Archivio | febbraio, 2007

70. Iquindici

26 Feb

Era, coll’articolo staccato, il titolo di una famigeratissima enciclopedia per l’infanzia.

Ma io mi riferisco a un forum sul quale si trova, evidentemente, il link al presente, umile blog. Ero curioso di sapere in che contesto si facesse il nome dell’anfiosso.

Il link è nella bacheca, dove si vede da dove gente ha linkato per leggere queste pagine, ed è questo: http://www.iquindici.org/forum_viewtopic.php?3.33294.255. Ma per leggere il forum bisogna registrarsi. Io, stranamente, non ci riesco. Qualcuno riesce ad entrarci?

69. Canzonetta spagnuola.

26 Feb

Quando sono triste vado a guardarmi/sentirmi questo: 

Canzonetta Spagnuola

[Si noti che da prima della metà in poi (grosso modo dall’inquadratura del gianduja col parrucchino carota) sembra aver inghiottito qualcosa che non va più né su né giù].

68. Scusate, ma non resisto.

24 Feb

Questo è un pezzo dedicato a me. A me, capite?

[Rael, per favore, fammi sapere un modo per entrare a vedere quel blog, mi è venuta una curiosità della madonna].

67. MOSTRO!!!

23 Feb

Tu che avanzasti pallida, emaciata,

Sbucando tra le brume sonnolente

Delle tre del mattino, languescente

Figura della morte trambasciata,

 

E, imponendo alle ossa della mano

Un gesto a un “ciao” più o meno equivalente,

Mi volgesti il tuo teschio sorridente

Sui piedi zoppi barcollando piano,

 

E m’apparivi, nera, bianca e cionca,

Non resurgendo in muto cimitero,

Non tra le mura scrause d’un maniero,

Non tra irte selve, o in gelida spelonca,

 

Non, rancorosa e squallida memoria,

Rigurgitando in incubi entro me,

Ma avanti al catorcione del caffè,

Sala d’aspetto del Maria Vittoria;

 

Tu che da allora appari a me ogni notte,

Con appesi dei braccî agli ossicini

Cadaveri di bombe e di panini

Reduci in vista da lustri di lotte,

 

E m’anfani in sussurro oltretombale

Non “Morrai presto”, o “A te maledizione”,

“Vieni con me, ti traggo a perdizione”,

“Vieni, se soffri, ché c’è più gran male”,

 

O “Ti porto notizie di tua nonna”,

Ma, con quell’aria macerata, e il tono

Che avrebbero, potendo dare un suono,

I telamoni sotto la colonna:

 

“Posso offrirti un caffè?” – ché sei gentile

Quanto (almeno) sei brutta (e fai orrore);

Sicché m’agghiaccî di spavento il cuore,

Ma al contempo mi fai sentire un vile.

 

Ah, tu non sai, se nella polverosa

Saletta non m’intrattenessi desto,

Starei sveglio a pensare al tuo funesto

Aspetto di cariatide affettuosa:

 

In certo senso, è insulso addormentarmi:

Poiché, di notte se agli ultimi tocchi

Mi concedessi di serrare gli occhî,

Sempre il tuo volto avrei a stomacarmi.

 

Ora, incubo contro incubo, è lo stesso.

E io t’ascolto, a snocciolar quisquiglie

Da quella bocca, che alte meraviglie

Desta all’inferno soggiogato e oppresso.

 

E, benché odioso, il tuo spietato rostro

Tanto in emblema l’ultimo respiro

Figura, che nolente io in quello ammiro

Quanto addice al più sovrumano mostro.

 

A te, Fosca, sminuita, a cui quel nome

Poco sarebbe, mancano i capelli

(A cui pure perdonano gli avelli)

Belli: tu hai rade e pantegànee chiome.

 

Erisittone peggiorata, i tempi

Crudeli anche ti negano la dote

Che mostra in caldi visceri le note

In cui son scritti gl’incombenti scempî.

