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81. Paolo Rolli.

21 Mar

Ho trovato a livello bancarelle un volumetto, della vecchissima UTET color mattone, con un’ampia scelta delle opere di Paolo Rolli (Roma 1687-Todi 1765). Fu poeta, oggi meritamente poco noto, se non grazie ai libretti d’accompagnamento dei cofanetti d’opera — Haendel, Deidamia, poniamo il caso, o Riccardo I Rè d’Inghilterra, e via di questo passo. Chi ascolta opera barocca, e apprezza la recisa eleganza del bravissimo Niccolò o Nicola Francesco Haym (Roma 1679-Londra 1728), poniamo il caso Giulio Cesare in Egitto (lo Haym fu il Francesco Maria Piave di Haendel), incontrando opere come quelle succitate avrà notato con fastidio la diffusione verbosa e ampollosa dei recitativi, i paragoni stiracchiati delle arie di paragone, la scelta peregrina dei metri, che costringono il compositore a contorsioni melodiche alle quali non si piegava affatto volentieri. Ebbene, il genio di Halle NON era affatto contento del librettista, sig. Paolo Rolli!

Il quale tuttavia ebbe molte pretensioni di poeta.

Nasce da padre borgognone (Filippo Rolli, all’italiana) e da un’Arnaldi tudertina, vale a dire di Todi presso Perugia, in Umbria, e costituisce una specie di triade dei migliori poeti arcadi col Metastasio Pietro Trapassi e con Carlo Innocenzo Frugoni: tutti e tre furono allievi di Giovan Vincenzo Gravina, ingegno elevatissimo e cervice rigidissima col quale il Rolli stesso condivise una certa legnosità, e dal quale, nel 1714, non volle separarsi quando, scacciato aqua igneque dall’Arcadia da quel maledetto gesuita Giovanni Mario Crescimbeni, il povero Gravina si ridusse a fondare l’Accademia dei Quirini, che si radunava poi sempre nel palazzo di città (d’inverno) e nella villa (d’estate) del cardinale Lorenzo Corsini, poi papa Clemente XII.

Il Rolli tuttavia è ricordato per essere stato il centro della comunità italiana a Londra quando, tramontato nel 1714 (morte della compianta Anna Stuarda) l’astro scoto, il trono d’Inghilterra finì in mano ai Brunswick-Hannover, primamente coi due Giorgi, il I regnante fino alla morte, 1727, e l’altro negli anni dipoi. Costoro si distinsero, oltreché per i costumi discutibili e le spaventose liti familiari, per una politica culturale italianofila, in musica, e nelle arti tutte.

Londra in quell’epoca fu invasa da uno stuolo di poeti insulsi, pittori slavati e musicisti morti di fame.

Sta di fatto che, giunto a Londra alla fine del 1715, il Rolli vi si trovò tanto bene che vi rimase per ben ventinove lunghi anni, durante i quali continuò a decadere nella considerazione comune in misura inversamente proporzionale ai compensi che percepiva: all’inizio degli anni Quaranta una sua brutta raffazzonatura di libretto era compensata con 300 sonanti testoni di allora. Morta la sua pervicace protettrice, la regina Carolina Guglielmina di Anspach, sposa di Giorgio II, nel 1737, nacquero disordini; poi venne Roberto Walpole, che cavalcò sagacemente la bailamme tra Tories e Whigs, tra Stuardi e Hannoveriani, tra cattolici e protestanti, fino al 1742. Il Rolli resse fino al 1744. Dopodiché, finalmente, capì che non tirava più aria per lui, e s’imbarcò con un bastimento carico carico di oggetti belli, sontuose edizioni antiche, Filli, Clori & soprattutto Nerina (“La neve è alla montagna, / L’inverno s’avvicina, / Bellissima Nerina / Che mai sarà di me?…” aveva cantato nei suoi dolci, bruttissimi versi [1727, e aveva fatto furore]); la nomina di patrizio tudertino pervenutagli già nel 1735 mentre si occupava degli affari sua a Londra; e molte altre cose, tra cui una quantità di liquido veramente invidiabile. Ritiratosi a Todi, tradusse Racine e commediografi inglesi minori, espresse la sua soddisfazione in pessimi sciolti (Milton sembra essere stata la causa indiretta del Rolli versiscioltajo), corrispose con quelli che gli parevano i begl’ingegni dell’epoca, ossia gente del calibro di Faustina Maratti-Zappi e consorte avv. Gio. Batt. Felice Zappi, e contò i soldini, attendendo ad una sontuosa edizione in tre volumi della sua opera.

