi rimarrebbe l’inquietudine, come per qualcosa che non va.

Il dubbio, ora, è: risolto il problema dell’essere io o no uno scrittore (essere o non essere non cambia assolutamente nulla né in me né nella considerazione che ha il mondo di me), mi rimane questo, che è molto più concreto: dovrei frustrare questa mia vena copromane, passando a descrivere altre cose, magari quasi altrettanto disgustose, o dovrei decidermi ad assecondarla? Devo deviare questa fiumana puzzolente laddove, almeno per un po’, non possa raggiungere coi suoi miasmi le mie ancor troppo delicate nari, oppure mi ci devo buttare — sfogando questa mia voglia di merda, in modo (auspicabilmente, ma corro anche il rischio di affogare, mi sembra) da non pensarci più? Se un progetto letterario a lunga scadenza è come una città, forse è inevitabile partire dal basso, dagl’ipogei, dalle catacombe, dalle fogne, dai cimiterj sotterranei. Verranno mai i padiglioni svettanti, le torri, i grattacieli, i templi? Ma — soprattutto — sarò abbastanza pulito, poi, per permettermi di progettare mausolei ed accademie senza lasciare tracce marronastre sul foglio?

Se anche avverrà, sarà servito a qualcosa? Mi cambierà qualcosa? O devo fare qualcosa che mi cambj qualcosa, perché cambj qualcosa (o quasi tutto)? E se mi perdo? Se non ci riesco?

Non sopporto più le biblioteche. Mi irritano gli statali. Non fanno mai un cazzo, dalla mattina alla sera.

109. Borat.

19 Apr

Qualcuno ha visto Borat? Una sera, obbedendo a un impulso, sono entrato in un cinema davanti al quale passo spesso, e l’ho visto. Non che avessi voglia di vedere il film, che in sé mi dava l’idea di qualcosa di tirato per i capelli, mi andava solo di andare al cinema. Era l’ultima projezione, quindi sono giustificato se ne parlo con tanto ritardo. M’è venuto in mente perché, girando tra i blog ‘che stanno crescendo più in fretta’ qui su wordpress ho incontrato questa recensione, su un blog che si chiama fedalmor.

Le parole su cui mi sono concentrato (ma la recensione ne conta poche altre) sono queste:

Il rapporto con gli Ebrei, raccontato da chi Ebreo lo è (come il protagonista, Sacha Baron Cohen, di nazionalità inglese), scevro di quelle remore causate dalla “religione della Shoà” – imperante in Occidente – riesce a carpire quegli aspetti (portati certamente all’assurdo) che, salvo essere stati definitivamente relegati al privato di pochi nostalgici o, esaltati, in forme esecrabili, che hanno fatto di quello ebraico un popolo soggetto a continue diaspore e che oggi lo Stato d’Israele – con la sua arroganza nei confronti dei Palestinesi, legittimi proprietari di quelle terre – mostra a reti unificate con il plauso degli USA.

Il film ha un protagonista che, grosso modo, ha il còmpito di farci sorridere. Tra i due filoni classici, Baron-Cohen, nonostante molte grevità, si affilia decisamente a quello oraziano, non quello giovenaleo: la sua satira rinuncia in buona parte alle proprie possibilità di critica del reale quando, invece che salire, moralisticamente, dal basso, si esercita ‘dall’alto’ nei confronti di un oggetto, peraltro già visto attraverso una lente deformante, col quale non siamo affatto invitati, nemmeno nei momenti pseudo-patetici, ad empatizzare, ma che siamo anzi tenuti a considerare decisamente inferiore a noi. E’ stata osservata ad nauseam la chiave del successo dei comici “cretini”, per intenderci alla Stanlio e Ollio, il cui successo dipende in primo luogo dal loro porsi al disotto di qualunque spettatore, bambini e mentecatti compresi. Borat tira abbastanza verso questo tipo. Con la novità che il suo umorismo è anche leggermente increscioso; e che i materiali con cui costruisce l’evento comico sono tipici dell’altro tipo, quello giovenaleo. Borat è un pirla che si muove in un mondo di pirla. E’ stato definito, il suo film, satirico: e in parte giustamente, perché è vero, il suo è un umorismo acre e graffiante. Ma è totalmente falso, per converso, perché se è vero che alcunché è preso di mira, lo è in maniera assolutamente obliqua, en passant. Baron-Cohen non ce l’ha affatto né col Kazakistan né tantomeno con gli Ebrei, con gli USA o con chicchessia. Ha creato un personaggio: e i personaggj non hanno bisogno di alcuna giustificazione ulteriore ad esistere a parte la propria stessa esistenza.

Borat è certamente antisemita, come dev’essere norma in molti paesi dell’Est; tra le prime immagini del film si vede per esempio la corsa dell’Ebreo, due mascheroni ghignanti, l’uomo Ebreo e la donna Ebrea, che rincorrono una folla biancovestita. La donna Ebrea a un certo punto si ferma, e depone l’uovo: i bambini kazaki sono invitati a saltargli addosso e a romperlo prima che il pulcino Ebreo ne venga fuori. Tra i motivi del suo viaggio negli USA ci sarebbe anche la volontà di scoprire le magagne del paese più plutogiudaico al mondo, ma sono parole con le quali si giustifica durante le riprese per la TV kazaka, prima della partenza, e chi, come me, non sa né leggere né scrivere può solo immaginare che parole del genere fossero pronunciate da tutti i cittadini sovietici che andavano in viaggio di studio negli USA quando l’URSS esisteva ancora: sta di fatto che questo non sembra essere affatto l’interesse di Borat in USA, il cui rapporto con gli Ebrei si riduce ad una notte in parte passata in casa di un’anziana coppia (che ospita bed-and-breakfast), dalla quale è terrorizzato. La scena che segna la fuga di Borat e di suo cognato (? cognato? se ben ricordo) dalla casa è quella alla Woody Allen in cui due topi penetrano in camera da sotto la porta, e i due kazaki cominciano a buttar loro dei soldi, credendo che si tratti dei due vecchietti che si sono trasformati. (Non molto dissimilmente, in Manhattan Murder Mystery, quando la Keaton e Allen, ma non a mani vuote, tentano di sorprendere la vecchietta scomparsa in una pensionaccia — “Ma è morta!” “E’ morta? Prova a darle il regalo”). La vecchia, accogliendo i due, aveva loro fatto vedere la casa, e i quadri che ella stessa dipingeva, ritratti di Ebrei di varie estrazioni. E, no, nemmeno un’innocua maniaca: semplicemente un’Ebrea americana con un hobby da pensionata.

Tutto qui, per quanto riguarda gli Ebrei in Borat. Che ci si potesse leggere l’opera di un Ebreo “scevro di quelle remore causate dalla “religione della Shoà” – imperante in Occidente“, quasi che, per Ebrei e Gentili, avere rispetto delle disgrazie altrui fosse questione religiosa, e non solo, ma un’opera che “riesce a carpire quegli aspetti (portati certamente all’assurdo) che, salvo essere stati definitivamente relegati al privato di pochi nostalgici o, esaltati, in forme esecrabili, che hanno fatto di quello ebraico un popolo soggetto a continue diaspore e che oggi lo Stato d’Israele – con la sua arroganza nei confronti dei Palestinesi, legittimi proprietari di quelle terre – mostra a reti unificate con il plauso degli USA“; beh, questo è veramente un po’ troppo.

[Le ultime righe riportate sono assolutamente incomprensibili, ma ci sono due perché:

1. L’autore non vuol dire apertamente quello che pensa, ossia che gli Ebrei sono stati perseguitati a causa del loro senso di superiorità

2. Deve per forza tenersi sul vago, perché della fantomatica critica a quegli aspetti nel film non c’è nessuna traccia].

108. Il cursus honorum di Giulio Mozzi.

17 Apr

E poi dicono che gli scrittori veri si offendono se rimangono appiedati dai bloggeurs più scalcagnati. Loro (gli scrittori veri), col loro cursus honorum.

Ma dove minchia ha fatto le elementari, Giulio Mozzi?

Scrive te lo dò io, coll’accento sulla o!

107. E poi, parliamoci chiaro,

16 Apr

i francofoni sono tutti stronzi.

106. Dimenticavo.

14 Apr

Jeri l’ho linkato, a titolo dimostrativo (come a dire: per quanto possa sembrare incredibile esso esiste! dimenticando bellamente che per dubitare dell’esistenza di roba del genere uno, a roba del genere, la deve conoscere. Nel qual caso, ovviamente, è inutile il titolo dimostrativo. E non so se mi spiego), oggi (mancandomi ancora nove minuti e non sapendo come buttarli via — ho una mail a cui rispondere, ma devo farlo articolatamente, al momento non posso, non riesco — accanto a me c’è un adolescente con uno stranissimo odore dolciastro addosso, non riesco a capire da che parte gli esca  ma non mi piace) sono andato a dargli uno sguardo.

A voi che effetto fa (c’è qualcuno?)?

105. A me dispiace

14 Apr

che alcor abbia chiuso per un po’. Mi ha preso in contropiede, dapprima, anche se non ho dato gran peso (ma così, senza preavviso — bah). Poi sotto il suo arrivederci è apparso un commento che fa particolarmente tristezza.

104. E invece ci sono: seconde note (in ordine sparso).

13 Apr

A p. 7, sulla base dei dati Eurisko, gli autori del consuntivo, Giuseppe Cornacchia ed Angelo Rendo, manifestano ottimismo circa la creazione di siti letterarj di qualità. La cosa che a dir poco ammazza è che poco dopo indicano un sito a cui tale salto di qualità sarebbe riuscito in quell’orrida fogna della Holden; la quale, è pur vero, adesso è un ordinato, quasi anodino situccio di letteratura, bazzicato (come doveva essere sin dall’inizio) dalla fauna che nel cosiddetto real-mondo (sì, so che non evoca esattamente il suon dell’arpe angeliche; basti dire, se può bastare, che tale espressione non è farina del mio sacco) frequenta la vera Holden. All’epoca, ossia quando io cominciai a frequentarla, era un campo minato per metà occupato da Alessandro Cazzi/abraxas, poi mitnick e porcozio & piri piri con i suoi esperimenti di ingegneria sociale, e per l’altra metà da uno che si faceva chiamare cav. peppino siliberto, denait, nebbiachesale, palmadoro, e che adesso si chiama palmasco e tiene un blog (che poi è quello linkato). Va bene che c’era anche Gino Tasca, decisamente il migliore; ma la fuffa prevaleva di gran lunga. E poi liti, sberleffi, insulti, minacce sanguinose, cose orribili dette o mandate a dire alla madre, alla sorella, al cugino in terza; archivj con dati personali lasciati aperti alla discrezion de’ cani. L’ambiente ideale, per me, che avevo (povero ragazzo anch’io) tanta aggressività da sfogare, e non mi sono mai tirato indietro.

Mai.

*****************

A p. 8 scopro che il poeta Maurizio Cucchi il 18 luglio del 2001 ha dichiarato che “la poesia è un’avventura altissima, e che l’uomo non può farne a meno, se vuole continuare a sperare di essere civile e se non vuole iniziare un cammino di Darwin alla rovescia”. A parte che non ho mai sentito definire l’evoluzione come “cammino di Darwin”, ma non sono per nulla d’accordo! Quanto a me, per esempio, da quando ho ricominciato a far versi il grande cammino dell’uomo (‘somma — mezzo uomo, diciamo) verso la scimmia non solo è cominciato, ma è addirittura quasi compiuto! Io quando poeto mi trasformo, manca poco che ululi alla luna! (Cosa che in ogni caso comincerò a fare presto, lo sento).

