Archivio | febbraio, 2007

70. Iquindici

26 Feb

Era, coll’articolo staccato, il titolo di una famigeratissima enciclopedia per l’infanzia.

Ma io mi riferisco a un forum sul quale si trova, evidentemente, il link al presente, umile blog. Ero curioso di sapere in che contesto si facesse il nome dell’anfiosso.

Il link è nella bacheca, dove si vede da dove gente ha linkato per leggere queste pagine, ed è questo: http://www.iquindici.org/forum_viewtopic.php?3.33294.255. Ma per leggere il forum bisogna registrarsi. Io, stranamente, non ci riesco. Qualcuno riesce ad entrarci?

69. Canzonetta spagnuola.

26 Feb

Quando sono triste vado a guardarmi/sentirmi questo: 

Canzonetta Spagnuola

[Si noti che da prima della metà in poi (grosso modo dall’inquadratura del gianduja col parrucchino carota) sembra aver inghiottito qualcosa che non va più né su né giù].

68. Scusate, ma non resisto.

24 Feb

Questo è un pezzo dedicato a me. A me, capite?

[Rael, per favore, fammi sapere un modo per entrare a vedere quel blog, mi è venuta una curiosità della madonna].

67. MOSTRO!!!

23 Feb

Tu che avanzasti pallida, emaciata,

Sbucando tra le brume sonnolente

Delle tre del mattino, languescente

Figura della morte trambasciata,

 

E, imponendo alle ossa della mano

Un gesto a un “ciao” più o meno equivalente,

Mi volgesti il tuo teschio sorridente

Sui piedi zoppi barcollando piano,

 

E m’apparivi, nera, bianca e cionca,

Non resurgendo in muto cimitero,

Non tra le mura scrause d’un maniero,

Non tra irte selve, o in gelida spelonca,

 

Non, rancorosa e squallida memoria,

Rigurgitando in incubi entro me,

Ma avanti al catorcione del caffè,

Sala d’aspetto del Maria Vittoria;

 

Tu che da allora appari a me ogni notte,

Con appesi dei braccî agli ossicini

Cadaveri di bombe e di panini

Reduci in vista da lustri di lotte,

 

E m’anfani in sussurro oltretombale

Non “Morrai presto”, o “A te maledizione”,

“Vieni con me, ti traggo a perdizione”,

“Vieni, se soffri, ché c’è più gran male”,

 

O “Ti porto notizie di tua nonna”,

Ma, con quell’aria macerata, e il tono

Che avrebbero, potendo dare un suono,

I telamoni sotto la colonna:

 

“Posso offrirti un caffè?” – ché sei gentile

Quanto (almeno) sei brutta (e fai orrore);

Sicché m’agghiaccî di spavento il cuore,

Ma al contempo mi fai sentire un vile.

 

Ah, tu non sai, se nella polverosa

Saletta non m’intrattenessi desto,

Starei sveglio a pensare al tuo funesto

Aspetto di cariatide affettuosa:

 

In certo senso, è insulso addormentarmi:

Poiché, di notte se agli ultimi tocchi

Mi concedessi di serrare gli occhî,

Sempre il tuo volto avrei a stomacarmi.

 

Ora, incubo contro incubo, è lo stesso.

E io t’ascolto, a snocciolar quisquiglie

Da quella bocca, che alte meraviglie

Desta all’inferno soggiogato e oppresso.

 

E, benché odioso, il tuo spietato rostro

Tanto in emblema l’ultimo respiro

Figura, che nolente io in quello ammiro

Quanto addice al più sovrumano mostro.

 

A te, Fosca, sminuita, a cui quel nome

Poco sarebbe, mancano i capelli

(A cui pure perdonano gli avelli)

Belli: tu hai rade e pantegànee chiome.

 

Erisittone peggiorata, i tempi

Crudeli anche ti negano la dote

Che mostra in caldi visceri le note

In cui son scritti gl’incombenti scempî.

 

Medea imbolsita, una pesante gabbia

Coerce gli atti tuoi in buone maniere,

Sicché in volto la Jetta fai vedere,

Ma a scagliarla in te latita la rabbia.

 

Così superba e raggelante cosa

Meriterebbe un gran destino, certo;

Ma benché ostento sia tu di sconcerto,

Sei persino un po’ sciocca, sei nojosa.

 

Dietro la febbre dei tuoi occhî atroci,

Bramosi dittatori del tuo volto,

Non c’è un Ade terribile sconvolto,

Al cui odio imperioso non concuoci;

 

Ma con belanti voci tu il notturno

Tempo sciupi tra i temi favoriti,

Il tempo e i gradi scesi ossia saliti,

Se c’è utenza, e chi è la guardia in turno.

 

Motivo per cui in me moltiplicate

Sono la colpa e l’avversione. E che?

Evochi tutta la Gheenna in te,

E te ne vieni, poi, co’ ‘ste strunzate?

 

Finché una notte, da un guardiano, appetto

A te un Amore che aurei dardi scocchi

(Ma nascondeva un Argo di cent’occhî)

Ci buttò fuori, al bujo ed al freschetto.

 

Riuniti a Porta Susa, io sempre desto,

Tu insonnolita, tra il cicì e il cocò,

Ti addormentasti, e il capo tuo crollò

Sulla mia spalla – il capo tuo funesto.

 

Quell’antefissa di deità panica

Vistami addosso, mi divincolai

Piano, dimodoché non ti svegliai.

Ricadde il capo, e m’incastrò una manica!

 

Dea vuole, tantopiù se sia infernale,

Sacrificî. Ponzai. Poi mi decisi:

Col taglierino quindi via recisi

La manica (era il freddo il minor male).

 

Ben da un Profeta e da un Re della Cina,

L’uno al suo gatto e l’altro al beneamato

Poco cencio l’aver sacrificato

Fu un immolare a un’entità divina.

 

Così da me; ma era entità ctonia,

Cosa che insieme pari e inversa pare

Ai due storici affetti: similare

Forse al pelo, non a bellezza adonia.

 

Soprattutto, a ispirarli Amore fu;

Me fu il Buonsenso. Ché se sempre in mente

Porterò la tua immagine atterrente,

Almeno non dovrò sentirti più.

66. La pazza.

20 Feb

E’ una pazza, normalmente di pelo rosso violaceo (dipende, ovviamente, dalla tinta), da tre giorni a questa parte di pelo castano scuro, quasi nero (vide supram). Ma il colore dei capelli poco importa — e anche quello che sta sotto i capelli, è una donna abbastanza tozza di complessione, ma nient’affatto sgradevole, talora forse un poco pretenziosa nel vestire, ma sempre accurata, e quindi intercambiabile, a vista, con qualunque rispettabile donna d’età indefinibile, ma tra i quaranta e i cinquant’anni. Talvolta, in luogo della corta chioma naturale (naturale quanto a lunghezza, ovviamente, dato quanto detto) sfoggia un’ampia parrucca rossa. Talaltra volta porta un largo fazzoletto annodato un po’ come le donne africane, a fioccone, sopra la chioma e/o la parrucca, con effetto particolarmente ridondante — ed è allora che si comincia a dubitare che sia normale, soprattutto quando, come jersera, il fioccone si accompagna a due gonne indossate una sopra l’altra e a ben due pellicce sintetiche, che la fanno sembrare come una donnina della Michelin pelosa. Ma è quando apre bocca e parla che l’impressione si rafforza, chiaramente.

 Non so quasi niente di lei — e comunque non più di quanto mi hanno detto gli habitués dell’angusta sala d’aspetto del Maria Vittoria: e cioè che ha una casa, la quale casa è di proprietà essendole rimasta in eredità dal genitore o dalla genitrice, ma che passa volentieri la notte lì nei pressi, mescolandosi ancora più volentieri ai barboni di passaggio. Se ne sceglie di trentacinque-quarantenni, d’aspetto decisamente robusto se non nerboruto, anche se — ovviamente — ormai sono un po’ dismessi, e si siede in un angolo, pronunciando di tanto in tanto, con grande enfasi, le frasi più sconnesse, in curioso contrasto con l’espressione implorante in tralice, particolarmente d’effetto quando indossa la parrucca fulva, e sembra un pertichino da operetta, o la comparsa particolarmente scassata di una pellicola pre-1915. Si tratta di affermazioni provocatorie del tipo: “Sì. Sì. Io sono proprio una puttana. Oh” (e qui sguardo) “l’invidia della gente”. Oppure si mette a ridere (così: hi hi hi), con aria estremamente velenosa e sfottitoria, aggiungendo qualche aggettivo fraintendibile.