 

Medea imbolsita, una pesante gabbia

Coerce gli atti tuoi in buone maniere,

Sicché in volto la Jetta fai vedere,

Ma a scagliarla in te latita la rabbia.

 

Così superba e raggelante cosa

Meriterebbe un gran destino, certo;

Ma benché ostento sia tu di sconcerto,

Sei persino un po’ sciocca, sei nojosa.

 

Dietro la febbre dei tuoi occhî atroci,

Bramosi dittatori del tuo volto,

Non c’è un Ade terribile sconvolto,

Al cui odio imperioso non concuoci;

 

Ma con belanti voci tu il notturno

Tempo sciupi tra i temi favoriti,

Il tempo e i gradi scesi ossia saliti,

Se c’è utenza, e chi è la guardia in turno.

 

Motivo per cui in me moltiplicate

Sono la colpa e l’avversione. E che?

Evochi tutta la Gheenna in te,

E te ne vieni, poi, co’ ‘ste strunzate?

 

Finché una notte, da un guardiano, appetto

A te un Amore che aurei dardi scocchi

(Ma nascondeva un Argo di cent’occhî)

Ci buttò fuori, al bujo ed al freschetto.

 

Riuniti a Porta Susa, io sempre desto,

Tu insonnolita, tra il cicì e il cocò,

Ti addormentasti, e il capo tuo crollò

Sulla mia spalla – il capo tuo funesto.

 

Quell’antefissa di deità panica

Vistami addosso, mi divincolai

Piano, dimodoché non ti svegliai.

Ricadde il capo, e m’incastrò una manica!

 

Dea vuole, tantopiù se sia infernale,

Sacrificî. Ponzai. Poi mi decisi:

Col taglierino quindi via recisi

La manica (era il freddo il minor male).

 

Ben da un Profeta e da un Re della Cina,

L’uno al suo gatto e l’altro al beneamato

Poco cencio l’aver sacrificato

Fu un immolare a un’entità divina.

 

Così da me; ma era entità ctonia,

Cosa che insieme pari e inversa pare

Ai due storici affetti: similare

Forse al pelo, non a bellezza adonia.

 

Soprattutto, a ispirarli Amore fu;

Me fu il Buonsenso. Ché se sempre in mente

Porterò la tua immagine atterrente,

Almeno non dovrò sentirti più.

66. La pazza.

20 Feb

E’ una pazza, normalmente di pelo rosso violaceo (dipende, ovviamente, dalla tinta), da tre giorni a questa parte di pelo castano scuro, quasi nero (vide supram). Ma il colore dei capelli poco importa — e anche quello che sta sotto i capelli, è una donna abbastanza tozza di complessione, ma nient’affatto sgradevole, talora forse un poco pretenziosa nel vestire, ma sempre accurata, e quindi intercambiabile, a vista, con qualunque rispettabile donna d’età indefinibile, ma tra i quaranta e i cinquant’anni. Talvolta, in luogo della corta chioma naturale (naturale quanto a lunghezza, ovviamente, dato quanto detto) sfoggia un’ampia parrucca rossa. Talaltra volta porta un largo fazzoletto annodato un po’ come le donne africane, a fioccone, sopra la chioma e/o la parrucca, con effetto particolarmente ridondante — ed è allora che si comincia a dubitare che sia normale, soprattutto quando, come jersera, il fioccone si accompagna a due gonne indossate una sopra l’altra e a ben due pellicce sintetiche, che la fanno sembrare come una donnina della Michelin pelosa. Ma è quando apre bocca e parla che l’impressione si rafforza, chiaramente.

