Archivio | febbraio, 2007

63. Link

16 Feb

WordPress era down, sicché ho scritto un post qui.

CCLXXII. Ad interim. Guardie & ladri.

16 Feb

Scrivo qui sopra perché qui dalla Civica è possibile farlo (le altre connessioni di cui mi servo non mi caricano i post).

Stavo pensando ad un fatto che si è ripetuto, negi ultimi giorni, anzi nelle ultime notti, al Maria Vittoria, nella cui sala d’aspetto vado a passare la notte a periodi. E’ una riflessione un po’ del cacchio, che faccio en passant.

Benché l’attività di un pronto soccorso non smetta, ovviamente, mai, perlopiù di notte la situazione si fa più tranquilla. C’è una sala d’aspetto in cui i parenti sono esortati a trattenersi per non ingolfare il corridojo del pronto soccorso stesso, e c’è, per l’appunto, il corridojo, nel quale i parenti, perlopiù preoccupati, tendono a trattenersi in barba alle esortazioni, in modo da stare vicini ai parenti in visita, o in attesa di visita. Verso le 20.00, le 21.00, le 22.00 chi ha l’occhio esercitato può in effetti vedere dei musi loschi che si aggirano, con l’aria di chi non ha niente di meglio da fare che stare lì. Alcuni, più macilenti, fanno a gara ad occupare i cessi (dopo quarti d’ora di attesa penosa si sentono degli "occupato!" sempre più flebili, ed accompagnati da gemiti talora abbastanza angoscianti, se ci si guarda); altri, più sicuri e ben piantati, hanno delle mostrine, e manganelli e pistole che pendono loro dalle cinture. Altri ancora conversano amabilmente nella sala d’aspetto, dalla quale sono capaci di non rimuoversi, nemmeno per andare a pisciare, per quattro o cinque ore di séguito — alla fine non un cane entrerebbe a sedersi o a prendersi un caffè, non tanto per timore dei due o tre salottieri conversatori, quanto per via dell’insostenibile fetore di cadavere, che è il primo tra i motivi per cui i guardiani, spesso, si rifiutano di far rimanere lì gli originali a passare la notte, o almeno la gran parte della serata.

Alcuni di questi ceffi duri hanno buoni vestiti puliti e la gelatina sui capelli, occhiali scuri e magari una moglie grifagna e sovrappeso che è lì per una visita: ma li riconosci per l’appartenenza alla famiglia perché, mentre vien giù il caffè nella macchinetta, loro, con aria distratta ma non troppo, verificano tastando a tutte le bocchette che qualcuno non abbia dimenticato degli spiccioli di resto. Altri si muovono a coppie, hanno l’aria divertita e vigile, e a differenza di altri, che cercano di racimolare qualche dieci centesimi chiedendo agli astanti concentrati sui fattaccj loro, sembrano pieni di monetina, e infatti saccheggiano coscienziosamente i distributori, raccontandosi barzellette ma vistosamente annojandosi.

Càpita che alcuni di quelli che stanno svaccati sulle poltroncine della sala d’aspetto squadrino minacciosamente quegli altri, riconoscendoli dal naso rapace, dagli occhj piccoli e distanti, dalla bocca senza labbra, dall’incarnato di cuojo grezzo; càpita che alcuni di quegli altri che vanno e vengono smettano di raccontarsi barzellette e sbadigliare, e comincino a ribattere ai primi con sguardi di sfida. Càpita che i primi dicano quello che in effetti è, e cioè: "Gli sbirri vanno e vengono", ai due tizj taurini. Càpita che uno dei due tizj così apostrofati dicano: "E’ con me che ce l’hai?". Oppure: "Guarda che io sono un galeotto. A me gli sbirri mi fanno allergia". Nel secondo caso i due si salutano cordialmente, magari si dànno la mano, si offrono a vicenda, compatibilmente colle finanze, il caffè, e cerchino di piazzarsi un’autoradio o un pajo di occhiali firmati. Nel primo caso, di norma, tutto dà a pensare, nei primi secondi, che si stia sfiorando la rissa; ma non è vero niente, perché gli apostrofati, consapevoli del loro ufficio, cedono per primi e, senza avere l’aria di battere in ritirata, si allontanano. Càpita anche che due tizj taurini passino intere serate a fissare altre coppie di tizj taurini, salvo poi, dopo qualche serata di muta tensione, chiarire l’equivoco, darsi manate sulle spalle, offrirsi a vicenda un caffè e scambiarsi informazioni su qualche tizio ben piantato, se non taurino, che avrebbe piazzato uno stereo coll’emmepitré a quel tale loro collega, però "aveva il codice" (l’emmepitré, non il collega), e allora giù a ridere, a scambiarsi manate sulle spalle, a offrirsi a vicenda un caffè, &c.