Verso le 20.00, abbigliata con la solita ricercatezza, riccamente profumata, con andatura elastica e sostenuta sulle gambe a barilotto, fa il suo ingresso al Pronto Soccorso, tenendo fisso davanti a sé, con sfida, lo sguardo degli occhi negletti, completamente vuoti, schioccando le labbra in maniera caratteristica — è il suo tic — e andando a depositarsi con studiato malgarbo su una delle sedute della saletta. Lì comincia la sua recita, che è come ho detto (occhiate in tralice e squillanti frasi sconnesse), salvo quando le conviene mostrare una ferina divistica impazienza, nel qual caso urlacchia versi di vecchie canzoni ambiguamente interpretabili, sconcezze, espressioni rivendicativo/offensive e anche, e nemmeno come extrema ratio, robusti porcodii. Nel caso tutto ciò non funzioni ad attirare l’attenzione, si fa ardimentosa, e va a sdrajarsi teatralmente su una delle barelle depositate appena fuori dalla saletta: cosa proibitissima, che fa immediatamente accorrere il guardiano di turno. Segue la prevedibile disputa, col guardiano che tenta di farla smontare e lei che si rifiuta con alte strida, brandendo il pretestuoso foglio della visita che le dà diritto all’accesso in P.S. . Dopodiché, con tutte le espressioni e mimiche e verbali del più incontenibile furore, accompagnata dall’incisivo rumorio dei tacchi, normalmente abbandona il Pronto Soccorso e se ne torna a casa, dove si cambia d’abito per poi, profumatasi di qualche altra essenza, ricomparire due o tre ore più tardi, insieme nonchalante e tesa, con qualche accessorio da sfilarsi e reinfilarsi con furiosa pazienza, o curiosi prolissi pendenti da far roteare ad ogni scatto della testa un po’ barbarica. L’ho vista solo una volta a Porta Susa, dove una mattina alle 5.30 irruppe nella sala d’aspetto deversando da gran foce di gola i consueti porcodii e urlando che la lasciassero in pace, che la piantassero di perseguitarla, che era stufa marcia, sbattendo le due porte (entrata e uscita) in rapida successione. Si vede che la saletta del Maria Vittoria era rimasta vuota. L’ho osservata indisturbato perché io per lei è come se non esistessi, essendo fuori target. Quando è fortunata, e trova anche tre o quattro barboni dall’aria tosta, e quindi di suo gusto, se li porta a casa. Fino all’una, alle due del mattino cerca inutilmente nella credenza sbadigliante un po’ di caffè da farsi. Alle due, rivelatasi vana ogni ricerca, sveglia urlando i tre o quattro sventurati e li butta fuori, anche col freddo e col gelo. Come Bette Davis nello Scopone scientifico, godrebbe nell’affamare gli affamati, quando pure ci riuscisse, tentando di scroccare ai più scalcinati tra i presenti nella sala d’aspetto la trenta centesimi per il caffè al distributore. Gli scalcinati o la conoscono troppo bene, per esperienza diretta o per sentito dire, o, com’è più probabile, non hanno soldi da buttare, e lei è costretta a ripiegare sui parenti dei pazienti.

E’ da un caso come questo che ci si rende conto di come, senza la normalità, intesa come mera capacità di intendere e di volere, la perversione non ha nessun interesse, ma annoja e sembra patetica. Perché il fascino, o semplicemente l’interesse, della perversione risiede proprio nei perché che suscita. Ci si può chiedere il perché di uno stravagante comportamento, o di una scelta inconsueta, quando la persona che lo tiene, che la compie, sembra avere le nostre stesse facoltà. Se è evidente che non ce le ha, attribuiamo tutto direttamente alla sua malattia, pertanto l’interesse decade, perché la spiegazione si presenta da sola. Se dovessi scrivere di un caso come questo, non resisterei alla tentazione di farne un personaggio, per il rimanente, del tutto normale, se non brillante. Così com’è è solo una deprimente rompicazzo, che per motivi suoi, cioè dei non-motivi, di tanto in tanto mi rompe il sonno con le urla sconclusionate.

65. Ode tetrastica.

19 Feb

IL VOLTO INFRANTO.

Ode tetrastica.

Pronto, per liberarmi, a tutti i mezzi,

Di faccia essendo a tutti quanti noto,

Del mio volto lo specchio ecco percuoto,

Per confonderli, e mando in mille pezzi.

 

Non potendo nascondere quel volto

Dopo che fu dal mondo occhiuto visto,

Scisso in più volti plurimo ora esisto,

E il noto altrui, togliendo a me, ho ritolto.

 

Mezzo fin troppo rozzo, in questo modo

Tutto l’essente mio, ed il mio pregresso

Ho reso in conoscibile a me stesso,

E, s’ora ho libertà, nulla ne godo.

 

La mia persona al mio sguardo impotente

Con capriccio perverso ed ostinato,

Rendendo sempre un volto al mio ispirato,

Nega ogni superficie riflettente.

 

Essendo, cosicché, di me spezzata

La primeva unità, odio e disprezzo

Quel che vedo non-me, e ogni specchio spezzo,

La cui virtù mi sembra adulterata.

 

Col frantumare in essi, quasi impresso,

Dl volto mio il frantume, voglio, al modo

In cui col chiodo può scacciarsi il chiodo,

Uno rifarmi? Ahimè; non ho successo.

 

Col volto, e quanto vera al volto annetto

Parte di me, fu l’anima, a dolenti

Giorni dannata, in piccoli frammenti

Ridotta; al che mutò il mio interno aspetto.

 

Io dentro e fuori sono a punto tale

Reso difforme da quant’ero prima,

Che parte in me con me più non collima,

Che non dettaglio in me resta a un mio eguale.

 

E se pure non rischio in qualche specchio

Rincontrare la larva deformata

Della mia antica faccia cancellata,

Più me non tornerò, manco da vecchio.

 

Non mi conosce più il mondo importuno,

E vivo solitario ed uomo nuovo,

Senza in nulla ridire quanto provo,

Poiché, s’alcunché fui, sono nessuno.

 

Dovrei ridire a questa folla sorda,

Causa indiretta del mio stolto gesto,

Ch’ero, e che m’ispirò l’atto funesto;

Ma un altro lo compì, né altri ricorda.

 

Sicché i miei giorni futili consacro

Cercando riscattare il me più mio

Dall’errore commesso, e dall’oblio,

Inane inchiesta, inutile lavacro.

 

Se volgo gli occhj sopra le più care

Immagini, da che spero soccorso,

Se a non miei occhj posso far ricordo,

E per essi non posso, oh dio, guardare?

 

Se spingo il naso dentro le corolle

Più aromatose, non m’appartenendo,

Cosa più percepire ormai pretendo,

Sian pure onuste d’una Sabea molle?

 

Se protendo le labbra, al bacio, all’ésca

Di ricco desco, il vermiglione alieno,

La papilla non mia in nettare ameno

Mai stilla di piacere o coglie o pesca.

 

O se avanzai le mani in qualche oggetto,

Come granchj sfilandosi dai polsi,

Corsero via, e per esse io mai raccolsi

Nulla a far mio, od un’ombra di diletto.

 

Così i miei piedi, ovunque mai si vada,

Sempre mai per peripezie segrete

Ostinati m’occultano le mete,

Sicché non vado mai per la mia strada.

 

Nemmeno i sensi, male calibrati,

Segnano dell’incespico a me il sasso,

Schiudendo precipizj ad ogni passo

Ed abbattendo i limiti fissati.

 

Ma quanto più m’angustia è il mio cervello,

Che interrogo e compulso inanemente;

Che di mio in sé non serba, ohimè, più niente;

Che fu il mio; che ora, oh dio, non è più quello.

 

Occhj, bocca, cervello, mano, piede

E naso intercambiai con occhj, bocca,

Cervello, mano, piede, naso, e tocca

L’incredulo, e ritocca, e non ci crede.

 

Posso dirla, in frantumi, immeschinita,

Languida larva & apparenza vana,

Questa vita sospetta, incerta, e strana

Non mia non solo, ma in sé stessa vita?

 

E non inferirò che la non mia

Vita, poich’è la sola che mi regga,

Fa non tanto che in me mia non risegga

La vita, ma che vita in me non sia?