 Non so quasi niente di lei — e comunque non più di quanto mi hanno detto gli habitués dell’angusta sala d’aspetto del Maria Vittoria: e cioè che ha una casa, la quale casa è di proprietà essendole rimasta in eredità dal genitore o dalla genitrice, ma che passa volentieri la notte lì nei pressi, mescolandosi ancora più volentieri ai barboni di passaggio. Se ne sceglie di trentacinque-quarantenni, d’aspetto decisamente robusto se non nerboruto, anche se — ovviamente — ormai sono un po’ dismessi, e si siede in un angolo, pronunciando di tanto in tanto, con grande enfasi, le frasi più sconnesse, in curioso contrasto con l’espressione implorante in tralice, particolarmente d’effetto quando indossa la parrucca fulva, e sembra un pertichino da operetta, o la comparsa particolarmente scassata di una pellicola pre-1915. Si tratta di affermazioni provocatorie del tipo: “Sì. Sì. Io sono proprio una puttana. Oh” (e qui sguardo) “l’invidia della gente”. Oppure si mette a ridere (così: hi hi hi), con aria estremamente velenosa e sfottitoria, aggiungendo qualche aggettivo fraintendibile.

Verso le 20.00, abbigliata con la solita ricercatezza, riccamente profumata, con andatura elastica e sostenuta sulle gambe a barilotto, fa il suo ingresso al Pronto Soccorso, tenendo fisso davanti a sé, con sfida, lo sguardo degli occhi negletti, completamente vuoti, schioccando le labbra in maniera caratteristica — è il suo tic — e andando a depositarsi con studiato malgarbo su una delle sedute della saletta. Lì comincia la sua recita, che è come ho detto (occhiate in tralice e squillanti frasi sconnesse), salvo quando le conviene mostrare una ferina divistica impazienza, nel qual caso urlacchia versi di vecchie canzoni ambiguamente interpretabili, sconcezze, espressioni rivendicativo/offensive e anche, e nemmeno come extrema ratio, robusti porcodii. Nel caso tutto ciò non funzioni ad attirare l’attenzione, si fa ardimentosa, e va a sdrajarsi teatralmente su una delle barelle depositate appena fuori dalla saletta: cosa proibitissima, che fa immediatamente accorrere il guardiano di turno. Segue la prevedibile disputa, col guardiano che tenta di farla smontare e lei che si rifiuta con alte strida, brandendo il pretestuoso foglio della visita che le dà diritto all’accesso in P.S. . Dopodiché, con tutte le espressioni e mimiche e verbali del più incontenibile furore, accompagnata dall’incisivo rumorio dei tacchi, normalmente abbandona il Pronto Soccorso e se ne torna a casa, dove si cambia d’abito per poi, profumatasi di qualche altra essenza, ricomparire due o tre ore più tardi, insieme nonchalante e tesa, con qualche accessorio da sfilarsi e reinfilarsi con furiosa pazienza, o curiosi prolissi pendenti da far roteare ad ogni scatto della testa un po’ barbarica. L’ho vista solo una volta a Porta Susa, dove una mattina alle 5.30 irruppe nella sala d’aspetto deversando da gran foce di gola i consueti porcodii e urlando che la lasciassero in pace, che la piantassero di perseguitarla, che era stufa marcia, sbattendo le due porte (entrata e uscita) in rapida successione. Si vede che la saletta del Maria Vittoria era rimasta vuota. L’ho osservata indisturbato perché io per lei è come se non esistessi, essendo fuori target. Quando è fortunata, e trova anche tre o quattro barboni dall’aria tosta, e quindi di suo gusto, se li porta a casa. Fino all’una, alle due del mattino cerca inutilmente nella credenza sbadigliante un po’ di caffè da farsi. Alle due, rivelatasi vana ogni ricerca, sveglia urlando i tre o quattro sventurati e li butta fuori, anche col freddo e col gelo. Come Bette Davis nello Scopone scientifico, godrebbe nell’affamare gli affamati, quando pure ci riuscisse, tentando di scroccare ai più scalcinati tra i presenti nella sala d’aspetto la trenta centesimi per il caffè al distributore. Gli scalcinati o la conoscono troppo bene, per esperienza diretta o per sentito dire, o, com’è più probabile, non hanno soldi da buttare, e lei è costretta a ripiegare sui parenti dei pazienti.