Quando invece chi osserva è furbo (spesso sono le donne ad avere l’occhio più clinico), e le cose le nota, una volta che avvistano uno sbirro non lo mollano più. Potrebbero essere a loro volta sotto i ferri, si sveglierebbero dall’anestesia e strappatesi cannule e maschera dell’ossigeno comincerebbero a gridare a quanti mafiosi l’hanno data a pagamento, da quanti albanesi hanno dipeso, con quanti camorristi sono stati in affari, facendo nomi-e-cognomi e rivolgendo loro frasi nemmeno troppo implicitamente ingiuriose — sempre con la scusa che tanto "non stanno parlando a loro" dato che hanno la testa voltata dall’altra parte. I replicati, pacati, gelidi "Non m’interessa", "Non m’interessa", "Non me ne frega niente" della guardia in incognito non hanno nessun potere calmante. La cosa andrà avanti ancora tre quarti d’ora dopo che, stufe di sentire stridii da gazza in calore, le guardie in incognito avranno levato le tende.

Guardandoli in faccia, io, che non ho l’occhio clinico, posso ben dire che sembrano tutti della stessa pasta (galeotti, cioè); posso tutt’al più aver imparato che galeotti e sbirri appartengono alle stesse séries per quanto riguarda l’aspetto somatico-fisiognomico. Ma la cosa che fa trasecolare è che i galeotti non distinguono gli sbirri dai galeotti, e gli sbirri i galeotti dagli sbirri; e, insomma, che né sbirri né galeotti si riconoscano tra loro. Quando fossi stato io a non distinguerli avrei potuto sensatamente inferire che sbirro e galeotto, guardia e ladro sono le due facce della stessa medaglia. Ma dal momento che sia guardie che ladri sono incapaci di distinguersi tra loro, sarebbe più logico farne discendere che sbirri e galeotti siano la stessa faccia della stessa medaglia. Ma allora l’altra qual è?

62. Le Sterquilinarie parte II.

15 Feb

Giusto per rispondere alla gentile lettrice che mi chiamava maschilista schifoso, e soggiungeva “Vergognati!”, per il mio pezzo sul peto di quella gentil stronzella, posso attestare che non prima di venti minuti fa stiedi al cesso, che ho trovato occupato da qualche tempista — normalmente a quell’ora i cessi sono deserti e puliti.

Non faccio a tempo a mettermi a bighellonare disinvoltamente nell’antibagno, che ecco sorge dal cesso fin poc’anzi serrato una gentilissima figura di imberbe, dal visino così grazioso, liscio e delicato che dava una voglia disperata di staccargli le orecchie a morsi; eppure (inspiegabilmente, almeno per me, almeno per quel momento) storto in un’espressione corrucciata, rigida, respingente, da far passare la febbre sùbito. Quando sono entrato nel cesso, dopo avergli lanciato un’occhiata abbastanza penetrante da compensare al possibile la necessaria brevità della stessa, avrei voluto gridargli: “Memè, ma quanti cadaveri te sei magnato, jersera?”, e contemplavo disgustato la coppa, che aveva voluto improvvisarsi stadio gremito, evidentemente, data l’abbondanza di striscioni che vi s’ostendevano. Giuro che ci sono rimasto anche peggio che nel caso della giovine scorreggiona.

