Archivio | aprile, 2007

117. Ho cambiato idea.

24 Apr

Io AMO la vita.

116. Abbasso il venticinque aprile.

24 Apr

DOMANI E’ UNA GIORNATA DI MERDA.

115. L’Hoggidì secondo Tommaso Stigliani.

24 Apr

[…]

Troppo è casuale la piega dell’opinion popolare e degli imperiti, e troppo è violenta ed indiscreta. S’assomiglia appunto al torrente che corre, il quale non tratta meglio gli scrigni pieni di gioie di quel che si faccia i zocchi fracidi, ma involve sottosopra in un fascio le cose preziose colle vili e communi. Questi sì fatti pericoli se fussero stati ben considerati da coloro a cui toccano, non sarebbe cresciuto in infinito il numero de’ versificatori italiani, come il veggiamo essere. Che per mia fé non è città d’Italia da cento anni in qua, non terra, non castello, non villa, non borgo, il quale non abbia i suoi poeti, che tutto il dì scrivono rime ed epopee e tragedie pastorali, e le stampano. Onde i libri son moltiplicati sì smisuratamente e sì fuor d’ogni termine, che solo a far catalogo de’ nomi non basterebbe un grossissimo tomo simile al Codice legale. E la fama de’ Lombardi non giunge in Toscana, e quella de’ Toscani non si stende al Tevere, né di molti accademici romani arriva la nuova a Napoli, il quale ancor egli tien relegata dentro al giro delle proprie muraglie la nominanza de’ suoi poetucoli vani.

E lo stesso ch’avviene in Regno alla città madre, avviene alle città figliuole, se pur non peggio. Taccio di Sicilia e di Sardigna e di Corsica, isole tutte attenenti alla nazion nostrale, e che nostralmente parlano ed iscrivono, dove i verseggianti sono tanto incogniti che, non che l’uno non conosca l’altro, ma appena ciascuno conosce sé medesimo. A tal che tutto lo scrivere poetico d’Italia altro non viene ad essere ch’uno ampio abisso d’oblivione, ed uno interminabile oceano di dimenticanza e di disprezzo. I quali inconvenienti hanno cagionato che ‘l mondo s’è talmente stufo, talmente sazio, e talmente svogliato, che né meno legge gli scrittori buoni e i valenti, con tutto che gli senta spesso lodar da chi ha giudicio, perché “stomaco turbato aborrisce il zucchero” e “cane scottato teme l’acqua fredda […]. Poiché quando uno va spontaneamente a cozzar col capo in una parete, non è la pietra che gli rompe la testa, ma è egli che si rompe la testa nella pietra.

Un tempo i lettori si contentarono d’una lettura non cattiva, poi volsero eccellenza, appresso desiderarono maraviglie, ed oggi cercano stupori; ma, dopo avergli trovati, gli hanno anco in fastidio, ed aspirano a trasecolamenti ed a strabiliazioni. Che dobbiamo noi fare in così schivo tempo ed in così delicata età e bizarra, il cui gusto si è tanto incallito e tanto ottuso che oramai non sente più nulla? …

Tommaso Stigliani, Lettera al Signor Rodrigo **** “Esorta l’amico a non pubblicare alcune rime, e discorre del Marinismo” [Di Matera, 4 marzo 1636]. Da: Giovan Battista Marino, Epistolario seguìto da lettere di altri scrittori del Seicento, vol. I, a cura di Angelo Borzelli e Fausto Nicolini. Laterza, Bari 1912. Pp. 341-347.

114. A quella schifa di lamanu’s art.

24 Apr

Allora, prima di tutto barbone a tua sorella e alla tua mammaccia, personacce che mi pregio di non conoscere, esattamente come non conosco te.
Ti rendo edotta che il tuo blog mi fa skifo, il tuo modo di scrivere mi dà il voltastomaco e la presenza di Amélie e del vecchio psicagogo polacco mi t’hanno fatta cadere dal libro in maniera irrecuperabile e definitiva — come dire: prima ti disprezzavo, adesso non solo mi disgusti, ma nutro anche del rancore nei tuoi confronti.
Tutto questo, diciamo, senza conoscerti, anche se non mi serve nemmeno chiudere gli occhj per visualizzarti, e posso dirti che se come blogger sei una slavina, come donna sei un classico cessone: tracagnotta, brufolosa, con le gambe a chiappa dell’olio e le tette ad altorilievo.
Prima di linkare chicchessia si chiede il permesso. Tu non me lo hai chiesto, e questo è grave; ma attenzione: anche se me lo avessi chiesto col cazzo che te lo avrei permesso.
Cancella sùbito il link, brutta cialtrona, o ti faccio cascare le orecchie.

