52. Et nous avons des nuits pars altera.

8 Feb

Stanotte (e ancora grazie) mi hanno lasciato dormire seduto nella sala d’aspetto del Maria Vittoria, e dovrebbe essere l’ultima volta. Non c’è molto da dire sulla sala d’aspetto del M. V., se non che è piccola e senza attrattive. Oltre a due file di sedute di plastica blu ci sono quattro distributori, uno di bibite fredde in bottiglia piccola (ma escono calde, perché il refrigeratore, evidentemente, non funziona), uno di junk-bruscolini, uno di bevande calde (caffè, insomma) e uno di bibite fredde in bottiglia grande (ma è quasi sempre tutto esaurito; il distributore funziona, però, anche da cambiamonete, nel senso che se metti dentro l’euro e tiri la levetta ti restituisce due pezzi da cinquanta centesimi, ciò he può avere la sua utilità). Dalle 20.00 alle 24.00 ca. godo la conversazione di X e Y, i quali dormono uno in macchina e uno in una soffitta, ma trascorrono volentieri le serate in compagnia. Non c’è stato bisogno d’altro che di questa frequentazione per rendermi conto dell’incredibile quantità di argomenti di cui non so una cippa e di cui nemmeno mi frega — e non lo dico con spavalderia, lo dico con senso di colpa e con pena. Ma, soprattutto per quanto riguarda i greatest hits, le cose straripetute, dalle tre-quattro alle cinque-seicento per sera, può essere istruttivo, perché qualcosa mi rimane impresso. Ovviamente non prendo per oro colato tutto quello che mi si dice, non tanto perché temo la malafede dell’interlocutore di turno, quanto perché, a livello di conversazione da bar, può essere l’interlocutore per primo a non aver capìto praticamente nulla di quello che dice. Ragion per cui prendo tutto con molto sale e pepe, o come spunto.

Altro tipo di conversazione ho avuto nelle prime ore della mattina, con un personaggio da me conosciuto a suo tempo in v. Carrera, che ha attaccato discorso chiedendomi per l’appunto se in v. Carrera non vado più. Segue mia risposta, che no, perché sospeso, ma soprattutto il litigio che precede la sospensione dà di cappello a tutta una situazione per cui, insomma, tutte le volte che vedo un operatore mie viene da vomitare, e anche quando mi vedo capitare le due stronzette della boa urbana mobile venute a recuperare qualcuno lì al M. V. mi devo alzare e me ne devo andare perché mi vien da vomitare. Dico che non sopporto di essere messo sotto i piedi, anche cortesemente. Be’, mi dice, effettivamente l’operatore tale o l’operatrice tale sono dei prepotenti. E ricordava un fatto, di anni fa, riguardante un tossico, peraltro sieropositivo, che come molti che non possono più drogarsi, o non possono più drogarsi tanto, tampona coll’alcool. E’ un bravo ragazzo (per modo di dire, è ultraquarantenne), dal fisico piuttosto meschino, e in più molto malridotto. Assolutamente non uno in grado di difendersi fisicamente. Una sera era arrivato ubriaco in dormitorio, e lo avevano fermato sulla porta — due operatori maschj — perché ubriachi in dormitorio non si può entrare. Una regola che è applicata solo di rado, in generale, e sempre con questo povero disgraziato. Comunque sia, il poveretto ha chiesto, in quell’occasione, che gli lasciassero una mezz’ora, un’ora di tempo per smaltire un po’ gli effetti della bicchierata fuori dal cancello, e poi di farlo rientrare. Ma gli operatori sono stati inamovibili. Càpita spesso che qualche utente, invitato più o meno gentilmente ad andarsene, non intenda ragione. In quel caso, ammenoché non si tratti dell’ineffabile Laura Scarpellino o della sua amica Raffaella (la psicologa di v. Carrera, mica cazzi), per non dire di quando si tratta di tutt’e due in turno insieme, di norma si chiama la polizia, e si sospende almeno per un mese l’utente che ha opposto resistenza. Un tempo, evidentemente, le cose erano gestite molto più sportivamente, perché al rifiuto del povero sbronzo gli operatori avrebbero risposto a cazzotti; non solo, ma quando il poveretto è cascato in terra, avrebbero continuato ad infierire, prendendolo a calci, tra vociazzare di sporco ubriacone e va a sapere quant’altro. Erano almeno in sei o sette presenti, e nessuno ha alzato un dito, o ha saputo che fare — si tende sempre a farsi i cazzi proprj, nell’inutile speranza di campare cent’anni. La vita di strada comporta quasi sempre un filo di mitomania, ma chissà perché io a certe cose ci credo.

Ha voluto sapere chi mi aveva buttato fuori per via di un barattolo di penne e di un bidone dell’immondizia vuoto. Le ho detto chi era stato. «Ah, Laura», ha detto, «certo. Quella è proprio una troja». E mi ha raccontato un’altra cosa, sempre di qualche anno fa, quando la Scarpellino non faceva l’operatrice in dormitorio ma girava sul bidone della boa urbana mobile. Non è nemmeno un aneddoto — è la Scarpellino che a un certo punto passava sul ben noto catorcio e che sporta la testa d’antefissa dal finestrino gli ha urlacchiato contro: «Figlio di puttana!!!». Ma chissà che cos’era successo. Erano tempi, come mi aveva spiegato il capetto della struttura a suo tempo, in cui c’era molta più confidenza tra utenza e operatori. Confidenza è quasi la parola giusta.

Questo pomeriggio dovrei recuperare un sacco a pelo. Spero proprio di riuscirci, così torno a passare le serate da solo.

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