82. Lavori in corso.

23 Mar

Sono poco assiduo, ultimamente: navigo, innanzitutto, un po’ meno; e poi non sto scrivendo, in Rete, alcunché di che. Questo non per mancanza d’ispirazione o che (per quello che ne so, posso sempre essere ispirato, o mai), ma per un fatto molto semplice e molto complesso: e cioè che negli ultimi giorni soprattutto m’è parso di aver trovato la soluzione a un mio problema.

Ossia: sto scrivendo; e io imposto sempre la questione nei termini di un problema da risolvere, anche se quasi mai ne vengo a capo. Solitamente si tratta di trovare la soluzione unica che riesca a soddisfare a due condizioni del tutto inconciliabili. Non so da dove mi venga, ma tutto quello che riguarda la scrittura, per quello che dovrebbe essere come cosa seria, professionale, è a metà strada tra la quadratura del cerchio e un lip service alla mia anima nera. Non solo: la soluzione non dev’essere priva di eleganza; dev’essere semplice; e definitiva, classica, esemplare. Si potrà essere più idioti di così? Mi rispondo da solo: e mi dico no

Stavolta, guarda il caso, mi è parso di riuscirci. E’ come se fossi riuscito ad aprire la porta di una reggia sottomarina, o iperurania. Sperando non sia la splendida reggia del sole dell’arcade Paol’Antonio Rolli. Sperando non sia una vana speranza, perché già l’immagine è forse non in sé infelice, ma — come dire? — esposta ad essere, a divenire tale. Ho avuto appena il tempo di vedermi investito da una lama di luce porporina e sùbito, per la solita congerie di cose inutili nojose fatue squallide che mi circondano, ho dovuto richiudere. Inutile è stato non aver testa né orecchio per nessuno, e per le storie di nessuno. Da una parte ci vivo immerso.

Dall’altra è come vedersi spianare innanzi, per poi salire sù, a perdita d’occhio, lo Scaleo d’Oro. Visione mirabile, profondamente crudele e frustrante. Non so perché, ma non riesco a concepire lo Scaleo d’Oro senza sentire acuto il desiderio, incontentabile, di correrlo tutto, e vedere che cosa c’è in cima. Al punto che se ne scendesse quel pirla di San Pier Damiano non lo farei roteare con le mie reverenti domande, ma con una gragnola di schiaffoni.

Insomma, è questo pallido, vado, aureo-purpureo, madreperlaceo, odioso Ideale vagamente tostiano che comincia a perseguitarmi tutte le volte che sfioro il da farsi sotto forma di Cosa Seria da Scrivere. La mia ignoranza non mi spaventa, affatto. So che, mettendomici di buzzo buono, con ragionevole sforzo potrei arrivare a spacciarmi per un diplomato.

Mi soverchia l’idea di tutto il Sapere con la S majuscola che dovrei conseguire per superare la mia Ignoranza intesa come attributo intrinseco all’Uomo. Alla Fatica che dovrei fare per superare il mio Limite di everyman (che rende, paradossalmente, meno rilevante il fatto stesso che io sono decisamente molto più stronzo dell’everyman in generale, inteso come media). Insomma, l’Assoluto mi tenta; & mi tormenta.

Tutti i mali dell’uomo derivano dall’incapacità di dare la propria vita (immolare? consacrare? mica sarà lo stesso?) ad una causa. [Ho risentito parlare, e qualcosa ho aggiunto alla personale mia striminzita bibliografia in merito, nuovamente di Arno Schmidt, negli ultimi tempi. Da qualche parte ho letto che negli ultimi anni scriveva a un corrispondente di non preoccuparsi delle sue pessime condizioni di salute; di scrittura si muore, diceva pressappoco].

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