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64. Scrivere un libro.

17 Feb

E’ una cosa a cui non ho mai pensato seriamente, nel senso che non l’ho mai pianificata, e men che meno ci ho mai lavorato. Io, per la verità, ci avrei avuto anche avversione, perché è un concetto, quello dello scrivere un libro, che per questi due anni mi ha perseguitato in vario modo. Quando cominciai questa vita, non potendo nascondermi sempre, ed essendo talvolta visto scrivere, involontariamente ho dato da pensare a molti che fossi o un giornalista o qualcuno di intenzionato “a scrivere un libro”. Innanzitutto i nove decimi dei frequentatori di dormitorj mi ha raccontato per filo e per segno la propria vita, cosa che può anche, almeno a tratti, essere interessante, ma in grandissima parte no. E poi hanno cominciato ad affrontare con me discorsi rivendicativi: sulla mancanza di posti nei dormitorj, sul Cottolengo che si mangia che fa schifo, sul fatto che agli armadj dànno usati anche le mutande e i calzini e non è igienico, sul fatto che certe assistenti sociali passano un anno in malattia due in gravidanza tre di aspettativa, &c.; e mi hanno detto: “Ci vorrebbe un giornalista, qualcuno che smuovesse un po’ le acque” — altri hanno avuto, saggiamente, propositi più rivoluzionarj che poi è mancata la voglia, comunque, di mettere in atto, ma sticazzi, va sempre a finire a quel modo. Alcuni si sono preoccupati di sapere che cosa scrivessi, altri di sapere se scrivessi tutti i giorni; altri ancora si sono premurati di farmi sparire delle carte, altri di procurarmi delle biro. Sono parso ad almeno un operatore uno scrittore in incognito; e da ultimo la psicologa di via Carrera, Raffaella, mi ha messo a muso duro davanti alla nuda realtà:

“Ce ne siamo accorti tutti, non puoi più mentire. Il tuo atteggiamento è cambiato, sia con gli operatori che col resto dell’utenza. Ti sei finalmente tolto le tue maschere protettive. Ormai possiamo dircelo francamente: tu non sei qui per raccontare la tua storia, o quella degli altri. Non devi scrivere nessun libro“.

La conversazione (che poi era il solito monologo interrotto a intervalli regolari dalla odd sentence) è andata avanti un po’, ma sostanzialmente la psicologa ci aveva preso: io non dovevo, non devo e non ho mai dovuto scrivere nessun libro. Solo una cosa le era sfuggita: che non avevo mai detto di avere questa intenzione. Quando gliel’ho fatto presente, come ritenevo doveroso, c’è rimasta persino un po’ basita, e la cosa mi ha leggermente irritato. “Insomma”, le ho detto, “sarebbe bastato chiedermelo”. Ma nessuno, evidentemente, ci aveva pensato, sicché tant’è, e sticazzi.

Però rimane il fatto che non è mai stata mia intenzione buttarmi in mezzo a una strada per scrivere un libro. Questa è una cosa che non mi è mai venuto in mente né di fare né di sostenere; e che cosa io per primo pensi degli escamotage che trasformano delle inevitabili sciagure in esperienze da comunicare l’ho scritto a suo tempo a proposito di cose come le memorie del prostituto intelligente o dell’avvocata finta o del rapsodo del camorrismo. Sono finito in strada perché ero sottoposto a una serie di ricatti, e non li reggevo più.

Però rimane il fatto che scrivere, per quanto non necessariamente sulle mie attuali condizioni, è pur sempre quasi l’unica cosa che sono disposto a fare senza troppi patemi. Sicché quando mi è capitato di sentirmi dire che per come scrivo, almeno al mio meno peggio, potrei ambire a proporre qualcosa a qualche editore, e in più mi è stato consigliato di farlo, ho cominciato a pensarci un po’ meno vagamente di quanto soglio in realtà.

Solo che ha aggiunto — e della sua opinione, trattandosi di una persona che lavora in editoria, c’è da fidarsi certo più che della mia — che una cosa a cui varrebbe senz’altro la pena di lavorare è una cosa riguardante proprio le mie attuali condizioni. Mi sono guardato un po’ intorno, e un po’ indietro. A conti fatti, le mie attuali condizioni, se è vero che mi riguardano più profondamente di praticamente qualunque altra cosa, è altrettanto vero che non m’interessano, come argomento di scrittura. Bisognava avere un blog, e sentire più l’impulso ad aggiornarlo che a scrivere di qualcosa di determinato, per decidersi a scriverne. Poi, ovviamente, già che se ne scrive bisogna anche trovare il modo di farlo, e da qui è nato qualcosa che riguarda, sì, le mie attuali condizioni di vita e che, nel contempo, o è letterario o ha qualche tendenza ad esserlo. Devo dire che, mutatis mutandis e soprattutto a posteriori, qualche ispirazione deve avermela data ilò sig. porno; anche se alla fine è venuto fuori qualcosa di completamente diverso, e per forza — lui la sua vita se l’è scelta, io l’ho subìta — in un modo o nell’altro ha comunque esercitato qualche influsso. Ho incontrato i resoconti un po’ sfigati di David Sedaris e di un altro scrittore omosessuale nordamericano di cui al momento non ricordo il nome, ma lo recupero (strano che sia stato portato più a farmi influenzare da scrittori omosessuali piuttosto che da scrittori barboni — ma questo dipende dal fatto che, col carattere che mi ritrovo, se non fossi stato omosessuale non sarei mai finito a fare il barbone), autori che non mi sono serviti in sé e per sé, ma mi sono parsi così spezzati, così colpiti dal fulmine da ricordarmi da vicino, sia pure in versione relativamente più integrata, alcuni aspetti della mia umile e umiliata persona; e quindi mi hanno, a modo loro, incoraggiato — sia pure in negativo.