***************

Sempre a p. 8 si dice: “Il risultato sarebbe stato, si pensava, un’opera comune nella quale -diluiti i singoli impulsi- sarebbe confluita la vis creativa generazionale (e non)“; ciò che per la verità sa un po’ di unanimismo. Nulla di male, intendiamoci; anche se, per esempio, sono d’accordo con la Benedetti quando nota che le opere letterarie a più mani hanno qualcosa di poco etico. Qui non si tratta di opera a più mani, ma sì del superamento di quei “singoli impulsi” che invece sono il materiale più prezioso con cui si deve costruire, da soli, l’opera letteraria. Farigoule, in effetti (e lui se ne intendeva), diceva che nel gruppo i singoli impulsi sono lasciati da banda, ma aggiungeva che parallelamente ciascuno tende ad accostumarsi al livello più basso rappresentato all’interno del gruppo. Anche quanto all’ispirazione, suppongo. Dev’essere per questo che i romanzi dei Wu Ming sono così nojosi; e che le antologie dei giovani povèti taliani sono così tutte monocordi, uguali, sciape.

**************

Molto lodevole, a p. 11, l’esortazione implicita a projettare qualunque velleità letteraria sul più vasto piano della produzione internazionale. Molto onestamente si dice che gl’italiani, come scrittori, non esportano quasi nulla — nulla di troppo rilevante, a parte i classici e Umberto Eco.

*********

Come esplicitato nel modo meno controvertibile possibile, owners e collaboratori sono tutti laureati. Mi corre l’obbligo di dire che mi sento un pirla tra cotanto senno.

*********

Incredibile a dirsi, sempre a p. 13 si viene a sapere che una delle cose apparentemente più difficili da riscontrarsi, ossia quanti siano i poeti occasionali in Italia, è nota: “si calcola che quattro milioni siano gli italiani che almeno una volta nella vita hanno scritto una poesia; la metà continua e ne fa un “hobby” più o meno continuativo, cercando aggregazione a livello non ufficiale, fuori dai circuiti editoriali (…)“. Non so come ci siano arrivati, ma le cifre dànno sempre sicurezza.

*****************

Non per fare il poeta a tutti i costi, ma devo confessare che leggere (pp. 14 sgg.) parole come fidelizzazione, know-how, prodotto, concorrenza, turbolenza tecnologica, approvvigionamento, marketing, commercializzazione, factory artistica, pacchetto e.commerce, starting-up e via di questo passo mi ha fatto un poco raggrinzire i coglioni (si può dire “raggrinzire“, su un blog?).

Ma mi hanno linkato.

Che cosa faccio?

Mi metto a piangere sùbito o aspetto domani?

103. Il consuntivo di nabanassar (prime note — anche se non posso essere sicurissimo che ci saranno anche le seconde)

13 Apr

Non so se càpita anche ad altri, ma a me sì: la serie degli anni 2000 &c. mi fa leggermente perdere di vista l’entità, per meglio e più chiaramente dire il senso della quantità di tempo intercorsa dall’inizio della serie ad oggi; o da un anno compreso nella prima metà della serie ad oggi. A me, per esempio, di primo acchito leggere una cosa del 2003 fa un’impressione piuttosto particolare — molto semplicemente, mi sembra di leggere una cosa appena scritta, di stamani. E invece no: sono passati già quattro anni. Dipende dall’argomento, ovviamente. Per certi argomenti, legati al maggioritario àmbito dell’effimero, leggere una cosa del 2003 impone una prospettiva almeno storica. Me ne sono accorto leggendo il consuntivo, in pdf, di nabanassar.

Non è già più il tempo che Berta filava, insomma; basta farsi un pajo di conti. Per esempio, il blog (p. 6) è un fenomeno di massa a partire dal 2002: sono già cinque anni. Il boom della letteratura in rete ha coinciso con l’entusiasmo per le nuove tecnologie (p. 5), vale a dire il biennio 2000-2001: sono già sei o sette anni.

Ma già nel 2003 ci si poneva questo problema (dovuto al fatto che autori affermati erano magari meno letti di sorpampurio.splinder.com che metteva le foto del suo piloro, o di donnaoggetto.leonardo.it che aveva piazzato la webcam nel cesso di su’ nonna):

il fenomeno BLOG costituisce un punto di non ritorno, frequente oggetto di polemica nelle comunità di “Autori Autorizzati” (tra cui la più seguita: http://www.nazioneindiana.com , fondata dagli scrittori “impegnati” Antonio Moresco e Tiziano Scarpa ed essa stessa organizzata in blog): è morta l’autorialità? Non c’è più alcun cursus honorum da perseguire? I numeri di alcuni blog tenuti da illustri sconosciuti parlano chiaro: i contatti vantati e il numero di commenti registrati alle loro elucubrazioni superano di gran lunga quelli registrati dagli Autori. Si tratta ovviamente di una polemica sterile, essendo differenti gli scopi stessi di esistenza tra “scrittori per diletto” e “scrittori autoriali”, ma si fa strada tra questi ultimi una sottile insicurezza sulla necessità di “penetrare qualche decisivo segreto del mondo attraverso una semplice manipolazione simbolica” (da un intervento del poeta Andrea Inglese al convegno “Scritture / Realtà”, Milano, novembre 2000) quale è la letteratura e, al suo grado più alto, la poesia.

 

Arrivato a questo punto mi chiedo: questo è ancora attuale? Di secondi consuntivi nabanassar non ne ha fatti, né di terzi o quarti (ammenoché siano nascosti in qualche angolo ancora per me irraggiunto); questo, del 2003, sembra assumere quindi il peso di qualcosa di definitivo. Capisco bene il problema; capisco che lo scrittore affermato rimanga un po’ male di fronte al successo di qualche scribacchino. Quello che capisco meno è la preoccupazione dello scrittore di definire il proprio ruolo in Rete in relazione a mr. Currente Calamo. 

Lo scribacchino è un semplice, magari volgarissimo diarista, o uno che pretende di essere uno scrittore? Nel caso in cui sia un diarista (del tipo grottesco, e anche abbastanza detestabile, di cui ho recato due finti esempj sopra), quella specie di impudico effettismo può costituire un problema per lo scrittore che sia veramente tale (scrittore, cioè)? E, soprattutto, che cosa s’intende per il cursus honorum di uno scrittore? Studj o estenuanti anticamere? Ordinato trascorrere dalla base al vertice di una gerarchia dei generi e delle retoriche o anzianità? Il fatto di aver pubblicato, con più o meno successo, più di uno, due, cinque, dieci libri?

Ci sono anche, bisogna anche ricordarlo, blog agghiaccianti, nojosissimi, che diventano iperfrequentati non appena si sparge la voce che il tenutario ha pubblicato, o che sta per pubblicare; o quando l’indirizzo del blog è apparso sul blurbo di una pubblicazione. Il fatto di aver pubblicato costituisce effettivamente un richiamo: la carta stampata ha ancora un porfìdeo prestigio. E’ più che altro chi ha pubblicato che si risente per ragioni misteriose di cose così naturali: gente che prima scorrazzava per blog e fora ammollando le dichiarazioni più feroci, sghignazzando di fronte alle controffensive più gagliarde, giunto alla pubblicazione assume un atteggiamento per me poco spiegabile. Insomma, non voglio offendere nessuno, almeno per il momento, ma la cosa stravagante, ben più della confusione presente in Rete, che è poi normale conseguenza di un regime compiutamente anarchico, è vedere Pierino improvvisamente nei panni del Petrarca a Venezia.

Comunque sia, il problema sembra essere solo loro.

Ma non farebbero meglio a buttare la laurea alle ortiche?

102. Dissonanze.

13 Apr

A proposito della scarsa convenienza di interessarsi ai libri altrui quando si tratta di scriverne uno in proprio (cosa che faceva, ma soprattutto riferitamente ai contemporanei, notare alcor), proprio all’ora di pranzo ho parlato, fuori dalla biblioteca, con un signore inglese, di gran lunga la persona più colta da me incontrata per dormitorj — devo anche precisare, dato che non ci vuol molto ad essere comparativamente colti rispetto all’ambientino, che trattasi di persona realmente informata e intelligente. Gli ho detto che starei tentando di scrivere qualcosa, relativamente alla ‘condizione’ barbonesca. Dell’idea, ma in forma molto più virtuale, ricordo che avevamo parlato ancora molto tempo fa, quando entrambi ci trovavamo a via Carrera; e ricordo anche che la prospettiva gli pareva piuttosto ridicola. Non sapevo come mai, in particolare: vuoi perché l’argomento in sé gli sembrava di scarso momento, vuoi perché l’argomento in sé gli sembrava un falso argomento.

Mi pare di aver capìto che è per via della seconda che ho detto, a quel che è venuto fuori parlandogliene. E, guarda il caso, mi ha consigliato tre letture, ovviamente rigorosamente anglofone:

Jack London, Il popolo degli abissi

George Orwell, Senza un soldo a Parigi e a Londra;

John Steinbeck, Cannery Row.

Tutti titoli notissimi, che ho sentito; tutti libri che, con mia vergogna, non ho letto. Dovrebbe trattarsi di quei romanzi realistico-avventurosi in cui lo scrittore angloamericano, mandarino social-meraviglioso, si mostra un virtuoso dell’arrampicata e della discesa sociale. Tutto questo quando le classi sociali esistevano ancora — laddove, ovviamente, sono esistite. Oggi, in effetti, si assiste a un fenomeno in un certo senso opposto — qualcosa di cui nessuno ha ancora scritto, come mi ha fatto notare: il fatto che le classi sociali non sono più quelle di una volta: adesso la condizione dell’uomo nella società assomiglierebbe — l’immagine è mia, spero di non tradire il pensiero mentre cerco di illustrarlo — ad una specie di ascensore; che, a dispetto del nome, non serve solo a salire, ma talora ti fa anche scendere. I cambiamenti di condizione sono infinitamente più rapidi e casuali. L’odierna souplesse, l’hoggidiana desinvoltura consisterebbe nella capacità di rapido adattamento alle più disparate circostanze, dal regolamento di conti sul retro alla cena della duchessa, dalla prima della Scala alla rapina in posta, &c. Posto che non stia avvenendo quello che già un po’ sospetto, cioè che di tutto questo si stia facendo una specie d’indiscriminato impasto.

Ma anche questo tipo di sollecitazione esterna (sono sicuramente molti altri, anche se magari non così significativi, o così belli, i romanzi che hanno trattato di queste cose — forse Algren ha scritto qualcosa di eventualmente accostabile? Ne La mia vita di Reich-Ranicki ho colto l’accenno, ricordo, ad un racconto di Gorki sui dormitori, sive asili notturni) è a suo modo utile. Io per esempio, con questo ricordo di narratori sociali, mi sono reso pienamente conto che quello che scriverò avrà, anche dove sia perfettamente reale, la stessa aderenza al reale di una foletta infantile, e non sarà assolutamente nulla di socialmente impegnato, o utile. M’impedirebbe di nutrire qualunque velleità in questo senso la mancanza di una forma mentis adatta (sono stato sempre troppo preoccupato a farmi sopraffare dai miei problemi personali perché possa permettermi d’ardere di sacro sdegno per le ingiustizie di classe), e qualunque cultura specifica.

Ma continuo a pensare che avere un’idea (necessariamente parziale, necessariamente tendenziosa) dell’immenso calderone in cui andrà a cadere ogni eventuale venturo “libro” sia abbastanza salutare.

Sbaglierò, sicuramente.

101. Curiosità.

13 Apr

Qualcuno vorrebbe essere così carino da andare qui: http://194.242.61.188, e vedere di che si tratta? Dovrebbe esserci un link al presente blog, ma non posso vedere di che si tratta perché lo SmartFilter qui della Nazionale dice che è un malicious site.

