Archivio | marzo, 2007

87. Quasi dimenticavo.

30 Mar

Diverso tempo fa, non so com’è, m’era venuto da cercare con google “arcidio baldani”. Questo strano nome (io penso si pronuncj “Arcìdio”, non “Arcidìo”, ma non è detto da nessuna parte) è quello di un poeta di origine credo emiliano-romagnola, che poi visse prevalentemente tra Roma (dove faceva il professore di lettere in un liceo) e Milano, dove in p.zza Diaz vendeva i suoi libri; fiorì tra la fine dei Sessanta e l’inizio dei Settanta. Doveva essere un tipo quantomeno stravagante.

Comunque, a dar fede a quello che lui stesso dice, delle sue opere (che sono libri di poesie intitolati semplicemente Opera uno, Opera due, Opera tre &c., fino almeno a undici, dodici, tredici) ha piazzato dieci o ventimila copie. Molte ne inviava a titolo gratuito anche ad assessori, capi della polizia e dotti uomini, alcuni dei quali si sono prestati a rilasciare delle dichiarazioni, poi stampate in fondo, credo (ma vai a ricordare, ormai) all’Op. 9  o 11, che Arcidio Baldani era un vero grande, come Chateaubriand, Goethe, Napoleone e Vittor Ugo.

Oggi, comunque, non figura nelle storie letterarie.

Eppure era interessante: non ho esempj sottomano, e me ne dispiace, ma applicava al contrario la massima “nascondi la tua vita ed espandi l’anima”. Aveva una personalità gretta e risentita, portata al piagnisteo cattivo e al più ingessato profetismo, ma scriveva in sonanti metri regolari, quasi sempre endecasillabi, quando non in rima. Con effetti, a tratti, di notevole energia.

Quanto all’anima, quella cosetta rinsecchita che aveva in luogo di essa, lo portava a prendersela in maniera terribile col figlio, con certe prostitute incontrate per la strada, con i suoi studenti, e poi con grandi personaggj, specialmente capi di Stato e politici comunisti e soprattutto Marx, che, in certe pappolate in terzine, soleva apostrofare come “gente neanche battezzata”, come altri dice: “gente che non è nemmeno contribuente”, o “gente che nemmeno cià la terza elementare”. Sempre e comunque con un livore di sottofondo alla lunga (a voler leggere da capo a fondo due o tre suoi libretti) abbastanza spaventevole.

Lessi tre opere dispari, la Settima, la Nona e l’Undicesima. Passando dalla 7 alla 11 si notava un preoccupante crescendo nel suo astio contro il mondo, con venature masochiste e paranoidi. Diverse poesie esprimevano odio per i suoi vicini di casa, che secondo lui gli battevano nel muro col deliberato scopo di farlo impazzire. Un’altra esprimeva schifo di sé per vivere mantenuto da una donna che aveva regolari rapporti col proprio cane, oltre che col povero Arcìdio — non so se in tempi diversi o tutti quanti insieme, come re Orso, Oliba la bella dall’occhio giudeo e Lìgula. Quello che il compianto Gino Tasca avrebbe definito un “subconscio a cielo aperto”, insomma, ma esprimentesi in forme tanto quadre e limpide, in maniera così assolutamente non problematica, scolpita, nature, da risultare molto interessante — clinicamente, di sicuro, anche; ma non è certo questo il tipo di interesse che potessi concepire per un’opera talmente stravagante; direi che era esclusivamente da lettore, un interesse, appunto, letterario. La pazzia è — almeno per me — sempre uno spettacolo penoso, ma in concomitanza con gli accessi più incresciosi può, a seconda del talento del pazzo in turno, manifestarsi anche una forma di bellezza. E poi è salutare vedere fino a che punto può spingersi la sfida al ridicolo — io scrivo in versi rimati e metrati, per una forma di ostinazione (quella che il Baldani chiamava “resistenza”) che non porta mai buono. E’ anche per sapere che fine si può fare. Appunto: che fine ha fatto, Baldani? E’ “guarito”? E’ ancora vivo? E’ morto pazzo, coerentemente con la propria vita?

Quella volta, cercando questo stravagante personaggio in rete, senza particolare speranza di trovare alcunché, ho trovato un intervento, abbastanza strutturato, di un certo Cristiano Sias, su un forum dal nome ch’è tutto un programma.

Il forum oggi è blindato, ma potete, ovviamente, chiedere di iscrivervi, se v’interessa, fornendo nome e cognome, indirizzo di casa, numero di telefono fisso controllabile, numero di cellulare, codice fiscale e numero di documento d’identità.

Non è uno scherzo.

Il perché di una simile scelta mi è chiaro solo in parte, e solo in base alle parole di Cristiano Sias stesso, che poi, come mi ha rivelato in privato, sono insufficienti a dare la misura della catastrofe avvenuta.

Per tutto il tempo a venire, dopo essere intervenuto in proposito di Arcidio Baldani [Cristiano Sias aveva lanciato la provocazione: E se Baldani dovesse essere considerato a sua volta un poeta-contestatore? — se provocazione può essere considerata, dal momento che Arcidio Baldani non se lo caca più nessuno da decenni] non ero più tornato sul forum.

Tuttavia, risultando iscritto, continuavo a ricevere la newsletter, che normalmente archiviavo senza leggere. Una volta o due ci ho sbirciato, e non ho trovato rimandi ad alcunché d’interessante. Finché domenica 11 marzo è pervenuta una mail dai toni piuttosto tesi, questa:

Questa email ti è stata inviata da un Amministratore di “Benvenuti su
Nuovapoesia”.
Se ritieni che questo messaggio costituisca spam (pubblicità non desiderata) o
pensi che il suo contenuto sia offensivo, contatta il webmaster al seguente
indirizzo:

redazione@nuovapoesia.it

Includi questa email, compresi gli headers.

Testo del messaggio:
~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~

Augurando a tutti voi una serena domenica e scusandomi per l’intromissione
“personale” nella vostra casella di posta, dovuta a fatti che ritengo di
interesse vitale per il sito Nuovapoesia, sempre con il fine di una valutazione
costruttiva e un miglioramento, vi invito a leggere con la massima attenzione la
mia comunicazione odierna al link
http://nuovapoesia.forumup.it/about2743-nuovapoesia.html ed esprimere
liberamente la vostra opinione in merito.
Grazie per la collaborazione e un abbraccio a tutti!

Cristiano Sias
admin Nuovapoesia
info@nuovapoesia.it

Facciamo diventare grande questo sito, segnaliamolo a tutti gli amici della
nostra rubrica!

   
   
   
   
   
 
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Mi sono ovviamente chiesto che cosa cacchio ci potesse essere di tanto vitale in un sito che si chiama NuovaPoesia, e, blandamente incuriosito, sono andato a guardare. Non posso più recuperare quelle ridicole parole, non avendo più la possibilità di accedere a quel salottino (peraltro parecchio affollato di cretini, di questo dev’essere dato atto a Cristiano Sias); basti il succo: sostanzialmente l’administrator, e qualche poeta assiduo del forum, era stato centrato di messaggj poco deferenti, in pretto stile troll: il padrone di casa (invento, ma siamo lì) era un cagone, la tal poetessa aveva problemi di alitosi, &c. Sias aveva reagito, non so dopo quante provocazioni, con tono veramente isterico, e ha annunciato che sarebbero state adottate misure.

Quanto a queste, come ha rivelato la seguente newsletter, del 24 marzo,

Questa email ti è stata inviata da un Amministratore di “Benvenuti su
Nuovapoesia”.
Se ritieni che questo messaggio costituisca spam (pubblicità non desiderata) o
pensi che il suo contenuto sia offensivo, contatta il webmaster al seguente
indirizzo:

redazione@nuovapoesia.it

Includi questa email, compresi gli headers.

Testo del messaggio:
~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~~

A tutti gli utenti:

Nuovapoesia CAMBIA e  comunica la prima parte del suo programma. Esprimete la
vostra opinione su “le basi del futuro”:
http://nuovapoesia.forumup.it/about2833-nuovapoesia.html (link in Home Page
nelle comunicazioni della redazione).

Buona domenica e buona scrittura a tutti!