E’ da un caso come questo che ci si rende conto di come, senza la normalità, intesa come mera capacità di intendere e di volere, la perversione non ha nessun interesse, ma annoja e sembra patetica. Perché il fascino, o semplicemente l’interesse, della perversione risiede proprio nei perché che suscita. Ci si può chiedere il perché di uno stravagante comportamento, o di una scelta inconsueta, quando la persona che lo tiene, che la compie, sembra avere le nostre stesse facoltà. Se è evidente che non ce le ha, attribuiamo tutto direttamente alla sua malattia, pertanto l’interesse decade, perché la spiegazione si presenta da sola. Se dovessi scrivere di un caso come questo, non resisterei alla tentazione di farne un personaggio, per il rimanente, del tutto normale, se non brillante. Così com’è è solo una deprimente rompicazzo, che per motivi suoi, cioè dei non-motivi, di tanto in tanto mi rompe il sonno con le urla sconclusionate.

65. Ode tetrastica.

19 Feb

IL VOLTO INFRANTO.

Ode tetrastica.

Pronto, per liberarmi, a tutti i mezzi,

Di faccia essendo a tutti quanti noto,

Del mio volto lo specchio ecco percuoto,

Per confonderli, e mando in mille pezzi.

 

Non potendo nascondere quel volto

Dopo che fu dal mondo occhiuto visto,

Scisso in più volti plurimo ora esisto,

E il noto altrui, togliendo a me, ho ritolto.

 

Mezzo fin troppo rozzo, in questo modo

Tutto l’essente mio, ed il mio pregresso

Ho reso in conoscibile a me stesso,

E, s’ora ho libertà, nulla ne godo.

 

La mia persona al mio sguardo impotente

Con capriccio perverso ed ostinato,

Rendendo sempre un volto al mio ispirato,

Nega ogni superficie riflettente.

 

Essendo, cosicché, di me spezzata

La primeva unità, odio e disprezzo

Quel che vedo non-me, e ogni specchio spezzo,

La cui virtù mi sembra adulterata.

 

Col frantumare in essi, quasi impresso,

Dl volto mio il frantume, voglio, al modo

In cui col chiodo può scacciarsi il chiodo,

Uno rifarmi? Ahimè; non ho successo.

 

Col volto, e quanto vera al volto annetto

Parte di me, fu l’anima, a dolenti

Giorni dannata, in piccoli frammenti

Ridotta; al che mutò il mio interno aspetto.

 

Io dentro e fuori sono a punto tale

Reso difforme da quant’ero prima,

Che parte in me con me più non collima,

Che non dettaglio in me resta a un mio eguale.

 

E se pure non rischio in qualche specchio

Rincontrare la larva deformata

Della mia antica faccia cancellata,

Più me non tornerò, manco da vecchio.

 

Non mi conosce più il mondo importuno,

E vivo solitario ed uomo nuovo,

Senza in nulla ridire quanto provo,

Poiché, s’alcunché fui, sono nessuno.

 

Dovrei ridire a questa folla sorda,

Causa indiretta del mio stolto gesto,

Ch’ero, e che m’ispirò l’atto funesto;

Ma un altro lo compì, né altri ricorda.

 

Sicché i miei giorni futili consacro

Cercando riscattare il me più mio

Dall’errore commesso, e dall’oblio,

Inane inchiesta, inutile lavacro.

 

Se volgo gli occhj sopra le più care

Immagini, da che spero soccorso,

Se a non miei occhj posso far ricordo,

E per essi non posso, oh dio, guardare?

 

Se spingo il naso dentro le corolle

Più aromatose, non m’appartenendo,

Cosa più percepire ormai pretendo,

Sian pure onuste d’una Sabea molle?

 

Se protendo le labbra, al bacio, all’ésca

Di ricco desco, il vermiglione alieno,

La papilla non mia in nettare ameno

Mai stilla di piacere o coglie o pesca.

 

O se avanzai le mani in qualche oggetto,

Come granchj sfilandosi dai polsi,

Corsero via, e per esse io mai raccolsi

Nulla a far mio, od un’ombra di diletto.