Grazie…

100. Niente da dire.

12 Apr

Non mi funziona hotmail, volevo inviare lettere disperate ai quattro angoli del globo (perché disperate? mi escono meglio, tutto qui), e soprattutto vedere se qualcuno mi scriveva qualcosa. Purtroppo msn dev’essere tutta down, per cui non posso. Non posso comunicare privatamente a nessuno che anche oggi non ho trovato lavoro (ho avuto il terzo colloquio terzo con la capa del personale del MicaMale, che mi ha detto per la terza volta terza che hanno bisogno di qualcuno di più giovane, bello e chiomato, e con la scusa che uno vecchio, brutto e spelato gli costa troppo mi ha detto che forse ci sarà qualcosa più avanti. Nel frattempo, a titolo di consolazione, mi ha donato un telefonino con la batteria scoppiata. Ho un principio di commozione.

Avrei voluto, oh, avrei voluto avere qualcosa di fondamentale da dire ma non ce l’ho. Scopro, tra l’altro, di essere stato linkato da un sito che si chiama nabanassar, che è a cura di due scrittori/informatici e si occupa di poesia in rete; ai due dotti webmasters si deve anche questo consuntivo, che è l’unica cosa a cui abbia avuto modo di dare uno sguardo. Mi sembra abbastanza incomprensibile, e pertanto m’induce ad essere grato, lusingato per l’inserimento tra i link del presente, merdoso blog. Non ho ancora avuto tempo di leggere granché del sito, che c’è da parecchio e che contiene molto materiale.

99. L’anfiosso è vivo (e combatte con noi).

11 Apr

Con questa sapida paginetta si dimostra come l’anfiosso, animale politico, dato per morto grazie ai perversi attentati del famigerato sig. Dühring, fu difeso nientemeno che da Friedrich Engels (1878).

Anche il mondo inorganico e un sistema di movimenti che si compiono automaticamente; ma solo laddove comincia la specifica articolazione in organi e l’intervento della circolazione delle sostanze attraverso particolari canali partendo da un punto interno e secondo uno schema germinale trasmissibile ad un essere più piccolo, solo allora si può cominciare a parlare di vita propriamente detta in un senso più stretto e più rigoroso.

Questa asserzione è, nel senso più stretto e più rigoroso, un sistema di movimenti automatici (qualunque cosa possano essere questi), di insulsaggini, anche a prescindere dalla grammatica disperatamente confusa. Se la vita comincia solo con l’inizio dell’articolazione propriamente detta, dobbiamo dichiarare morto tutto il regno haeckeliano dei protisti e forse molte altre cose ancora, a seconda del modo in cui viene concepito il concetto di articolazione. Se la vita comincia solo laddove questa articolazione è trasmissibile mediante uno schema germinale più piccolo, tutti gli organismi, almeno sino agli organismi unicellulari, e questi inclusi, non sono viventi. Se l’intervento della circolazione delle sostanze attraverso particolari canali è il contrassegno della vita, dobbiamo cancellare dalla serie degli esseri viventi, oltre a quelli di cui si è detto, anche tutta la classe superiore dei celenterati, eccettuate se mai le meduse, quindi tutti i polipi e gli altri fitozoi. Ma se poi si pone come contrassegno essenziale della vita la circolazione delle sostanze attraverso particolari canali partendo da un punto interno, dobbiamo dichiarare senza vita tutti quegli animali che non hanno cuore oppure hanno più cuori. Vi appartengono, oltre a quelli che abbiamo menzionato precedentemente, anche tutti i vermi, le stelle marine e i rotiferi (annuloida e annulosa, nella classificazione di Huxley), una parte dei crostacei (granchi) e finalmente anche un vertebrato, l’anfiosso (amphioxus). (…)”.

Friedrich Engels, Antidühring. La scienza sovvertita dal signor Dühring. Trad. sulla III ed. tedesca (1894) degli Edd. Riuniti. Pref. di Arrigo Cervetto. Edizioni Lotta Comunista, Milano febb. 2003, p. 99.

98. Ho fatto l’americano?

10 Apr

alcor e tashtego sono giustamente perplessi di fronte al mio coniglio pasquale. In effetti qui in Italia le uova ci sono, ma sono frutto di deposizione misteriosa: non si sa dal pertugio di chissà quale animale (l’agnello, tanto per cominciare, non credo) escano. Gli Americani invece lo sanno (unitamente agli Europeo-settentrionali): è il coniglio pasquale, per l’appunto. Il perché la deposizione delle uova di Pasqua sia affidata proprio ad un coniglio qualcuno ritiene di poter spiegare. Ma suppongo che una volta accettata l’idea di un coniglio oviparo qualunque spiegazione possa risultare plausibile.

A differenza della notte di Allouìn, che qualche addentellato con le solite tradizioni pagane nostrali effettivamente ce l’ha, e a differenza di San Valentino, il cui valore di Lutto Universale di Coloro che Non Tromberanno Mai (e si vendicano distribuendo veleni in scatola) giustamente travolge tutte le frontiere, quella del Coniglio Pasquale è una falsa tradizione che da noi fatica non poco ad attecchire. Suppongo che molti, con un po’ applicazione, potrebbero trovare risposte abbastanza convincenti a questo mancato innesto: vuoi il mancato rapporto col sostrato mitico-superstizioso precristiano locale; vuoi il fatto che, anche senza scendere a spiegare per filo e per segno da quale orifizio precisamente discendano, le uova di Pasqua si vendono lo stesso; vuoi altre ingegnose e intelligenti ragioni, alle quali io tuttavia sarò sempre restio a credere. Di fatto, l’idea di un coniglio rosa che defeca uova di ciocciolata è semplicemente rivoltante, tutto qui. Non voglio spingermi a dire che solo un Americano può mostrare attaccamento a una leggenda tanto vomitevole, ma sicuramente ci si deve essere abituati sin da bambini, e da generazioni e generazioni. 

Quanto al perché io personalmente me ne sia uscito tanto disinvoltamente con un segnacolo demologico così estraneo alle patrie tradizioni può dipendere da molti fattori: come una striscia di Peanuts rimastami inopinatamente nel sangue, o la frase di un romanzo di Bellairs rimastami nella memoria, o qualunque altra cosa più o meno U., S. & A. possa avermi raggiunto visivamente o acusticamente nei primissimi dei miei 133 anni. Non ne ho la più pallida idea. L’unica cosa che ricordi è che sapevo già del coniglio pasquale quando chiesi lumi a mia madre, che in effetti mi spiegò che gli Americani per tradizione attribuiscono le uova pasquali al coniglio pasquale. Era Pasqua, e mia madre mi aveva effettivamente fatto trovare alcune delle tipiche uova; e ricordo che insistetti: “Queste uova le avrebbe fatte il coniglio di Pasqua?”. “Be'”, rispose mia madre dopo averci pensato un po’, “è sempre più sensato che attribuirne la deposizione a me”.

Non posso dire che l’avrei preferito, ma il Coniglio Pasquale non fa un po’ schifo anche a voi, a pensarci bene?

97. E va bene…

7 Apr

Buona pasqua (come mi scrive azu, “se per voi ha un senso”).

[Per me la Pasqua non ha senso, essenzialmente perché il coniglio pasquale mi fa ribrezzo, e secondariamente perché odio la cioccolata].

96. Slurp.

7 Apr

Ho poco tempo, quindi sono andato a vedere di volo alcuni dei post più quotati su wordpress. Uno è questo qui. L’autore del blog, e del post, ritiene il suo pubblico eterosessuale (?) in grado di rispondere alla domanda: è più bello il corpo del maschio o quello della femmina? Ricordo di aver letto una barzelletta (di quelle che pagavano 10.000 lire, all’epoca), su una Settimistica Enigmana di tanti anni fa, in cui un marito e una moglie litigavano; stravaganti marito e moglie, poiché il marito sosteneva che fossero più belli gli uomini, mentre la moglie sosteneva che fossero più belle le donne. Alla fine il marito cedeva, “E va bene”, diceva, “sono più belle le donne”. “Naturalmente!”, sbottava la moglie, come a dire: e ci mancherebbe altro che no! E il marito rispondeva: “No: artificialmente“. Seguivano i tre puntini di sospensione di prammatica.

Non so come mai mi è rimasta impressa questa immondizia di tanto tempo fa. Anzi, sì, lo so: perché è del tutto assurdo farne una questione oggettiva, credo. Non è tanto la questione del non è bello ciò che è bello, &c., quanto proprio il fatto che senza attrazione specifica non ci può essere nessuna percezione della bellezza. Ognuno, chiaramente, distingue un uomo proporzionato e ben fatto da un Tersite scrignuto, gobbo e collotorto. Ma riconoscere la bellezza non è come apprezzarla, non so se mi spiego. E’ totalmente velleitario pensare di farne una questione oggettiva. Se se ne facesse una questione oggettiva, alla lunga nessun corpo umano, maschile femminile del terzo sesso, sarebbe più né bello né brutto.

95. Vittoria Aganoor Pompilj.

4 Apr

Un po’ di poesia.

Il cognome parrà un po’ strano perché discendeva da famiglia armena stabilitasi in Europa nel 1815. Padovana, nasce nello stesso anno del Pascoli (il 1855, precisamente il 26 maggio) e muore due anni prima di lui, nella notte tra il 7 e l’8 maggio 1910.

Ammiratissima dai contemporanei, oggi non è sicuramente più letta come una volta. Anzi, probabile non sia letta più da nessuno. Ebbe maestro Enrico Nencioni. Fu molto ammirata dallo Zanella, che le dedicò versi (casti).

Col Pascoli ha in comune qualcosa, anche se non ho ancora capìto che cosa. La incontrai per la prima volta su una vecchissima antologia poetica. Si distingue per l’incredibile, franca sincerità e lo straordinario magistero tecnico. Altre poesie testimoniano della sua grande inquietudine ritmica, e della sua abilità di musicista del verso.

Riporto i seguenti versi suoi solo perché sono gli ultimi che ho letto:

LA SUGGESTIONE DEL VELENO.

 

Una goccia, una sola

Goccia; orsù, dunque! E tutte le vigliacche

Minacce de’ tuoi perfidi fratelli,

I ritegni codardi delle fiacche

Anime, che il superno gaudio, il pane

Quotidiano dell’eternità

Anelan di ghermire, e le tue nausee

Fiere pei loro torbidi ed imbelli

Pentimenti, e le loro miserabili

Fughe, e la loro ipocrita pietà.

Tutto verrà d’un tratto inabissato.

Perché non bevi, se l’oggi e il passato,

Che sul tuo core premon così grevi,

E del dubbio il tormento,

E il tedio, tarlo infaticato e lento,

Cenere diverran con te, se bevi?

 

Con le tue membra inerti, cadran  giù

Con te, per te, nel buio e nel silenzio

Eterno, tutte le maligne, insane,

Barbare leggi umane;

Le folli ire, gl’ignobili appetiti,

Le gioie avare e brevi;

E la regina Morte, la proterva

Sovrana formidabile, tua serva

Diventerà, se bevi!

