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83. La Morte.

26 Mar

Coll’emme majuscola, proprio così. Giorni fa, magari giorni & giorni fa, qualcuno, via mail, mi ha chiesto a bruciapelo: ma tu ci pensi mai alla morte? Non faccio a tempo (questa è la mia impressione, in realtà tempo ne ho avuto, sono io che lo spreco) a girarmi un po’ in qua e un po’ in là, ed ecco che leggo su lalucedimizar una riflessione notturna, ma da notte insonne, sulla morte. Dopodiché, a breve distanza di tempo, ne leggo un’altra. Dal momento che sono a caccia di spunti per una cosa, che non metterò mai sul blog, che dovrebbe essere insieme sia perfettamente organica che assolutamente frammentaria, ossia una raccolta di poesie che possa compilare come una specie di romanzo a tessere, e dato che La Morte mi sembrava un gran bell’argomento, come La Notte, L’Usignolo, La Rosa, Il Brindisi, L’Alba, Cefalo & Procne, La Tempesta di Mare, La Battaglia di Lepanto, Romeo & Giulietta, &c. &c. &c., avevo addirittura pensato di dedicarLe un mazzetto di versi, un’ode, una collana di sonetti, una corba di epigrafi. La cosa strana che mi succede quando mi faccio contagiare dalle idee altrui, ossia quando cerco di trattare idee del tutto ultronee, allogene, come se fossero nate qui nel cervellino mio, mi appare qualche buffa scenetta davanti agli occhi.

Stavolta l’unica cosa che sono stato buono di cavare da quella specie di colonia di nidi di mosche che fa le veci del sistema nervoso centrale all’interno della mia scatola cranica è stata quella di una brutta casipola, di quelle venute sù presto nell’immediato dopoguerra, ma lunga e alta, proprio a ridosso di, e sopra ad, una vecchia e scassatissima, squallidissima stazione ferroviaria; sul cui balconcino più alto, di torciglioni di ferro arrugginito, nell’aria carica di smog e puzze, tra il fischio moribondo di treni asbèstici e lo s-cìk/s-ciàk delle scariche guaniniche di piccioni malati, a un certo punto esce una vecchiarda colla cuffietta in testa, che si piega amorevolmente su un grosso vaso (l’unico) in cui chiedono flebilmente pietà alcuni stecchi marronastri; e una voce da Favolista comincia a raccontare C’era una volta una deliziosa vecchina, che per trascorrere lietamente gli ultimi giorni della sua vita coltivava sul suo pittoresco balconcino immortelle e carampànule… Poi, naturalmente, volendo, la favola va avanti. Di sicuro c’è solo questo: che la vecchiarda crepa.

Ho scritto anche una lunga stronzata su lalucedimizar in proposito, che tuttavia ha avuto la sua utilità: ricostruendo rapidamente, magari anche un po’ distrattamente, i miei rapporti con Lei quand’ero piccino, mi sono reso conto che, dopo un periodo di terrore estenuante, la paura della morte, intesa come quel senso di timor panico, di dissolvimento nel nulla, quella visione insostenibile, soverchiante, annichilente, be’, io da allora non l’ho più avuta. Mi ci sono rassegnato, forse; o almeno non trovo più così terrificante l’idea di svanire. Non ho trovato nulla di soverchiante nella perdita di persone care, per esempio: l’ho reputata un’ingiustizia fetente e, quello sì, l’idea di non riuscire a far sopravvivere, in qualche modo, alcune persone che sono state, nel frattempo, risucchiate nel nulla portandosi via una consistente dose della parte migliore di me (razionalmente accetto l’idea: era tutto in prestito; è stato reso; ma è ovvio che mi senta defraudato, da un certo punto di vista. Monco, se non altro) mi ha creato angosce tremende, e una nera disperazione cattiva, da crisi pantoclastica. (Mi sfogai all’epoca del trasloco, ricordo: mentre due tizj che non avevo chiamato io andavano avanti e indietro portando via la roba, buttavo le cose a terra, e le spingevo verso l’uscita, carte libri armadietti scarpe mensole cassetti computer, lasciando che tutto si ammaccasse si aprisse si stracciasse si sfasciasse).