 

Ed ecco il vero inferno; ché conforto

Non c’è per chi a serbarsi individuato

Divise il proprio sé, e moltiplicato

Quanti sé assunse, tante volte è morto.

 

Sicché l’anima a spizzichi e bocconi,

Sfibrando l’appendice di Minosse

In mille angoli d’Ade gelò o cosse,

Onorando da sola più gironi.

 

Doveva l’Ode armonizzare il pianto

Di due dozzine di miei me, e di questa

Diedi a intonare una quartina a testa;

Tacquero solo i meno inclini al canto.

64. Scrivere un libro.

17 Feb

E’ una cosa a cui non ho mai pensato seriamente, nel senso che non l’ho mai pianificata, e men che meno ci ho mai lavorato. Io, per la verità, ci avrei avuto anche avversione, perché è un concetto, quello dello scrivere un libro, che per questi due anni mi ha perseguitato in vario modo. Quando cominciai questa vita, non potendo nascondermi sempre, ed essendo talvolta visto scrivere, involontariamente ho dato da pensare a molti che fossi o un giornalista o qualcuno di intenzionato “a scrivere un libro”. Innanzitutto i nove decimi dei frequentatori di dormitorj mi ha raccontato per filo e per segno la propria vita, cosa che può anche, almeno a tratti, essere interessante, ma in grandissima parte no. E poi hanno cominciato ad affrontare con me discorsi rivendicativi: sulla mancanza di posti nei dormitorj, sul Cottolengo che si mangia che fa schifo, sul fatto che agli armadj dànno usati anche le mutande e i calzini e non è igienico, sul fatto che certe assistenti sociali passano un anno in malattia due in gravidanza tre di aspettativa, &c.; e mi hanno detto: “Ci vorrebbe un giornalista, qualcuno che smuovesse un po’ le acque” — altri hanno avuto, saggiamente, propositi più rivoluzionarj che poi è mancata la voglia, comunque, di mettere in atto, ma sticazzi, va sempre a finire a quel modo. Alcuni si sono preoccupati di sapere che cosa scrivessi, altri di sapere se scrivessi tutti i giorni; altri ancora si sono premurati di farmi sparire delle carte, altri di procurarmi delle biro. Sono parso ad almeno un operatore uno scrittore in incognito; e da ultimo la psicologa di via Carrera, Raffaella, mi ha messo a muso duro davanti alla nuda realtà:

“Ce ne siamo accorti tutti, non puoi più mentire. Il tuo atteggiamento è cambiato, sia con gli operatori che col resto dell’utenza. Ti sei finalmente tolto le tue maschere protettive. Ormai possiamo dircelo francamente: tu non sei qui per raccontare la tua storia, o quella degli altri. Non devi scrivere nessun libro“.

La conversazione (che poi era il solito monologo interrotto a intervalli regolari dalla odd sentence) è andata avanti un po’, ma sostanzialmente la psicologa ci aveva preso: io non dovevo, non devo e non ho mai dovuto scrivere nessun libro. Solo una cosa le era sfuggita: che non avevo mai detto di avere questa intenzione. Quando gliel’ho fatto presente, come ritenevo doveroso, c’è rimasta persino un po’ basita, e la cosa mi ha leggermente irritato. “Insomma”, le ho detto, “sarebbe bastato chiedermelo”. Ma nessuno, evidentemente, ci aveva pensato, sicché tant’è, e sticazzi.

Però rimane il fatto che non è mai stata mia intenzione buttarmi in mezzo a una strada per scrivere un libro. Questa è una cosa che non mi è mai venuto in mente né di fare né di sostenere; e che cosa io per primo pensi degli escamotage che trasformano delle inevitabili sciagure in esperienze da comunicare l’ho scritto a suo tempo a proposito di cose come le memorie del prostituto intelligente o dell’avvocata finta o del rapsodo del camorrismo. Sono finito in strada perché ero sottoposto a una serie di ricatti, e non li reggevo più.

Però rimane il fatto che scrivere, per quanto non necessariamente sulle mie attuali condizioni, è pur sempre quasi l’unica cosa che sono disposto a fare senza troppi patemi. Sicché quando mi è capitato di sentirmi dire che per come scrivo, almeno al mio meno peggio, potrei ambire a proporre qualcosa a qualche editore, e in più mi è stato consigliato di farlo, ho cominciato a pensarci un po’ meno vagamente di quanto soglio in realtà.

Solo che ha aggiunto — e della sua opinione, trattandosi di una persona che lavora in editoria, c’è da fidarsi certo più che della mia — che una cosa a cui varrebbe senz’altro la pena di lavorare è una cosa riguardante proprio le mie attuali condizioni. Mi sono guardato un po’ intorno, e un po’ indietro. A conti fatti, le mie attuali condizioni, se è vero che mi riguardano più profondamente di praticamente qualunque altra cosa, è altrettanto vero che non m’interessano, come argomento di scrittura. Bisognava avere un blog, e sentire più l’impulso ad aggiornarlo che a scrivere di qualcosa di determinato, per decidersi a scriverne. Poi, ovviamente, già che se ne scrive bisogna anche trovare il modo di farlo, e da qui è nato qualcosa che riguarda, sì, le mie attuali condizioni di vita e che, nel contempo, o è letterario o ha qualche tendenza ad esserlo. Devo dire che, mutatis mutandis e soprattutto a posteriori, qualche ispirazione deve avermela data ilò sig. porno; anche se alla fine è venuto fuori qualcosa di completamente diverso, e per forza — lui la sua vita se l’è scelta, io l’ho subìta — in un modo o nell’altro ha comunque esercitato qualche influsso. Ho incontrato i resoconti un po’ sfigati di David Sedaris e di un altro scrittore omosessuale nordamericano di cui al momento non ricordo il nome, ma lo recupero (strano che sia stato portato più a farmi influenzare da scrittori omosessuali piuttosto che da scrittori barboni — ma questo dipende dal fatto che, col carattere che mi ritrovo, se non fossi stato omosessuale non sarei mai finito a fare il barbone), autori che non mi sono serviti in sé e per sé, ma mi sono parsi così spezzati, così colpiti dal fulmine da ricordarmi da vicino, sia pure in versione relativamente più integrata, alcuni aspetti della mia umile e umiliata persona; e quindi mi hanno, a modo loro, incoraggiato — sia pure in negativo.

Ma il libro più importante, quello che mi avrebbe veramente ajutato, non credo proprio sia stato scritto. Né avrei potuto trovarlo, né mai si troverà, perché le risposte che cerco, in un libro non ci stanno. Un libro è contemporaneamente troppo e non abbastanza — è una cosa diversa rispetto a quella che cerco. Un libro, da scrivere ma anche solo da leggere con frutto, verrebbe solo dopo.

Il fatto è che le mie attuali condizioni di vita, che sono condivise da un certo numero di persone, oggettivamente non significano nulla: il loro significato lo traggono dal vissuto che mi porto dietro. E quel vissuto richiede azione, non fiori di belle lettere. Mi rendo conto che quell’azione suona un filo retorico, ma è così.

Ma non voglio divagare. Quello che stavo dicendo (prima di passare all’azione) era semplicemente che non aver mai pensato a un libro, in questi due anni, ha necessariamente confinato il mio tipo di attenzione allo specifico e al limitato della mia personalissima situazione, nonché alle condizioni che via via si presentavano. Il mio famoso diario, che non aveva alcun pregio né artistico né umano, era semplicemente uno zibaldone farcito di oscuri sfoghi, notazioni meschine, appunti. Guardavo molto il mio buco di culo, le mirabolanti avventure narratemi da spacciatori e falsarj, ladri e imbroglioni, mi passavano sopra. Un bravo scrittore ne avrebbe certo tratto qualcosa, ma bisognava crederci. A me entravano in un orecchio e m’uscivano dall’altro. Mi annojavano. Tornando indietro, anche col solo ausilio della memoria, non potrei costruirmi un’idea di questa situazione un po’ meno gretta di quello che è. Lo dico per sgravio di responsabilità: non è solo vero che non voglio, il fatto è che anche volendo non potrei. Mi sembra di essere giustificato.