94. Le sterquilinarie parte III.

4 Apr

Oggi è una giornata uggiosissima, piovosa (stamane pioveva robustamente), e quindi adatta all’argomento, che io trovo terribile. Proprio jersera, mentre l’amico giaceva talmente ubriaco (lui, che al minimo rumore normalmente balza in piedi a molla, brandendo la spranga ed estenuando la polvere dei corridoj in lunghe perlustrazioni paranoidi) da non sentirmi nemmeno entrare, mi è apparsa, nel bujo, davanti a me, questa domanda: “Che cosa cazzo sto facendo?” — c’era proprio cazzo, in mezzo, era una domanda molto arrabbiata. Non era né stanca né amareggiata, era solo furibonda. Pieno di rimprovero verso me stesso e il mondo sono andato a fare quella grossa in qualche angolo riparato (il mio preferito è quello in fondo al corridojo, a destra appena uscito dalla stanza). Poco prima di rendermi conto che era del tutto inutile accosciarmi, perché comunque non mi scappava (probabilmente era stata la stanchezza, combinata ad un nuovo desiderio di pulizia, a farmi confondere il rassettaggio con una liberazione dai pesi superflui e dalle tossine), mentre stavo a meditare con lo sguardo fisso nell’oscurità davanti a me, mi sono visto attraversare la strada da una specie di mostro. Una zoccola di fogna, sive pantegana, lunga una dozzina, forse una quindicina di centimetri. Uno di quei bestj di cui si è soliti dire: Era lunga come un gatto. Magari facendo segno con le mani, come Fantozzi di ritorno da pesca. Sta di fatto che lì nel padiglione i gatti, quelli veri, ci sono: o meglio, ci vengono quando hanno fame, perché un’organizzatissima gattara, evidentemente d’accordo con la sorveglianza, ha preparato apposta per tutti loro un sontuoso stanzone con cuccette, cassette, cibarie. Se ne vedono pochi, mai più di uno per volta. Hanno l’aria diffidente ma assai ben pasciuta — l’aria dei gatti che evitano i giochi pericolosi. Sul genere di quelli con le pantegane da quindici centimetri, giocattoli adatti quantomeno ai puma, alle linci, non a degl’inoffensivissimi soriani.

Lo spazio dentro quel padiglione è così morto, a prescindere dalle visite, comunque occasionali, dei gatti, che la visione di una zoccola, e così bella grossa, ha suscitato in me sentimenti contrastanti: da una parte sembrava a suo agio, in effetti. Le ho sibilato: Brutta bestia!, ma come si fa con un cagnolino bizzoso, e non è parsa spaventarsi, affatto. Dall’altra, forse era di passaggio — non posso sapere se quel tratto di padiglione fosse la migliore scorciatoja tra i due tombini favoriti. Ma è la terza forma di vita che vedo lì dentro, a parte due esseri umani abbastanza scassati e tre o quattro gatti in tutto. Ripeto, il padiglione ha proprio l’aria che si merita: un luogo nato per essere infelice, mal reimpiegato, morto, stramorto e bruciato. Una zoccola non fa primavera, chiaramente, ma se anch’io fossi stato di passaggio avrei potuto rallegrarmi della presenza di una zoccola. Se non avessi conosciuto il posto avrei potuto dirmi: ecco, questo posto è disabitato, a parte le zoccole. E’ la Casa delle Zoccole, come ci sono case per gli uomini. A qualcosa serve. Invece non vederci mai del movimento, a parte la vecchia che viene a portare troppo cibo (che marcisce nelle ciotole) e troppa sabbia (che rimane intatta) per i gatti, a parte i gatti guardinghi che si schifano, si direbbe, di passare lì dentro, a parte noi due intrusi e fuorilegge, lì dentro non c’è nulla. Ogni tanto il vento sbatte le porte, ma la polvere che s’abbatuffola negli angoli è inamovibile, non si solleva né in pulviscolo né in fiocchi. Una gromma invisa persino ai batteri demolitori impasta i pavimenti, appiccicando qualunque rifiuto, che nessuna ventata riesce a smuovere. Sembra che lì dentro, veramente, nessun animale, nemmeno quelli detti inferiori, né alcuno zoofito, virus, batterio, possa trovare alcunché da fare. Non c’è nulla da prendere, nulla da mangiare, nulla da marcire. Sulle pareti livide la muffa rifiuta di crescere.

E anche la merda è fossile. Ci sono svariate stanze (a parte quelle impiegate già prima del mio arrivo come ritirate) in cui mezza generazione di tossici ha fatto le sue incursioni e le sue notti brave. Ormai non ci vengono più nemmeno loro, perché a parte l’angolino ben chiuso (almeno finché qualcuno non viene a forzare) che occupiamo noi, l’odore di cimitero è onnipervasivo, col bujo si corre solo il rischio d’inciampare in qualcosa di scheggioso o di potenzialmente ferente. In fondo a sinistra, per esempio, c’è un maestoso cumulo di straccj vecchj, ormai indistinguibili dai covoni di polvere, dalla carta già zuppa di giornali e riviste, in mezzo a cui sono infilate centinaja e centinaja di siringhe. Forse migliaja. Il pavimento di due o tre stanze contigue è disseminato, come tappezzato di siringhe, di involucri di siringhe, di fialette spezzate, di frantumi di vetro.

E, ovviamente, c’è tanta cacca. Perché, chiaramente, dopo che chiusero il padiglione e che staccarono la corrente e il riscaldamento, interruppero anche l’erogazione dell’acqua. Dunque i ruderi di numerosi cessi per handicappati che campeggiano nelle ritirate ormai prive di porte sono inutilizzabili da anni.

E’ normale per i tossici avere degli scompensi, a livello gastrico-digestivo-intestinale. I più giovani, mi spiegava un veterano, hanno il vizio di mettere troppa acqua nella soluzione. Quell’acqua finisce regolarmente sui reni. Non sono pochi i tossici venticinque-trentenni che, ancora peraltro lontani dall’overdose, fanno tre-quattro dialisi settimanali. La droga è responsabile di un notevole invecchiamento della popolazione — come dice anche un anatomopatologo della morgue visitata da Vollmann in Come un’onda che sale e che scende. E’ tipico dei vecchj non riuscire a montare sui cessi. Credo in buonafede che, a furia di drogarsi, certi tossici abbiano gl’intestini tutti arravugliati a nodi Savoja, tutti sparsi di trabocchetti, mine e strane escrescenze. Lo sterco, per uscire, deve fare evoluzioni incredibili. Se si giuocassero le fetenziadi intestinali, il vincitore sarebbe indubbiamente lo stronzo di un tossicomane.

Per esempio stamane, mentre accompagnavo l’amico a vedere se si riusciva a ritrovare lo zaino che s’è fatto fottere jeri pomeriggio, o almeno qualcosa del contenuto, ho trovato dei mirabili stronzi a pigna che avrebbero fatto la gioja dello Haeckel.

Scommetto che se perseverassi, e mi trattenessi ancora cinque o sei mesi, o mi aggirassi per altri padiglioni abbandonati, troverei molte altre forme: stronzi a conocchia, stronzi romboidali, stronzi a infiorescenza, stronzi cubici. Se avessi una macchina digitale, o uno di quei telefonini che fanno le foto, potrei share tutto ciò with you, e farvi passare serate edificanti & istruttive. Chissà, magari a qualcuno piacerebbe davvero. Ma a me intristisce parecchio. Non mi chiedo come mai nessuno abbia mai pensato di andare a fertilizzare i pini secolari del parco, preferendo trattenersi lì, al chiuso e al puzzo. Mi chiedo che ci faccio io, lì dentro, se non posso nemmeno rimuovere la merda fossile che c’è per tema che il posto diventi troppo attraente per altre orde di virtuosi dello stronzo formato.

Mi sa che non ho intenzione di trattenermi ancora per molto.

93. Correndo con le forbici in mano.

3 Apr

Mentre aspettavo di riconnettermi (dato che oggi sono proprio senza fondo, ma posso solo aspettare che sia una semplice crisi) ho dato uno sguardo all’insopportabile Duellanti — rivista di cinema e reticoli [?!], che contiene normalissime recensioni a normalissimi film, ma scritte con uno stile terrificante (normalmente il recensore intellettuale mette in relazione, un po’ marinisticamente, le parole del titolo, con tutte le fasi salienti della trama, sicché in questo caso le “forbici” del titolo servivano anche metaforicamente a “recidere” qualcosa che nemmeno più ricordo — ma si trattava di una suggestione dovuta a qualcosa di visto nel film, mentre le forbici ci sono già nel titolo del romanzo).

Il quale romanzo io l’ho letto, si tratta una “autografia” (tra le scritture così denominate, almeno, la casa editrice Alet l’ha inserito) di Augusten Burroughs, distribuito da maggio 2004 (quindi non una novità, ne lessi per la prima volta su un Pulp in cui il recensore dava della vicenda, chiaramente non tutta riassunta, solo gli aspetti più francamente urtanti, in maniera così fosca e allarmistica [o almeno così mi parve] da respingere, mentre il libro ha una certa leggerezza — anzi, la leggerezza, direi in recensorese, è la cifra, in realtà, di tutta quanta la vicenda); traduzione dall’americano di Giovanna Scocchera, pp. 304.

E’ un romanzo autobiografico: tutto quello che vi è narrato, cioè, può essere perfettamente vero come totalmente falso — e come al solito non è né l’una né l’altra cosa. Il romanzo (perché, autobiografico o no, sempre di romanzo si tratta) è scorrevole, leggibile, anche godibile, ma stranamente irrisolto.

Si racconta del piccolo Augusten, il quale vive abbastanza infelicemente con la madre psicopatica e poetessa e con il padre, un insegnante di matematica maniaco depressivo e potenziale omicida — almeno così sembra alla madre, che tira la corda finché quello (il marito, cioè) sta per accontentarla. Ne consegue che la madre poetessa decide di affidare il piccolo Augusten, che, oltre ad essere omosessuale, nel corso di tutto il libro aspira a fondare una sua casa di prodotti cosmetico-tricologici, al proprio analista. Il quale è un antipsichiatrico sfegatato, contrario a tutte le pastoje della convivenza borghese, e vive in una casa piuttosto cadente con la moglie gobba e le figlie. Si aggiunge al gruppo anche un figlio adottivo da tempo lontano da casa, Seymour, trentatré anni. Si tratta di un personaggio importante perché tra lui e l’adolescente (tredicenne) Augusten scatta la scintilla; soprattutto è Seymour ad essere innamorato, ma Augusten è a sua volta coinvolto. I rapporti sessuali tra i due sono descritti senza troppo indugiare ma con assoluta franchezza. La vicenda della non-formazione di Augusten si sussegue, tra occasionali sfuriate (a scopo terapeutico: il dottore le chiama “buttar fuori l’aggressività”) tra gli abitanti della casa ed esperienze più o meno normali; in parallelo ci sono le vicende della madre poetessa, che tra un reading e l’altro, essendosi scoperta lesbica, si prende sempre nuove amanti (fino a un tot di quattro, fin dove arriva la mia memoria) e si concede accessi di follia durante uno dei quali si ferisce malamente con una boccia di sali da bagno mentre è nella vasca — è salvata dalla tempestività di Augusten. La vita nella casa del dottore continua finché questo non rimane sul lastrico per motivi fiscali: la famiglia si disperde, Seymour è già sparito. C’è anche un epilogo, nel quale Burroughs dice che fine hanno fatto tutti quanti; in ogni caso “Augusten” non li ha più rivisti. Si tratta di vicende che è un po’ inutile riassumere, hanno senso solo nel quadro di una narrazione autobiografica, e comunque i “fatti” in sé e per sé non renderebbero il tono del libro.

Sul risvolto di copertina Burroughs, che su Correndo con le forbici in mano compare in effigie solo disegnata, mentre sul retro del seguente Cunnilingusville appare in fotografia, ed è proprio la fotografia di un uomo piuttosto maltrattato dall’esistenza, narra un poco di sé — del “vero” sé, cioè, dando l’idea di una persona comunque scombinata, che ha cambiato un sacco di lavori nauseanti, che non vive secondo direttive precise, che deve imbottirsi di certi farmaci quando vuole ubriacarsi, &c. &c.