Redazione Nuovapoesia
info@nuovapoesia.it
http://www.nuovapoesia.it
http://nuovapoesia.forumup.it/

Da:  <redazione@nuovapoesia.it>
Risposta:  redazione@nuovapoesia.it
Inviato:  sabato 24 marzo 2007 23.04.07
A:  redazione@nuovapoesia.it
Oggetto:  Le basi del futuro
 
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sono quelle di sopra riportate, cioè iscrivere e lasciar accedere al foro solo chi fornisse nome-e-cognome, indirizzo di casa, telefono di casa, cellulare, codice fiscale e numero di documento. ‘Sta minchia, pensai.

A livello della prima mail ero intervenuto sul forum (altra cosa che non recupererò mai più) dicendo che mi sembrava una reazione spropositata: se era tutto lì quello che Cristiano Sias e le sue frequentatrici avevano subìto, lo stile dei messaggj mi sembrava troppo scemo-chi-legge per essere la credibile scaturigine di tanto fervore.

Risultato: quando ricevetti, tuttora regolarmente iscritto, la newsletter del 24 marzo, quella in cui si annunciavano le basi del blindatissimo futuro del sito, dopo aver letto sul forum le nuove leggi, un po’ ho trasecolato (mi sembra francamente insultante chiedere tutti quei dati, io non li darei — e in effetti qualcuno s’è sin da sùbito detto contrario), un po’ mi sono detto chissenefrega; ma volevo, magari nei giorni seguenti, magari in un momento in cui non avessi proprio nulla da fare, aggiungere qualche parola alla faccenda. Non ho potuto farlo perché non ci riuscivo più.

Sicché, un po’ innervosito come sempre mi accade quando c’è una censura in atto, ho scritto rispondendo, semplicemente, alla newsletter, con queste parole:

—– Original Message —– From: “Melchiorre Gioja” <melchiorregioja@hotmail.com>

To: <redazione@nuovapoesia.it>

Sent: Sunday, March 25, 2007 3:10 PM

Subject: RE: Le basi del futuro


> Non sono mai riuscito a leggere quello che eventualmente era scritto in
> risposta al mio II ed ultimo intervento perché non risulto registrato. Ogni
> tanto mi piovono in casella vostre comunicazioni da ‘nuovapoesia’, sito di
> cui peraltro, avendo poco e pochissimo tempo a disposizione per frequentare
> altro che il mio blog, ho potuto leggere sì e no tre o quattro discussioni.
> L’ultima volta che sono intervenuto è stato in risposta ad una discussione
> nata in séguito alla puerili aggressioni dei soliti troll. Non mi rendono
> perplesso i troll, che sono una piaga della rete e che ho già paragonato
> alla gente che fa telefonate anonime; mi rende perplesso la reazione ai
> troll, offesa angosciata disperata. Credo di non capire nulla della linea di
> condotta della redazione. Anche quest’ultimo annuncio mi pare insulsamente
> sopra le righe, come fatto apposta per attirare gli scherni (come mi sembra
> anche, tutto sommato giusto: a chi ‘nullità umane’? a chi ‘sfruttatori del
> lavoro altrui’? Non sarebbe meglio chiedersi che razza di sentimenti siano
> quelli di chi riesce a farseli ‘assassinare’ così, dal primo coglioncello
> che passa e lancia un insulto? Spero per la vostra sanità che si tratti di
> pura e semplice ipocrisia, da parte vostra: se siete sinceri avete un
> *grande* bisogno di cure). Non so nemmeno se le leggi sulla privacy
> consentano di tenere un’anagrafe come quella che avete in progetto.
> La cosa che più fa ridere (a me personalmente) è che non sono in grado
> nemmeno di lasciare un numero di telefono, né fisso (non ho casa) né mobile
> (non ho un cellulare).
> Be’, auguri.
> Spero che presto o tardi troviate la pace, tutti quanti. Peccato che la
> poesia sia forse l’ultimo tra gli strumenti potenzialmente atti a farla
> conseguire, ma tant’è.
>
> David Ramanzini.
>
> (… RMNDVD74C14L388H ^_^).
 

La risposta a questa mia risposta è arrivata a stretto giro, ed è quella che segue:

Da:  Redazione Nuovapoesia <redazione@nuovapoesia.it>
Inviato:  domenica 25 marzo 2007 14.16.27
A:  “Melchiorre Gioja” <melchiorregioja@hotmail.com>
Oggetto:  Re: Le basi del futuro
 
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Gentile David “Anfiosso”,lei non sta parlando a ragazzini sprovveduti, ma a gente matura che conosce internet da 30 anni e che sa bene cosa dice, unendo capacità di realismo inimaginabile per lei, che denota una certa superficialità quando parla di “sopra le righe” per una vicenda che non conosce e in un contesto che continuerà in una contenzioso penale, con gente abituata, le assicuro, a misurare lo iota e lo iato, figuriamoci gli aggettivi.La preghiamo, si risparmi dunque la sua ironia di così basso livello, come quel codice fiscale in calce. Non è il momento giusto per gli infantilismi, ci creda. Nel suo interesse.Detto questo, se riceve le nostre mail la responsabilità è solamente sua perché  è regolarmente iscritto al sito con nick “anfiosso”, come ben sa.  Si era iscritto “casualmente” per Arcidio Baldani, ricorda? E non era più tornato. Stranamente ora ricompare improvvisamente per una vicenda che non la riguarda e sulla quale sa spargere critiche, fango e offese con strana attenzione. Nè  comprendiamo perché ci dice “Non sono mai riuscito a leggere quello che eventualmente era scritto in risposta al mio II ed ultimo intervento perché non risulto registrato”. Questa è una sciocchezza: lei ha libero accesso al sito e se ha dei problemi sono da ricercare in motivi diversi da un nostro eventuale intervento.Né comprendiamo il senso di queste sue “sospette” offese gratuite verso questa redazione “bisognosa di cure”, se non giustificandole con i suoi così intensi rapporti con i troll di cui tanto parla. A furia di stare fra gli zoppi si zoppica, pare. Naturalmente siamo lieti che lei si preoccupi della nostra sanità mentale, ma se lei non “capisce nulla” (parole sue) se la prenda con la propria ignoranza, non con l’intelligenza altrui. E non si preoccupi delle leggi: le conosciamo certo meglio noi di lei.E studi la regolamentazione di un’associazione, che di virtuale, come il vostro mondo che ormai non distinguete neanche più dal quotidiano, non ha un bel nulla.

Dovrà quindi purtroppo sopportarci.

Così come noi sopporteremo lei e le sue mail, a meno che non ci faccia la cortesia di chiederci la chiusura del suo account per occuparsi unicamente del suo blog.  Sicuramente la nostra pace verrà ritrovata più facilmente, se non riceveremo più mail come la sua.

Sempre felici di divertirla

Buona domenica

Cristiano Sias
info@nuovapoesia.it
http://www.nuovapoesia.it
http://nuovapoesia.forumup.it/

M’è rimasto un pajo di dubbj, che purtroppo sono destinati a rimanere tali:1. Come dev’essere intesa una “capacità di realismo inimaginabile per lei”? Come un “potevamo stupirla con effetti speciali, ma &c. &c. &c.”?2. Non era mia intenzione fare ironia. Pareva ironica, la mia mail?3. Quando dice “Non è il momento giusto per gli infantilismi, ci creda. Nel suo interesse”, che cos’è? Una minaccia?

4. Ho torto quando considero deliranti queste parole:

Detto questo, se riceve le nostre mail la responsabilità è solamente sua perché  è regolarmente iscritto al sito con nick “anfiosso”, come ben sa.  Si era iscritto “casualmente” per Arcidio Baldani, ricorda? E non era più tornato. Stranamente ora ricompare improvvisamente per una vicenda che non la riguarda e sulla quale sa spargere critiche, fango e offese con strana attenzione”?

Critiche? Fango? Offese?

5. Ma quanti ebeti stronzi girano per la Rete?

6. Cristiano Sias? Mavaffanculo, vah.

86. Precisione.

30 Mar

Grazie Ezrarhesus, comunque.

Sono strafalcioni che mi scappano da tutte le parti. Non sviste: cose che non so e non verifico. Rimango sempre perplesso, di fronte a questo tipo di errore. Non devo chiedermi: come ho fatto a confondermi?, ma semplicemente: come mai non ho verificato?

Sono in una strana fase di transizione. Prima ero convinto che la cosa importante fosse una certa tendenza alla precisione, come una forma di buona fede. Adesso comincio a sentire come di fondamentale importanza essere precisi, punto e basta — non distinguo più tanto bene peccato veniale da peccato mortale.

