65. Ode tetrastica.

19 Feb

IL VOLTO INFRANTO.

Ode tetrastica.

Pronto, per liberarmi, a tutti i mezzi,

Di faccia essendo a tutti quanti noto,

Del mio volto lo specchio ecco percuoto,

Per confonderli, e mando in mille pezzi.

 

Non potendo nascondere quel volto

Dopo che fu dal mondo occhiuto visto,

Scisso in più volti plurimo ora esisto,

E il noto altrui, togliendo a me, ho ritolto.

 

Mezzo fin troppo rozzo, in questo modo

Tutto l’essente mio, ed il mio pregresso

Ho reso in conoscibile a me stesso,

E, s’ora ho libertà, nulla ne godo.

 

La mia persona al mio sguardo impotente

Con capriccio perverso ed ostinato,

Rendendo sempre un volto al mio ispirato,

Nega ogni superficie riflettente.

 

Essendo, cosicché, di me spezzata

La primeva unità, odio e disprezzo

Quel che vedo non-me, e ogni specchio spezzo,

La cui virtù mi sembra adulterata.

 

Col frantumare in essi, quasi impresso,

Dl volto mio il frantume, voglio, al modo

In cui col chiodo può scacciarsi il chiodo,

Uno rifarmi? Ahimè; non ho successo.

 

Col volto, e quanto vera al volto annetto

Parte di me, fu l’anima, a dolenti

Giorni dannata, in piccoli frammenti

Ridotta; al che mutò il mio interno aspetto.

 

Io dentro e fuori sono a punto tale

Reso difforme da quant’ero prima,

Che parte in me con me più non collima,

Che non dettaglio in me resta a un mio eguale.

 

E se pure non rischio in qualche specchio

Rincontrare la larva deformata

Della mia antica faccia cancellata,

Più me non tornerò, manco da vecchio.

 

Non mi conosce più il mondo importuno,

E vivo solitario ed uomo nuovo,

Senza in nulla ridire quanto provo,

Poiché, s’alcunché fui, sono nessuno.

 

Dovrei ridire a questa folla sorda,

Causa indiretta del mio stolto gesto,

Ch’ero, e che m’ispirò l’atto funesto;

Ma un altro lo compì, né altri ricorda.

 

Sicché i miei giorni futili consacro

Cercando riscattare il me più mio

Dall’errore commesso, e dall’oblio,

Inane inchiesta, inutile lavacro.

 

Se volgo gli occhj sopra le più care

Immagini, da che spero soccorso,

Se a non miei occhj posso far ricordo,

E per essi non posso, oh dio, guardare?

 

Se spingo il naso dentro le corolle

Più aromatose, non m’appartenendo,

Cosa più percepire ormai pretendo,

Sian pure onuste d’una Sabea molle?

 

Se protendo le labbra, al bacio, all’ésca

Di ricco desco, il vermiglione alieno,

La papilla non mia in nettare ameno

Mai stilla di piacere o coglie o pesca.

 

O se avanzai le mani in qualche oggetto,

Come granchj sfilandosi dai polsi,

Corsero via, e per esse io mai raccolsi

Nulla a far mio, od un’ombra di diletto.

 

Così i miei piedi, ovunque mai si vada,

Sempre mai per peripezie segrete

Ostinati m’occultano le mete,

Sicché non vado mai per la mia strada.

 

Nemmeno i sensi, male calibrati,

Segnano dell’incespico a me il sasso,

Schiudendo precipizj ad ogni passo

Ed abbattendo i limiti fissati.

 

Ma quanto più m’angustia è il mio cervello,

Che interrogo e compulso inanemente;

Che di mio in sé non serba, ohimè, più niente;

Che fu il mio; che ora, oh dio, non è più quello.

 

Occhj, bocca, cervello, mano, piede

E naso intercambiai con occhj, bocca,

Cervello, mano, piede, naso, e tocca

L’incredulo, e ritocca, e non ci crede.

 

Posso dirla, in frantumi, immeschinita,

Languida larva & apparenza vana,

Questa vita sospetta, incerta, e strana

Non mia non solo, ma in sé stessa vita?

 

E non inferirò che la non mia

Vita, poich’è la sola che mi regga,

Fa non tanto che in me mia non risegga

La vita, ma che vita in me non sia?

 

Ed ecco il vero inferno; ché conforto

Non c’è per chi a serbarsi individuato

Divise il proprio sé, e moltiplicato

Quanti sé assunse, tante volte è morto.

 

Sicché l’anima a spizzichi e bocconi,

Sfibrando l’appendice di Minosse

In mille angoli d’Ade gelò o cosse,

Onorando da sola più gironi.

 

Doveva l’Ode armonizzare il pianto

Di due dozzine di miei me, e di questa

Diedi a intonare una quartina a testa;

Tacquero solo i meno inclini al canto.

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