Io una teoria riguardo al vero e al falso, e alle relative proporzioni, presenti nel libro non l’ho formulata, e credo che non lo farò nemmeno nel futuro. Non è questo l’importante. Il libro non è male (il film non l’ho visto, e non può che essere un edulcoramento, quindi non lo vedrò mai), ed è secondo me abbastanza istruttivo circa la funzione dello stile nel rendere l’esatta intenzione dell’autore. Esiste una scuola critica (che non merita nemmeno di essere chiamata tale), che temo sia tipicamente italico-terzomondista, che tende a leggere i segni e non lo stile: a mano a mano che leggono (il critico di Pulp è certo uno di questi) accantonano tutti i “fatti”, quasi fossero scindibili dalla luce in cui l’autore ha voluto mostrarli, dopodiché sottopone abbastanza proditoriamente al lettore della sola recensione un cumulo di schifezze quando — poniamo — l’autore aveva fatto un giardino.

Se c’è, però, un caso in cui questo critico sordo, e sostanzialmente sprovveduto, può essere almeno per metà giustificato per l’errore commesso, è proprio il caso di questo libro: da cui non è facile trarre un’idea sufficientemente chiara e precisa dell’atteggiamento che l’autore ha deciso di avere nei confronti del suo passato. Dal punto di vista, di fatto, latamente “morale”, l’autore non ha fatto praticamente nessuno degli sforzi che gli si poteva chiedere — e che sempre si dovrebbero chiedere al narratore-autobiografo: cioè quello di risolvere i proprj conti col passato. Sicché continua ad ondeggiare tra un atteggiamento di rancore appena appena avvertibile, nei confronti della madre, del padre, del fratello, del dottore, dell’amante, e un atteggiamento un po’ teatrale, giusto camp di mera esibizione furbetta di tutte le proprie apparenti deformità, di tutti i proprj scheletri nell’armadio. Lo stile, invece, che dovrebbe essere sempre la spia dell’inquadramento morale, rimane uniforme, coerente — cioè spigliato, brillante, non indugiato.

Si staglia, tra tutti i personaggj, la figura della madre. Nei suoi confronti irrisolto rancore e resistentissimo amore trapelano, senza armonizzare in alcun modo — ma nemmeno si tratta di una contraddizione feconda. E’ una cicatrice, o fors’anche una piaga aperta. Ma il testo è tutto una cicatrice, a ben guardare.

Quanto sarebbe stato meglio se Burroughs avesse raccontato tutto con la chiara coscienza che la sua era la migliore delle vite possibili; se se ne fosse vantato!

Per quanto riguarda la madre, è un personaggio in cui mi sono identificato moltissimo: 33 anni, strafallita, poetessa. Intitola una sua poesia Ho sognato la cifra 7 in oro. Mi sembra bellissimo. Nell’epilogo Burroughs dice che attualmente è stata colpita da ictus, è paralitica, e che lui non l’ha più rivista. Mentre leggevo, ho fatto, dove potevo, delle correzioni in senso etico: soprattutto le parti della madre. Penso che Sigourney Weaver, magari con un po’ di cerone in più (ma non sembra classe ’49, la Weaver, secondo me anche nature andava benissimo), sarebbe stata più che perfetta.

Perché non mi piacciono i libri in cui papà e mammà sono messi alla berlina per compiacere un pubblico di borghesuccj imbecilli e sotto sotto violenti e perversi peggio che i peggio scherzi di natura. E questa letteratura, e questo libro almeno per un ideale 50 %, serve a questo tipo di dubbia e stolta spettacolarizzazione. La mia famiglia non era scombinata, quindi non saprei che dire; ma se mi dovessi inventare tutto, e magari fingermi scombinato in un romanzo autobiografico, non tradirei nessuno, non avrei rancore per nessuno. Sarei grato a una madre come la poetessa, per non essere uguale (lei, e in conseguenza io) a qualunque betonica ciana, intercambiabile con un numero imprecisabile di ciarpe.

92. Chi diventa famoso chiude i commenti.

3 Apr

Noto che quelli che pubblicano un libro, normalmente quel libro che vale come due libri in uno (il primo e l’ultimo), tende a sviluppare una certa tendenza a considerarsi molto umile. Non so quanto sia sano. Nel senso che, probabilmente (almeno così m’immagino io), appena hanno fatto gemere i torchj e volano in sulle stampe, incontrino i più prosperi successi o mandino le proli del loro ingegno a scopar la polvere nelle librarie, cominciano a pensare: Nonostante io abbia pubblicato un libro, l’unica cosa che m’interessa è aver raggiunto tanti interlocutori, che da adesso in poi potranno entrare in contatto con me, e scrivermi, e parlarmi un po’ di tutto. Poi temono che tutti costoro comincjno a parlare col neo-autore con eccesso di deferenza. In fondo essere pubblicati è una condizione appetita da molti. Dunque è invidiabile. Dunque è verosimile che l’autore sia invidiato. Di questo l’autore dei due-libri-in-uno molto si dispiace.

Non vuole essere sovrastimato. Vuole essere ascoltato, e prendersi i suoi bravi calcinculo, quando e se sia il caso.

La tragedia comincia quando verifica e sperimenta che è davvero così. Nessuno lo tratta con deferenza. Semplicemente molte più persone hanno letto, e finalmente conoscono, qualcosa di abbastanza articolato e rivelatore sul suo conto. Ne consegue che è conosciuto da molte più persone di quelle che lui stesso può mai aspirare a conoscere (e la sola idea gli dà, finalmente, la nausea). Non solo, ma molte di queste persone l’hanno scambiato per una macchina da opinioni, da racconti, da spiritosaggini ingegnose, da poesie, da. E non deve proprio virtuosamente desiderare di essere preso a tavolettate sulle orecchie tutte le volte che è al disotto dei proprj standard, perché è esattamente quello che fanno tutti quelli che passano. Che non sono solo dei rompicoglioni — ma sanno anche, per filo e per segno, il fatto loro e il fatto tuo, neo-autore.

Tutto questo, credo, rappresenta il dilemma del neo-autore che tiene un blog. Mi piacerebbe che qualche neo-autore mi facesse sapere se è proprio questo il problema. Ma li giustificherò e li comprenderò se non vorranno dirmi niente.

Ne ricordo anche altri, ma mi riferisco nella fattispecie a due, che più d’altri sono presenti, cioè pulsatilla, per far sapere alla quale (horresco referens) che ho riso a gola spiegata leggendo i capitoletti “Lingua” e “Gastronomia” (foggiane entrambe) dal suo libretto edito da Castelvecchi ho dovuto ricorrere alla casella di posta elettronica; e a tashtego, su un pajo dei cui ultimi pezzi avrei voluto dire la mia, posto ne valesse la pena (ma ci sono periodi, come questo, in cui proprio non la tengo).

E se lanciassi un nuovo (un altro!) argomento di discussione (tanto, chi mi risponde?) circa La figura sociale dello scrittore. Come dev’essere lo scrittore nei rapporti interpersonali (di Rete e no, ovviamente)?

91. Documentarsi e scrivere.

3 Apr

 Abbiamo appena sfiorato la questione del romanzo, siamo saltati (per mia colpa), di volo, in fretta e in furia, alla questione dello scrivere tout court. In fondo, il romanzo è il genere totale, quindi il genere dei generi. Se si parla di uno qualunque dei generi letterarj esistenti, ecco ci si riferisce, in minima parte, anche al romanzo.

Premetto che non mi piace il De Sanctis — specifico: non lo odio, lo trovo solo più benintenzionato che acuto, e in generale farraginoso e confuso. Ancora meno amo il Manzoni, di cui posso giusto percepire, molto nebulosamente, l’importanza. Però incontro oggi, quasi per caso (mentre cercavo alcune pagine sulla scuola del Puoti, che fu anche una proto-scuola di scrittura creativa — chiunque abbia letto La giovinezza, che è un libro molto bello, ricorderà che il vecchio marchese faceva esercitare i giovanetti a scrivere novelle, possibilmente non in stile romantico), due righe secondo me utili da conoscere e meditare, tratte da Manzoni e il romanticismo. Si tratta del capitolo che tratta de Gl'”Inni sacri” e l'”Adelchi”, vale a dire la parte di gran lunga peggiore dell’opera del Manzoni. Leggere quello che ha da dire il De Sanctis in proposito non ha molto senso, specialmente di fronte a quello che ha dimostrato, in serrate acuminose splendide analisi, nelle sue capitali Lezioni, che purtroppo non godono attualmente di nessunissimo prestigio; concordo col Settembrini quando mi dimostra che gl’Inni sacri sono una fabbrica di zeppe e contorsioni sintattiche e occasionali insensatezze (con quella “pregnante annosa” che sembra una incinta da molti anni, &c.); e che la tesi retrostante l’Adelchi, che è al centro dell’analisi, anche, del De Sanctis, è ripugnante anche più di quella monacofila dei Promessi sposi (con quei versi che quasi nessuno intende: “Te della rea progenie / Degli oppressor discesa, / Cui fu prodezza il numero, / Cui fu ragion l’offesa, / E dritto il sangue, e glori / Il non aver pietà, / Te collocò la provida / Sventura in fra gli oppressi: / Muori compianta e placida; / Scendi a dormir con essi: / Alle incolpate ceneri / Nessuno insulterà”, parlare di cui il solito  Settembrini disse che non è parlare da cristiano, e nemmeno da uomo); e so da me che l’Adelchi è una tragedia di manichini, monocorde, grigiastra e tutto sommato brutta.

Ma il tema era appunto quello della documentazione come preliminare alla composizione. Viene spontaneo pensare che (come Dante, in fondo, non si scosta un millimetro da Tommaso, o da Agostino, ma li “traduce” in immagini) lo scrittore, facendosi forte del senno altrui, riceva criticamente, ma obbedientemente, quello che altri, figuratamente, gli dà in consegna, e ci lavori sopra come sa — inventando, appunto, ma sempre sulla base di un fondamento di verità assodata — che è, poi, semplicemente, lo stato dell’arte: se un domani la scienza capovolgerà le attuali conclusioni, questo dipenderà sempre dai dotti, dagli scienziati, dagli spiecialisti, e non dai poeti, non dai romanzieri. Sembra un atteggiamento passabilmente professionale; oltreché socialmente utile, perché è in linea col delectando et monendo e anche con l’imparare divertendosi, e altri modi insegnativi di usare la letteratura e l’invenzione.

Ecco, se c’è un motivo per cui il Manzoni, secondo me, è un nome, ancora adesso e ancora a questo proposito, da fare, dipende dalla stolta presunzione con cui pensò di trascendere il Tasso in poesia (non ho mai capìto perché proprio il Tasso, e in fondo non importa, ma sia lui che il Porta erano convintissimi che ci fosse riuscito) — non perché ci riuscisse, o perché fosse in sé un’aspirazione nobile, ma perché almeno se la prese con un toro dalle grosse e pericolose corna, e non con — chessò — Alessandro Guidi o Benedetto Menzini; in secondo luogo per il suo modo di ‘documentarsi’, anch’esso improntato alla più sfoggiata presunzione:

Manzoni si gitta negli studi storici, comincia a legger cronache e trova la questione longobarda. Con che tendenze la esamina? Mette in un fascio Machiavelli, Muratori, Romagnosi, gli storici francesi e italiani del tempo (aveva letto Troya, non Savigny), fa la controparte dei loro risultati, giunge a conchiusioni contrarie. Dimostra che i Longobardi, stranieri, erano rimasti stranieri, avevano concultata la gente conquistata, usurpate le terre del papa, il quale aveva diritto di chiamare Carlo non contro gl’Italiani, ma contro gli stranieri.

Ed ammettendo che i Longobardi avessero fatta l’unità d’Italia, non èlecito, per salvare le generazioni a venire, condannare le genti romane a subire le violenze dei Longobardi. Vedete i quale altro ordine di tendenze trovasi il Manzoni negli studi storici. Gittato in mezzo a quelle idee, leggendo cronache, confutando Muratori con critica che si fa perdonare per la bontà, per la moderazione e per lo spirito, gli sorge l’idea di cavare da tutto questo una tragedia storica. Ecco l’origine dell’Adelchi.

“Cento libri per mille anni”: Francesco De Sanctis. Scelta e introduzione di Carlo Muscetta. Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato, Roma 1995, p. 739.

90. Fantascienza.

3 Apr

Un racconto-nonsense, ma di fantascienza, pubblicato pur mo dal marinajo mi ha fatto tornare in mente un’analoga trojata da me scritta e sbattuta in rete ormai tanto, tanto tempo fa, che è questa:

IL DISCO D’ARGENTO  

La vecchia signorina Andreini, che aveva appena compiuto sessantanove anni, quando si alzava, di notte, per fare la pipì, non accendeva mai la luce; a chi le avesse chiesto perché (posto che l’avesse mai saputo), avrebbe risposto che era per non disturbare la luce delle stelle, che tanto le piaceva guardare attraverso la finestra davanti alla quale passava per andare in bagno.

Una notte, però, mentre andava in bagno (le capitava molto spesso di doversi alzare durante la notte), non sentendo uno stimolo tanto forte, pensò di fermarsi davanti alla finestra, e di guardare la campagna che si stendeva sotto i suoi occhî dormire alla luce tenue e tranquilla di una grande luna. La notte era straordinariamente limpida, e si vedevano tutte le stelle della Via Lattea.

Rimase per un attimo a guardare il cielo; poi, proprio mentre pensava di rincamminarsi verso il bagno, qualcosa colpì la sua attenzione. In mezzo alle stelle palpitanti, una la colpì particolarmente. Prima di tutto perché si muoveva, come si vedeva dal suo cambiare posizione in mezzo alle altre. E poi perché il suo colore era diverso da quello di tutte le altre. Infatti, le stelle erano d’oro, del loro colore consueto; questa era d’argento, come si vedeva dal suo freddo baluginare; anche perché leggermente oscurata dal paragone con le altre stelle, la stella d’argento non s’era subito fatta notare. Ma quando, muovendosi per gli spazî silenziosi, s’era via via ingrandita, mostrando di volgere verso la Terra, la signora Andreini aveva pensato che si trattasse di una cometa, o di una stella di un tipo completamente nuovo: rimpianse, a questo proposito, di non aver fatto lunghi ed approfonditi studî di astronomia, grazie ai quali oggi, finalmente, avrebbe avuto qualche soddisfazione in più, se non economica almeno in termini di compagnie piacevoli (i professori, soprattutto quelli anziani, sono tanto distinti!), e avrebbe potuto pubblicare le sue scoperte su qualche rivista specializzata.

Intelligente era sempre stata, e non sarebbe certamente stata la prima vecchia a cui davano il Nobel. Rimase, dunque, in osservazione, spiando con gli occhietti miopi il cielo stellato, seguendo faticosamente la traiettoria della stella fredda, e alzando leggermente gli occhiali sul naso, mettendo a fuoco la vista attraverso la parte inferiore delle lenti, attraverso cui si vedeva più limpidamente. In mancanza di un telescopio, non poteva ambire a niente di più efficiente. La cosa seccante è che si era alzata per fare pipì; grandi ed emozionanti esperienze, in taluni casi, possono far dimenticare le più basse funzioni umane, quando si verificano; ma questo è più possibile ad un corpo giovane o relativamente giovane, che è pieno d’energie e che le può consumare anche per contenersi; mentre un corpo sessantanovenne non è così agguerrito, e già da qualche annetto, anche nei casi più fortunati, ha imparato ad urlare le sue esigenze invece che a sussurrarle come nei giovani; e, soprattutto, gli stimoli hanno ottima memoria e scarso rispetto per la curiosità scientifica.

La signorina Andreini strinse spasmodicamente le ginocchia, pregando ardentemente che lo stimolo non aumentasse oltremodo: era troppo importante che vedesse dove la stella stava andando a finire. Perché non s’era mai comprata una bella telecamera portatile? E come facevo, si chiese poi, come a rispondere ad una domanda implicante un’accusa, con seicentomila lire di assegno sociale? Tralasciò la questione e continuò a seguire la traiettoria della stella d’argento, che si avvicinava, e diventava sempre più grande e meno palpitante per la distanza. La signorina Andreini, vedendo quanto la stella, e quanto velocemente, stesse avvicinandosi alla Terra, formulò mentalmente alcune ipotesi, che via via scartò, o perché troppo prosaiche, o perché troppo sceme: può essere una meteora, che s’incendierà a contatto dell’atmosfera, e cadrà come una bomba sulla mia umile casa? Può essere una cometa ardente, che compie il suo giro, talmente largo da non essere mai stata vista negli ultimi quattromila anni? Può essere un UFO (oggetto non identificato)? Pensosa, la signorina Andreini, annodando le gambe a torciglione per non avere brutte sorprese in un momento così importante, si chiese che razza di acronimo fosse UFO per Oggetto Non Identificato. ONI non andava bene? O era Uggetto Fon Odentificato? Valli a capire, questi intellettuali, si disse con dispetto. Insomma, la signorina Andreini, poveretta, rimase per più di mezz’ora davanti alla finestra, seguendo il percorso della stella d’argento. Bè, non ci si crederà, ma quella stella era proprio un UFO, o qualcosa di corrispondente; e bisogna anche aggiungere che la signorina Andreini seguì l’intera traiettoria dell’oggetto fino alla fine, cosa che le fu possibile per via del fatto che l’oggetto stesso ad altro non puntava che ad approdare all’ampio spiazzo erboso antistante la sua casa. Nonostante la vescica le urlasse, era valsa la pena di aspettare.

Era un disco d’argento, tutto illuminato, grande; per vederlo tutto da un capo all’altro, la signorina Andreini, le mani tremanti, fu costretta ad aprire la finestra, e a sporgersi. Il fresco della notte, colpendole il viso, le fece quasi perdere ritenzione, ma resistette, tutta contratta. Si aperse un grande e avveniristico portellone, sollevandosi con un suono di sofisticato congegno ronzante. Quindi, dall’apertura uscì uno strano equipaggio. C’erano due alieni che sembravano ombre della sera, ma bianchi, e coi grandissimi occhî neri; e c’erano strani lucertoloni dai lunghi denti che sembravano di metallo; c’era un equipaggio squinternato, fatto da una donna atletica e affascinante, una ragazzina, un bambino con un lecca-lecca e un palloncino attaccato al polso, e un capitano con la benda sull’occhio, proprio un bell’uomo.

La signorina Andreini si sentiva male per l’eccitazione e per lo stimolo, che, maledetto, non voleva andare via. Cercò, senza troppo allargare le gambe, di trarre a sé con un piede un vaso di fiori, pensando che un equipaggio così internazionale, anche se avesse visto o intuito quello che stava facendo, non si sarebbe troppo scandalizzato per una vecchia che orina in un vaso di begonie. Ma il capitano, con una bella voce di basso, in quel momento le parlò, facendole un discorso elevato e commovente. Nelle sue parole c’era di più che la seduzione di un’ opportunità: c’era tutta l’idea del futuro, che tornava ad avere un senso per lei. Lasciò perdere il vaso, e ascoltò.Il capitano, che bel signore, le disse, con un accento da doppiatore di film, che contava di portarla con sé negli spazî siderei, dove finalmente avrebbe visto cose che nessun uomo può nemmeno sperare di immaginare. Lassù, disse, guardando in alto come se solo lui (come doveva essere, in effetti, vero) potesse sapere che cosa realmente intendesse, sono state fatte scoperte straordinarie, e in più sanno come ringiovanirti; lassù c’erano avventure incredibili da fare e conquiste straordinarie da conseguire. Venisse con loro, la signorina Andreini, e sarebbe finalmente vissuta come in uno di quei film che seguiva in televisione con un occhio aperto e uno chiuso nelle notti d’insonnia. Com’era affascinante, il capitano!, notò la signorina Andreini, nonostante una penosa fitta al basso ventre. E com’erano curiose, quelle strane creature, pur così minacciose! Avrebbe imparato a farsele amiche, e sarebbe assomigliata a quella bella donna atletica e brillante, e avrebbe destato ammirazione in una ragazzina sognatrice, come quella che c’era lì. E quel bambino, uno dei tanti rapiti dalle nostre campagne, sicuramente, dagli alieni perversi, o curiosi della nostra forma di vita, o prezzolati dal governo e dall’Effebiài per operazioni che, note al mondo, dimostrerebbero che la guerra fredda non è ancora finita, lo avrebbe restituito ai genitori, o gli avrebbe dimostrato che è meglio vivere liberi e avventurosi in mezzo agli spazî remoti, in guerra contro oscure confederazioni, sempre in viaggio tra passato, presente e futuro. A questo punto, però, nonostante la seducente visione le riempisse la fantasia delle più ventose e incantevoli immagini, la signorina Andreini non poté non sentire che le fitte al basso ventre, sempre più frequenti, ormai erano una fitta sola, fortissima, veramente insopportabile. E che lo stimolo, frustrato per più di un’ora, trasformatosi in tempestosa replezione, stava cercando vie di sfogo alternative: qualcosa doveva pur uscire, insomma.  Fino a quel momento, la signorina Andreini si era sentita addosso quella vaga ebrietà che ti dànno certi provini di pellicole che ti fanno balenare davanti decine di immagini turbinose e mirabolanti, e soprattutto quando sei al cinema ti fanno immaginare una vita diversa, e più bella. Invece, quando era successo, il bambino, che dopotutto non aveva legato il palloncino al polso, ma lo teneva in mano, lasciò andare, stupefatto, la cordicella, e il palloncino si perse in alto. La ragazzina (ah, gli adolescenti) dopo un attimo di stupore, rise con tutta la crudeltà inconscia degli innocenti. Il capitano, la cui aria annoiata le era sfuggita, mentre parlava, aveva un’espressione indefinibile dipinta sulla faccia; il vento agitava appena la falda pesante del suo trench prolisso, fatto di qualcosa di simile alla gomma. Era proprio un capitano vero, ed era proprio un bell’uomo. Non s’era nemmeno accorta di quanto fosse dubbioso lo sguardo della donna atletica e interessante, dal volto volitivo ed angoloso, finora. Adesso, però, il volto della donna non esprimeva più nessun dubbio: esprimeva solo una certezza.

Dunque, non era un provino cinematografico: esisteva veramente una vita più bella, più vera e avventurosa. Aveva visto bene che il palloncino del bambino era fuggito in alto. Forse si erano fermati apposta da qualche parte. C’era una fiera, in una località lì vicino. Ripensò ai tanti bambini scomparsi, che adesso, invece di essere morti o coinvolti in qualche sordido traffico, sono felici navigando tra le stelle.Gli alieni la guardavano immobili, senza capire.

Arrivo, — disse solo la signorina Andreini, umiliata, rossa in viso. — Un attimo solo.