Quanto più tendo a considerare la precisione un valore in sé tanto meno l’aspetto morale della precisione sfuma.

85. Letture.

29 Mar

Sto leggendo questo:

 che una delle Barbare che ogni tanto passano per questo blog ha lasciato ad aspettarmi alla libreria Massena 28. E’ stato stampato da Fernandel, Ravenna gennajo 2007, ha 187 pagine, più tre pagg. di catalogo Fernandel. Contiene 16 racconti, di: Elisa Ruotolo (Santa Maria a Vico, CE, 1975), Un posto al sud; Elena Battista (Bari, 1966), L’età che hai tu adesso; Susanna Bissoli (Isola della Scala, VR, 1965), Diventare lesbica; Elisa Genghini (Rimini, 1982), La settimana santa; Francesca Bonafini (Verona, 1974), Inferno acustico; Nadia Terranova (Messina, 1978), Un libro ti salva la vita; Stefania Bondini (Cesena, 1975), Diciotto carati; Federica Senigagliesi (Jesi, 1982), Bacia per terra; Daniela Russo (Castellammare di Stabia, NA, 1973), Dove non si parla d’amore?; Patrizia Caffiero (Lecce, ?), Di che sesso sei?; Barbara Delfino (?, ?), Bruno; Viola Rispoli (Napoli, 1976), Disoccupati Organizzati; Mascia Di Marco (Pescara, 1973), Tandoori; Elisa Finocchiaro (Catania, 1981), Stella cadente; Deborah Rim Moiso (Asti, 1982), Non immaginavi una figlia di sinistra; Grazia Verasani (Bologna, 1964), Poco importa L’ho ritirato l’altrojeri, e ho cominciato a leggerlo, ma non tutto di séguito, perché lo alterno con le ultime pagine di Desperation di Stephen King, che è questo

in questa esatta edizione Euroclub, che leggo la sera su una panchina di p.zza San Carlo, vicino ai canterini (col sottofondo di Granada e la spagnuola sa amar così è quasi più orribile. Oi Mari’ mi distrae un po’, perché tutte le volte che il tenorino urlacchia: ” Oi Mari’!! ” mi vien da fare la caccavella [” Oi Mari’!! ” — Ba-ffan-gù-lo — ” Oi Mari’!! ” — Bà-ffàn-gù-lo!!!, &c.] ).

************************************

Peraltro, qualcuno mi sa dire le date di nascita e di morte di Carlo Galasso, letterato fiorentino che diresse nei ’60 la rivista Cynthia, e che stampò “epitaffi per i vivi e per i morti” (o roba del genere) in un vol. dal titolo Terra di tutti e di nessuno (1962)? [Imbarazzata giunta: non ho pensato che potesse essere ancora vivo. In effetti non so nemmeno se si sia mai ammalato].

84. Sposto il resto un po’ più in giù.

28 Mar

Ho ancora tre minuti: anche se avessi qualcosa da dire non avrei il tempo materiale per dirlo. Da dire ci sarebbe sempre, volendo: nel senso che il cervello non smette mai di pensare. Quello che ogni tanto smette, si vede, è la voglia di starlo ad ascoltare. Non si dovrebbe mai dire, dunque: Ho la testa vuota. Ma: Vorrei (tanto) avere la testa vuota.

Questo post 84 (comunque sia ho sproloquiato più che a sufficienza in giro per la rete, oggi) invece serve solo a mandare giù l’ultimo post — mi sembra che quando i post rimangono per troppo tempo ‘l’ultimo post’ mettano la muffa e comincino a puzzare leggermente. Fisime di bloggeur e basta, insomma.

Buona serata a tutti.

83. La Morte.

26 Mar

Coll’emme majuscola, proprio così. Giorni fa, magari giorni & giorni fa, qualcuno, via mail, mi ha chiesto a bruciapelo: ma tu ci pensi mai alla morte? Non faccio a tempo (questa è la mia impressione, in realtà tempo ne ho avuto, sono io che lo spreco) a girarmi un po’ in qua e un po’ in là, ed ecco che leggo su lalucedimizar una riflessione notturna, ma da notte insonne, sulla morte. Dopodiché, a breve distanza di tempo, ne leggo un’altra. Dal momento che sono a caccia di spunti per una cosa, che non metterò mai sul blog, che dovrebbe essere insieme sia perfettamente organica che assolutamente frammentaria, ossia una raccolta di poesie che possa compilare come una specie di romanzo a tessere, e dato che La Morte mi sembrava un gran bell’argomento, come La Notte, L’Usignolo, La Rosa, Il Brindisi, L’Alba, Cefalo & Procne, La Tempesta di Mare, La Battaglia di Lepanto, Romeo & Giulietta, &c. &c. &c., avevo addirittura pensato di dedicarLe un mazzetto di versi, un’ode, una collana di sonetti, una corba di epigrafi. La cosa strana che mi succede quando mi faccio contagiare dalle idee altrui, ossia quando cerco di trattare idee del tutto ultronee, allogene, come se fossero nate qui nel cervellino mio, mi appare qualche buffa scenetta davanti agli occhi.

Stavolta l’unica cosa che sono stato buono di cavare da quella specie di colonia di nidi di mosche che fa le veci del sistema nervoso centrale all’interno della mia scatola cranica è stata quella di una brutta casipola, di quelle venute sù presto nell’immediato dopoguerra, ma lunga e alta, proprio a ridosso di, e sopra ad, una vecchia e scassatissima, squallidissima stazione ferroviaria; sul cui balconcino più alto, di torciglioni di ferro arrugginito, nell’aria carica di smog e puzze, tra il fischio moribondo di treni asbèstici e lo s-cìk/s-ciàk delle scariche guaniniche di piccioni malati, a un certo punto esce una vecchiarda colla cuffietta in testa, che si piega amorevolmente su un grosso vaso (l’unico) in cui chiedono flebilmente pietà alcuni stecchi marronastri; e una voce da Favolista comincia a raccontare C’era una volta una deliziosa vecchina, che per trascorrere lietamente gli ultimi giorni della sua vita coltivava sul suo pittoresco balconcino immortelle e carampànule… Poi, naturalmente, volendo, la favola va avanti. Di sicuro c’è solo questo: che la vecchiarda crepa.

Ho scritto anche una lunga stronzata su lalucedimizar in proposito, che tuttavia ha avuto la sua utilità: ricostruendo rapidamente, magari anche un po’ distrattamente, i miei rapporti con Lei quand’ero piccino, mi sono reso conto che, dopo un periodo di terrore estenuante, la paura della morte, intesa come quel senso di timor panico, di dissolvimento nel nulla, quella visione insostenibile, soverchiante, annichilente, be’, io da allora non l’ho più avuta. Mi ci sono rassegnato, forse; o almeno non trovo più così terrificante l’idea di svanire. Non ho trovato nulla di soverchiante nella perdita di persone care, per esempio: l’ho reputata un’ingiustizia fetente e, quello sì, l’idea di non riuscire a far sopravvivere, in qualche modo, alcune persone che sono state, nel frattempo, risucchiate nel nulla portandosi via una consistente dose della parte migliore di me (razionalmente accetto l’idea: era tutto in prestito; è stato reso; ma è ovvio che mi senta defraudato, da un certo punto di vista. Monco, se non altro) mi ha creato angosce tremende, e una nera disperazione cattiva, da crisi pantoclastica. (Mi sfogai all’epoca del trasloco, ricordo: mentre due tizj che non avevo chiamato io andavano avanti e indietro portando via la roba, buttavo le cose a terra, e le spingevo verso l’uscita, carte libri armadietti scarpe mensole cassetti computer, lasciando che tutto si ammaccasse si aprisse si stracciasse si sfasciasse).

82. Lavori in corso.

23 Mar

Sono poco assiduo, ultimamente: navigo, innanzitutto, un po’ meno; e poi non sto scrivendo, in Rete, alcunché di che. Questo non per mancanza d’ispirazione o che (per quello che ne so, posso sempre essere ispirato, o mai), ma per un fatto molto semplice e molto complesso: e cioè che negli ultimi giorni soprattutto m’è parso di aver trovato la soluzione a un mio problema.