Durante il suo periodo inglese, non potendo ovviamente contrastare ai limiti della natura, non aveva sempre potuto far bene, e aveva fatto quello che aveva potuto — cioè molto. Varj libri di rime e versi (1717 e 1727 i più successful), tra cui i non infelici Endecasillabi; i suoi tetri libretti, composti da “parolajo in musica”, come diceva lui, scontento (e non sapeva nemmeno lui quanto a ragione) di un officio così vile (ma tanto remunerativo); polemiche (1728) con Voltaire (che non lo degnò della minima risposta; il Baretti, nel 1747, sarebbe tornato sulla questione, quella della Epick Poetry, con più efficacia; Voltaire aveva messo in un fascio Dante, l’Ariosto e il Tasso e aveva sostenuto che non valeva un tubo; grosso modo [va a sapere se ricordo bene, lessi quella fesseriola tanti anni fa] il Rolli escogitò una difesa fondata sull’assioma ‘Noi venimmo a vedere la sua Zaire, e piangemmo; perché Ella non verrà a piangere alla Merope del conte Maffei?’; su una cosa sola il Rolli e il Baretti concordano, e cioè circa il fatto che Voltaire non sapeva l’inglese), con Pope (che lo additò al pubblico ludibrio nella Dunciad, ossia Scimuniteide o comunque voglia chiamarsi), con il dott. Arbuthnot, che lo disprezzava, con Addison, che l’odiava; varie edizioni e traduzioni, Ariosto Anacreonte (1739) Boccaccio Guarini & molti molti altri, tra i quali segnalatissima è la sua versione del Paradiso perduto di Giovanni Milton, che egli stesso dichiarò la miglior trasposizione mai fatta da un idioma all’altro (è scritto sulla Grove, e temo assai che si tratti di una svista degli autori, anzi dell’autore della entry, Winton Dean, che non deve aver capìto esattamente le iperboli con cui il Rolli infiorò la dedica del volume a Federico principe di Galles, 1735; ma esaminerò meglio tra breve, o tra una decina d’anni, o mai più), e di cui pure il Settembrini notò laconicamente che sarebbe stata tradotta meglio da altri; e quel meglio vale anche integralmente, perché, nonostante boastasse fedeltà indefettibile, il Rolli aveva approfittato per espungere tutti i passi potenzialmente offensivi per la chiesa cattolica; ciò che non impedì che l’opera finisse all’Indice, come anche l’edizione inglese (la prima mai fatta), sempre a cura del per una volta benemerito Rolli, della bella versione che Alessandro Marchetti aveva dato del De rerum natura di Lucrezio (che però, a differenza del Paradiso perduto, fu molte volte ristampata, in quel secolo e nei secoli a venire).

Tenne una voluminosa corrispondenza con Giuseppe Riva ambasciatore prima a Parigi e poi a Londra, e dai carteggj vien fuori la personalità fiacca e ambiziosa, iraconda e velenosa, pettegola e intrigante del poeta maneggione, che per tutta la vita si scontrò coi grandi (ebbe da ridire, tra i suoi sodali, che pure erano notorj imbecilli come C. I. Frugoni, i coniugi Maratti-Zappi, e altri slombati schiccheratori di fesseriole, sul solo Metastasio, che trovava “monotono”!) e tutte le volte, preso a tavolettate, invece di disintegrarsi era rimbalzato: un arcade di caucciù.