Posso ritenermi assolto?

61. Preoccupante.

15 Feb

La cosa che più mi preoccupa (ma quante volte avrò ripetuto la parola “preoccupante”, in questi giorni, unitamente a tutta la flessione del vb. “preoccuparsi”, è preoccupante, sono preoccupato, mi preoccupi — sarò teso per qualche motivo?) è che sono riuscito, con sforzo fatica pena, ma alla fine ero molto contento, a mandare due righe (complessive) di mail a due indirizzi diversi; e non ho ancora ricevuto risposta. Non oso riscrivere, perché temo di aver offeso qualcuno. In che modo, non posso saperlo.

59. e 60. Che stanchezza!

13 Feb

Il numero doppio serve per riportarmi in paro: ho finalmente scoperto dove ho sbagliato con la numerazione (ci sono due numeri 46.).

La lite con l’Anonimo (che spero, stavolta, non si faccia veramente più risentire) mi ha lasciato completamente esausto. Non mi ricordo nemmeno più che cosa volevo scrivere — ma non ha una grande importanza, adesso. Domani è un altro giorno. Domani scriverò qualcos’altro, di molto pietoso e lacrimevole.

Buona giornata a tutti.

58. Prrrrrrrrr.

13 Feb

Più sotto, cioè al post 57., ho scritto meteopatico, che stando a quanto mi dicono ben 2 laureati 2 è sbagliato, dovendosi dire meteoropatico. Be’, io meteoropatico non riesco a pronunciarlo, va bene? E poi mi fa venire in mente, come già dissi, uno che patisce di meteorismi. Persevererò nell’errore.

[Si aggiunga che sono solito scrivere anche vividezza, perché da vivido deve potersi formare un regolare sostantivo astratto. La vivezza invece è formato da un vivo usato in accezione franceseggiante. E’ sbagliato? E chissenefotte!!!]

[[E comunque db una volta ha preso tot per quot, quindi non rompa.]]

57. A che cosa mi serve non essere mai stato meteo[ro]patico in tutta la mia vita?

12 Feb

Il fatto è che sta piovendo, una circostanza a cui non ho mai annesso particolare importanza, fino ad un pajo di anni fa, ammenoché la pioggia mi sorprendesse per la strada.

Ricordo uno dei miei ultimi appuntamenti immancabili, anzi proprio l’ultimo, prima di questa lunghissima parentesi di beata irresponsabilità comatosa. Proprio in quella circostanza si scatenò, in pratica all’improvviso, una tempesta che lévati, proprio da levare il pelo, e io mi ritrovai fradicio in — credo — sedici secondi, reggendo con aria stupida un moncherino di ombrello che una folata di vento rabido m’aveva ridotto a brandelli. Ricordo a come tentassi di scagliare il moncherino a terra, e di come non ci riuscissi, essendo che il vento, che avrebbe cominciato a placarsi di lì a un pajo d’ore e non meno, se lo portò via, trascinandolo per alcune decine di metri, prima che toccasse il suolo. Appena fui al riparo stesi ad asciugare gli ultimi cinque euri — purtroppo mi dimenticai di fare altrettanto con la carta d’identità, che praticamente si sciolse e rimase incollata dimodoché quando la riapersi era diventata illeggibile — e tale sarebbe rimasta per diversi mesi, non avendo l’opportunità, e poi la voglia, e poi di nuovo l’opportunità di tornare nel novero delle persone fisiche & riconoscibili.

O forse mi piaceva essere diventato veramente, in tutto e per tutto, un nessuno, vai a sapere. Ormai è passato qualche tempo.

Piove, insomma. Vuol dire che questa notte sarà perfettamente inutile che mi cerchi una panchina qualunque, perché sarà fradicia. A Porta Susa non vado. I portici sono quasi tutti occupati, e a diretto contatto col suolo non voglio dormire. Che dire? Farò una passeggiata.

Buona serata a tutti.