Archivio | 17:33

55. Desiderio di febbre.

10 Feb

Oggi, essendo sabato, è una giorna loffia, quasi morta. Peraltro, forse è solo una mia impressione ma non posso esserne sicuro al 100 %,, c’è un’atmosfera strana, oggi, sospesa e ovattata — che però può darsi significhi solo che sto per prendermi un’influenza. Non sto male e non ho ancora nessun segnale di qualche leggero malanno in arrivo, ma potrebbe arrivare molto presto.

Sono appena stato a Porta Palazzo (come si vede che non ciò un cazzo da dire), dove mi ero rassegnato a comprare un pajo di oscene scarpe ad almeno 12 euri — io odio spendere soldi per i vestiti. Odio i vestiti. Invece sono stato, nella jetta di dover spendere, anche abbastanza fortunato, perché ne ho spesi solo 5: sono scarpette leggerissime, nere a strisce bianche, hanno un aspetto dignitoso. Non mi preoccupo del fatto che eventualmente mi stiano anche malissimo, perché praticamente tutto quello che mi metto mi sta male, e questo non perché tutti i vestiti che mi càpitano a tiro, per un motivo o per l’altro, siano inadatti a me, ma perché sono io a mancare di qualunque forma di eleganza naturale. Ho le spalle spioventi, l’andatura da pinguino e la faccia di cazzo.

Vorrei, alle volte, far capire che non è vanità da blogger, la mia. Il fatto è che la mia vita sta andando — a catafascio è dire poco, se non nulla, perché a catafascio è andata da almeno quindicianni; sta andando, direi piuttosto, in puzza. E’ una mela mummificata, non ha più la superficie così illimitata ma non infinita del frutto acerbo maturo stramaturo, così semplice nella sua liscezza: è tutta grinze e ombre, depressioni e foppe, dossi e cunette: è tutta irregolare, insomma, ha i bozzi e le gibolle da tutte le parti, ad un colpo d’occhio somiglia un po’ a tutto e un po’ a nulla — alla fine è solo una cosa vieta, non importa esattamente che cosa, perché di qualunque cosa si tratti è una cosa essuta, non essente, e dunque non ha importanza, se non per qualche operatore necroforo in pectore, o qualche storico a minima gittata, o semplicemente con moltissimo tempo da sciupare. Tutto questo, che è una distruzione senza una vera e propria morte, mi porta alle conclusioni paradossali di ricercare instantemente qualcosa che 1. costi poco (perché ovviamente sono nullatenente); 2. non mi costi fatica (perché sono debolissimo, come tutti i fancazzisti cronici); 3. sia perfettamente regolare, liscio, geometrico. Credo che il blog ad altro non mi serva che a produrre questi larghi nastri di glifi incolonnati, che vanno giù con tanta precisione & appiombo. Le parole che ci metto dentro sono quelle che mi servono a non morire di noja mentre le scrivo: tutto qui. Credo di aver espresso tempo fa, da qualche parte ma sempre su questo blog, rammarico perché mi era momentaneamente sparito l’allineamento ai due margini. A me di quello fregava, & non d’altro.

Oggi non è giornata di scrittura. Decisamente oggi era la giornata giusta per andare in giro e bighellonare obbligatoriamente, e dunque senza i soliti sensi di colpa, causa febbrone stagionale: purtroppo, però, non m’è venuto. La febbre mi venne l’ultima volta un pajo d’anni fa, perché stavo compiendo un passaggio. Credo che qualche mistica abbia parlato di febbri mentali, o dolori mentali. Dolori che si manifestano anche con stati febbrili. E ricordo anche che in un parchetto squallidissimo di Genova, meta di tossici e pushers, parlai, una notte, con Paolo, che era ubriaco e cercava disperatamente sua moglie, e tuttavia era rimasto abbastanza lucido da volermi guardare per bene negli occhj, dove riconobbe una febbre che l’aveva preso, violentissima, anni e anni prima, quando aveva dovuto affrontare un transito importante, e probabilmente cadere in balìa di qualche oscuro personaggio. Era evidente che da allora non s’era più ripreso: ma questo era del tutto ovvio, solo io non lo sapevo, perché erano molto poche, effettivamente, le cose che sapevo. Mi disse: “Robbi”, (non riusciva a cacciarsi in testa che mi chiamo Davide), “non devi stare qui, stamattina volevamo rapinare un vecchietto colla pensione… Io, guarda là quella panchina spaccata, quando bevo e non trovo mia moglie divento una belva… Qui passano i tossici… Andiamo alla festa dell’Unità a cercare quella puttana, sarà andata lì a sbronzarsi”, e mi stampò un bacio umido sulla guancia, molto sentito. Lo ringraziai dell’invito, con gli occhj che mi sembravano galleggiare nelle orbite, e nonostante mi sciogliessi dalla commozione di quel bacio e avessi voglia di scoppiare in lacrime me ne andai con una discreta compostezza, zoppicando dalla gamba destra, per via della caviglia che mi si era gonfiata come un pallone, e mi faceva un male cane.