Ossia: sto scrivendo; e io imposto sempre la questione nei termini di un problema da risolvere, anche se quasi mai ne vengo a capo. Solitamente si tratta di trovare la soluzione unica che riesca a soddisfare a due condizioni del tutto inconciliabili. Non so da dove mi venga, ma tutto quello che riguarda la scrittura, per quello che dovrebbe essere come cosa seria, professionale, è a metà strada tra la quadratura del cerchio e un lip service alla mia anima nera. Non solo: la soluzione non dev’essere priva di eleganza; dev’essere semplice; e definitiva, classica, esemplare. Si potrà essere più idioti di così? Mi rispondo da solo: e mi dico no

Stavolta, guarda il caso, mi è parso di riuscirci. E’ come se fossi riuscito ad aprire la porta di una reggia sottomarina, o iperurania. Sperando non sia la splendida reggia del sole dell’arcade Paol’Antonio Rolli. Sperando non sia una vana speranza, perché già l’immagine è forse non in sé infelice, ma — come dire? — esposta ad essere, a divenire tale. Ho avuto appena il tempo di vedermi investito da una lama di luce porporina e sùbito, per la solita congerie di cose inutili nojose fatue squallide che mi circondano, ho dovuto richiudere. Inutile è stato non aver testa né orecchio per nessuno, e per le storie di nessuno. Da una parte ci vivo immerso.

Dall’altra è come vedersi spianare innanzi, per poi salire sù, a perdita d’occhio, lo Scaleo d’Oro. Visione mirabile, profondamente crudele e frustrante. Non so perché, ma non riesco a concepire lo Scaleo d’Oro senza sentire acuto il desiderio, incontentabile, di correrlo tutto, e vedere che cosa c’è in cima. Al punto che se ne scendesse quel pirla di San Pier Damiano non lo farei roteare con le mie reverenti domande, ma con una gragnola di schiaffoni.

Insomma, è questo pallido, vado, aureo-purpureo, madreperlaceo, odioso Ideale vagamente tostiano che comincia a perseguitarmi tutte le volte che sfioro il da farsi sotto forma di Cosa Seria da Scrivere. La mia ignoranza non mi spaventa, affatto. So che, mettendomici di buzzo buono, con ragionevole sforzo potrei arrivare a spacciarmi per un diplomato.

Mi soverchia l’idea di tutto il Sapere con la S majuscola che dovrei conseguire per superare la mia Ignoranza intesa come attributo intrinseco all’Uomo. Alla Fatica che dovrei fare per superare il mio Limite di everyman (che rende, paradossalmente, meno rilevante il fatto stesso che io sono decisamente molto più stronzo dell’everyman in generale, inteso come media). Insomma, l’Assoluto mi tenta; & mi tormenta.

Tutti i mali dell’uomo derivano dall’incapacità di dare la propria vita (immolare? consacrare? mica sarà lo stesso?) ad una causa. [Ho risentito parlare, e qualcosa ho aggiunto alla personale mia striminzita bibliografia in merito, nuovamente di Arno Schmidt, negli ultimi tempi. Da qualche parte ho letto che negli ultimi anni scriveva a un corrispondente di non preoccuparsi delle sue pessime condizioni di salute; di scrittura si muore, diceva pressappoco].

81. Paolo Rolli.

21 Mar

Ho trovato a livello bancarelle un volumetto, della vecchissima UTET color mattone, con un’ampia scelta delle opere di Paolo Rolli (Roma 1687-Todi 1765). Fu poeta, oggi meritamente poco noto, se non grazie ai libretti d’accompagnamento dei cofanetti d’opera — Haendel, Deidamia, poniamo il caso, o Riccardo I Rè d’Inghilterra, e via di questo passo. Chi ascolta opera barocca, e apprezza la recisa eleganza del bravissimo Niccolò o Nicola Francesco Haym (Roma 1679-Londra 1728), poniamo il caso Giulio Cesare in Egitto (lo Haym fu il Francesco Maria Piave di Haendel), incontrando opere come quelle succitate avrà notato con fastidio la diffusione verbosa e ampollosa dei recitativi, i paragoni stiracchiati delle arie di paragone, la scelta peregrina dei metri, che costringono il compositore a contorsioni melodiche alle quali non si piegava affatto volentieri. Ebbene, il genio di Halle NON era affatto contento del librettista, sig. Paolo Rolli!

Il quale tuttavia ebbe molte pretensioni di poeta.

Nasce da padre borgognone (Filippo Rolli, all’italiana) e da un’Arnaldi tudertina, vale a dire di Todi presso Perugia, in Umbria, e costituisce una specie di triade dei migliori poeti arcadi col Metastasio Pietro Trapassi e con Carlo Innocenzo Frugoni: tutti e tre furono allievi di Giovan Vincenzo Gravina, ingegno elevatissimo e cervice rigidissima col quale il Rolli stesso condivise una certa legnosità, e dal quale, nel 1714, non volle separarsi quando, scacciato aqua igneque dall’Arcadia da quel maledetto gesuita Giovanni Mario Crescimbeni, il povero Gravina si ridusse a fondare l’Accademia dei Quirini, che si radunava poi sempre nel palazzo di città (d’inverno) e nella villa (d’estate) del cardinale Lorenzo Corsini, poi papa Clemente XII.

Il Rolli tuttavia è ricordato per essere stato il centro della comunità italiana a Londra quando, tramontato nel 1714 (morte della compianta Anna Stuarda) l’astro scoto, il trono d’Inghilterra finì in mano ai Brunswick-Hannover, primamente coi due Giorgi, il I regnante fino alla morte, 1727, e l’altro negli anni dipoi. Costoro si distinsero, oltreché per i costumi discutibili e le spaventose liti familiari, per una politica culturale italianofila, in musica, e nelle arti tutte.

Londra in quell’epoca fu invasa da uno stuolo di poeti insulsi, pittori slavati e musicisti morti di fame.

Sta di fatto che, giunto a Londra alla fine del 1715, il Rolli vi si trovò tanto bene che vi rimase per ben ventinove lunghi anni, durante i quali continuò a decadere nella considerazione comune in misura inversamente proporzionale ai compensi che percepiva: all’inizio degli anni Quaranta una sua brutta raffazzonatura di libretto era compensata con 300 sonanti testoni di allora. Morta la sua pervicace protettrice, la regina Carolina Guglielmina di Anspach, sposa di Giorgio II, nel 1737, nacquero disordini; poi venne Roberto Walpole, che cavalcò sagacemente la bailamme tra Tories e Whigs, tra Stuardi e Hannoveriani, tra cattolici e protestanti, fino al 1742. Il Rolli resse fino al 1744. Dopodiché, finalmente, capì che non tirava più aria per lui, e s’imbarcò con un bastimento carico carico di oggetti belli, sontuose edizioni antiche, Filli, Clori & soprattutto Nerina (“La neve è alla montagna, / L’inverno s’avvicina, / Bellissima Nerina / Che mai sarà di me?…” aveva cantato nei suoi dolci, bruttissimi versi [1727, e aveva fatto furore]); la nomina di patrizio tudertino pervenutagli già nel 1735 mentre si occupava degli affari sua a Londra; e molte altre cose, tra cui una quantità di liquido veramente invidiabile. Ritiratosi a Todi, tradusse Racine e commediografi inglesi minori, espresse la sua soddisfazione in pessimi sciolti (Milton sembra essere stata la causa indiretta del Rolli versiscioltajo), corrispose con quelli che gli parevano i begl’ingegni dell’epoca, ossia gente del calibro di Faustina Maratti-Zappi e consorte avv. Gio. Batt. Felice Zappi, e contò i soldini, attendendo ad una sontuosa edizione in tre volumi della sua opera.