 

Così i miei piedi, ovunque mai si vada,

Sempre mai per peripezie segrete

Ostinati m’occultano le mete,

Sicché non vado mai per la mia strada.

 

Nemmeno i sensi, male calibrati,

Segnano dell’incespico a me il sasso,

Schiudendo precipizj ad ogni passo

Ed abbattendo i limiti fissati.

 

Ma quanto più m’angustia è il mio cervello,

Che interrogo e compulso inanemente;

Che di mio in sé non serba, ohimè, più niente;

Che fu il mio; che ora, oh dio, non è più quello.

 

Occhj, bocca, cervello, mano, piede

E naso intercambiai con occhj, bocca,

Cervello, mano, piede, naso, e tocca

L’incredulo, e ritocca, e non ci crede.

 

Posso dirla, in frantumi, immeschinita,

Languida larva & apparenza vana,

Questa vita sospetta, incerta, e strana

Non mia non solo, ma in sé stessa vita?

 

E non inferirò che la non mia

Vita, poich’è la sola che mi regga,

Fa non tanto che in me mia non risegga

La vita, ma che vita in me non sia?

 

Ed ecco il vero inferno; ché conforto

Non c’è per chi a serbarsi individuato

Divise il proprio sé, e moltiplicato

Quanti sé assunse, tante volte è morto.

 

Sicché l’anima a spizzichi e bocconi,

Sfibrando l’appendice di Minosse

In mille angoli d’Ade gelò o cosse,

Onorando da sola più gironi.

 

Doveva l’Ode armonizzare il pianto

Di due dozzine di miei me, e di questa

Diedi a intonare una quartina a testa;

Tacquero solo i meno inclini al canto.

64. Scrivere un libro.

17 Feb

E’ una cosa a cui non ho mai pensato seriamente, nel senso che non l’ho mai pianificata, e men che meno ci ho mai lavorato. Io, per la verità, ci avrei avuto anche avversione, perché è un concetto, quello dello scrivere un libro, che per questi due anni mi ha perseguitato in vario modo. Quando cominciai questa vita, non potendo nascondermi sempre, ed essendo talvolta visto scrivere, involontariamente ho dato da pensare a molti che fossi o un giornalista o qualcuno di intenzionato “a scrivere un libro”. Innanzitutto i nove decimi dei frequentatori di dormitorj mi ha raccontato per filo e per segno la propria vita, cosa che può anche, almeno a tratti, essere interessante, ma in grandissima parte no. E poi hanno cominciato ad affrontare con me discorsi rivendicativi: sulla mancanza di posti nei dormitorj, sul Cottolengo che si mangia che fa schifo, sul fatto che agli armadj dànno usati anche le mutande e i calzini e non è igienico, sul fatto che certe assistenti sociali passano un anno in malattia due in gravidanza tre di aspettativa, &c.; e mi hanno detto: “Ci vorrebbe un giornalista, qualcuno che smuovesse un po’ le acque” — altri hanno avuto, saggiamente, propositi più rivoluzionarj che poi è mancata la voglia, comunque, di mettere in atto, ma sticazzi, va sempre a finire a quel modo. Alcuni si sono preoccupati di sapere che cosa scrivessi, altri di sapere se scrivessi tutti i giorni; altri ancora si sono premurati di farmi sparire delle carte, altri di procurarmi delle biro. Sono parso ad almeno un operatore uno scrittore in incognito; e da ultimo la psicologa di via Carrera, Raffaella, mi ha messo a muso duro davanti alla nuda realtà:

“Ce ne siamo accorti tutti, non puoi più mentire. Il tuo atteggiamento è cambiato, sia con gli operatori che col resto dell’utenza. Ti sei finalmente tolto le tue maschere protettive. Ormai possiamo dircelo francamente: tu non sei qui per raccontare la tua storia, o quella degli altri. Non devi scrivere nessun libro“.