Nonostante, appunto, non avessi idea di tutta una serie di cose indispensabili da sapere per affrontare con cognizione di causa il tema, seppi da sùbito (non so, magari fu un’ispirazione dovuta alla febbre) che non sarebbe stata l’ultima volta che avevo quella febbre da transito. Quella in particolare m’era venuta per via dello sforzo fisico, di dormire pochissimo spostarmi continuamente mangiare di merda o nulla lavarmi alle fontanelle &c.; la seconda febbre, o le seconde febbri, mi sarebbero sicuramente venute in forma, appunto, di “febbri mentali”. Un’immagine che, mentre derubavo quella santa dell’espressione per usi certamente improprj, mi faceva a sua volta venire in mente una scena descritta in un romanzo di Twain, dove il piccolo picaro di turno (chissà chi) s’era nascosto sotto il cappello un pezzo di burro, che per via del caldo cominciando a sciogliersi, aveva cominciato a colargli giù per la fronte e per la nuca; al che la madre, deficiente come tutte le madri apprensive dei romanzi, s’era messa ad urlare: “Ah, mio figlio ha la febbre cerebrale! Gli si sta sciogliendo il cervello!”. Sicché non potevo impedirmi di pensarmi, nel momento in cui mi fossi deciso ad affrontare il mio secondo transito, col cappello in testa, sotto il solleone, con un’espressione inevitabilmente ebete in faccia, mentre il cervello mi sfuggiva da sotto la falda del copricapo con uno sfrigolio di burro versato. E’ chiaro che dopo poco crollassi nell’intontimento più totale, e che nel giro di due o tre altri giorni mi riprendessi.

Però è da allora che aspetto la seconda febbre. E lì la colpa è mia, perché la prima febbre viene da sé — bastava buttarmi per la strada, e disabituato com’ero, ma persino ad un picnic fuori porta, non potevo non ammalarmi. Per ammalarmi mentalmente, invece, dovrei affrontare qualcosa d’importante. Mentre la vita per la strada o ti lascia a seccare al sole o a infradiciare alla pioggia o ti prende (nei casi più fortunati, certo) a schiaffi, la mente ha bisogno di essere incoraggiata. Mi ci vorrebbe una finalità certa — ma dove andrò, ormai? — e solo per provare non certo la febbre, che di per sé non può interessarmi più di tanto, quanto il transito, il passaggio. Una volta di là, forse, potrei cominciare a provare rimorso, o rimpianto, o chissà che altro. Quello che è certo è che non riesco più a rimanere in questo abbandono.

54. Piccoli cristiani muojono.

10 Feb

Leggete questo. Il libro non l’ho letto, ma lo farò quanto prima, e suppongo la stragrande maggioranza di quelli di voi che ne sanno qualcosa saranno stati informati dalla televisione (essendo passata una notizia in merito al Tg1), che io non guardo.

Il figlio dell’ex-rabbino capo di Roma ha scritto in un libro che tra il 1100 e il 1500 ci furono effettivamente sacrifici umani da parte di Ebrei askenaziti — sacrifici di bambini, in particolare, il cui sangue sarebbe stato utilizzato per impastare le azzime, che sarebbero le nonne delle ostie; come certi libri sono i padri dei porcodii.