Per non sembrare sgarbata, lasciò persino la finestra aperta. Scema, si diceva. Scema, scema, scema. Piangeva già, prima ancora di sedersi sull’asse. E anche il bambino, porca galera, non poteva legarselo al polso, quel palloncino? Con lei facevano sempre così, quando andavano in fiera, i suoi, quelle poche volte che ci andavano, perché soldi non ce n’erano molti nemmeno allora. E non c’erano le macchine volanti, al tempo suo, e tutte quelle fregnacce che fanno vedere al cinema, che corrompono la gioventù, e, porca galera, illudono la canizie. C’erano solo gli aerostati. Belli, colorati, a strisce: avrebbe voluto salirci, se lo ricordava quello struggimento, quell’anelito. L’aveva risentito, ma come in ricordo, quella sera, come i poeti, che fanno sentire le verità del sentimento senza provarlo, e chi ascolta sente un po’ del sentimento e un po’ della freddezza di chi lo descrive. Ma adesso era diverso. C’era la pienezza augusta degli spazî, e la memoria delle antiche e dimenticate guerre, e il dolore che tuttavia è bello e nobile ricordare. E quel bambino, porca miseria, un giorno anche lui sarà un capitano grande e grosso, con tanto di trench di gomma nera e benda sull’occhio, e non è manco capace di legarsi il palloncino al polso. ma dove sta tua madre, bambino? Non ti vergogni ad aver dimenticato tutto così? Non piangi nemmeno, per la lontananza dai tuoi, dal tuo paese, dai tuoi compagni, dalla vita normale? Ma già, ci sono delle madri che guarda, capacissime di lasciarli andare: quelle donne, che tacciono sempre, che non dicono mai niente, e che vorrebbero qualcosa di meglio per il loro bambino. Egoiste! E li mandano in giro con le pezze sul sedere, che non sanno nemmeno legarsi al polso il palloncino.

Dalle viscere le sorse un ennesimo gemito. A caso, mi avevano scelto a caso: sarebbero stati contenti di prendere una nonnina, che li accompagnasse, farle vedere tutto, e magari servirsi di lei per tenere pulita la cabina di pilotaggio, o per fare una torta di mele una volta ogni tanto, o per chissà quale di tutte quelle cose che nei film non si vedono mai, ma sicuramente le fanno. E io ho rovinato tutto! Ho lasciato la finestra aperta, cretina anch’io, ma loro ormai non sono più lì. Se ne sono andati, per sempre. Ho perso la mia grande occasione. È finita. Ah che rabbia, si disse, piangendo, mentre un ultimo commento del basso ventre siglava una fine tanto ingloriosa; ah, che rabbia! E morì. 

[8 Ottobre 2001]

89. Che cos’è un romanzo.

2 Apr

Non so rispondere. Sicuramente so indicare dove ho trovato la definizione più bella, nel più ampio contesto della lezione che il legale Lessagne diede al giovane (ventiduenne, per la precisione) Dumas père:

Alexandre Dumas, Mes mémoires. Chapitre LXXIX.(1) 

[…]

– Ecoutez, mon cher enfant, ajouta Lassagne avec cette douceur admirable qu’il avait dans les yeux et dans la voix, et surtout avec cette bienveillance presque paternelle que je trouve encore en lui au bout de vingt-cinq ans, lorsque, par hasard, je le rencontre, et que, par bonheur, je l’embrasse – écoutez, vous voulez faire de la littérature ?
– Oh ! oui ! m’écriai-je.
– Pas si haut ! dit-il en riant ; vous savez bien que je vous ai dit de ne point parler de cela si haut… ici du moins. Eh bien, pour la littérature que vous comptez faire, ne prenez pas modèle sur la littérature de l’Empire ; c’est un conseil que je vous donne.
– Mais sur laquelle, alors ?
– Eh ! mon Dieu, je serais bien embarrassé de vous le dire ; certainement, nos jeunes auteurs dramatiques, Soumet, Guiraud, Casimir Delavigne, Ancelot, ont du talent – Lamartine et Hugo sont des poètes ; je les mets donc à part ; ils n’ont pas fait de théâtre, et je ne sais pas s’ils en feront, quoique, s’ils en font jamais, je doute qu’ils réussissent…
– Pourquoi cela ?
– Parce que l’un est trop rêveur, et l’autre trop penseur. Ni l’un ni l’autre ne vit dans le monde réel, et le théâtre, voyez-vous, mon cher, c’est l’humanité. – Je disais donc que nos jeunes auteurs dramatiques, Soumet, Guiraud, Casimir Delavigne, Ancelot, ont du talent ; mais souvenez-vous bien de ce que je vous dis : ce sont purement et simplement des hommes de transition, des anneaux qui soudent la chaîne du passé à la chaîne de l’avenir, des ponts qui conduisent de ce qui a été à ce qui sera.
– Qu’est-ce qui sera… ?
– Ah ! mon cher ami, vous m’en demandez là plus que je ne puis vous en dire. Le public lui-même n’a pas de direction arrêtée. Il sait déjà ce qu’il ne veut plus, mais il ne sait pas encore ce qu’il veut.
– En poésie, en drame ou en roman ?
– En drame et en roman… là, il y a tout à faire ; en poésie, Lamartine et Hugo répondent assez bien aux exigences du moment ; ne cherchons pas autre chose.
– Mais Casimir Delavigne ?
– Ah ! c’est différent : Casimir Delavigne est le poète des bourgeois ; il faut lui laisser sa clientèle, et ne pas lui faire concurrence.
– Alors en comédie, tragédie, drame, qui faut-il imiter ?
– D’abord, il ne faut jamais imiter ; il faut étudier ; l’homme qui suit un guide est obligé de marcher derrière. Voulez-vous marcher derrière ?
– Non.
– Alors, étudiez. Ne faites ni comédie, ni tragédie, ni drame ; prenez les passions, les événements, les caractères ; fondez tout cela au moule de votre imagination, et faites des statues d’airain de Corinthe.
– Qu’est-ce que c’est que cela, l’airain de Corinthe ?
– Vous ne savez pas ?
– Je ne sais rien.
– Vous êtes bien heureux !
– Pourquoi cela ?
– Parce que vous apprendrez tout par vous-même, alors ; parce que vous ne subirez d’autre niveau que celui de votre propre intelligence, d’autre règle que celle de votre propre éducation. – L’airain de Corinthe ?… avez-vous entendu dire que Mummius eût un jour brûlé Corinthe ?
– Oui ; je crois avoir traduit cela un jour quelque part, dans le De Viris.
– Vous avez dû voir, alors, qu’à l’ardeur de l’incendie, l’or, l’argent et l’airain avaient fondu, et coulaient à ruisseaux par les rues. Or, le mélange de ces trois métaux, les plus précieux de tous, fit un seul métal. Ce métal, on l’appela l’airain de Corinthe. Eh bien, celui qui fera, dans son génie, pour la comédie, la tragédie et le drame, ce que, sans le savoir, dans son ignorance, dans sa brutalité, dans sa barbarie, Mummius a fait pour l’or, l’argent et le bronze ; celui qui fondra à la flamme de l’inspiration, et qui fondra dans un seul moule Eschyle, Shakespeare et Molière, celui-là, mon cher ami, aura trouvé un airain aussi précieux que l’airain de Corinthe.
Je réfléchis un instant à ce que me disait Lassagne.
– C’est très beau, ce que vous me dites là, monsieur, répondis-je ; et, comme c’est beau, ce doit être vrai.
– Connaissez-vous Eschyle ?
– Non.
– Connaissez-vous Shakespeare ?
– Non.
– Connaissez-vous Molière ?
– A peine.
– Eh bien, lisez tout ce qu’ont écrit ces trois hommes ; quand vous les aurez lus, relisez-les ; quand vous les aurez relus, apprenez-les par coeur.
– Et alors ?
– Oh ! alors… vous passerez d’eux à ceux qui procèdent d’eux ; d’Eschyle à Sophocle, de Sophocle à Euripide, d’Euripide à Sénèque de Sénèque à Racine, de Racine à Voltaire, et de Voltaire à Chénier. Voilà pour la tragédie. Ainsi, vous assisterez à cette transformation d’une race d’aigles qui finit par des perroquets.
– Et de Shakespeare à qui passerai-je ?
– De Shakespeare à Schiller.
– Et de Schiller ?
– A personne.
– Mais Ducis ?
– Oh ! ne confondons pas Schiller avec Ducis : Schiller s’inspire, Ducis imite ; Schiller reste original, Ducis devient copiste, et mauvais copiste.
– Quant à Molière, maintenant ?
– Quant à Molière, si vous voulez étudier quelque chose qui en vaille la peine, au lieu de descendre, vous remonterez.
– De Molière à qui ?
– De Molière à Térence, de Térence à Plaute, de Plaute à Aristophane.
– Mais Corneille, vous l’oubliez, ce me semble ?
– Je ne l’oublie pas, je le mets à part.
– Pourquoi cela ?
– Parce que ce n’est ni un ancien Grec ni un vieux Romain.
– Qu’est-ce que c’est donc, que Corneille ?
– C’est un Cordouan, comme Lucain ; vous verrez, quand vous comparerez, que son vers a de grandes ressemblances avec celui de la Pharsale.
– Voudriez-vous me laisser écrire tout ce que vous me dites là ?
– Pour quoi faire ?
– Pour en faire la règle de mes études.
– C’est inutile, puisque vous m’avez là.
– Mais peut-être ne vous aurai-je pas toujours.
– Si vous ne m’avez pas, vous en aurez un autre.
– Cet autre ne sera peut-être pas aussi savant que vous ?
Lassagne haussa les épaules.
– Mon cher enfant, me dit-il, je ne sais que ce que tout le monde sait ; je ne vous dis que ce que le premier venu vous dira.
– Alors, je suis bien ignorant ! murmurai-je en laissant tomber ma tête dans mes mains.
– Le fait est que vous avez beaucoup à apprendre ; mais vous êtes jeune, vous apprendrez.
– Et en roman, dites-moi, qu’y a-t-il à faire ?
– Tout, comme au théâtre.
– Je croyais cependant que nous avions d’excellents romans.
– Qu’avez-vous lu en romans ?
– Ceux de Lesage, de madame Cottin et de Pigault-Lebrun.
– Quel effet vous ont-ils produit ?
– Les romans de Lesage m’ont amusé ; ceux de madame Cottin m’ont fait pleurer ; ceux de Pigault-Lebrun m’ont fait rire.
– Alors, vous n’avez lu ni Goethe, ni Walter Scott, ni Cooper ?
– Je n’ai lu ni Goethe, ni Walter Scott, ni Cooper.
– Eh bien, lisez-les.
– Et, quand je les aurai lus, que ferai-je ?
– De l’airain de Corinthe, toujours ; seulement, il faudra tâcher d’y mettre un petit ingrédient qu’ils n’ont ni l’un ni l’autre.
– Lequel ?
– La passion… Goethe vous donnera la poésie ; Walter Scott l’étude des caractères ; Cooper la mystérieuse grandeur des prairies, des forêts et des océans ; mais, la passion, vous la chercherez inutilement chez eux.
– Ainsi, l’homme qui sera poète comme Goethe, qui sera observateur comme Walter Scott, descriptif comme Cooper, et passionné avec cela ?…
– Eh bien, cet homme-là sera à peu près complet.
– Quels sont les trois premiers ouvrages que je dois lire de ces trois maîtres ?
Wilhelm Meister, de Goethe ; Ivanhoé, de Walter Scott ; L’Espion, de Cooper.
– J’ai déjà lu, cette nuit, Jean Sbogar.
– Oh ! c’est autre chose.
– Qu’est-ce que c’est ?
– C’est le roman de genre. Mais ce n’est pas cela qu’attend la France.
– Et qu’attend-elle ?
– Elle attend le roman historique.
– Mais l’histoire de France est si ennuyeuse !
Lassagne leva la tête et me regarda.
– Hein ? fit-il.
– L’histoire de France est si ennuyeuse ! répétai-je.
– Comment savez-vous cela ?
Je rougis.
– On me l’a dit.
– Pauvre garçon ! on vous a dit !… Lisez d’abord, et ensuite vous aurez une opinion.
– Que faut-il lire ?
– Ah ! dame ! c’est tout un monde : Joinville, Froissart, Monstrelet, Chatelain, Juvénal des Ursins, Montluc, Saulx-Tavannes, l’Estoile, le cardinal de Retz, Saint-Simon, Villars, madame de La Fayette, Richelieu… Que sais-je, moi ?
– Et combien cela fait-il de volumes ?
– Deux ou trois cents, peut-être.
– Et vous les avez lus ?
– Certainement.
– Et il faut que je les lise ?
– Si vous voulez faire du roman, il faut non seulement que vous les lisiez, mais encore que vous les sachiez par coeur.
– Je vous déclare que vous m’épouvantez ! Mais j’en ai pour deux ou trois ans avant d’oser écrire un mot !
– Oh ! pour plus que cela, ou vous écrirez sans savoir.
– Mon Dieu ! mon Dieu ! que j’ai perdu de temps !…
– Il faut le rattraper.
– Vous m’aiderez, n’est-ce pas ?
– Et le bureau ?
– Oh ! je lirai la nuit, j’étudierai la nuit ; au bureau, je travaillerai, et, de temps en temps, nous causerons un peu…
– Oui, comme aujourd’hui ; seulement, nous avons causé beaucoup.
– Encore un mot. Vous m’avez dit ce qu’il fallait étudier comme théâtre ?
– Oui.
– Comme roman ?
– Oui.
– Comme histoire ?
– Oui.
– Eh bien, maintenant, en poésie, que dois-je étudier ?
– D’abord, qu’avez-vous lu ?
– Voltaire, Parny, Bertin, Demoustier, Legouvé, Colardeau.
– Bon ! oubliez tout cela.
– Vraiment ?
– Lisez, dans l’Antiquité, Homère ; chez les Romains, Virgile ; au Moyen Age, Dante. C’est de la moelle de lion que je vous donne là.
– Et chez les modernes ?
– Ronsard, Mathurin Régnier, Milton, Goethe, Uhland, Byron, Lamartine, Victor Hugo, et surtout un petit volume qui va paraître, publié par Latouche.
– Et que vous nommez ?
– André Chénier.
– Je l’ai lu…
– Vous avez lu Marie-Joseph… Ne confondons pas Marie-Joseph avec André.
– Mais, pour lire les auteurs étrangers, je ne sais ni le grec, ni l’anglais, ni l’allemand.
– Parbleu ! la belle affaire, vous apprendrez ces langues-là.
– Comment ?
– Je n’en sais rien. Mais retenez ceci : on apprend toujours ce que l’on veut apprendre…