112. Idea!

20 Apr

Il problema, come me lo sono posto, è mal posto, anzi malissimo. Non so dire esattamente, cioè per filo e per segno, il perché: ma non può essere che mal posto, per il semplice fatto che, così come me lo pongo, m’impedisce di scrivere.

Forse, allora, prima di cominciare a chiedermi che cos’è per me la scrittura, a che cosa mi serve, perché scrivere, farei bene a guardare la cosa sotto un altro aspetto.

Prima di scappare dalla casa in abbandono in cui stavo prima di finire in mezzo a una strada (e anche più di una), molto prima di tutto questo, avevo raccolto tutte le cose che avevo scritto, e che si trovavano inzeppate dentro le scrivanie (due stipetti per scrivania, per due scrivanie) e nei cassettoni sotto i letti (due cassettoni per letto, per due letti), e poi in altri angoli come le fessure tra i mobili e il muro, oppure appallottolate e arrotolate dietro le file dei libri sugli scaffali in anticamera, e persino dentro un archivio di metallo grigio, in una parte della casa che non mi apparteneva; e in un’altra parte della casa che non mi apparteneva, in un altro armadio, dentro cartellette e faldoni.

Avevo riscoperto un romanzo scritto su una serie di quadernetti a righe, che poi avevo appiccicato l’uno coll’altro, era una cosa piuttosto breve (cinque o sei quaderni, l’ultimo nemmeno finito, e poi scrivevo molto grande), risalente probabilmente all’ ’84/’85; tutti i miei sonetti, circa 3000, e alcuni versi del tutto liberi di quando non sapevo fare versi, risalenti alla terza media (’86, se non vado errato); racconti in cui parlavo della morte di vecchj, scritti su foglj di formato particolare, quadrati, con la rigatura da una parte sola, azzurri e avorio, avanzati dallo schedario, tutto a mano, della prima compilazione del Passerini-Tosi (ricordo che ci si scriveva con estrema scorrevolezza, erano quasi carta oleata, ma stancavano — quelli azzurri — lo sguardo, e alla fine del racconto più lungo su quei foglj azzurri, lasciati per ultimi, avevo il mal di testa).

Ricordo distintamente tre cose scritte durante la mia infanzia.

1. Una cosa probabilmente del 1983, scritta secondo il mio metodo (come mi sarei accorto dopo, cioè, cancellando tutte le espressioni figurate: volevo parole incontrovertibili come cose, e quando mi spinsi, poco dopo quel racconto, fino alle singole parole, non riuscii a capire che sono tutte metafore spente o semispente, e mi ridussi a non poter praticamente più scrivere, se non di sguincio, come dire?, obliquamente), raccontava con grande accuratezza e rigidità di un vecchio che ricorreva a un passaggio segreto nella sua casa. E’ sparito, e lo rimpiango.

2. Una lunga novella pseudostorica, che doveva chiamarsi Il gigante, ma come titolo non mi piaceva: consisteva in una visione apocalittica in cui il gigantesco simulacro di una donna, sarà stata una divinità femminile, camminava sopra tutte le principali città della penisola italica, a partire da Mezzogiorno, devastandole: il romanzo si concentrava su Roma prima, durante e dopo il passaggio della statua ciclopica. Non ho mai capìto che cosa cazzo intendessi significare, con questo, ma mi pareva un’idea assolutamente ardita, e anche per questo lo rimpiango — e se lo rimpiango, c’è il suo bel motivo, cioè che non ho più trovato nemmeno quello.