L’unica esperienza abbastanza preziosa, il cui ricordo merita di essere conservato, non consiste nei fatti di cui sono venuto a conoscenza, né di quelli (praticamente nulla) che ho vissuto, ma in un tipo di sguardo, di punto di vista. Ho cominciato a vedere le cose un po’ più libero rispetto a prima. Ho visto che, mancando certe costrizioni, al tempo avrei potuto cominciare a vivere.

Tutto questo non mi ha affatto guarito dal rancore. Ed è anche più che ovvio: per guarirne avrei dovuto superare almeno le principali tra le mie difficoltà, e trovare ragionevoli spazj, e spazj di espressione; recuperare le mie zone di opacità (la sovraesposizione che patisco è una delle cose più torturanti) e crearmi un mio giro di conoscenze. Qualcosa, insomma, che mi portasse avanti, rispetto l’osceno squallore delle condizioni di prima, e non indietro. E invece non c’è stato come finire qui, in questa città di merda, per subire quanto ancora mancava a farmi pienamente infelice.

Ora, si può scrivere un libro, ossia consegnare la propria storia ad un pubblico (potenziale, auspicato, ma pur sempre un pubblico), quando per il novanta percento del tempo nutri idee omicide nei confronti del novanta percento della gente che ti circonda? Si può desiderare una sovraesposizione ulteriore, quando si è già totalmente allo scoperto, e non si riesce a consegnare nulla di decente di sé al mondo, né come immagine (figuriamoci) né come “contenuti”?

Ci si può mettere a riflettere e scrivere, quando l’unica vera, inconfessata, bruciante impellenza è quella di distruggere, di spaccare, di uccidere, di incendiare?

Già un pajo d’anni prima di finire in mezzo alla strada aveva cominciato a farsi strada in me il proponimento, divenuto col tempo una specie di ‘voto’, di non tentare mai di stampare un libro prima che mio padre fosse morto. Adesso non so in quanti dovrebbero morire per rendermi sufficientemente libero di farlo. E, in più, si è aggiunta l’impazienza: proprio non ce la faccio ad aspettare sulla sponda del fiume. Vorrei tanto dare una mano al tempo e alla natura. Ho la fregatura di avere impulsi certo autodistruttivi, ma in me non riconosco nulla del potenziale suicida. So che non sembra, ma sono più fatto per uccidere che per morire.

Questi i miei attuali sentimenti. Da una mezza dozzina d’anni a questa parte.

Eppure, nell’attesa, qualcosa scriverò. Che cos’altro potrei fare?

63. Link

16 Feb

WordPress era down, sicché ho scritto un post qui.

CCLXXII. Ad interim. Guardie & ladri.

16 Feb

Scrivo qui sopra perché qui dalla Civica è possibile farlo (le altre connessioni di cui mi servo non mi caricano i post).

Stavo pensando ad un fatto che si è ripetuto, negi ultimi giorni, anzi nelle ultime notti, al Maria Vittoria, nella cui sala d’aspetto vado a passare la notte a periodi. E’ una riflessione un po’ del cacchio, che faccio en passant.

Benché l’attività di un pronto soccorso non smetta, ovviamente, mai, perlopiù di notte la situazione si fa più tranquilla. C’è una sala d’aspetto in cui i parenti sono esortati a trattenersi per non ingolfare il corridojo del pronto soccorso stesso, e c’è, per l’appunto, il corridojo, nel quale i parenti, perlopiù preoccupati, tendono a trattenersi in barba alle esortazioni, in modo da stare vicini ai parenti in visita, o in attesa di visita. Verso le 20.00, le 21.00, le 22.00 chi ha l’occhio esercitato può in effetti vedere dei musi loschi che si aggirano, con l’aria di chi non ha niente di meglio da fare che stare lì. Alcuni, più macilenti, fanno a gara ad occupare i cessi (dopo quarti d’ora di attesa penosa si sentono degli "occupato!" sempre più flebili, ed accompagnati da gemiti talora abbastanza angoscianti, se ci si guarda); altri, più sicuri e ben piantati, hanno delle mostrine, e manganelli e pistole che pendono loro dalle cinture. Altri ancora conversano amabilmente nella sala d’aspetto, dalla quale sono capaci di non rimuoversi, nemmeno per andare a pisciare, per quattro o cinque ore di séguito — alla fine non un cane entrerebbe a sedersi o a prendersi un caffè, non tanto per timore dei due o tre salottieri conversatori, quanto per via dell’insostenibile fetore di cadavere, che è il primo tra i motivi per cui i guardiani, spesso, si rifiutano di far rimanere lì gli originali a passare la notte, o almeno la gran parte della serata.

Alcuni di questi ceffi duri hanno buoni vestiti puliti e la gelatina sui capelli, occhiali scuri e magari una moglie grifagna e sovrappeso che è lì per una visita: ma li riconosci per l’appartenenza alla famiglia perché, mentre vien giù il caffè nella macchinetta, loro, con aria distratta ma non troppo, verificano tastando a tutte le bocchette che qualcuno non abbia dimenticato degli spiccioli di resto. Altri si muovono a coppie, hanno l’aria divertita e vigile, e a differenza di altri, che cercano di racimolare qualche dieci centesimi chiedendo agli astanti concentrati sui fattaccj loro, sembrano pieni di monetina, e infatti saccheggiano coscienziosamente i distributori, raccontandosi barzellette ma vistosamente annojandosi.

Càpita che alcuni di quelli che stanno svaccati sulle poltroncine della sala d’aspetto squadrino minacciosamente quegli altri, riconoscendoli dal naso rapace, dagli occhj piccoli e distanti, dalla bocca senza labbra, dall’incarnato di cuojo grezzo; càpita che alcuni di quegli altri che vanno e vengono smettano di raccontarsi barzellette e sbadigliare, e comincino a ribattere ai primi con sguardi di sfida. Càpita che i primi dicano quello che in effetti è, e cioè: "Gli sbirri vanno e vengono", ai due tizj taurini. Càpita che uno dei due tizj così apostrofati dicano: "E’ con me che ce l’hai?". Oppure: "Guarda che io sono un galeotto. A me gli sbirri mi fanno allergia". Nel secondo caso i due si salutano cordialmente, magari si dànno la mano, si offrono a vicenda, compatibilmente colle finanze, il caffè, e cerchino di piazzarsi un’autoradio o un pajo di occhiali firmati. Nel primo caso, di norma, tutto dà a pensare, nei primi secondi, che si stia sfiorando la rissa; ma non è vero niente, perché gli apostrofati, consapevoli del loro ufficio, cedono per primi e, senza avere l’aria di battere in ritirata, si allontanano. Càpita anche che due tizj taurini passino intere serate a fissare altre coppie di tizj taurini, salvo poi, dopo qualche serata di muta tensione, chiarire l’equivoco, darsi manate sulle spalle, offrirsi a vicenda un caffè e scambiarsi informazioni su qualche tizio ben piantato, se non taurino, che avrebbe piazzato uno stereo coll’emmepitré a quel tale loro collega, però "aveva il codice" (l’emmepitré, non il collega), e allora giù a ridere, a scambiarsi manate sulle spalle, a offrirsi a vicenda un caffè, &c.

Quando invece chi osserva è furbo (spesso sono le donne ad avere l’occhio più clinico), e le cose le nota, una volta che avvistano uno sbirro non lo mollano più. Potrebbero essere a loro volta sotto i ferri, si sveglierebbero dall’anestesia e strappatesi cannule e maschera dell’ossigeno comincerebbero a gridare a quanti mafiosi l’hanno data a pagamento, da quanti albanesi hanno dipeso, con quanti camorristi sono stati in affari, facendo nomi-e-cognomi e rivolgendo loro frasi nemmeno troppo implicitamente ingiuriose — sempre con la scusa che tanto "non stanno parlando a loro" dato che hanno la testa voltata dall’altra parte. I replicati, pacati, gelidi "Non m’interessa", "Non m’interessa", "Non me ne frega niente" della guardia in incognito non hanno nessun potere calmante. La cosa andrà avanti ancora tre quarti d’ora dopo che, stufe di sentire stridii da gazza in calore, le guardie in incognito avranno levato le tende.

