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66. La pazza.

20 Feb

E’ una pazza, normalmente di pelo rosso violaceo (dipende, ovviamente, dalla tinta), da tre giorni a questa parte di pelo castano scuro, quasi nero (vide supram). Ma il colore dei capelli poco importa — e anche quello che sta sotto i capelli, è una donna abbastanza tozza di complessione, ma nient’affatto sgradevole, talora forse un poco pretenziosa nel vestire, ma sempre accurata, e quindi intercambiabile, a vista, con qualunque rispettabile donna d’età indefinibile, ma tra i quaranta e i cinquant’anni. Talvolta, in luogo della corta chioma naturale (naturale quanto a lunghezza, ovviamente, dato quanto detto) sfoggia un’ampia parrucca rossa. Talaltra volta porta un largo fazzoletto annodato un po’ come le donne africane, a fioccone, sopra la chioma e/o la parrucca, con effetto particolarmente ridondante — ed è allora che si comincia a dubitare che sia normale, soprattutto quando, come jersera, il fioccone si accompagna a due gonne indossate una sopra l’altra e a ben due pellicce sintetiche, che la fanno sembrare come una donnina della Michelin pelosa. Ma è quando apre bocca e parla che l’impressione si rafforza, chiaramente.

 Non so quasi niente di lei — e comunque non più di quanto mi hanno detto gli habitués dell’angusta sala d’aspetto del Maria Vittoria: e cioè che ha una casa, la quale casa è di proprietà essendole rimasta in eredità dal genitore o dalla genitrice, ma che passa volentieri la notte lì nei pressi, mescolandosi ancora più volentieri ai barboni di passaggio. Se ne sceglie di trentacinque-quarantenni, d’aspetto decisamente robusto se non nerboruto, anche se — ovviamente — ormai sono un po’ dismessi, e si siede in un angolo, pronunciando di tanto in tanto, con grande enfasi, le frasi più sconnesse, in curioso contrasto con l’espressione implorante in tralice, particolarmente d’effetto quando indossa la parrucca fulva, e sembra un pertichino da operetta, o la comparsa particolarmente scassata di una pellicola pre-1915. Si tratta di affermazioni provocatorie del tipo: “Sì. Sì. Io sono proprio una puttana. Oh” (e qui sguardo) “l’invidia della gente”. Oppure si mette a ridere (così: hi hi hi), con aria estremamente velenosa e sfottitoria, aggiungendo qualche aggettivo fraintendibile.

Verso le 20.00, abbigliata con la solita ricercatezza, riccamente profumata, con andatura elastica e sostenuta sulle gambe a barilotto, fa il suo ingresso al Pronto Soccorso, tenendo fisso davanti a sé, con sfida, lo sguardo degli occhi negletti, completamente vuoti, schioccando le labbra in maniera caratteristica — è il suo tic — e andando a depositarsi con studiato malgarbo su una delle sedute della saletta. Lì comincia la sua recita, che è come ho detto (occhiate in tralice e squillanti frasi sconnesse), salvo quando le conviene mostrare una ferina divistica impazienza, nel qual caso urlacchia versi di vecchie canzoni ambiguamente interpretabili, sconcezze, espressioni rivendicativo/offensive e anche, e nemmeno come extrema ratio, robusti porcodii. Nel caso tutto ciò non funzioni ad attirare l’attenzione, si fa ardimentosa, e va a sdrajarsi teatralmente su una delle barelle depositate appena fuori dalla saletta: cosa proibitissima, che fa immediatamente accorrere il guardiano di turno. Segue la prevedibile disputa, col guardiano che tenta di farla smontare e lei che si rifiuta con alte strida, brandendo il pretestuoso foglio della visita che le dà diritto all’accesso in P.S. . Dopodiché, con tutte le espressioni e mimiche e verbali del più incontenibile furore, accompagnata dall’incisivo rumorio dei tacchi, normalmente abbandona il Pronto Soccorso e se ne torna a casa, dove si cambia d’abito per poi, profumatasi di qualche altra essenza, ricomparire due o tre ore più tardi, insieme nonchalante e tesa, con qualche accessorio da sfilarsi e reinfilarsi con furiosa pazienza, o curiosi prolissi pendenti da far roteare ad ogni scatto della testa un po’ barbarica. L’ho vista solo una volta a Porta Susa, dove una mattina alle 5.30 irruppe nella sala d’aspetto deversando da gran foce di gola i consueti porcodii e urlando che la lasciassero in pace, che la piantassero di perseguitarla, che era stufa marcia, sbattendo le due porte (entrata e uscita) in rapida successione. Si vede che la saletta del Maria Vittoria era rimasta vuota. L’ho osservata indisturbato perché io per lei è come se non esistessi, essendo fuori target. Quando è fortunata, e trova anche tre o quattro barboni dall’aria tosta, e quindi di suo gusto, se li porta a casa. Fino all’una, alle due del mattino cerca inutilmente nella credenza sbadigliante un po’ di caffè da farsi. Alle due, rivelatasi vana ogni ricerca, sveglia urlando i tre o quattro sventurati e li butta fuori, anche col freddo e col gelo. Come Bette Davis nello Scopone scientifico, godrebbe nell’affamare gli affamati, quando pure ci riuscisse, tentando di scroccare ai più scalcinati tra i presenti nella sala d’aspetto la trenta centesimi per il caffè al distributore. Gli scalcinati o la conoscono troppo bene, per esperienza diretta o per sentito dire, o, com’è più probabile, non hanno soldi da buttare, e lei è costretta a ripiegare sui parenti dei pazienti.

E’ da un caso come questo che ci si rende conto di come, senza la normalità, intesa come mera capacità di intendere e di volere, la perversione non ha nessun interesse, ma annoja e sembra patetica. Perché il fascino, o semplicemente l’interesse, della perversione risiede proprio nei perché che suscita. Ci si può chiedere il perché di uno stravagante comportamento, o di una scelta inconsueta, quando la persona che lo tiene, che la compie, sembra avere le nostre stesse facoltà. Se è evidente che non ce le ha, attribuiamo tutto direttamente alla sua malattia, pertanto l’interesse decade, perché la spiegazione si presenta da sola. Se dovessi scrivere di un caso come questo, non resisterei alla tentazione di farne un personaggio, per il rimanente, del tutto normale, se non brillante. Così com’è è solo una deprimente rompicazzo, che per motivi suoi, cioè dei non-motivi, di tanto in tanto mi rompe il sonno con le urla sconclusionate.