47. L’anfiosso.

31 Gen

L’anfiosso, bestiola facilmente sottovalutabile, è compreso nel phylum cephalochordata. Dal greco testa + corda. Pensavo, qualche giorno fa, a come il greco, coi suoi composti, sia la lingua più comoda ma anche la meno precisa per parlare di scienza. I composti, in realtà, non sono una raffinatezza, ma un escamotage barbaro. Un popolo di parlanti coraggiosi attinge al subconscio collettivo, e ricorre alla microtendenza glossolalica, che poi è lo stesso che glossoplastica, che sta in fondo in fondo a ciascuno di noi per coniare radici nuove. Un popolo magari valente, com’era il caso di questi ingegnosi Greci, ma un po’ fiacco ricorre a quello che già ha, e rappattuma radici vecchie per ottenere parole nuove. Ne consegue che la parola ottenuta, doppia tripla quadrupla, non sia mai esattamente riconducibile alle due, tre, quattro radici impiegate per costruirla, e che dunque il suo significato complessivo sia necessariamente una convenzione. Non parliamo poi dei composti coniati in età moderna, quando i Greci erano ormai un erudito ricordo. Tra questi, la parola cefalocordato fa la sua discreta figura. Quest’enigmatico composto si limita, in fondo, a segnalare che questo animaletto marino non ha esattamente una spina dorsale, cioè non ha una sequenza di vertebre ossee, ma una corda, appunto, non segmentata ma continua, estremamente flessibile; e che essa arriva fino al cranio. Sennonché gli anfiossi, che infatti sono detti anche acranii, non hanno una testa propriamente detta, ma solo un accenno di essa: e la corda dorsale prosegue fin dentro a questo accenno, rigonfiandosi leggermente nel sistema nervoso centrale, che con il senno di poi, volendo, potremmo definire cervello. L’anfiosso è il primo e il più semplice e il più antico tra i vertebrati, anzi è un quasi-vertebrato, dato che le vertebre non le ha, ma ha in nuce una struttura che sarà quella ossea. Ed è per questo che si guarda ad esso come al più remoto progenitore di tutta la vita vertebrata del mondo, ivi compreso, ovviamente, l’uomo nefasto. L’anfiosso, che in nuce è tutto ma non è ancora niente, è insieme un ridicolo pescetto, e insieme tutta la nostra memoria storica: è il vero proto-Adamo. Le conseguenze sono note a tutti, e sono ormai storia. Ma è vero anche che, a differenza di quello che succede con qualunque altra prosapia considerata nella sua antichità, le premesse di quelle conseguenze non hanno richiesto elaborate mummificazioni, monumenti perenni e perennj poemi heroici; esse premesse, infatti, sono ancora lì, da vedere, da toccare, e persino, ahiloro ed ahinoi, da mangiare. Questo è altamente confortante, perché osservare un anfiosso dovrebbe essere come guardare alla condizione primigenia vergine degli animali superiori: è come toccare, qui ed ora, una condizione privilegiata, carica di promesse per l’avvenire, diquà dal peccato originale, dalla cacciata dal paradiso terrestre, dagli odj, dalle violenze, dalla colpa, dalla vecchiaja, dalla decadenza, dall’orrore, dal rimorso, dalla morte eterna; e la semplicissima costituzione di quest’animale veramente prodigioso non può fare altro che favorire questa legittima sensazione. Se invece si vuole avere un anticipo di quello che avverrà, o di quello che ancora potrebbe avvenire, basterà fare un passo indietro rispetto all’anfiosso adulto, e inarcar le ciglia di fronte a quel mandarino meraviglioso che è la larva dell’anfiosso: la quale, prima di pervenire all’ultima sua veste di zompariello semplicetto, si tramuta in decine di forme mirabolanti, ora assumendo spoglie di pesce-palla trasparente, ora travestendosi da stravagante insetto, ora mimando il fenotipo di certi tunicati, ora scimmieggiando il verme, ora arieggiando la conocchia. Tutta questa incredibile bailamme per arrivare ad una forma che è molto più semplice di tutte quelle assunte durante l’infanzia svagata e l’adolescenza zuzzurellona. Quella di un animale che è da supporre poco amante sia della commedia che della tragedia, non avendo propriamente né cuore né cervello; ma, pure, dotato di un suo cuore e di un suo cervello; un animale elementarissimo, schematico nella sua costituzione, eppure strutturato in modo capricciosamente asimmetrico; un animale di cui non si riescono a scorgere che con fatica gli occhj, ma in compenso mette in mostra dei poderosi baffi, e, al disotto, un amabile sorriso; e pochissimo importa che quelli non siano affatto baffi, e che quel sorriso non sia in corrispondenza della bocca — l’effetto è ugualmente gentilissimo. Si noti da ultimo che è animale mitissimo e indisturbevole, che non sporca, non morde, non gnàula; non è venefico, non combatte, non ringhia, non ruggisce, non graffia, non soffia, non sputa. Passa quasi tutto il suo tempo con la testa affondata nella sabbia, emergendone solo se lo si disturba, per fare uno dei suoi famosi salti e andare a ficcarsi in un altro punto del banco di sabbia marina che è suo domicilio elettivo. Totalmente impossibile stabilire se non pensi proprio a nulla o se in testa gli girino, in nuce, il Mahabharata o Guerra e pace, le guerre puniche e l’edificazione della Grande Muraglia; ciò che, a ben pensare, è altrettanto probabile quanto l’ipotesi che il suo cervello sia come una lavagnetta bianca su cui nessuna mano, ancora, scrive. Chissà che cosa sogna quando dorme. Ha un’attività presimbolica, sulla quale si diverte, durante la veglia, a sperimentare gli strumenti di un primo accenno di onirocritica?

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