3. Il racconto Iride. Credo — ma attenzione: potrei sbagliarmi, quindi non sono da prendere del tutto sul serio — trattasse della triste storia di una madre e di una figlia. Lo rimpiango perché era una ruffianata senza precedenti, e infatti, dopo scritto, mi rimase abbastanza impresso da ricordarmi di darlo in giro da leggere ai grandi. Ricordo una conoscente di mia madre, molto commossa, che mi fissava con uno sguardo lucido, dall’intensità così omicida che ne ebbi un tuffo al cuore. I bambini hanno intùito: quella donna poteva darla a bere ai miei, e parere realmente commossa, ma io avevo capìto che in quello sguardo c’era solo un odio feroce. Rimpiango quel racconto perché è stata l’unica cosa che abbia scritto con la voglia di compiacere a qualcuno, probabilmente influenzato dagli scritti di qualche bambino malato incontrati sulla rubrica di Topolino o qualche rivista.

Raccolsi anche abbozzi e frantumi di poemi eroici, tra cui un Eliodoro poema a vanvera, di cui avevo scritto otto o nove cantari (49 ottave ciascuno), e lo schema, una cosa enorme — come tutti gli altri miei poemi heroici doveva contare 5000, 10.000, 100.000 ottave, 250.000, 500.000, 1.000.000 di versi. Poi altri componimenti, lirici, tra cui degli esperimenti di grosse stanze (da 50, 60, 100)  per poema, li avevo fatti direttamente al piccì, un vecchio scassone che stampava ad aghi, e mi piacevano.

Tutto questo l’ho raccolto e poi l’ho dovuto abbandonare. Quindi è perduto, tutto quanto.

Perduto il diario tenuto dal 1993 al 2004. Si divideva in Primo diario (1993-1999), interrotto ai primi mesi del 1999, durante i quali scrissi solo versi (tra cui segnalati alcuni componimenti in ottave); apriva il Diario degli anni di galera il diario successivo (post marzo 1999-luglio 1999), una sorta di parentesi, a cui seguiva il Diario del servizio civile (luglio 1999-maggio 2000), per continuare col Terzo diario, dal maggio 2000 al 2004. Tutto ciò, scritto su quaderni, quadernoni, blocchi con la spirale e foglj volanti, riempiva una portafoglj di tela blu, ma in modo tale che, così riempita, non poteva più chiudersi.

Foglj sparsi e non inventariati, per la gran parte progetti e schemi di cose mai scritte, riempivano sette grossi scatoloni. Non li ho più, tutto è perduto.

Lo rimpiango, cose più e men cattive, non tanto per quello che c’era — di fatto non ho concluso praticamente nulla, e ci mancherebbe: nelle condizioni in cui mi trovavo, a tutto avrei dovuto pensare, fuorché a scrivere (non che mi fosse proibito: era semplicemente illogico, e anche poco etico) — ma per quello che era servito a ‘tenere in caldo’ per tutto quel tempo. Ossia una serie di idee, molto grandi, molto irrealizzabili.

Di queste, l’idea principale era uno smisurato romanzo (smisurato, ripeto, negli auspicj) dal titolo Melisenda Cornaro, un nome che accozza, a quel che vedo, la bella tripolitana e la regina di Cipro in maniera scarsamente accettabile, ma che per me era sufficiente ad evocare mondi. Non era un’amica immaginaria: potevo incontrarla solo quando mi accingevo a scrivere, cioè su quelle pagine che avrei scritto se solo ne fossi stato in grado. Non è nemmeno un’idealizzazione infantile: in effetti cominciò ad accompagnarmi, come personaggio, sin dai primi anni, ma cresceva con me. Non era il mio alterego, perché in effetti tra i personaggj di contorno c’ero anch’io, un po’ diverso, ma ero sempre io. Era, diciamo, un personaggio.

Di esso romanzo inesistente scrissi delle parti che effettivamente non significavano alcunché; ma per la quale in anni recenti, nel momento forse più inopinato, riuscii a stendere una sorta di trama, che mi pareva altamente suggestiva e, trattandosi appunto di anni recenti, forse era. Il mio grosso problema era ed è sociale, ed è insolubile. Per un verso o per l’altro, il più grave motivo d’angoscia quando ero bambino era la fortissima discrasia coll’ambiente, tale per cui ricevevo risposte, dalle cose, dal tempo, dalle persone, non semplicemente al disotto delle mie legittime aspettative, ma soprattutto fuori quadro, errate. Come una freccia che fa sempre centro, ma sul bersaglio sbagliato. Me ne derivò una precocissima coscienza di essere caduto per caso nella vita sbagliata. Questa coscienza, che, fosse o no fondata, si è radicata in me ormai moltissimo tempo fa, diventando parte di me e impedendomi, ormai, di pensarla altrimenti, mi aveva portato a concepire un romanzo-serbatojo in cui potessi mettere, ordinandole e integrandole, tutte le fuggevoli, parziali, ma in totale abbastanza numerose tracce della mia vera vita, quella perduta, in modo da riuscire a viverla, sia pure vicariamente, per specula.