(1) Copincollato da qui: http://dumaspere.com/pages/biblio/chapitre.php?lid=m3&cid=79

Per chi avesse difficoltà, un mio aborto di traduzione:

— Ascoltate, figliolo mio, — soggiunse Lassagne con la meravigliosa dolcezza che aveva negli occhi e nella voce, e soprattutto con quella benevolenza quasi paterna che ancora trovo in lui in capo a venticinqu’anni, quando mi càpita di reincontrarlo e, con gioja, l’abbraccio — ascoltate, volete fare della letteratura?

— Oh sì! — esclamai.

— Abbassate la voce! — mi disse ridendo. — Sapete bene che vi ho detto di non parlare ad alta voce di queste cose… Non qui, almeno. Ebbene, per quanto riguarda la letteratura che contate di fare, non prendete a modello la letteratura dell’Impero; è un consiglio che vi do.

— Ma su quale, allora?

— Eh, dio mio, per me è un bel grattacapo riuscire a dirvelo. Certo i nostri giovani autori drammatici, Soumet, Guiraud, Casimir Delavigne, Ancelot hanno talento — Lamartine e Hugo sono poeti, quindi li metto da banda; non hanno fatto teatro, ancora, e non so se ne faranno, benché, se mai ne faranno, dubito che riescano a qualcosa…

— E perché?

— Perché l’uno è troppo sognatore, e l’altro troppo pensatore. Né l’uno né l’altro vive nel mondo reale, e il teatro, vedete, caro, è l’umanità. — Dicevo dunque che i nostri giovani autori drammatici, Soumet, Guiraud, Casimir Delavigne, Ancelot, hanno talento; ma ricordatevi bene di quello che vi dico: sono solo ed unicamente uomini di transizione, anelli che saldano la catena del passato alla catena dell’avvenire, ponti che conducono da quello che è stato a quello che sarà.

— E chi sarà…?

— Ah, caro amico, mi domandate più di quello che possa dirvi. Lo stesso pubblico non ha un orientamento prefissato. Sa già quello che non vuole più, ma non sa ancora quello che vuole adesso.

— Nella poesia, nel dramma o nel romanzo?

— Nel dramma e nel romanzo…. Lì c’è ancora tutto da fare; in poesia, Lamartine e Hugo soddisfano abbastanza bene alle esigenze del momento; non cerchiamo altro.

— Ma Casimir Delavigne?

— Ah, è un’altra cosa: Casimir Delavigne è il poeta dei borghesi; bisogna lasciargli la sua clientela e non fargli concorrenza.

— Ma allora chi bisogna imitare per la commedia, la tragedia, il dramma?

— Innanzitutto non si deve imitare mai: bisogna studiare; l’uomo che segue una guida è obbligato a marciare in retroguardia. Volete stare in retroguardia?

— No.

— Allora studiate. Non fate né commedia, né tragedia, né dramma; prendete le passioni, gli avvenimenti, i caratteri; fondete tutto questo nel crogiolo della vostra immaginazione, e fate delle statue in brnzo di Corinto.

— E che cos’è il bronzo di Corinto?

— Non lo sapete?

— Non so niente, io.

— Felice voi!

— E perché?

— Perché così dovrete imparare tutto per vostro conto; perché non subirete nessun altro inquadramento che quello della vostra propria intelligenza, nessun’altra regola che quella della vostra propria educazione. — Il bronzo di Corinto? Avete mai sentito raccontare che Mummio un giorno avrebbe bruciato Corinto?

— Sì; credo di aver tradotto questa cosa un giorno da qualche parte, nel De viris.

— Dovreste aver visto, allora che, divampando l’incendio, l’oro, l’argento e il bronzo si erano fusi, e colavano a ruscelli in mezzo alle vie. Ora, la mescolanza di questi tre metalli, il più prezioso di tutti, divenne un solo metallo. Questo metallo fu chiamato bronzo di Corinto. Ebbene, colui che con il suo genio riuscirà a fare nella commedia, nella tragedia e nel dramma quello che inconsapevolmente, nella sua ignoranza, nella sua brutalità, nella sua barbarie Mummio fece dell’oro, dell’argento e del bronzo; ebbene, colui che fonderà alla fiamma dell’ispirazione, e che fonderà in un solo crogiuolo, Eschilo, Shakespeare e Molière, colui, mio caro amico, avrà trovato un bronzo altrettanto prezioso del bronzo di Corinto.

Riflettei un istante su quello che Lassagne mi diceva.

— E’ molto bello quello che mi avete appena detto, signore — risposi; — e, dato che è bello, dev’essere anche vero.

— Conoscete Eschilo?

— No.

— Conoscete Shakespeare?

— No.

— Conoscete Molière?

— Poco.

— Ebbene, leggete tutto quello che hanno scritto questi tre uomini; quando li avrete riletti, imparateli a memoria.

— E poi?

— Oh! poi… Passerete da quelli a coloro che li hanno seguiti; da Eschilo a Sofocle, da Sofocle ad Euripide, da Euripide a Seneca, da Seneca a Racine, da Racine a Voltaire, e da Voltaire a Chénier. Questo per quanto riguarda la tragedia. Così assisterete alla trasformazione di una razza d’aquile che degenera in una razza di pappagalli.

— E da Shakespeare a chi passerò?

— Da Shakespeare a Schiller.

— E da Schiller?

— A nessuno.

— Ma Ducis?

— Ah, non confondiamo Schiller con Ducis. Schiller s’ispira, Ducis imita (…).

Può bastare. Soprattutto mi premeva mettere in rilievo, di queste pagine bellissime, l’idea dell’airain de Corinthe. E’ vero, Lassagne parlava del teatro. Ma le sue indicazioni sono identiche quando passa al romanzo (la parte sul teatro è importante perché spiega esattamente come si chiami, e perché si chiami così, la lega meravigliosa).

(…)

— E nel romanzo, ditemi, che cosa si deve fare?

— Tutto, come nel teatro.

— ma io credevo che avessimo romanzi eccellenti.

— Che romanzi avete letto?

— Quelli di Lesage, di madame Cottin e di Pigault-Lebrun.

— Che impressioni vi hanno lasciato=

— I romanzi di Lesage mi hanno divertito; quelli di madame Cottin m’hanno fatto piangere; quelli di Pigault-Lebrun mi hanno fatto ridere.

— Allora non avete letto né Goethe, né Walter Scott, né Cooper?

(…)

&c. 

Ma è tutto qui:

— Et, quand je les aurai lus, que ferai-je ?
— De l’airain de Corinthe, toujours …

Dell’unica scuola di scrittura creativa che ho mai seguìto, questa è la prima classe.

La seconda domani.

88. William T. Vollmann

2 Apr

Se ne parla, per chi (come me) avesse solo un’idea molto vaga del personaggio, o non lo conoscesse proprio, qui (ma è più completa la voce inglese). Ho potuto solo sbirciare il suo ultimo lavoro, un’opera uscita negli USA agl’inizj del 2004 col titolo Rising Up and Rising Down, 3300 pagg. distribuite in 7 voll. (come Il cane di Diogene di fr. Francesco Fulvio Frugoni), nel 2005 ridata alle stampe in una versione ridotta. La traduzione della versione ridotta è stata stampata e distribuita in Italia solo ora, marzo 2007, col titolo Come un’onda che sale e che scende, Mondadori “Strade Blu”, pp. 941, € 22,00. L’autore ha messo 23 anni a compilarlo, o comunque, si può dire, contiene tutto quello che ha esperito dal 1982 (quando partì, ventitreenne, per l’Afghanistan) in materia di morti ammazzati (il saggio sarebbe, nominalmente, sulla violenza; poi comincia con alcune pagine sulle catacombe di Parigi degne di monsieur Vidocq e una serie di considerazioni sulle autopsie degne del p. Bartoli [L’uomo al punto], e continua parlando di omicidio; quindi, tecnicamente, sarebbe un saggio letterario sull’omicidio, sul dare la morte, per determinati motivi o senza alcun motivo noto o precisabile). Sulla copertina si vede, sotto il titolo, una colomba stramazzata, e, sopra il titolo, una frase di Roberto Saviano: “Ogni volta che incontrerete qualsiasi forma di ferocia, penserete a questo libro”, testuale. Non la riporto perché è particolarmente bella &/aut suggestiva, ma semplicemente perché il grosso saggio letterario di Vollmann è, in versione monstre, un altro esemplare titolo del genere letterario a cui si ascrive anche Gomorra. E’ un romaggio, o un saggianzo, le cui prime 100 pagg. mi sono parse prolisse, effettistiche, inutili (prova, anche, ne sia che tra le cose che autore ed editors americani hanno ritenuto di poter tagliar via senza danno eccessivo, in primo luogo ci sono le note), zeppe di ovvietà e di notevole casino etico-ideologico — fatto salvo che senza pace i dì felici / vanno sùbito a cessar non c’è praticamente affermazione che non sembri zoppa, ma dovrei onestamente leggermi tutto il saggio (che è farraginoso, ma non è pesante) per passare in rassegna tutto quello che non va.

Ma rimane interessante testimonianza di un momento storico in cui il romanzo sembra non bastare più ai romanzieri, nemmeno il romanzo “ben documentato”: c’è come una smania di invadere, anche con armi tecnicamente e speculativamente inadeguate, i campi altrui, arrivando a tutto inglobare, anche a costo di snaturamento. Una smania che mi fa sospettare che la vera velleità degli odierni romanzieri (almeno quelli più avvertiti) sia quella di superare il soggettivismo stesso dell’opera letteraria intesa in senso proprio e “tradizionale”.

E’ possibile?