Guardandoli in faccia, io, che non ho l’occhio clinico, posso ben dire che sembrano tutti della stessa pasta (galeotti, cioè); posso tutt’al più aver imparato che galeotti e sbirri appartengono alle stesse séries per quanto riguarda l’aspetto somatico-fisiognomico. Ma la cosa che fa trasecolare è che i galeotti non distinguono gli sbirri dai galeotti, e gli sbirri i galeotti dagli sbirri; e, insomma, che né sbirri né galeotti si riconoscano tra loro. Quando fossi stato io a non distinguerli avrei potuto sensatamente inferire che sbirro e galeotto, guardia e ladro sono le due facce della stessa medaglia. Ma dal momento che sia guardie che ladri sono incapaci di distinguersi tra loro, sarebbe più logico farne discendere che sbirri e galeotti siano la stessa faccia della stessa medaglia. Ma allora l’altra qual è?

62. Le Sterquilinarie parte II.

15 Feb

Giusto per rispondere alla gentile lettrice che mi chiamava maschilista schifoso, e soggiungeva “Vergognati!”, per il mio pezzo sul peto di quella gentil stronzella, posso attestare che non prima di venti minuti fa stiedi al cesso, che ho trovato occupato da qualche tempista — normalmente a quell’ora i cessi sono deserti e puliti.

Non faccio a tempo a mettermi a bighellonare disinvoltamente nell’antibagno, che ecco sorge dal cesso fin poc’anzi serrato una gentilissima figura di imberbe, dal visino così grazioso, liscio e delicato che dava una voglia disperata di staccargli le orecchie a morsi; eppure (inspiegabilmente, almeno per me, almeno per quel momento) storto in un’espressione corrucciata, rigida, respingente, da far passare la febbre sùbito. Quando sono entrato nel cesso, dopo avergli lanciato un’occhiata abbastanza penetrante da compensare al possibile la necessaria brevità della stessa, avrei voluto gridargli: “Memè, ma quanti cadaveri te sei magnato, jersera?”, e contemplavo disgustato la coppa, che aveva voluto improvvisarsi stadio gremito, evidentemente, data l’abbondanza di striscioni che vi s’ostendevano. Giuro che ci sono rimasto anche peggio che nel caso della giovine scorreggiona.

Posso ritenermi assolto?

61. Preoccupante.

15 Feb

La cosa che più mi preoccupa (ma quante volte avrò ripetuto la parola “preoccupante”, in questi giorni, unitamente a tutta la flessione del vb. “preoccuparsi”, è preoccupante, sono preoccupato, mi preoccupi — sarò teso per qualche motivo?) è che sono riuscito, con sforzo fatica pena, ma alla fine ero molto contento, a mandare due righe (complessive) di mail a due indirizzi diversi; e non ho ancora ricevuto risposta. Non oso riscrivere, perché temo di aver offeso qualcuno. In che modo, non posso saperlo.

59. e 60. Che stanchezza!

13 Feb

Il numero doppio serve per riportarmi in paro: ho finalmente scoperto dove ho sbagliato con la numerazione (ci sono due numeri 46.).

La lite con l’Anonimo (che spero, stavolta, non si faccia veramente più risentire) mi ha lasciato completamente esausto. Non mi ricordo nemmeno più che cosa volevo scrivere — ma non ha una grande importanza, adesso. Domani è un altro giorno. Domani scriverò qualcos’altro, di molto pietoso e lacrimevole.

Buona giornata a tutti.

58. Prrrrrrrrr.

13 Feb

Più sotto, cioè al post 57., ho scritto meteopatico, che stando a quanto mi dicono ben 2 laureati 2 è sbagliato, dovendosi dire meteoropatico. Be’, io meteoropatico non riesco a pronunciarlo, va bene? E poi mi fa venire in mente, come già dissi, uno che patisce di meteorismi. Persevererò nell’errore.

[Si aggiunga che sono solito scrivere anche vividezza, perché da vivido deve potersi formare un regolare sostantivo astratto. La vivezza invece è formato da un vivo usato in accezione franceseggiante. E’ sbagliato? E chissenefotte!!!]

[[E comunque db una volta ha preso tot per quot, quindi non rompa.]]

57. A che cosa mi serve non essere mai stato meteo[ro]patico in tutta la mia vita?

12 Feb

Il fatto è che sta piovendo, una circostanza a cui non ho mai annesso particolare importanza, fino ad un pajo di anni fa, ammenoché la pioggia mi sorprendesse per la strada.

Ricordo uno dei miei ultimi appuntamenti immancabili, anzi proprio l’ultimo, prima di questa lunghissima parentesi di beata irresponsabilità comatosa. Proprio in quella circostanza si scatenò, in pratica all’improvviso, una tempesta che lévati, proprio da levare il pelo, e io mi ritrovai fradicio in — credo — sedici secondi, reggendo con aria stupida un moncherino di ombrello che una folata di vento rabido m’aveva ridotto a brandelli. Ricordo a come tentassi di scagliare il moncherino a terra, e di come non ci riuscissi, essendo che il vento, che avrebbe cominciato a placarsi di lì a un pajo d’ore e non meno, se lo portò via, trascinandolo per alcune decine di metri, prima che toccasse il suolo. Appena fui al riparo stesi ad asciugare gli ultimi cinque euri — purtroppo mi dimenticai di fare altrettanto con la carta d’identità, che praticamente si sciolse e rimase incollata dimodoché quando la riapersi era diventata illeggibile — e tale sarebbe rimasta per diversi mesi, non avendo l’opportunità, e poi la voglia, e poi di nuovo l’opportunità di tornare nel novero delle persone fisiche & riconoscibili.

O forse mi piaceva essere diventato veramente, in tutto e per tutto, un nessuno, vai a sapere. Ormai è passato qualche tempo.

Piove, insomma. Vuol dire che questa notte sarà perfettamente inutile che mi cerchi una panchina qualunque, perché sarà fradicia. A Porta Susa non vado. I portici sono quasi tutti occupati, e a diretto contatto col suolo non voglio dormire. Che dire? Farò una passeggiata.

Buona serata a tutti.

56. Gunther Brodolini.

12 Feb

Sappiamo già che mi è impossibile linkare chicchessia: è il motivo per cui faccio un post, perché  questo è uno dei blog che segnalerei nel blogroll se sapessi come fare, e dove ripasso spesso, & volentieri. Non so e non riesco ad immaginare quanti anni abbia l’autore, quali siano le sue intenzioni, come viva, &c. — anche perché non me lo chiedo con particolare insistenza — inoltre non ho letto proprio tutto quanto il suo blog — riesco solo a capire che è toscano — e ignoro perfettamente se la parola sgargabonzi nasconda un significato da qualche parte, figuriamoci poi se so di preciso quale. Fa diverse serie (quella — appena iniziata — del cameriere, quella intitolata ipotenusa…), ma la cosa sua con ogni probabilità più brillante è Le avventure di Gunther Brodolini. Attenzione: alla lunga questi temini burchielleschi dànno le vertigini, e ristuccano — sono inoltre, soprattutto a dosi un filino superiori alla definibile piccola, rimponentissimi — ma ne vale la pena — cioè, nelle dosi giuste non è pena, affatto. Ne vale e basta, senza pena. E’ bravissimo — un virtuoso, gliel’ho scritto almeno una volta, e glielo ripeto qui (anche per allungare un po’ il brodolino, perché oggi teoricamente avevo il desiderio di scrivere qualcosa, poi però ho scoperto che oggi proprio non mi va). Non ho incontrato altre cose, a livello blogs, che mi provochino tanto inarcar di sopracciglia (e io, come qualcuno sa, ho sopracciglia sensualissime).

55. Desiderio di febbre.

10 Feb

Oggi, essendo sabato, è una giorna loffia, quasi morta. Peraltro, forse è solo una mia impressione ma non posso esserne sicuro al 100 %,, c’è un’atmosfera strana, oggi, sospesa e ovattata — che però può darsi significhi solo che sto per prendermi un’influenza. Non sto male e non ho ancora nessun segnale di qualche leggero malanno in arrivo, ma potrebbe arrivare molto presto.

Sono appena stato a Porta Palazzo (come si vede che non ciò un cazzo da dire), dove mi ero rassegnato a comprare un pajo di oscene scarpe ad almeno 12 euri — io odio spendere soldi per i vestiti. Odio i vestiti. Invece sono stato, nella jetta di dover spendere, anche abbastanza fortunato, perché ne ho spesi solo 5: sono scarpette leggerissime, nere a strisce bianche, hanno un aspetto dignitoso. Non mi preoccupo del fatto che eventualmente mi stiano anche malissimo, perché praticamente tutto quello che mi metto mi sta male, e questo non perché tutti i vestiti che mi càpitano a tiro, per un motivo o per l’altro, siano inadatti a me, ma perché sono io a mancare di qualunque forma di eleganza naturale. Ho le spalle spioventi, l’andatura da pinguino e la faccia di cazzo.