Durante il suo periodo inglese, non potendo ovviamente contrastare ai limiti della natura, non aveva sempre potuto far bene, e aveva fatto quello che aveva potuto — cioè molto. Varj libri di rime e versi (1717 e 1727 i più successful), tra cui i non infelici Endecasillabi; i suoi tetri libretti, composti da “parolajo in musica”, come diceva lui, scontento (e non sapeva nemmeno lui quanto a ragione) di un officio così vile (ma tanto remunerativo); polemiche (1728) con Voltaire (che non lo degnò della minima risposta; il Baretti, nel 1747, sarebbe tornato sulla questione, quella della Epick Poetry, con più efficacia; Voltaire aveva messo in un fascio Dante, l’Ariosto e il Tasso e aveva sostenuto che non valeva un tubo; grosso modo [va a sapere se ricordo bene, lessi quella fesseriola tanti anni fa] il Rolli escogitò una difesa fondata sull’assioma ‘Noi venimmo a vedere la sua Zaire, e piangemmo; perché Ella non verrà a piangere alla Merope del conte Maffei?’; su una cosa sola il Rolli e il Baretti concordano, e cioè circa il fatto che Voltaire non sapeva l’inglese), con Pope (che lo additò al pubblico ludibrio nella Dunciad, ossia Scimuniteide o comunque voglia chiamarsi), con il dott. Arbuthnot, che lo disprezzava, con Addison, che l’odiava; varie edizioni e traduzioni, Ariosto Anacreonte (1739) Boccaccio Guarini & molti molti altri, tra i quali segnalatissima è la sua versione del Paradiso perduto di Giovanni Milton, che egli stesso dichiarò la miglior trasposizione mai fatta da un idioma all’altro (è scritto sulla Grove, e temo assai che si tratti di una svista degli autori, anzi dell’autore della entry, Winton Dean, che non deve aver capìto esattamente le iperboli con cui il Rolli infiorò la dedica del volume a Federico principe di Galles, 1735; ma esaminerò meglio tra breve, o tra una decina d’anni, o mai più), e di cui pure il Settembrini notò laconicamente che sarebbe stata tradotta meglio da altri; e quel meglio vale anche integralmente, perché, nonostante boastasse fedeltà indefettibile, il Rolli aveva approfittato per espungere tutti i passi potenzialmente offensivi per la chiesa cattolica; ciò che non impedì che l’opera finisse all’Indice, come anche l’edizione inglese (la prima mai fatta), sempre a cura del per una volta benemerito Rolli, della bella versione che Alessandro Marchetti aveva dato del De rerum natura di Lucrezio (che però, a differenza del Paradiso perduto, fu molte volte ristampata, in quel secolo e nei secoli a venire).

Tenne una voluminosa corrispondenza con Giuseppe Riva ambasciatore prima a Parigi e poi a Londra, e dai carteggj vien fuori la personalità fiacca e ambiziosa, iraconda e velenosa, pettegola e intrigante del poeta maneggione, che per tutta la vita si scontrò coi grandi (ebbe da ridire, tra i suoi sodali, che pure erano notorj imbecilli come C. I. Frugoni, i coniugi Maratti-Zappi, e altri slombati schiccheratori di fesseriole, sul solo Metastasio, che trovava “monotono”!) e tutte le volte, preso a tavolettate, invece di disintegrarsi era rimbalzato: un arcade di caucciù.

La bella e rigorosa antologia che Carlo Calcaterra (1926 — non è la data di nascita del Calcaterra, è l’anno di edizione) ha confezionato per la UTET è tanto bella, tanto rigorosa e tanto puntigliosa che si può dire contenga, dell’opera del Rolli, dieci o venti volte quello che del Rolli merita di sopravvivere. Non i rozzi sonetti (1717 e anni sgg.), non le stecchite Meriboniane, non i bitorzoluti epigrammi del Marziale in Albion (posth., 1776, con tanto di memoria per servire alla vita dell’A.; ma in esse sono interessanti i richiami a quegli usi & costumi inglesi che non potevano non traumatizzare l’italiano in Londra, a partire dalla consuetudine del suicidio, per debiti per onore per fallimento, tramite pistolettata in bocca o taglio della gola da orecchio a orecchio, davanti a un mirror; e c’è un agghiacciante epitafio per il povero Attilio Ariosti, altro italiano a Londra, che, prima seguace del Lully poi di Alessandro Scarlatti, ebbe negli anni ’20 del ‘700, quando il Rolli era più felice, dei bei successi attaccandosi alla coda di Giovanni Bononcini: “Qui giace il Padre ATTILIO ARIOSTI: / Danar ti chiede ancor, se te gli accosti”), non le flaccide Elegie, non le tronfie Odi né cento e mille altre squacqueratezze, ma alcuni sceltissimi Endecasillabi, ancora del 1717, secondo anno di permanenza a Londra dell’A., costituiscono la parte migliore della sua opera, e riescono financo poesia e non semplici versi.

E mi piace riportarne uno, che non ha titolo, ossia nasce acefalo. In questo mi somiglia; non so, sarà per questa simpatia strutturale che sono indotto a farvene cadò?

Ma il fatto è che non mi sembra male, tutto qui. Preannuncia chiaramente il rococò, di cui sarà campione un altro per voi del tutto sconosciuto, molto miglior poeta del Rolli! Ludovico Savioli Fontana (di cui potrei trovare, non è inverosimile, a prezzo stracciato gli Amori nella decrepita Sansoni azzurra, e allora saranno cazzi vostri).

Piccola nota: la peculiarità ritmica di questi endecasillabi dipende dal fatto che sono falecj: ossia il Rolli, che in altri casi ha fatto i suoi bravi, disarmonicissimi, disgraziatissimi esercizj di metrica barbara vera e propria, ha creduto di rendere il verso antico facendo un endecasillabo (1) con due quinarj, del quale il primo sdrucciolo (ciò che vuol dire che ha cinque sillabe metriche ma sei grammaticali; essendo che un quinario non è un verso di cinque sillabe, ma un verso con l’ultimo accento sulla quarta sillaba, ossia, come suol dirsi, in quarta posizione; va da sé che accoppiato con un secondo quinario, le sillabe grammaticali, appunto sei, finiscono col coincidere con quelle metriche, dato che la sesta sillaba diviene l’ultima solo del primo emistichio e non di tutto il verso) e il secondo piano; con un endecasillabo (2) che, all’inverso, ha il primo emistichio che è un quinario piano, con un secondo emistichio che è un quinario sdrucciolo: ne consegue che non trattisi di endecasillabo, ma di decasillabo; la particolare cesurazione del verso consente che tra loro corrispondano armonicamente gli emistichj, e che l’accostamento di un verso imparisillabo con un verso parisillabo non laceri gli orecchj; quindi un endecasillabo (3) che ha l’identica struttura del primo. La struttura metrica generale è di terzine irrelate AXA BYB CZC &c. 

Mi sono permesso di facilitare, cosa per il lettore odierno forse non del tutto inutile, la lettura di certe parole — soprattutto quella sdrucciola di parole altrimenti leggibili come piane — tramite i ed e (ed o, più sotto) dïeresate.

Ecco già tornano, buon Tïonéo,

Tuoi lieti giorni pieni di giubilo,

Evoe Bromïo, evoe Lïeo.

Ecco già s’aprono alle carole

Per folti lumi le adorne camere

Come la splendida reggia del sole:

In gaie e varïe fogge novelle

Su i bianchi volti la negra maschera

Le snelle giovani rende più belle;

Perché le tenere sembianze crede

Più grazïose, più vive e morbide

Il desiderïo che non le vede.

Vezzosa Egerïa, inanellato

Il crin, t’adorna con una candida

Piuma pieghevole il manco lato:

Al collo avvolgiti l’orïentali

Fila di perle che dolce cadano

Da nodo facile al petto uguali:

Dopo le rapide danze, se lassa

Ti posi e siedi, vago è lo scorgere

In onda moversi or alta or bassa:

E così ondeggiano le perle rare

Söavemente, che d’esser credono

Mosse da zeffiro tornate in mare.

Poi s’imbandiscono tutte fumanti

Di scelti cibi le ricche tavole,

E i vini brillano dolcepiccanti,

Che dentro a’ limpidi tersi bicchieri,

Spiritosetto lieve zampillano,

Al gusto amabili, sani e leggieri.

Bevasi ‘l rustico fier Sabinese

I suoi gagliardi vini che fumano

Cretosi e ruvidi come il paese.

Aurei scintillino in nostra mano

I dilicati vini del Tuscolo,

Di monte Porzïo, d’Alba e Genzano.

Quando s’immollano, che bel colore

Han le tue labbra! quanto le grazïe

Sopra vi stillano dolce sapore!

Allor più scherzano il gioco, il riso

Degli occhi lieti nell’umor lucido,

E allegra l’anima vien tutta al viso.

O Evio, o Libero, o Bassarëo,

O sempre biondo, o sempre giovane,

Evoe Bromïo, evoe Lïéo.