La conversazione (che poi era il solito monologo interrotto a intervalli regolari dalla odd sentence) è andata avanti un po’, ma sostanzialmente la psicologa ci aveva preso: io non dovevo, non devo e non ho mai dovuto scrivere nessun libro. Solo una cosa le era sfuggita: che non avevo mai detto di avere questa intenzione. Quando gliel’ho fatto presente, come ritenevo doveroso, c’è rimasta persino un po’ basita, e la cosa mi ha leggermente irritato. “Insomma”, le ho detto, “sarebbe bastato chiedermelo”. Ma nessuno, evidentemente, ci aveva pensato, sicché tant’è, e sticazzi.

Però rimane il fatto che non è mai stata mia intenzione buttarmi in mezzo a una strada per scrivere un libro. Questa è una cosa che non mi è mai venuto in mente né di fare né di sostenere; e che cosa io per primo pensi degli escamotage che trasformano delle inevitabili sciagure in esperienze da comunicare l’ho scritto a suo tempo a proposito di cose come le memorie del prostituto intelligente o dell’avvocata finta o del rapsodo del camorrismo. Sono finito in strada perché ero sottoposto a una serie di ricatti, e non li reggevo più.

Però rimane il fatto che scrivere, per quanto non necessariamente sulle mie attuali condizioni, è pur sempre quasi l’unica cosa che sono disposto a fare senza troppi patemi. Sicché quando mi è capitato di sentirmi dire che per come scrivo, almeno al mio meno peggio, potrei ambire a proporre qualcosa a qualche editore, e in più mi è stato consigliato di farlo, ho cominciato a pensarci un po’ meno vagamente di quanto soglio in realtà.

Solo che ha aggiunto — e della sua opinione, trattandosi di una persona che lavora in editoria, c’è da fidarsi certo più che della mia — che una cosa a cui varrebbe senz’altro la pena di lavorare è una cosa riguardante proprio le mie attuali condizioni. Mi sono guardato un po’ intorno, e un po’ indietro. A conti fatti, le mie attuali condizioni, se è vero che mi riguardano più profondamente di praticamente qualunque altra cosa, è altrettanto vero che non m’interessano, come argomento di scrittura. Bisognava avere un blog, e sentire più l’impulso ad aggiornarlo che a scrivere di qualcosa di determinato, per decidersi a scriverne. Poi, ovviamente, già che se ne scrive bisogna anche trovare il modo di farlo, e da qui è nato qualcosa che riguarda, sì, le mie attuali condizioni di vita e che, nel contempo, o è letterario o ha qualche tendenza ad esserlo. Devo dire che, mutatis mutandis e soprattutto a posteriori, qualche ispirazione deve avermela data ilò sig. porno; anche se alla fine è venuto fuori qualcosa di completamente diverso, e per forza — lui la sua vita se l’è scelta, io l’ho subìta — in un modo o nell’altro ha comunque esercitato qualche influsso. Ho incontrato i resoconti un po’ sfigati di David Sedaris e di un altro scrittore omosessuale nordamericano di cui al momento non ricordo il nome, ma lo recupero (strano che sia stato portato più a farmi influenzare da scrittori omosessuali piuttosto che da scrittori barboni — ma questo dipende dal fatto che, col carattere che mi ritrovo, se non fossi stato omosessuale non sarei mai finito a fare il barbone), autori che non mi sono serviti in sé e per sé, ma mi sono parsi così spezzati, così colpiti dal fulmine da ricordarmi da vicino, sia pure in versione relativamente più integrata, alcuni aspetti della mia umile e umiliata persona; e quindi mi hanno, a modo loro, incoraggiato — sia pure in negativo.

Ma il libro più importante, quello che mi avrebbe veramente ajutato, non credo proprio sia stato scritto. Né avrei potuto trovarlo, né mai si troverà, perché le risposte che cerco, in un libro non ci stanno. Un libro è contemporaneamente troppo e non abbastanza — è una cosa diversa rispetto a quella che cerco. Un libro, da scrivere ma anche solo da leggere con frutto, verrebbe solo dopo.