Vorrei, alle volte, far capire che non è vanità da blogger, la mia. Il fatto è che la mia vita sta andando — a catafascio è dire poco, se non nulla, perché a catafascio è andata da almeno quindicianni; sta andando, direi piuttosto, in puzza. E’ una mela mummificata, non ha più la superficie così illimitata ma non infinita del frutto acerbo maturo stramaturo, così semplice nella sua liscezza: è tutta grinze e ombre, depressioni e foppe, dossi e cunette: è tutta irregolare, insomma, ha i bozzi e le gibolle da tutte le parti, ad un colpo d’occhio somiglia un po’ a tutto e un po’ a nulla — alla fine è solo una cosa vieta, non importa esattamente che cosa, perché di qualunque cosa si tratti è una cosa essuta, non essente, e dunque non ha importanza, se non per qualche operatore necroforo in pectore, o qualche storico a minima gittata, o semplicemente con moltissimo tempo da sciupare. Tutto questo, che è una distruzione senza una vera e propria morte, mi porta alle conclusioni paradossali di ricercare instantemente qualcosa che 1. costi poco (perché ovviamente sono nullatenente); 2. non mi costi fatica (perché sono debolissimo, come tutti i fancazzisti cronici); 3. sia perfettamente regolare, liscio, geometrico. Credo che il blog ad altro non mi serva che a produrre questi larghi nastri di glifi incolonnati, che vanno giù con tanta precisione & appiombo. Le parole che ci metto dentro sono quelle che mi servono a non morire di noja mentre le scrivo: tutto qui. Credo di aver espresso tempo fa, da qualche parte ma sempre su questo blog, rammarico perché mi era momentaneamente sparito l’allineamento ai due margini. A me di quello fregava, & non d’altro.

Oggi non è giornata di scrittura. Decisamente oggi era la giornata giusta per andare in giro e bighellonare obbligatoriamente, e dunque senza i soliti sensi di colpa, causa febbrone stagionale: purtroppo, però, non m’è venuto. La febbre mi venne l’ultima volta un pajo d’anni fa, perché stavo compiendo un passaggio. Credo che qualche mistica abbia parlato di febbri mentali, o dolori mentali. Dolori che si manifestano anche con stati febbrili. E ricordo anche che in un parchetto squallidissimo di Genova, meta di tossici e pushers, parlai, una notte, con Paolo, che era ubriaco e cercava disperatamente sua moglie, e tuttavia era rimasto abbastanza lucido da volermi guardare per bene negli occhj, dove riconobbe una febbre che l’aveva preso, violentissima, anni e anni prima, quando aveva dovuto affrontare un transito importante, e probabilmente cadere in balìa di qualche oscuro personaggio. Era evidente che da allora non s’era più ripreso: ma questo era del tutto ovvio, solo io non lo sapevo, perché erano molto poche, effettivamente, le cose che sapevo. Mi disse: “Robbi”, (non riusciva a cacciarsi in testa che mi chiamo Davide), “non devi stare qui, stamattina volevamo rapinare un vecchietto colla pensione… Io, guarda là quella panchina spaccata, quando bevo e non trovo mia moglie divento una belva… Qui passano i tossici… Andiamo alla festa dell’Unità a cercare quella puttana, sarà andata lì a sbronzarsi”, e mi stampò un bacio umido sulla guancia, molto sentito. Lo ringraziai dell’invito, con gli occhj che mi sembravano galleggiare nelle orbite, e nonostante mi sciogliessi dalla commozione di quel bacio e avessi voglia di scoppiare in lacrime me ne andai con una discreta compostezza, zoppicando dalla gamba destra, per via della caviglia che mi si era gonfiata come un pallone, e mi faceva un male cane.

Nonostante, appunto, non avessi idea di tutta una serie di cose indispensabili da sapere per affrontare con cognizione di causa il tema, seppi da sùbito (non so, magari fu un’ispirazione dovuta alla febbre) che non sarebbe stata l’ultima volta che avevo quella febbre da transito. Quella in particolare m’era venuta per via dello sforzo fisico, di dormire pochissimo spostarmi continuamente mangiare di merda o nulla lavarmi alle fontanelle &c.; la seconda febbre, o le seconde febbri, mi sarebbero sicuramente venute in forma, appunto, di “febbri mentali”. Un’immagine che, mentre derubavo quella santa dell’espressione per usi certamente improprj, mi faceva a sua volta venire in mente una scena descritta in un romanzo di Twain, dove il piccolo picaro di turno (chissà chi) s’era nascosto sotto il cappello un pezzo di burro, che per via del caldo cominciando a sciogliersi, aveva cominciato a colargli giù per la fronte e per la nuca; al che la madre, deficiente come tutte le madri apprensive dei romanzi, s’era messa ad urlare: “Ah, mio figlio ha la febbre cerebrale! Gli si sta sciogliendo il cervello!”. Sicché non potevo impedirmi di pensarmi, nel momento in cui mi fossi deciso ad affrontare il mio secondo transito, col cappello in testa, sotto il solleone, con un’espressione inevitabilmente ebete in faccia, mentre il cervello mi sfuggiva da sotto la falda del copricapo con uno sfrigolio di burro versato. E’ chiaro che dopo poco crollassi nell’intontimento più totale, e che nel giro di due o tre altri giorni mi riprendessi.

Però è da allora che aspetto la seconda febbre. E lì la colpa è mia, perché la prima febbre viene da sé — bastava buttarmi per la strada, e disabituato com’ero, ma persino ad un picnic fuori porta, non potevo non ammalarmi. Per ammalarmi mentalmente, invece, dovrei affrontare qualcosa d’importante. Mentre la vita per la strada o ti lascia a seccare al sole o a infradiciare alla pioggia o ti prende (nei casi più fortunati, certo) a schiaffi, la mente ha bisogno di essere incoraggiata. Mi ci vorrebbe una finalità certa — ma dove andrò, ormai? — e solo per provare non certo la febbre, che di per sé non può interessarmi più di tanto, quanto il transito, il passaggio. Una volta di là, forse, potrei cominciare a provare rimorso, o rimpianto, o chissà che altro. Quello che è certo è che non riesco più a rimanere in questo abbandono.

54. Piccoli cristiani muojono.

10 Feb

Leggete questo. Il libro non l’ho letto, ma lo farò quanto prima, e suppongo la stragrande maggioranza di quelli di voi che ne sanno qualcosa saranno stati informati dalla televisione (essendo passata una notizia in merito al Tg1), che io non guardo.

Il figlio dell’ex-rabbino capo di Roma ha scritto in un libro che tra il 1100 e il 1500 ci furono effettivamente sacrifici umani da parte di Ebrei askenaziti — sacrifici di bambini, in particolare, il cui sangue sarebbe stato utilizzato per impastare le azzime, che sarebbero le nonne delle ostie; come certi libri sono i padri dei porcodii.

53. Poeta e huomo.

9 Feb

Non ho moltissimo tempo. Mi limito ad esprimere qualche dubbio in merito allo scrivere e all’essere uno scrittore. Diciamo che di recente qualcuno mi ha detto che potrei ambire a fare lo scrittore, un giorno. Non che mi abbia colto impreparato, nel senso che, teoricamente, sarei stato anzi il primo a volerlo, ovviamente tanto tempo fa, quando mi presi la malattia e non riuscii più a guarire — tant’è vero che ho continuato a scrivere con la convinzione che ormai non avrei più potuto pretendere di pubblicare alcunché.

Jeri pomeriggio, alla stazione ferroviaria, ho visto un giapponese, o uno che somigliava a un giapponese, molto bello, tutto nerovestito, con una selva di capelli ricci, accosciato in terra, con la schiena appoggiata alla parete e un laptop appoggiato alle ginocchia, che ammaccava veloce e leggero con le dita nervose sulla tastiera. Poteva essere un poeta, un ingegnere, una spia, un giornalista o un magnifico nullafacente. Poteva esser dietro ad apportare modifiche ad un progetto di piattaforma petrolifera come a schiccherare frasi perugina per una cretina di passaggio. Quello che importava era l’impatto estetico.

Mi sono pensato nella stessa posizione, occupato nello stesso gesto di digitare chissaché su una tastiera. Con questa faccia. Con ‘sta complessione meschina, depressiva. Mavaffanculo.