 

Prima, mentre cercavo di ingrandire il carattere e rimettere insieme le strofe, ho cancellato il componimento sopra. Adesso riprovo (ma solo questa volta), e aggiungo altri Endecasillabi, quelli che seguono, che festeggiano la guarigione di una dama impallidita (per cui poc’anzi il Rolli, parallelamente, aveva cantato “Piangete, o Grazïe, piangete, Amori”), e il suo ritorno alla vita galante.

 

Gioite, o Grazïe, scherzate Amori,

Non ha il mio bene più il volto pallido,

Tutti vi tornano gli almi colori.

Amori e Grazïe voi già tornate

Alle sue gote, a gli occhi lucidi

Pieni d’imperïo e di pietate.

Quel riso amabile già in voi ravviso,

Molli pozzette, labbra purpuree,

Riso dolcissimo, soave riso.

Del vetro, Egerïa, torna al consiglio,

Ché, come grana sparsa in avorïo,

Nel tuo bel candido sorge il vermiglio.

Col terso pettine tutta inanella

La lunga chioma, e bianca polvere,

Qual neve in albero, spargi su quella.

Pon sul bell’ordine de’ vaghi crini

I ricchi nastri, le gemme tremule

E i sottilissimi stranieri lini.

Le orecchie adornati con fila d’oro,

Onde com’astri, brillan purissimi

Diamanti penduli in bel lavoro.

Di perle candide doppio monile

Al collo cingi e i polsi avvolgine

Pur della morbida mano gentile:

Dell’alba ditemi, o pure figlie,

Non v’è più grato quel collo latteo

Che il seno argenteo delle conchiglie?

Dov’è la nobile pomposa vesta,

Cui frange d’oro d’intorno ondeggiano,

Tutta pur d’auree fila contesta?

Il cocchio splendido d’auro e cristalli

T’aspetta, o cara: senti che strepito

Con l’unghia ferrea fanno i cavalli:

Oh come danzano, come inquïeti

Il ricco freno di spuma imbiancano,

Di te che traggono superbi e lieti!

Sotto l’imperïo delle tue ciglia

Vedrai dovunque gli occhi si volgono,

Diletto nascere e meraviglia:

Ma non accendere d’orgoglio il core;

Ché in un istante bellezza e grazïe

Illanguidiscono qual molle fiore.

 Da: Paolo Rolli. LIRICHE. Con un saggio su La melica italiana dalla seconda metà del Cinquecento al Rolli e al Metastasio e note di Carlo Calcaterra. Con tre tavole. Torino, Unione Tipografico-Editrice Torinese (già fratelli Pomba Libraj in Principio della Contrada di Pô). Torino 1926. Pp. 11-16.

80. Udir critico mostro, oh meraviglia (e 3).

20 Mar

Mi pare che nel frattempo vi siate portati bene assai, ed è per questo che, come promesso, raccolgo da ecletticae un’altra perla, e ve la dono, da incastonarvi in quel servizio.

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Sapevate che Saviano è veramente strabico? Sapevate che Saviano si rifà a Dante, pure lui?! Sapevate che Saviano ci vuole infettare? Sapevate che Gomorra procede par exempla, letteralmente?

Sapevate che Primo Levi si rifà a Le mie prigioni? Sapevate che il Pellico fu prigioniero allo Spielperg?

Sapevate che al mondo c’è chi si può porre interrogativi pregnanti come quello che segue, ossia (con licenza copincollando): “Alcune parti del romanzo erano apparse su “Nazione indiana” e sarebbe interessante sapere se quegli articoli sono poi stati recuperati per scrivere il libro oppure se Saviano, mentre stava scrivendo “Gomorra”, andava pubblicando alcune parti del romanzo sul web, ossia se questa è una scrittura nata per il web o il web è stata la prima vetrina del romanzo“?

Lo sapevate che il web richiede una scrittura liquida (ma sicuramente non è nella scrittura da web della Ravetta che Bart ha trovato ispirazione, a giudicare dalla consistenza)? Che la scrittura deve alzare il tono per colpire e scandalizzare l’internauta che è sommerso dalla massa del materiale del web?

Lo sapevate che la colpa dei mortammazzati a pistolettate in piena Napoli non è d”o Sistema, ma TUTTA VOSTRA?! Bastardi!!!

SAPEVATELO

SU RAVETTESCIONAL CIANNEL!

79. Ma che meraviglia 2 (la vendetta).

13 Mar

Sto aspettando una mail, non so che fare nel frattempo, se non punirmi per la mia imbecillità con qualcosa di veramente tremendo.

Finalmente ce l’ho fatta.

Oh, come soffro.

Andate qui. Leggete. Rileggete.

E se farete i bravi vi offrirò altri racconti della medesima incomparabile scrittora.

78. Cose che mi piacciono.

13 Mar

Non ho tempo né voglia di scrivere perché sono un po’ in incubazione. (Ho anche buscato un raffreddore, ho la testa un po’ confusa).

Mi limito a segnalare cose che ho letto su blog dove vado regolarmente, e che mi sono piaciute:

Su azu c’è questo.

Su ezrarhesus c’è questo.

77. Sogni.

10 Mar

Dormo in una stanza in fondo a un padiglione abbandonato del Manicomio di Collegno. Delle due stanze più vicine, una serve da magazzino per le bottiglie vuote di birra, e l’altra da cesso — non nel senso che ci siano le comode, ma nel senso che ci si caca, ci si piscia e all’occorrenza ci si vomita. Quando tira vento, la porta della stanza in cui si dorme si spalanca, e la puzza di cacca entra a folate. Poi arriva il mio predecessore, e si mette a bere birra sul suo letto. Poi arrivo io, alle 22.00 circa, e dormo. In mezzo alla puzza di cacca.

Fortunatamente ci sono i sogni, che quando sono sopraffatto dagli eventi o dall’idea degli stessi mi tengono quasi attaccato alla sostanza delle cose che sto vivendo in quel momento, magari per specula in aenigmate, ma appena appena, in modo da farmi vedere, basta spostare appena appena la maschera, quello che vedrò aperti gli occhj.

Invece da alcune notti a questa parte, in parte sogno cose completamente diverse da qualunque cosa io abbia mai esperito, o stia attualmente esperendo; e in parte, ovviamente, sono cose note, ma mai di quelle che temo od ho in uggia di vedere. Per esempio, l’altra notte ho fatto un sogno che rappresentava un mondo fatto di superfici lucide e nere e portefinestre scintillanti; a un certo punto era Capodanno, ed ero seduto a un tavolo di noce massiccio con una persona che nel sogno era un mio buon conoscente (ma non somigliava a nessuno che conosca davvero, almeno non in questo mondo); sul tavolo, ricordo, c’era una di quelle coperte da tavolo che difficilmente si riuscirebbe a chiamare tovaglie, perché sono spesse, e questa era identica (almeno nelle intenzioni) a quelle che nei quadri di Evaristo Baschenis stanno sotto gli strumenti con le ditate di polvere. Per inciso, nei quadri di Evaristo Baschenis c’è sempre quella specie di coperta perché le fabbricava lui, a Gandino, così detta dalla città di Gand nelle Fiandre, che era collegata alla piccola Gandino dalla lunga Via della Seta europea. I filati da Gand arrivavano a Gandino, dopodiché si faceva un primo tessuto, abbastanza grezzo, e poi tutto era spedito a Napoli, dove diventava merce di lusso. Adesso che ho detto tutte queste stronzate mi sembra di ricordare che la coperta non fosse affatto simile a quella dei quadri di Evaristo Baschenis. A ripensarci ancora, sì, direi che ne sono sicuro: era completamente diversa. Quindi siete pregati di dimenticarvi l’inciso. Piuttosto, nel sogno la cosa importante era che era Capodanno, e io lo stavo passando con questo signore ascoltando la radio, da cui trasmettevano la Medea di Cherubini. In quel mondo trasmettevano la Medea di Cherubini ad ogni fine d’anno. Questa era spaventosa: una voce che in teoria doveva essere tenorile gnaulava disperatamente “Or che più non vedrò”. Io chiedevo al conoscente chi fosse quel cane, e lui mi rispondeva “Nicolai Gedda, 1965”. Nel sogno ricordavo bene anche le parole, e soprattutto seguivo bene il filo melodico, pur distorto dalle stonacchiature, quindi posso attestare con sicurezza che cantava veramente di schifo. In quel mondo, ovviamente, perché in questo, nel 1965, Gedda era ancora in condizioni più che ottimali, e credo sia uno dei pochi cantanti che possono vantare di non aver mai stonato in tutta la loro carriera.