La bella e rigorosa antologia che Carlo Calcaterra (1926 — non è la data di nascita del Calcaterra, è l’anno di edizione) ha confezionato per la UTET è tanto bella, tanto rigorosa e tanto puntigliosa che si può dire contenga, dell’opera del Rolli, dieci o venti volte quello che del Rolli merita di sopravvivere. Non i rozzi sonetti (1717 e anni sgg.), non le stecchite Meriboniane, non i bitorzoluti epigrammi del Marziale in Albion (posth., 1776, con tanto di memoria per servire alla vita dell’A.; ma in esse sono interessanti i richiami a quegli usi & costumi inglesi che non potevano non traumatizzare l’italiano in Londra, a partire dalla consuetudine del suicidio, per debiti per onore per fallimento, tramite pistolettata in bocca o taglio della gola da orecchio a orecchio, davanti a un mirror; e c’è un agghiacciante epitafio per il povero Attilio Ariosti, altro italiano a Londra, che, prima seguace del Lully poi di Alessandro Scarlatti, ebbe negli anni ’20 del ‘700, quando il Rolli era più felice, dei bei successi attaccandosi alla coda di Giovanni Bononcini: “Qui giace il Padre ATTILIO ARIOSTI: / Danar ti chiede ancor, se te gli accosti”), non le flaccide Elegie, non le tronfie Odi né cento e mille altre squacqueratezze, ma alcuni sceltissimi Endecasillabi, ancora del 1717, secondo anno di permanenza a Londra dell’A., costituiscono la parte migliore della sua opera, e riescono financo poesia e non semplici versi.

E mi piace riportarne uno, che non ha titolo, ossia nasce acefalo. In questo mi somiglia; non so, sarà per questa simpatia strutturale che sono indotto a farvene cadò?

Ma il fatto è che non mi sembra male, tutto qui. Preannuncia chiaramente il rococò, di cui sarà campione un altro per voi del tutto sconosciuto, molto miglior poeta del Rolli! Ludovico Savioli Fontana (di cui potrei trovare, non è inverosimile, a prezzo stracciato gli Amori nella decrepita Sansoni azzurra, e allora saranno cazzi vostri).

Piccola nota: la peculiarità ritmica di questi endecasillabi dipende dal fatto che sono falecj: ossia il Rolli, che in altri casi ha fatto i suoi bravi, disarmonicissimi, disgraziatissimi esercizj di metrica barbara vera e propria, ha creduto di rendere il verso antico facendo un endecasillabo (1) con due quinarj, del quale il primo sdrucciolo (ciò che vuol dire che ha cinque sillabe metriche ma sei grammaticali; essendo che un quinario non è un verso di cinque sillabe, ma un verso con l’ultimo accento sulla quarta sillaba, ossia, come suol dirsi, in quarta posizione; va da sé che accoppiato con un secondo quinario, le sillabe grammaticali, appunto sei, finiscono col coincidere con quelle metriche, dato che la sesta sillaba diviene l’ultima solo del primo emistichio e non di tutto il verso) e il secondo piano; con un endecasillabo (2) che, all’inverso, ha il primo emistichio che è un quinario piano, con un secondo emistichio che è un quinario sdrucciolo: ne consegue che non trattisi di endecasillabo, ma di decasillabo; la particolare cesurazione del verso consente che tra loro corrispondano armonicamente gli emistichj, e che l’accostamento di un verso imparisillabo con un verso parisillabo non laceri gli orecchj; quindi un endecasillabo (3) che ha l’identica struttura del primo. La struttura metrica generale è di terzine irrelate AXA BYB CZC &c. 

Mi sono permesso di facilitare, cosa per il lettore odierno forse non del tutto inutile, la lettura di certe parole — soprattutto quella sdrucciola di parole altrimenti leggibili come piane — tramite i ed e (ed o, più sotto) dïeresate.

Ecco già tornano, buon Tïonéo,

Tuoi lieti giorni pieni di giubilo,

Evoe Bromïo, evoe Lïeo.

Ecco già s’aprono alle carole

Per folti lumi le adorne camere

Come la splendida reggia del sole:

In gaie e varïe fogge novelle

Su i bianchi volti la negra maschera

Le snelle giovani rende più belle;

Perché le tenere sembianze crede

Più grazïose, più vive e morbide

Il desiderïo che non le vede.