Ansaldo Cebà, ricordato sui lessici più oltranzisti come buon seguace del Chiabrera e responsabile di una morbosa passione di Sara Copio-Sullam, scrisse un dialogo classicheggiante sui compositori di poemi heroici. In contraddizione con la stragrande maggioranza dei precettisti specializzati, sosteneva che al poeta heroico fossero indispensabili giovane età (sotto i trentacinque), robusta costituzione e abilità nell’esercizio delle armi. C’è chi ne ha riso, o sorriso, ovviamente; ma, a pensarci bene, può uno scrittore che non ha la più pallida idea di come funzioni una pistola descrivere una sparatoria? In termini cebajani, si può essere heroici solo come poeti, e non come huomini? Si può usare la fantasia, ovverossia immaginare: ma chiunque, volendo, può immaginare. Rimane il fatto che raccontare di quello che si è esperito è altro che raccontare di quello che si vagheggia.

Ma soprattutto questi precetti rimandano ad una concezione di poeta né pantofolajo né statale né boemesco — un non-marginale, un uomo che fa cose e si difende. Ad affrontare da un punto di vista, almeno auspicatamente, professionale questo percorso, si finisce facilmente col vezzeggiare i proprj meno giustificabili difetti. Trovi bizzeffe di persone che tacitamente ti incoraggiano a rimanere una merda. — Oh, finalmente, l’ho detto.

Il giorno che volessi veramente scrivere, ossia scrivere per vivere e pubblicare, provvederei a diventare un huomo. Questo è poco ma sicuro.

52. Et nous avons des nuits pars altera.

8 Feb

Stanotte (e ancora grazie) mi hanno lasciato dormire seduto nella sala d’aspetto del Maria Vittoria, e dovrebbe essere l’ultima volta. Non c’è molto da dire sulla sala d’aspetto del M. V., se non che è piccola e senza attrattive. Oltre a due file di sedute di plastica blu ci sono quattro distributori, uno di bibite fredde in bottiglia piccola (ma escono calde, perché il refrigeratore, evidentemente, non funziona), uno di junk-bruscolini, uno di bevande calde (caffè, insomma) e uno di bibite fredde in bottiglia grande (ma è quasi sempre tutto esaurito; il distributore funziona, però, anche da cambiamonete, nel senso che se metti dentro l’euro e tiri la levetta ti restituisce due pezzi da cinquanta centesimi, ciò he può avere la sua utilità). Dalle 20.00 alle 24.00 ca. godo la conversazione di X e Y, i quali dormono uno in macchina e uno in una soffitta, ma trascorrono volentieri le serate in compagnia. Non c’è stato bisogno d’altro che di questa frequentazione per rendermi conto dell’incredibile quantità di argomenti di cui non so una cippa e di cui nemmeno mi frega — e non lo dico con spavalderia, lo dico con senso di colpa e con pena. Ma, soprattutto per quanto riguarda i greatest hits, le cose straripetute, dalle tre-quattro alle cinque-seicento per sera, può essere istruttivo, perché qualcosa mi rimane impresso. Ovviamente non prendo per oro colato tutto quello che mi si dice, non tanto perché temo la malafede dell’interlocutore di turno, quanto perché, a livello di conversazione da bar, può essere l’interlocutore per primo a non aver capìto praticamente nulla di quello che dice. Ragion per cui prendo tutto con molto sale e pepe, o come spunto.

Altro tipo di conversazione ho avuto nelle prime ore della mattina, con un personaggio da me conosciuto a suo tempo in v. Carrera, che ha attaccato discorso chiedendomi per l’appunto se in v. Carrera non vado più. Segue mia risposta, che no, perché sospeso, ma soprattutto il litigio che precede la sospensione dà di cappello a tutta una situazione per cui, insomma, tutte le volte che vedo un operatore mie viene da vomitare, e anche quando mi vedo capitare le due stronzette della boa urbana mobile venute a recuperare qualcuno lì al M. V. mi devo alzare e me ne devo andare perché mi vien da vomitare. Dico che non sopporto di essere messo sotto i piedi, anche cortesemente. Be’, mi dice, effettivamente l’operatore tale o l’operatrice tale sono dei prepotenti. E ricordava un fatto, di anni fa, riguardante un tossico, peraltro sieropositivo, che come molti che non possono più drogarsi, o non possono più drogarsi tanto, tampona coll’alcool. E’ un bravo ragazzo (per modo di dire, è ultraquarantenne), dal fisico piuttosto meschino, e in più molto malridotto. Assolutamente non uno in grado di difendersi fisicamente. Una sera era arrivato ubriaco in dormitorio, e lo avevano fermato sulla porta — due operatori maschj — perché ubriachi in dormitorio non si può entrare. Una regola che è applicata solo di rado, in generale, e sempre con questo povero disgraziato. Comunque sia, il poveretto ha chiesto, in quell’occasione, che gli lasciassero una mezz’ora, un’ora di tempo per smaltire un po’ gli effetti della bicchierata fuori dal cancello, e poi di farlo rientrare. Ma gli operatori sono stati inamovibili. Càpita spesso che qualche utente, invitato più o meno gentilmente ad andarsene, non intenda ragione. In quel caso, ammenoché non si tratti dell’ineffabile Laura Scarpellino o della sua amica Raffaella (la psicologa di v. Carrera, mica cazzi), per non dire di quando si tratta di tutt’e due in turno insieme, di norma si chiama la polizia, e si sospende almeno per un mese l’utente che ha opposto resistenza. Un tempo, evidentemente, le cose erano gestite molto più sportivamente, perché al rifiuto del povero sbronzo gli operatori avrebbero risposto a cazzotti; non solo, ma quando il poveretto è cascato in terra, avrebbero continuato ad infierire, prendendolo a calci, tra vociazzare di sporco ubriacone e va a sapere quant’altro. Erano almeno in sei o sette presenti, e nessuno ha alzato un dito, o ha saputo che fare — si tende sempre a farsi i cazzi proprj, nell’inutile speranza di campare cent’anni. La vita di strada comporta quasi sempre un filo di mitomania, ma chissà perché io a certe cose ci credo.

Ha voluto sapere chi mi aveva buttato fuori per via di un barattolo di penne e di un bidone dell’immondizia vuoto. Le ho detto chi era stato. «Ah, Laura», ha detto, «certo. Quella è proprio una troja». E mi ha raccontato un’altra cosa, sempre di qualche anno fa, quando la Scarpellino non faceva l’operatrice in dormitorio ma girava sul bidone della boa urbana mobile. Non è nemmeno un aneddoto — è la Scarpellino che a un certo punto passava sul ben noto catorcio e che sporta la testa d’antefissa dal finestrino gli ha urlacchiato contro: «Figlio di puttana!!!». Ma chissà che cos’era successo. Erano tempi, come mi aveva spiegato il capetto della struttura a suo tempo, in cui c’era molta più confidenza tra utenza e operatori. Confidenza è quasi la parola giusta.

Questo pomeriggio dovrei recuperare un sacco a pelo. Spero proprio di riuscirci, così torno a passare le serate da solo.

51. Altra precisazione indispensabile.

7 Feb

Qualcuno avrà pur notato che è stato in un certo senso rifondato il forum “Holden”, che nella sua forma ufficiale attualmente si trova a http://www.scuolaholden.it, mentre nella sua versione ufficioso-nostalgica si trova, da poco, qui: http://www.network54.com/Forum/552580/. Non ho nulla in contrario alle rifondazioni ma non ho intenzione, come già dissi, di partecipare, inquantoché non ho nostalgie di sorta. Il blog, almeno finché non me ne ristucco, mi piace molto di più, e non ho intenzione di tornare indietro (cioè al forum, come a livello forum non sarei tornato indietro alla mailing-list, &c.).

Voglio però dire che non ho postato nulla su quel nuovo-vecchio forum, e che non intendo farlo nemmeno per il futuro. Ora è comparso un melo-anconico che credo sia tashtego; e prima ancora qualcun altro ha postato la prima metà di una mia novelletta, peraltro rinvenibile, e integralmente, anche sul vecchio forum (cioè su http://www.scuolaholden.it), usando il nick melo, che è appunto il nick di cui mi servivo a suo tempo in Holden. Praticamente chiunque, adesso, potrebbe mettersi a giocare con le identità (cosa che i vecchj webmasters della Holden ‘vera’, peraltro, hanno permesso ad una parte dell’utenza, a suo tempo, e questa è una delle molte cose da non rimpiangere di quell’esperienza), attribuendo a chi vuole scritti e affermazioni varie.

