67. MOSTRO!!!

23 Feb

Tu che avanzasti pallida, emaciata,

Sbucando tra le brume sonnolente

Delle tre del mattino, languescente

Figura della morte trambasciata,

 

E, imponendo alle ossa della mano

Un gesto a un “ciao” più o meno equivalente,

Mi volgesti il tuo teschio sorridente

Sui piedi zoppi barcollando piano,

 

E m’apparivi, nera, bianca e cionca,

Non resurgendo in muto cimitero,

Non tra le mura scrause d’un maniero,

Non tra irte selve, o in gelida spelonca,

 

Non, rancorosa e squallida memoria,

Rigurgitando in incubi entro me,

Ma avanti al catorcione del caffè,

Sala d’aspetto del Maria Vittoria;

 

Tu che da allora appari a me ogni notte,

Con appesi dei braccî agli ossicini

Cadaveri di bombe e di panini

Reduci in vista da lustri di lotte,

 

E m’anfani in sussurro oltretombale

Non “Morrai presto”, o “A te maledizione”,

“Vieni con me, ti traggo a perdizione”,

“Vieni, se soffri, ché c’è più gran male”,

 

O “Ti porto notizie di tua nonna”,

Ma, con quell’aria macerata, e il tono

Che avrebbero, potendo dare un suono,

I telamoni sotto la colonna:

 

“Posso offrirti un caffè?” – ché sei gentile

Quanto (almeno) sei brutta (e fai orrore);

Sicché m’agghiaccî di spavento il cuore,

Ma al contempo mi fai sentire un vile.

 

Ah, tu non sai, se nella polverosa

Saletta non m’intrattenessi desto,

Starei sveglio a pensare al tuo funesto

Aspetto di cariatide affettuosa:

 

In certo senso, è insulso addormentarmi:

Poiché, di notte se agli ultimi tocchi

Mi concedessi di serrare gli occhî,

Sempre il tuo volto avrei a stomacarmi.

 

Ora, incubo contro incubo, è lo stesso.

E io t’ascolto, a snocciolar quisquiglie

Da quella bocca, che alte meraviglie

Desta all’inferno soggiogato e oppresso.

 

E, benché odioso, il tuo spietato rostro

Tanto in emblema l’ultimo respiro

Figura, che nolente io in quello ammiro

Quanto addice al più sovrumano mostro.

 

A te, Fosca, sminuita, a cui quel nome

Poco sarebbe, mancano i capelli

(A cui pure perdonano gli avelli)

Belli: tu hai rade e pantegànee chiome.

 

Erisittone peggiorata, i tempi

Crudeli anche ti negano la dote

Che mostra in caldi visceri le note

In cui son scritti gl’incombenti scempî.

 

Medea imbolsita, una pesante gabbia

Coerce gli atti tuoi in buone maniere,

Sicché in volto la Jetta fai vedere,

Ma a scagliarla in te latita la rabbia.

 

Così superba e raggelante cosa

Meriterebbe un gran destino, certo;

Ma benché ostento sia tu di sconcerto,

Sei persino un po’ sciocca, sei nojosa.

 

Dietro la febbre dei tuoi occhî atroci,

Bramosi dittatori del tuo volto,

Non c’è un Ade terribile sconvolto,

Al cui odio imperioso non concuoci;

 

Ma con belanti voci tu il notturno

Tempo sciupi tra i temi favoriti,

Il tempo e i gradi scesi ossia saliti,

Se c’è utenza, e chi è la guardia in turno.

 

Motivo per cui in me moltiplicate

Sono la colpa e l’avversione. E che?

Evochi tutta la Gheenna in te,

E te ne vieni, poi, co’ ‘ste strunzate?

 

Finché una notte, da un guardiano, appetto

A te un Amore che aurei dardi scocchi

(Ma nascondeva un Argo di cent’occhî)

Ci buttò fuori, al bujo ed al freschetto.

 

Riuniti a Porta Susa, io sempre desto,

Tu insonnolita, tra il cicì e il cocò,

Ti addormentasti, e il capo tuo crollò

Sulla mia spalla – il capo tuo funesto.

 

Quell’antefissa di deità panica

Vistami addosso, mi divincolai

Piano, dimodoché non ti svegliai.

Ricadde il capo, e m’incastrò una manica!

 

Dea vuole, tantopiù se sia infernale,

Sacrificî. Ponzai. Poi mi decisi:

Col taglierino quindi via recisi

La manica (era il freddo il minor male).

 

Ben da un Profeta e da un Re della Cina,

L’uno al suo gatto e l’altro al beneamato

Poco cencio l’aver sacrificato

Fu un immolare a un’entità divina.

 

Così da me; ma era entità ctonia,

Cosa che insieme pari e inversa pare

Ai due storici affetti: similare

Forse al pelo, non a bellezza adonia.

 

Soprattutto, a ispirarli Amore fu;

Me fu il Buonsenso. Ché se sempre in mente

Porterò la tua immagine atterrente,

Almeno non dovrò sentirti più.

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