Non scrissi quasi nulla che avesse un respiro sufficiente da poter far parte integrante di un romanzo; raccolsi molti frantumi, molte descrizioni strampalate. Tutto questo era, e mi sembrava, in sé e per sé da buttar via in toto, ma mi serviva perché teneva, come già ho detto, ‘in caldo’ l’idea. Di fatto non sapevo che cosa potesse entrare nel romanzo, per converso mi era chiarissimo tutto quello che doveva esserne escluso. L’intuizione fondamentale c’era, e quel ciarpame, di per sé inservibile, gracile, brutto, era tuttavia sufficiente a permetterle di appoggiarsi da qualche parte. Quello che più mi galvanizzava, del gran progetto, erano ovviamente le sue maestose proporzioni: si sarebbe dovuto comporre di 7 periodi (di tempo, e c’era anche una corrispondenza con 7 zone del mondo), ciascuno scandito in 7 parti, ciascuna a sua volta distinta in 7 unità, ciascuna ripartita in 7 volumi divisi in 7 tomi di 7 libri di 7 capitoli ciascuno: 7 x 7 x 7 x 7 x 7 x 7 x 7 = 823.543 capitoli, ciascuno dei quali di 49 pagine: per un totale di 40.353.607 pagine. Contavo, se pure non potevo vivere come volevo, che una simile quantità di carta mi avrebbe distratto dai miei dolori. Se invece di comporre un romanzo avessi avuto l’uzzolo di — chessò — edificare una città, sarei stato un piccolo asperger perfetto: a quest’ora il plastico sarebbe cosa fatta, e io potrei girare per i villaggj, o lanciare in rete le ricostruzioni grafiche delle viuzze, i sotterranei, i palazzi dei congressi, gli omini in scala, le macchine volanti, gli spaccati delle abitazioni, &c. Purtroppo o per fortuna per me, la scrittura richiede un vigile abbandono, esperienza e una certa felicità, magari non molta ma abbastanza costante; sicché non ne nacque altro che un volume spropositato di calcoli, schemi, schizzi — secondo i quali, vivendo almeno 105 anni (la durata del progetto avrebbe parallelamente contribuito ad allungarmi la vita), ce l’avrei sicuramente fatta, posto che avessi seguìto un apposito programma di preparazione, che consisteva nel cominciare, magari dall’anno seguente (era sempre l’anno seguente), da 105 pagine, a cui aggiungerne 7 al giorno la prima settimana, 14 la seconda, 28 la terza, fino a stabilizzarmi, poniamo, su 546 pagine giornaliere, dopodiché, dall’anno seguente, avrei ricominciato ad aumentare il numero delle pagine; giunti al quarto o quinto anno mi sarei dovuto fare qualcosa come due o tremila pagine al giorno. Ovviamente, pretendevo di fare il grosso in tempi abbastanza rapidi, in modo da assicurarmi il prima possibile grande notorietà e stima nella repubblica letteraria, e in modo, anche, da ben figurare come autor giovane. Giocava peraltro a mio favore il fatto che l’opera dovesse essere distinta in più volumi; per dar fiato alle trombe della fama e farmi correre sulle stampe in ogni angolo dell’universo sarebbe bastato il primo volume. Poi i tempi si sarebbero potuti anche dilatare, magari per dare spazio pure ad altre opere, quasi altrettanto voluminose. La letteratura impone maturità, che piaccia o no: ripeto, si fosse trattato di rifare il Maracanà in scala naturale coi tappi della Cocacola o di impacchettare la Statua della Libertà sicuramente, perseverando, ce l’avrei fatta — o sarei morto nel tentativo, cosa che, conoscendomi, non è assolutamente improbabile. Trattandosi di un romanzo, non potei proprio niente. Di fatto, solo nei momenti di stanchezza ero disposto ad ammettere che le parole conseguono alle cose, e, se le precedono, questo avviene solo nella nostra testa: di fatto, nei momenti di maggior esaltazione, mi nutrivo della falsa consapevolezza che le parole fossero, o potessero essere matrici delle cose, e che un romanzo potesse costruire un mondo.