Il fatto è che le mie attuali condizioni di vita, che sono condivise da un certo numero di persone, oggettivamente non significano nulla: il loro significato lo traggono dal vissuto che mi porto dietro. E quel vissuto richiede azione, non fiori di belle lettere. Mi rendo conto che quell’azione suona un filo retorico, ma è così.

Ma non voglio divagare. Quello che stavo dicendo (prima di passare all’azione) era semplicemente che non aver mai pensato a un libro, in questi due anni, ha necessariamente confinato il mio tipo di attenzione allo specifico e al limitato della mia personalissima situazione, nonché alle condizioni che via via si presentavano. Il mio famoso diario, che non aveva alcun pregio né artistico né umano, era semplicemente uno zibaldone farcito di oscuri sfoghi, notazioni meschine, appunti. Guardavo molto il mio buco di culo, le mirabolanti avventure narratemi da spacciatori e falsarj, ladri e imbroglioni, mi passavano sopra. Un bravo scrittore ne avrebbe certo tratto qualcosa, ma bisognava crederci. A me entravano in un orecchio e m’uscivano dall’altro. Mi annojavano. Tornando indietro, anche col solo ausilio della memoria, non potrei costruirmi un’idea di questa situazione un po’ meno gretta di quello che è. Lo dico per sgravio di responsabilità: non è solo vero che non voglio, il fatto è che anche volendo non potrei. Mi sembra di essere giustificato.

L’unica esperienza abbastanza preziosa, il cui ricordo merita di essere conservato, non consiste nei fatti di cui sono venuto a conoscenza, né di quelli (praticamente nulla) che ho vissuto, ma in un tipo di sguardo, di punto di vista. Ho cominciato a vedere le cose un po’ più libero rispetto a prima. Ho visto che, mancando certe costrizioni, al tempo avrei potuto cominciare a vivere.

Tutto questo non mi ha affatto guarito dal rancore. Ed è anche più che ovvio: per guarirne avrei dovuto superare almeno le principali tra le mie difficoltà, e trovare ragionevoli spazj, e spazj di espressione; recuperare le mie zone di opacità (la sovraesposizione che patisco è una delle cose più torturanti) e crearmi un mio giro di conoscenze. Qualcosa, insomma, che mi portasse avanti, rispetto l’osceno squallore delle condizioni di prima, e non indietro. E invece non c’è stato come finire qui, in questa città di merda, per subire quanto ancora mancava a farmi pienamente infelice.

Ora, si può scrivere un libro, ossia consegnare la propria storia ad un pubblico (potenziale, auspicato, ma pur sempre un pubblico), quando per il novanta percento del tempo nutri idee omicide nei confronti del novanta percento della gente che ti circonda? Si può desiderare una sovraesposizione ulteriore, quando si è già totalmente allo scoperto, e non si riesce a consegnare nulla di decente di sé al mondo, né come immagine (figuriamoci) né come “contenuti”?

Ci si può mettere a riflettere e scrivere, quando l’unica vera, inconfessata, bruciante impellenza è quella di distruggere, di spaccare, di uccidere, di incendiare?

Già un pajo d’anni prima di finire in mezzo alla strada aveva cominciato a farsi strada in me il proponimento, divenuto col tempo una specie di ‘voto’, di non tentare mai di stampare un libro prima che mio padre fosse morto. Adesso non so in quanti dovrebbero morire per rendermi sufficientemente libero di farlo. E, in più, si è aggiunta l’impazienza: proprio non ce la faccio ad aspettare sulla sponda del fiume. Vorrei tanto dare una mano al tempo e alla natura. Ho la fregatura di avere impulsi certo autodistruttivi, ma in me non riconosco nulla del potenziale suicida. So che non sembra, ma sono più fatto per uccidere che per morire.

Questi i miei attuali sentimenti. Da una mezza dozzina d’anni a questa parte.

Eppure, nell’attesa, qualcosa scriverò. Che cos’altro potrei fare?