Archivio | 13:34

77. Sogni.

10 Mar

Dormo in una stanza in fondo a un padiglione abbandonato del Manicomio di Collegno. Delle due stanze più vicine, una serve da magazzino per le bottiglie vuote di birra, e l’altra da cesso — non nel senso che ci siano le comode, ma nel senso che ci si caca, ci si piscia e all’occorrenza ci si vomita. Quando tira vento, la porta della stanza in cui si dorme si spalanca, e la puzza di cacca entra a folate. Poi arriva il mio predecessore, e si mette a bere birra sul suo letto. Poi arrivo io, alle 22.00 circa, e dormo. In mezzo alla puzza di cacca.

Fortunatamente ci sono i sogni, che quando sono sopraffatto dagli eventi o dall’idea degli stessi mi tengono quasi attaccato alla sostanza delle cose che sto vivendo in quel momento, magari per specula in aenigmate, ma appena appena, in modo da farmi vedere, basta spostare appena appena la maschera, quello che vedrò aperti gli occhj.

Invece da alcune notti a questa parte, in parte sogno cose completamente diverse da qualunque cosa io abbia mai esperito, o stia attualmente esperendo; e in parte, ovviamente, sono cose note, ma mai di quelle che temo od ho in uggia di vedere. Per esempio, l’altra notte ho fatto un sogno che rappresentava un mondo fatto di superfici lucide e nere e portefinestre scintillanti; a un certo punto era Capodanno, ed ero seduto a un tavolo di noce massiccio con una persona che nel sogno era un mio buon conoscente (ma non somigliava a nessuno che conosca davvero, almeno non in questo mondo); sul tavolo, ricordo, c’era una di quelle coperte da tavolo che difficilmente si riuscirebbe a chiamare tovaglie, perché sono spesse, e questa era identica (almeno nelle intenzioni) a quelle che nei quadri di Evaristo Baschenis stanno sotto gli strumenti con le ditate di polvere. Per inciso, nei quadri di Evaristo Baschenis c’è sempre quella specie di coperta perché le fabbricava lui, a Gandino, così detta dalla città di Gand nelle Fiandre, che era collegata alla piccola Gandino dalla lunga Via della Seta europea. I filati da Gand arrivavano a Gandino, dopodiché si faceva un primo tessuto, abbastanza grezzo, e poi tutto era spedito a Napoli, dove diventava merce di lusso. Adesso che ho detto tutte queste stronzate mi sembra di ricordare che la coperta non fosse affatto simile a quella dei quadri di Evaristo Baschenis. A ripensarci ancora, sì, direi che ne sono sicuro: era completamente diversa. Quindi siete pregati di dimenticarvi l’inciso. Piuttosto, nel sogno la cosa importante era che era Capodanno, e io lo stavo passando con questo signore ascoltando la radio, da cui trasmettevano la Medea di Cherubini. In quel mondo trasmettevano la Medea di Cherubini ad ogni fine d’anno. Questa era spaventosa: una voce che in teoria doveva essere tenorile gnaulava disperatamente “Or che più non vedrò”. Io chiedevo al conoscente chi fosse quel cane, e lui mi rispondeva “Nicolai Gedda, 1965”. Nel sogno ricordavo bene anche le parole, e soprattutto seguivo bene il filo melodico, pur distorto dalle stonacchiature, quindi posso attestare con sicurezza che cantava veramente di schifo. In quel mondo, ovviamente, perché in questo, nel 1965, Gedda era ancora in condizioni più che ottimali, e credo sia uno dei pochi cantanti che possono vantare di non aver mai stonato in tutta la loro carriera.

Stanotte, invece, ho sognato che una mia amica dagli occhj tristi e fondi (aveva i capelli lunghi fino alle spalle, una specie di caschetto lungo, castano scuro, quasi neri, e il suo sguardo era veramente canino) doveva accudire a una zia, che una malattia misteriosa aveva ridotto alle dimensioni di un esserino di poche decine di centimetri. Ricordo, nel sogno, com’era triste vederla dormire in una cesta bassa appoggiata vicino ad un paralume rosa antico.