Vezzosa Egerïa, inanellato

Il crin, t’adorna con una candida

Piuma pieghevole il manco lato:

Al collo avvolgiti l’orïentali

Fila di perle che dolce cadano

Da nodo facile al petto uguali:

Dopo le rapide danze, se lassa

Ti posi e siedi, vago è lo scorgere

In onda moversi or alta or bassa:

E così ondeggiano le perle rare

Söavemente, che d’esser credono

Mosse da zeffiro tornate in mare.

Poi s’imbandiscono tutte fumanti

Di scelti cibi le ricche tavole,

E i vini brillano dolcepiccanti,

Che dentro a’ limpidi tersi bicchieri,

Spiritosetto lieve zampillano,

Al gusto amabili, sani e leggieri.

Bevasi ‘l rustico fier Sabinese

I suoi gagliardi vini che fumano

Cretosi e ruvidi come il paese.

Aurei scintillino in nostra mano

I dilicati vini del Tuscolo,

Di monte Porzïo, d’Alba e Genzano.

Quando s’immollano, che bel colore

Han le tue labbra! quanto le grazïe

Sopra vi stillano dolce sapore!

Allor più scherzano il gioco, il riso

Degli occhi lieti nell’umor lucido,

E allegra l’anima vien tutta al viso.

O Evio, o Libero, o Bassarëo,

O sempre biondo, o sempre giovane,

Evoe Bromïo, evoe Lïéo.

 

Prima, mentre cercavo di ingrandire il carattere e rimettere insieme le strofe, ho cancellato il componimento sopra. Adesso riprovo (ma solo questa volta), e aggiungo altri Endecasillabi, quelli che seguono, che festeggiano la guarigione di una dama impallidita (per cui poc’anzi il Rolli, parallelamente, aveva cantato “Piangete, o Grazïe, piangete, Amori”), e il suo ritorno alla vita galante.

 

Gioite, o Grazïe, scherzate Amori,

Non ha il mio bene più il volto pallido,

Tutti vi tornano gli almi colori.

Amori e Grazïe voi già tornate

Alle sue gote, a gli occhi lucidi

Pieni d’imperïo e di pietate.

Quel riso amabile già in voi ravviso,

Molli pozzette, labbra purpuree,

Riso dolcissimo, soave riso.

Del vetro, Egerïa, torna al consiglio,

Ché, come grana sparsa in avorïo,

Nel tuo bel candido sorge il vermiglio.

Col terso pettine tutta inanella

La lunga chioma, e bianca polvere,

Qual neve in albero, spargi su quella.

Pon sul bell’ordine de’ vaghi crini

I ricchi nastri, le gemme tremule

E i sottilissimi stranieri lini.

Le orecchie adornati con fila d’oro,

Onde com’astri, brillan purissimi

Diamanti penduli in bel lavoro.

Di perle candide doppio monile

Al collo cingi e i polsi avvolgine

Pur della morbida mano gentile:

Dell’alba ditemi, o pure figlie,

Non v’è più grato quel collo latteo

Che il seno argenteo delle conchiglie?

Dov’è la nobile pomposa vesta,

Cui frange d’oro d’intorno ondeggiano,

Tutta pur d’auree fila contesta?

Il cocchio splendido d’auro e cristalli

T’aspetta, o cara: senti che strepito

Con l’unghia ferrea fanno i cavalli:

Oh come danzano, come inquïeti

Il ricco freno di spuma imbiancano,

Di te che traggono superbi e lieti!

Sotto l’imperïo delle tue ciglia

Vedrai dovunque gli occhi si volgono,

Diletto nascere e meraviglia:

Ma non accendere d’orgoglio il core;

Ché in un istante bellezza e grazïe

Illanguidiscono qual molle fiore.

 Da: Paolo Rolli. LIRICHE. Con un saggio su La melica italiana dalla seconda metà del Cinquecento al Rolli e al Metastasio e note di Carlo Calcaterra. Con tre tavole. Torino, Unione Tipografico-Editrice Torinese (già fratelli Pomba Libraj in Principio della Contrada di Pô). Torino 1926. Pp. 11-16.