Stanotte, invece, ho sognato che una mia amica dagli occhj tristi e fondi (aveva i capelli lunghi fino alle spalle, una specie di caschetto lungo, castano scuro, quasi neri, e il suo sguardo era veramente canino) doveva accudire a una zia, che una malattia misteriosa aveva ridotto alle dimensioni di un esserino di poche decine di centimetri. Ricordo, nel sogno, com’era triste vederla dormire in una cesta bassa appoggiata vicino ad un paralume rosa antico.

76. Ma che meraviglia.

8 Mar

Non mi dilungo, anche perché il personaggio, io spero, per molti che passano di qui (se pure ne passano ancora) non ha certamente bisogno di presentazioni — che peraltro non sarei in grado di fare, dato che lo conosco poco. Vado di rado sul suo blog, ma ogni volta è un’esperienza di rara intensità.

Non si devono leggere solo cose interessanti e istruttive, nella vita. Io, per esempio, se il mio parere valesse qualcosa, lo sconsiglierei. E, quando mi sento un cretino, ma un cretino di quelli col botto, vado sempre qui. Se volete rifarvi gli occhj, ossia se vi sentite doppiamente cretini, ascoltate il tenutario del blog succitato duettare con garbo con un altro della sua rara specie (può passar buono per un antesignano, dato il divario generazionale): a me è bastata la prima domanda-e-risposta per star sùbito meglio, ma tutta l’intervista è un’infilata di gemme berluccicanti.

[Un capolavoro è poi gongolò non poco, lipogramma in o degno di un Varaldo, o di essere posto accanto a capolavori in altri e contigui campi come i dì protrar torpidi bifronte del Bendazzi].

75. A proposito di troll.

5 Mar

Jeri pomeriggio sono andato, com’è ormai tradizione, alla Mondadori, dove ho leggiucchiato un libro, questo, di Ciro Ascione, classe 1968, napolitano, insegnante (storico del cinema, massmediologo) e ‘inguajatore’ di Internet. La casa editrice in cui è pubblicato è un’editrice giovane e moderna di Milano e si chiama, come si vede seguendo il link, “neon”, e infatti ha titoli e scritte messi su bandine fluorescenti, rosa shocking verdi arancioni, che sono un vero cazzotto nell’occhio; la collana è diretta da Aldo Nove. Il libro, che è scritto benissimo (tant’è vero che l’ho letto più perché è ben scritto che in quanto realmente interessato a quello che vi si diceva — anche se è tutt’altro che privo di interesse, soprattutto al momento per me), da una parte si limita a dare semplici ricette su come diventare un perfetto troll, dall’altra espone in modo letterariamente consapevole e scaltrito i momenti più divertenti di un’esperienza (siamo intorno al 2000) che non può più essere tanto facilmente ripetuta a causa del fatto che l’habitat naturale del troll, cioè i NewsGroups (o NG) sono attualmente assai in declino.

Codesta esperienza è poi quella maturata nell’andare a rompere la gloria su svariati di questi NG coi più svariati pretesti, come — traggo gli esempj dal libro stesso — fingere di essere dell’associazione cattolico-intransigente “San Carlo Borromeo” di Afragola e catapultarsi nel gruppo di discussione dei fan di Stephen King, cominciando a deprecare che la ragazzina di It la dia a tutti gli sfigati del suo gruppo, fornendo un esempio negativo alle adolescenti che leggessero il libro; fingere di essere di un’associazione di militari omosessuali, e insistere presso il NG dei bersaglieri che il gen. Lamarmora non solo tollerava gli episodj omoerotici tra le sue file, ma anche li incoraggiava (il caratteristico pennacchio sarebbe stato ispirato al costume di un famoso travestito di café-chantant, sostenevano i fantomatici attivisti; e lo stesso caratteristico grido del mattino deriverebbe dalla necessità fisiologica di liberare la trachea dai residui di una fellatio; &c.); parimente omosessuali i neofascisti che un giorno contattarono i rappresentanti di uno sparutissimo partito fascista (registrato proprio come “partito fascista”, l’unico in Italia, they boasted), invitandoli ad un convegno su omosessualità e fascismo, e approfittandone per una serie di proclami a sfondo razzista contro le prostitute nigeriane, “che portano via il lavoro alle nostre madri, sorelle, spose”; &c. Suscitando, in quest’ultimo caso, com’è comprensibile dati i tipi, un vespajo tremendo, con le più truculente minacce — in modo abbastanza simile finì quando Ascione (che come nome di battaglia aveva “Kuros”)  fornì delle false tracce per la maturità, comprendenti anche un ‘inedito pascoliano’ la cui falsità era marchiana, addirittura esibita, ma produsse ugualmente una serie di palloccolose analisi (riportata quella, particolarmente elegante, di un bravo diciassettenne; ma non ho capìto se ci fosse o ci facesse [e comunque non ha importanza]), finendo addirittura sul giornale, dove un pubblicista tentò un primo inquadramento critico. Non solo la poesia non assomigliava a qualcosa di Pascoli più che le rime del signor Bonaventura, ma era veramente orripilante; eppure i ragazzi (come nota l’Ascione), abituati a ritenere la prova d’italiano in particolare come il primo esercizio di paraculaggine della vita, non fiatarono fino a dopo la maturità. Da ricordare anche la sedicente giornalista che contattò una lista di nerd, sottoponendo agli occhialuti frequentatori un questionario altamente provocatorio, a cui un vero luminare rispose privatamente, vantandosi candidamente degli alti esiti accademico-professionali che gli aveva fruttato l’esser stato, a tempo suo, un nerd, citando titoli e lavori in corso. L’Ascione riporta le mail scambiate tra la “giornalista”, sempre più impertinente, e il professore, che aveva chiuso l’intervista con una serie di risposte zeppe di refusi e di sconciature morfo-sintattiche, tanto era stravolto dalla rabbia — dovesse prendere il Nobel, commenta l’Ascione, venderò queste mail a peso d’oro.

Naturalmente non c’è da aspettarsi che il simpatico troll faccia mai qualcosa di così meschino; almeno dando fede all’aura gentilmente cavalleresca che aleggia intorno alle sue imprese, e che sola le rende non solamente tollerabili, ma anche piacevoli, & gioconde, come non può dirsi delle imprese, squallide volgari ributtanti, di tanti scherzi di natura circolanti in Rete.

In effetti l’Ascione insegna regole che servono ad essere cattivi con successo, e dice esplicitamente, in esordio, che non vuole offrire nessunissima pezza giustificativa d’ordine ideologico, come avveniva con gli ex-Luther Blissett, da cui poi, mutatis mutandis, nacquero quei campioni d’incassi che si sono radunati sotto il non-pseudonimo mandarino di Wu Ming, ma che vuole soltanto offrire qualche spunto valido a chi ha semplicemente voglia di divertirsi prendendo per i fondelli gli altri, godendo — dice esplicitamente anche questo — delle sofferenze altrui. Ciò che presuppone una dinamica fissa, sia nel comportamento del troll (così chiamato, dice Ascione, proprio dal mitologico personaggio, bozzuto e dispettoso), sia, comportamentisticamente, nelle reazioni delle vittime di turno.

Il troll dev’essere impassibile, e deve anche avere gusto e una certa ricercatezza nel conio d’insulti (sono controindicati epiteti come “figlj di troja”, per esempio, che denotano mancanza di fantasia, sì, ma soprattutto basso livello culturale, e perciostesso una debolezza che difficilmente si perdona a un troll), deve digitare con cura i suoi messaggj, senza lasciarsi sfuggire errori morfosintattici o di altro tipo. Deve evitare in tutti i modi di apparire quello che è la vittima a dover essere (nervoso irascibile suscettibile); insomma, non può mai consentirsi il lusso di perdere il controllo. Una vera e propria macchina per rompere i coglioni, diciamo.

