49. Passato, presente e futuro.

6 Feb

(tutto quanto segue è veramente improvvisato

non mi rileggo).

E’ stato solo un momento: adesso la numerazione sbagliata di questo blog non mi angustia più. Tra qualche secolo, quando rimarrà come un cadavere galleggiante tra il resto della spazzatura di rete, il mio errore potrebbe apparire come il non ultimo segno della mia originalità, una specie di sphregis del mio genio. Oppure potrò apparire un cazzone emerito, cosa che peraltro spero perché qualunque più lusinghiera alternativa mi riempirebbe di sensi di colpa, ma la cosa non avrà più importanza per nessuno, né per me né per chiunque abbia un cervello, e l’interesse dei telearcheologi che staranno a fare le pulci ai post fossili non faranno numero né costituiranno precedente. Pertanto vado avanti impavido — anche perché è qualche giorno che non scrivo più nulla.

Essere allo stato brado, cioè essere sfuggito al ricatto delle situazioni contenitive messe a disposizione dallo stato di diritto, significa sottrarsi alla pressione psicologica degli operatori del settore, nonché sottrarsi al peso, realmente insopportabile, della convivenza forzata, che si aggiunge ad una situazione già abbondantemente opprimente, fatta di mancanza di soldi, di progetti, di amicizie, di onorabilità, di voglia di fare, e di tutta una serie di altre cose. Ci sono tanti svantaggj, dal punto di vista pratico. Ma dal punto di vista psicologico è come passare dalla galera alla libertà. (Non ho bisogno di finire in galera e scontare la pena per saperlo. Lo so e basta).

Mi rendo conto, finalmente, di una conseguenza non immediatamente intuibile (almeno per me) della repressione psichica: lo schiacciamento sul presente. Costretto continuamente a dare più rilievo alle bollette non pagate del ’99, dell’ ’86, del ’75, piuttosto che alla sua sia pur modesta persona, il barbone irregimentato non potendo tollerare l’oltraggio supremo dell’identificazione col proprio difetto nei confronti della società, o della società del telefono, o del gas, necessariamente finisce coll’occultare a sé stesso tutto quello che lo riguarda più profondamente e direttamente, raccontandosi le più spudorate menzogne anche sui proprj presunti «compagni di sventura» (normalmente se li rappresenta come disgraziate vittime della società, mentre in stragran parte sono o incarnazioni dell’imbecillità più nauseante o sono degli avidi furbi finiti meritamente male — ma sempre molto meglio di quanto meritino, e sicuramente lo sanno), e, ciò che forse è peggio, su quegli aborti di scimmia dell’echìpp degli operatori, l’idea della cui stessa esistenza in vita gli sarebbe insopportabile se fosse costretto a vederli per i porci sfruttatori che realmente sono, e non come figure autorevoli, letteralmente in grado di fornire ajuto e guida. Tutto questo non è solo deformante, ma favorisce nello straccione istituzionalizzato, appunto, quello schiacciamento sul presente che può risultare solo dalla perdita del suo passato.

Dopo un mese che ha perso (28 dicembre) il diritto di accedere ai dormitorj del Comune di Torino, quindi verso la fine di gennajo, pertanto pochi giorni fa ovvero una settimana abbondante, lo straccione da dormitorio comincia a sentire fortemente il giovamento della sua mutata, e in oggi libera, condizione. Dopo qualche timido tentativo, inizialmente abortito, il suo sistema nervoso centrale gli restituisce oggi senza disturbi di linea, secondo le solite più o meno logiche connessioni col suo vissuto in progress, le parti più cospicue o piacevoli o terrificanti del suo passato, gli anni più significativi, le immagini e i ricordi dei parenti più affezionati, qualche amicizia, sogni infantili, trame di libri, musiche, quadri; la luce violetta di un preannuncio di primavera, ancora nel cuor dell’inverno, del 1997, per esempio, un episodio di travestitismo maschile nel Cranford, la scena di Giove e Nettuno ne Il ritorno di Ulisse in patria, alcune stanze agoniche composte nel marzo 1999 ed una speranza di luna blu, una fabbrica abbandonata nei pressi d’un ingresso dell’autostrada dell’estate 1982, un’attesa in aeroporto nell’estate 1994, e molte altre cose, e soprattutto un senso generale come di sbigottimento e sospensione, una maggior profondità e spaziatura e risonanza dell’aria; qualcosa che, forse, potrebbe chiamarsi futuro, posto che non mi ostini a chiamarlo necessariamente “mio”.

Annunci

Esprimi pure (prego) la Tua garbata opinione!

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: