53. Poeta e huomo.

9 Feb

Non ho moltissimo tempo. Mi limito ad esprimere qualche dubbio in merito allo scrivere e all’essere uno scrittore. Diciamo che di recente qualcuno mi ha detto che potrei ambire a fare lo scrittore, un giorno. Non che mi abbia colto impreparato, nel senso che, teoricamente, sarei stato anzi il primo a volerlo, ovviamente tanto tempo fa, quando mi presi la malattia e non riuscii più a guarire — tant’è vero che ho continuato a scrivere con la convinzione che ormai non avrei più potuto pretendere di pubblicare alcunché.

Jeri pomeriggio, alla stazione ferroviaria, ho visto un giapponese, o uno che somigliava a un giapponese, molto bello, tutto nerovestito, con una selva di capelli ricci, accosciato in terra, con la schiena appoggiata alla parete e un laptop appoggiato alle ginocchia, che ammaccava veloce e leggero con le dita nervose sulla tastiera. Poteva essere un poeta, un ingegnere, una spia, un giornalista o un magnifico nullafacente. Poteva esser dietro ad apportare modifiche ad un progetto di piattaforma petrolifera come a schiccherare frasi perugina per una cretina di passaggio. Quello che importava era l’impatto estetico.

Mi sono pensato nella stessa posizione, occupato nello stesso gesto di digitare chissaché su una tastiera. Con questa faccia. Con ‘sta complessione meschina, depressiva. Mavaffanculo.

Ansaldo Cebà, ricordato sui lessici più oltranzisti come buon seguace del Chiabrera e responsabile di una morbosa passione di Sara Copio-Sullam, scrisse un dialogo classicheggiante sui compositori di poemi heroici. In contraddizione con la stragrande maggioranza dei precettisti specializzati, sosteneva che al poeta heroico fossero indispensabili giovane età (sotto i trentacinque), robusta costituzione e abilità nell’esercizio delle armi. C’è chi ne ha riso, o sorriso, ovviamente; ma, a pensarci bene, può uno scrittore che non ha la più pallida idea di come funzioni una pistola descrivere una sparatoria? In termini cebajani, si può essere heroici solo come poeti, e non come huomini? Si può usare la fantasia, ovverossia immaginare: ma chiunque, volendo, può immaginare. Rimane il fatto che raccontare di quello che si è esperito è altro che raccontare di quello che si vagheggia.

Ma soprattutto questi precetti rimandano ad una concezione di poeta né pantofolajo né statale né boemesco — un non-marginale, un uomo che fa cose e si difende. Ad affrontare da un punto di vista, almeno auspicatamente, professionale questo percorso, si finisce facilmente col vezzeggiare i proprj meno giustificabili difetti. Trovi bizzeffe di persone che tacitamente ti incoraggiano a rimanere una merda. — Oh, finalmente, l’ho detto.

Il giorno che volessi veramente scrivere, ossia scrivere per vivere e pubblicare, provvederei a diventare un huomo. Questo è poco ma sicuro.

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