Soprattutto in tale sua programmaticità il troll appare qualcosa di altamente immorale. Almeno in generale; anche se, guardando allo specifico, non appare tanto immorale “inguajare” un gruppuscolo di fascisti, un manipolo di militari impiumacchiati, un’accozzaglia d’inutili ciancioni. Perché, se è vero che tutto quello che è discussione in Rete ha fornito troppo facilmente e troppo spesso spunto per giochini provocatorj come quelli dei troll, è altrettanto vero che invece di un luogo di serio scambio di informazioni, di fatti, è stato sfruttato, ed è, diffusamente e intensivamente, come una vetrina per perdigiorno, un luogo in cui discutere di un argomento, anche — paradossalmente — quando questo è ben posseduto, è troppo spesso un pretesto, non solo e non sempre per fare conoscenza (magari fosse pretesto per qualcosa del genere, sarebbe un interesse materiale, e perciostesso fondato), quanto per aprir bocca e tirar fiato, per digitare qualunque cosa, pur di esserci, in un modo o nell’altro, pur di projettare una qualunque immagine di sé verso un esterno qualunque; comportamento che è stato variamente, quanto in fondo consolatoriamente, in modo più o meno patologizzante tassato (anche se soprattutto questo si è detto dei blog) come vanità, mania di protagonismo, esibizionismo, e in realtà rimane molto di qua dall’essere qualcosa di tanto imponente, essendo nella stragrande maggioranza dei casi un modo, molto semplicemente, per non crepare di noja, come attacare bottone al bar, o scambiare due battute di volo in ascensore, o rompersi i minchioni in qualunque altro modo più o meno tradizionale. Si aggiunge a tutto questo un altro fattore (e posso dire, in questo caso, che riguarda molti, forse tutti, ma assolutamente non me), e cioè il timore di annojare; la tema del tedio è un altro discorso, che meriterebbe una trattazione a parte. Mi limito a dire, in questo caso, che non ho mai, mai capìto per quale motivo un blog, un sito, una mailing list, un forum non dovrebbero annojare. E’ chiaro, uno non può farsi un debito d’onore di fracassare i marroni a chiunque passi, ma non è pensabile essere divertenti e consistenti nel 100% dei casi.

Il motivo per cui l’Ascione non è andato avanti fino ad ora a trolleggiare dipende dai motivi da lui stesso esposti, ossia dallo stato preagonico o agonico in cui ormai versano i NG, ma anche da una certa comprensibile stanchezza personale. Per quanto, volendo, mi pare di poter cogliere anche un ulteriore motivo, non detto dall’Ascione ma forse altrettanto valido: e cioè il risultato di una certa formazione diffusa, per cui anche quelli che sono arrivati dopo i momenti più “caldi” della Rete, avendo e non avendo imparato dagli errori, dalle goffaggini, ma soprattutto dalle ingenuità altrui, oggi non si prestano più in maniera così marchiana allo spietato sfottò di “Kuros” e dei suoi umorosi colleghi; esattamente come non càpita più di trovarsi di fronte (a parte forse quello del sottoscritto) di fronte a blog come quello, di cui già parlai secondo alcuni troppo diffusamente, di Sonia Cassiani, oggi presumibilmente un modello improponibile, anche in negativo. La Rete è piena di blog, anche italiani, assolutamente inutili, sciocchi e vuoti, ma non ce ne sono probabilmente più di così genuinamente e vistosamente brutti, in cui la buonafede dei volenterosi compilatori faceva sì che si ammassassero perle di saggezza e cafonate tremende, delirj spaventevoli e cosine tutto sommato più che decenti. Probabilmente anche grazie ai troll tutto, in Rete, si è accostumato ad un’aurea medietà. Non ci sono più cose da far accapponare la pelle, ma non c’è nemmeno più, in fondo, qualcosa da leggere con interesse. Per avere, finalmente, una di quelle oasi miracolose, a cui aggrapparsi con le unghie dei piedi e a cui appendersi colla pelle dei denti, che è un NG di imbecilli totalmente incompetenti, o il blog di un cretino integrale, bisognerebbe inventarli di pianta, cioè fare un vero e proprio falso. Quello che è venuto a mancare, con la bruttezza più eclatante, è la già citata buona fede. Una vittima capace di reale sofferenza è un corrispondente, un forumista, un blogger che crede veramente in quello che scrive. Attualmente, forse, prevale un generico blasé, un modo piuttosto obliquo ed impersonale di trattare qualunque argomento — e trattare questo o quell’argomento sembra avere molta meno importanza del non farsi cogliere in flagrante delictu con il congiuntivitico sbaliato in punta di penna, o il refuso facile, o la citazione sbilenca. Difficilmente, anche come lettori, ci si può far coinvolgere da blog, forum, mailing lists, NG frequentati da persone timorose di sbagliare.

Concludo dicendo, anzi ripetendo, che il libro dell’Ascione è scritto veramente benissimo. Adoro le sue similitudini, hanno qualcosa di barocco. Una in particolare, per dare l’idea dell’inopportunità, è invitare un branco di cornuti a una rappresentazione di Tristano e Isotta.

[Un’altra particolarità a livello di lingua è una scelta lessicale particolare, che è un po’ un cultismo e un po’ no, e non riesco a ricostruirne la genealogia (data la mia sfolgorante ignoranza non poteva essere altrimenti): ricorre molto spesso l’agg. farlocco, che piaceva tanto a Francesco Fulvio Frugoni, e che io stesso ho impiegato in un sonetto. E’ in origine espressione dialettale, piuttosto lombarda credo, utilizzata proprio a partire dal ‘600 in contesti non-dialettali e anzi iperletterarj. Da dove la tira fuori il napolitano Ascione (e pure l’artifiziale l’ha utilizzata, ricordo, almeno in un caso)? E’ Gadda (di cui non ricordo nulla) che la usa, per caso?]

74. Youtube.

3 Mar

Non sono molto assiduo, ultimamente. A parte il fatto che, tranne oggi, quando mi sono connesso sono stato perlopiù impegnato a cancellare gli interventi del troll, ho scoperto da poco Youtube — essendomi procurato degli auricolari vado sempre lì ad ascoltare cose. Perlopiù anch’io mi scopro più motivato a cercare cose strane & ridicole, che belle & edificanti, anche se non cerco canzonette e scenette amatoriali (sempre vomitevoli, sempre sordide, qualunque cosa sia stata filmata, non so perché), ma cose sul mio gusto.

Come questa:

Roberto Devereux – Gruberova – 1.Finale

73. La Folia di Alessandro Scarlatti.

3 Mar

Questa è la più bella cosa mai composta per tastiera. Se ne sente solo un pezzetto, sonato da un’amatrice, con molto sentimento. L’audio e il video mi sembrano sballati — potrebbe essere un problema solo mio — ma non ha molta importanza. 

La Folia

72. Dimenticavo.

2 Mar

Ho dimenticato le due nuove odi nel posto in cui dormo. Tanto non c’è fretta, e forse altri troverebbe sconsigliabile continuare a postare con questo malato di mente che imperversa, gli venisse un cancro al buco del culo.

Nel frattempo posso dire questo: la mamma di Luca Bersi è una troja incimurrita.

E sua nonna è pure peggio.

71. Oggi ho la gnàgnera.

1 Mar

Uno degli svantaggj di dormire con qualcuno nella stessa stanza è che certe volte quel qualcuno ti sveglia, come è successo stanotte. Io mi crogiolavo lieto nei miei incubi, lasciando che le mie entraglie sole combattessero strenuamente contro le rivolture di 570 gr. di carciofi alla romana in olio di macchina esausto. Destandomi, ho dovuto dare man forte. Non mi dilungo. E’ stato orribile. Tre quarti d’ora di dolori tipo parto.

Ma la giornata non si prospetta esaltante. Più tardi (ma nemmeno molto più tardi) devo andare lavare i panni zozzi, e in teoria questa sera dovrei andare a Milano (!) — e questo è, sì, esaltante, ma in compenso appare macchinoso, faticoso. Non mi ci vedo, a trascinarmi fino a là con la gnàgnera che ciò addosso.

Vado a prendere un caffè, adesso.

Azu, riesci a fare qualcosa di molto cattivo contro Luca Bersi/boycotto/lisciotto/Monica Serravalle/webrezza/vandalo? Non voglio scomodare nessuno, te meno d’altri, e non ho esattamente voglia di vendicarmi. Non mi dà realmente fastidio. Mi fa schifo, ecco che cosa mi fa.

Percepisco chiaramente, da parte sua, che la smania di schizzare le sue bave putride qui e là nel mio blog illibato nasce solo dalla fregola d’insozzare tanto per insozzare. E tuttavia questo implica una sostanziale mancanza di rispetto. Ammetto anche la mancanza di rispetto, ma NON da una roba come Luca Bersi. E’ più forte di me.

Qualcuno ha un flit adatto?