Io difficilmente tornerò su quel forum anche solo per leggere. Ma sappia chi passa che non ci scriverò mai nulla, e che qualunque cosa vi rinvenga che sia a mio nome o possa sembrare da me scritta non è opera mia. Questo vale sia per la cosiddetta Rifondazione holdenista che per l’altro forum de I vecchi Holden nato dall’iniziativa di un emulo; e valga, ovviamente, per qualunque altro clone di Holden mai risbuchi nel futuro.

Ciò detto, si divertano come vogliono.

50. Precisazione indispensabile.

6 Feb

L'”anfiosso” che interviene sul blog di Selvaggia Lucarelli a proposito dell’uomo perfetto che non si trova, e di colori, e di cartellini, non sono io.

49. Passato, presente e futuro.

6 Feb

(tutto quanto segue è veramente improvvisato

non mi rileggo).

E’ stato solo un momento: adesso la numerazione sbagliata di questo blog non mi angustia più. Tra qualche secolo, quando rimarrà come un cadavere galleggiante tra il resto della spazzatura di rete, il mio errore potrebbe apparire come il non ultimo segno della mia originalità, una specie di sphregis del mio genio. Oppure potrò apparire un cazzone emerito, cosa che peraltro spero perché qualunque più lusinghiera alternativa mi riempirebbe di sensi di colpa, ma la cosa non avrà più importanza per nessuno, né per me né per chiunque abbia un cervello, e l’interesse dei telearcheologi che staranno a fare le pulci ai post fossili non faranno numero né costituiranno precedente. Pertanto vado avanti impavido — anche perché è qualche giorno che non scrivo più nulla.

Essere allo stato brado, cioè essere sfuggito al ricatto delle situazioni contenitive messe a disposizione dallo stato di diritto, significa sottrarsi alla pressione psicologica degli operatori del settore, nonché sottrarsi al peso, realmente insopportabile, della convivenza forzata, che si aggiunge ad una situazione già abbondantemente opprimente, fatta di mancanza di soldi, di progetti, di amicizie, di onorabilità, di voglia di fare, e di tutta una serie di altre cose. Ci sono tanti svantaggj, dal punto di vista pratico. Ma dal punto di vista psicologico è come passare dalla galera alla libertà. (Non ho bisogno di finire in galera e scontare la pena per saperlo. Lo so e basta).

Mi rendo conto, finalmente, di una conseguenza non immediatamente intuibile (almeno per me) della repressione psichica: lo schiacciamento sul presente. Costretto continuamente a dare più rilievo alle bollette non pagate del ’99, dell’ ’86, del ’75, piuttosto che alla sua sia pur modesta persona, il barbone irregimentato non potendo tollerare l’oltraggio supremo dell’identificazione col proprio difetto nei confronti della società, o della società del telefono, o del gas, necessariamente finisce coll’occultare a sé stesso tutto quello che lo riguarda più profondamente e direttamente, raccontandosi le più spudorate menzogne anche sui proprj presunti «compagni di sventura» (normalmente se li rappresenta come disgraziate vittime della società, mentre in stragran parte sono o incarnazioni dell’imbecillità più nauseante o sono degli avidi furbi finiti meritamente male — ma sempre molto meglio di quanto meritino, e sicuramente lo sanno), e, ciò che forse è peggio, su quegli aborti di scimmia dell’echìpp degli operatori, l’idea della cui stessa esistenza in vita gli sarebbe insopportabile se fosse costretto a vederli per i porci sfruttatori che realmente sono, e non come figure autorevoli, letteralmente in grado di fornire ajuto e guida. Tutto questo non è solo deformante, ma favorisce nello straccione istituzionalizzato, appunto, quello schiacciamento sul presente che può risultare solo dalla perdita del suo passato.

Dopo un mese che ha perso (28 dicembre) il diritto di accedere ai dormitorj del Comune di Torino, quindi verso la fine di gennajo, pertanto pochi giorni fa ovvero una settimana abbondante, lo straccione da dormitorio comincia a sentire fortemente il giovamento della sua mutata, e in oggi libera, condizione. Dopo qualche timido tentativo, inizialmente abortito, il suo sistema nervoso centrale gli restituisce oggi senza disturbi di linea, secondo le solite più o meno logiche connessioni col suo vissuto in progress, le parti più cospicue o piacevoli o terrificanti del suo passato, gli anni più significativi, le immagini e i ricordi dei parenti più affezionati, qualche amicizia, sogni infantili, trame di libri, musiche, quadri; la luce violetta di un preannuncio di primavera, ancora nel cuor dell’inverno, del 1997, per esempio, un episodio di travestitismo maschile nel Cranford, la scena di Giove e Nettuno ne Il ritorno di Ulisse in patria, alcune stanze agoniche composte nel marzo 1999 ed una speranza di luna blu, una fabbrica abbandonata nei pressi d’un ingresso dell’autostrada dell’estate 1982, un’attesa in aeroporto nell’estate 1994, e molte altre cose, e soprattutto un senso generale come di sbigottimento e sospensione, una maggior profondità e spaziatura e risonanza dell’aria; qualcosa che, forse, potrebbe chiamarsi futuro, posto che non mi ostini a chiamarlo necessariamente “mio”.

48. Non posso rimanere senza scrivere niente.

3 Feb

Non per altro, ma in giro nei blog che vado a vedere di solito non c’è niente di nuovo, a parte i miei ultimi commenti, alcuni dei quali persino sgrammaticati. Sono giunto persino a rimettere il naso nell’artifiziale, pensate che livello. Noto che al momento i porco dio vanno diffondendosi. Ma non ci sono altre novità di rilievo. Posto che un porco dio sia una novità, ovviamente. Di rilievo, ovviamente. Ho anche fatto il test proposto da una che si chiama sociopatica, con domande e tre opzioni per domanda: si trattava di decidere, in base al punteggio, se alla fin fine ero adatto per accompagnarmi con l’asfittica tenutaria del blog. Un’idea peregrina, da parte mia: fossi stato un filino più influenzabile avrebbe potuto crearmi serj problemi d’identità. Ma già alla seconda risposta mi sono preso del frocio. Mi sono sùbito riconfortato, e ho ovviamente interrotto.

Scrivere dovrebbe riuscire così, scontato e facile. Invece noto che faccio fatica, sono lento e macchinoso, costruito. Ma ci pensate che, regolarmente, rileggo, e che non resisto mai alla tentazione di spostare qualche parolina, o di aggiungere qualche virgolina? Per poi, magari, pretendere che sia tutto improvvisazione. Sembra accuratezza, magari, in astratto, ma lo squallido risultato è tutto qui da vedere. Sono un poveraccio. Ed è un peccato che la faccia tanto lunga, perché la più parte delle cose che m’escono sono poi corbellerie, quindi lo spreco è doppio. Da una parte perché scrivo anche per gli stronzi, dall’altra perché spreco spudoratamente le possibilità che pure non mi mancano di venire in contatto, per quanto mediatamente, con interlocutori degni — non dico di me.

Oggi mi sento svagato. Sarà che non ho dormito e che non ho mangiato quasi niente, forse. Ma non ho né fame né sonno: mi sento semplicemente rimbecillito. Avevo l’intenzione di segnare, anche quest’anno, la data esatta in cui il primo presagio di primavera ha fatto capolino, cosa che sento per via del naso che pizzica e che percepisco nella particolare sfumatura violacea di un certo momento crepuscolare. Avevo anche quest’anno l’intenzione, dico, di segnarmela, ma anche quest’annome ne sono dimenticato. Saranno due lustri che me ne dimentico, ed è del tutto normale, perché come la primavera manda il primo postiglione in disimpegno con le ruote imbottite, io automaticamente cado in letargo.

E voi come vi sentite? Non vi viene da sbadigliare?

(Dibbì, è suggestiva la tua poèsia, sotto il n° 47. Cercherò di pensare dov’è la contraddizione, nelle subsecività del coma. Jersera mi hanno chiesto di Platone, Aristotele, Hegel, Kant, Engels, Marx, Popper. Ma sai che mi sono accorto che di filosofia non so proprio un tubo? Perché, secondo te?).