Ma il libro più importante, quello che mi avrebbe veramente ajutato, non credo proprio sia stato scritto. Né avrei potuto trovarlo, né mai si troverà, perché le risposte che cerco, in un libro non ci stanno. Un libro è contemporaneamente troppo e non abbastanza — è una cosa diversa rispetto a quella che cerco. Un libro, da scrivere ma anche solo da leggere con frutto, verrebbe solo dopo.

Il fatto è che le mie attuali condizioni di vita, che sono condivise da un certo numero di persone, oggettivamente non significano nulla: il loro significato lo traggono dal vissuto che mi porto dietro. E quel vissuto richiede azione, non fiori di belle lettere. Mi rendo conto che quell’azione suona un filo retorico, ma è così.

Ma non voglio divagare. Quello che stavo dicendo (prima di passare all’azione) era semplicemente che non aver mai pensato a un libro, in questi due anni, ha necessariamente confinato il mio tipo di attenzione allo specifico e al limitato della mia personalissima situazione, nonché alle condizioni che via via si presentavano. Il mio famoso diario, che non aveva alcun pregio né artistico né umano, era semplicemente uno zibaldone farcito di oscuri sfoghi, notazioni meschine, appunti. Guardavo molto il mio buco di culo, le mirabolanti avventure narratemi da spacciatori e falsarj, ladri e imbroglioni, mi passavano sopra. Un bravo scrittore ne avrebbe certo tratto qualcosa, ma bisognava crederci. A me entravano in un orecchio e m’uscivano dall’altro. Mi annojavano. Tornando indietro, anche col solo ausilio della memoria, non potrei costruirmi un’idea di questa situazione un po’ meno gretta di quello che è. Lo dico per sgravio di responsabilità: non è solo vero che non voglio, il fatto è che anche volendo non potrei. Mi sembra di essere giustificato.

L’unica esperienza abbastanza preziosa, il cui ricordo merita di essere conservato, non consiste nei fatti di cui sono venuto a conoscenza, né di quelli (praticamente nulla) che ho vissuto, ma in un tipo di sguardo, di punto di vista. Ho cominciato a vedere le cose un po’ più libero rispetto a prima. Ho visto che, mancando certe costrizioni, al tempo avrei potuto cominciare a vivere.

Tutto questo non mi ha affatto guarito dal rancore. Ed è anche più che ovvio: per guarirne avrei dovuto superare almeno le principali tra le mie difficoltà, e trovare ragionevoli spazj, e spazj di espressione; recuperare le mie zone di opacità (la sovraesposizione che patisco è una delle cose più torturanti) e crearmi un mio giro di conoscenze. Qualcosa, insomma, che mi portasse avanti, rispetto l’osceno squallore delle condizioni di prima, e non indietro. E invece non c’è stato come finire qui, in questa città di merda, per subire quanto ancora mancava a farmi pienamente infelice.

Ora, si può scrivere un libro, ossia consegnare la propria storia ad un pubblico (potenziale, auspicato, ma pur sempre un pubblico), quando per il novanta percento del tempo nutri idee omicide nei confronti del novanta percento della gente che ti circonda? Si può desiderare una sovraesposizione ulteriore, quando si è già totalmente allo scoperto, e non si riesce a consegnare nulla di decente di sé al mondo, né come immagine (figuriamoci) né come “contenuti”?

Ci si può mettere a riflettere e scrivere, quando l’unica vera, inconfessata, bruciante impellenza è quella di distruggere, di spaccare, di uccidere, di incendiare?

Già un pajo d’anni prima di finire in mezzo alla strada aveva cominciato a farsi strada in me il proponimento, divenuto col tempo una specie di ‘voto’, di non tentare mai di stampare un libro prima che mio padre fosse morto. Adesso non so in quanti dovrebbero morire per rendermi sufficientemente libero di farlo. E, in più, si è aggiunta l’impazienza: proprio non ce la faccio ad aspettare sulla sponda del fiume. Vorrei tanto dare una mano al tempo e alla natura. Ho la fregatura di avere impulsi certo autodistruttivi, ma in me non riconosco nulla del potenziale suicida. So che non sembra, ma sono più fatto per uccidere che per morire.

Questi i miei attuali sentimenti. Da una mezza dozzina d’anni a questa parte.

Eppure, nell’attesa, qualcosa scriverò. Che cos’altro potrei fare?