Ovviamente sono tutte cose verissime: le parole possono porre in esistenza le cose, ma devono farlo a tempo e modo; e, soprattutto, ci riescono solo quando ne è lasciata intatta l’indeterminabile ricchezza di armonici, la capacità evocativa, il capriccio connotativo. Io, invece, piallavo le parole per farne mattoni.

Adesso che tutto, ma proprio tutto è perduto, non ho — come suol dirsi — un’idea che una. Provo una mancanza terribile per quel progetto, mi sembra una stronzata non averci lavorato a fondo. Forse, se solo avessi avuto un po’ di pazienza, come ho risolto alcuni problemi inerenti alla lingua, al romanzo, avrei risolto anche gli altri. Mi sono mancati validi maestri, esempj — e poi non puoi dedicarti a grandi progetti quando il mondo ti forza ad essere una merdaccia. Non è solo una grande aspirazione frustrata, che quindi continua a tornare a ossessionarmi: il fatto è che quel romanzo chiedeva, prepotentemente, di non essere scritto, almeno non ancora.

Specifico: per venirmene, idee me ne vengono, solo che me ne vengono ad un milione o due per volta, e niun cervello umano potrebbe dar sesto alla confusione. Quello che mi occorre, quindi, non è un’altra idea, ma un’idea forte, che riesca, possibilmente, a tenere insieme tutte le altre.

E non la trovo, ovviamente. Forse, semplicemente, non c’è.

E, da ultimo, ero riuscito a creare una trama, uno schema che aveva parti incantevoli, ricordo, e un disegno molto ardito, molto suggestivo. Chiaramente tutto è perduto, e, se lo rimpiango, non pertanto vorrei che mi ricapitasse tra i piedi: non vorrei sentirmi tenuto, solo per questo, a rimettere daccapo tutto in discussione. Mi piacerebbe solo sapere se, di là da tutto quanto c’era di meccanicamente irrealizzabile, ci fosse qualcosa di giusto per me, in quel progetto assurdo. In fondo, è stata la prima e l’ultima volta in vita mia che ho cercato di correre ai ripari.

111. E’ tanto o poco?

20 Apr

Non capisco: quanto sono $11,855.34? Cioè, sono tanto o poco?

(Come fanno a calcolarlo?).

110. MERDA! (e che altro, sennò?)

20 Apr

Da quando ho scoperto di essere l’unico che quando chiede l’euro per chiudere l’armadietto deve lasciare giù la carta d’identità, la mia vita è ad un’impasse. Forse è perché ultimamente rileggo continuamente la Comedia, ma mi sono convinto che c’è qualcosa di fondamentalmente bacato nella letteratura italiana. Dante, per esempio, era un grand’uomo, e pertanto scriveva. Oggi come oggi scrivono tutt’al più quelli che non riescono a vivere.

E mi chiedo: fino a che punto lo scrittore è autorizzato a non vivere? Ossia, come uomo, come essere umano, può non-vivere finché gli pare e piace: nessuno gl’impedisce di coltivare, se lo vuole, nemmeno aspirazioni suicide, e di realizzare il suo sogno con una corda e una trave. Basta che si scelga un posto abbastanza riparato e non avrà nemmeno la noja di qualche rompicoglioni che voglia impedirglielo a tutti i costi. Può conservarsi nella più totale, accurata ignoranza dell’attualità, delle ultime tendenze della letteratura, della musica, della chimica e dell’ingegneria aeronautica. Può fottersene altamente di quello che fanno i Cinesi, i casigliani, perfino l’abituale compagno di talamo. Non gli è negato di camminare per la strada sempre guardando in basso, facendo finta di non sentire quando lo chiamano per farsi dare un’indicazione, o per chiedergli da accendere, o uno spicciolo, una sigaretta, un rene, il codice fiscale. Può dimenticare tutto quello che inavvertitamente gli venne fatto d’imparare; può trascurare qualunque dote positiva abbia per sua disgrazia sortito dalla natura. Può far finta anche di non esistere, rinunciare a nutrirsi, a bere, fino a diventare semitrasparente e trascorrendo le giornate e le nottate sdrajato su qualche panchina, o direttamente sul selciato. Può scomparire all’alba, come fanno i sogni.

Paolo Sarpi, ancora alle soglie della modernità, diceva che chi scrive lo fa perché non può agire. Se uno riesce ad agire, chiaramente, non scrive. Ma la scrittura vale l’azione? Inoltre lo scrittore può essere uno che non può agire mai, in nessun senso? O dev’essere uno che ha agito fino ad un certo punto e poi non ha più potuto, ed è allora che si è messo a scrivere? In quel caso dev’essere considerato uno scrittore solo a partire da quel momento? E in tal caso, dev’essere considerato, nel suo complesso, un mezzo scrittore? E uno scrittore intero è uno che non può mai agire, o che ha sempre scritto, da quando riesce a tenere la penna in mano?

Ho deciso, tre giorni fa, di farmi carne di porco di simili questioni — in fondo sono gli altri che fanno di te uno scrittore, e a ben guardare non c’è proprio di che essergli grati — e mi sono messo a scrivere, a nastro. Ho continuato fino a jeri (oggi non ho scritto un tubo per problemi tecnici), e devo dire che l’esperimento — quello di scrivere nastro, senza sapere bene da dove si viene, e men che meno dove si va — ha dato risultati interessanti, anche se non so quanto utili ai fini di un’Opera compiuta. Sostanzialmente finora ho riempito dieci pagine, fitte fitte, in cui il personaggio (a cui ho trovato un nome che non mi piace niente) si limita a intrattenere un serrato dialogo con la sua coscienza, vocata come Vostro Onore (e sarà sicuramente una cosa da cambiare, perché fa veramente pena), e si trascina lentamente verso un cespuglione di magnolia, all’interno del quale tenta di smaltire come può i postumi di una sbronza. Tutto qui. (Il personaggio mi assomiglia nel senso che abitudinariamente è astemio, ma in questo caso ha fatto un’eccezione).

Insomma, dieci pagine per descrivere uno che defeca all’interno di un cespuglio. Come dire, ancora merda. Praticamente non vedo altro. Non solo, ma anche i luoghi letterarj che mi tornano in mente (le unghie di Semiramide, una lettera della Palatine a Sua Dilezione, tout le monde chie, una paginetta della Vita del Cellini, e poi le fogne: i Misérables, chiaramente, ma anche Infinite Jest, e poi c’era anche il gran poema della fogna [Le sterquilinarie vi è ispirato?]  che Gombro voleva scrivere) sono relativi a quello. E’ un po’ che non ricordo i sogni, ma temo che anche quelli siano pieni di merda. Ne sono quasi sicuro perché la mattina mi sveglio tranquillo, se avessi sognato qualcosa di diverso sicuramente mi rimarrebbe l’inquietudine, come per qualcosa che non va.

Il dubbio, ora, è: risolto il problema dell’essere io o no uno scrittore (essere o non essere non cambia assolutamente nulla né in me né nella considerazione che ha il mondo di me), mi rimane questo, che è molto più concreto: dovrei frustrare questa mia vena copromane, passando a descrivere altre cose, magari quasi altrettanto disgustose, o dovrei decidermi ad assecondarla? Devo deviare questa fiumana puzzolente laddove, almeno per un po’, non possa raggiungere coi suoi miasmi le mie ancor troppo delicate nari, oppure mi ci devo buttare — sfogando questa mia voglia di merda, in modo (auspicabilmente, ma corro anche il rischio di affogare, mi sembra) da non pensarci più? Se un progetto letterario a lunga scadenza è come una città, forse è inevitabile partire dal basso, dagl’ipogei, dalle catacombe, dalle fogne, dai cimiterj sotterranei. Verranno mai i padiglioni svettanti, le torri, i grattacieli, i templi? Ma — soprattutto — sarò abbastanza pulito, poi, per permettermi di progettare mausolei ed accademie senza lasciare tracce marronastre sul foglio?

Se anche avverrà, sarà servito a qualcosa? Mi cambierà qualcosa? O devo fare qualcosa che mi cambj qualcosa, perché cambj qualcosa (o quasi tutto)? E se mi perdo? Se non ci riesco?

Non sopporto più le biblioteche. Mi irritano gli statali. Non fanno mai un cazzo, dalla mattina alla sera.