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45. Et nous avons des nuits.

25 Gen

Da quando sono stato sospeso non sono stato in grado di trovare più di quattro soluzioni in croce: 1. coperta e panchina, sotto il monte de’ Cappuccini (finché un concierge sudamericano da una delle vicine case patrizie è venuto a chiedermi se avevo bisogno di ajuto — io, stronzo, dissi No, nulla, non si preoccupi, ma la realtà era che erano le due del mattino, stavo dormendo, non connettevo, avevo troppo sonno e non avevo voglia di ascoltarlo); 2. sala d’aspetto di p.ta Susa, ma solo dalle quattro e un quarto alle sette e mezzo (prima andavo e venivo, magari con un buon libro in mano, per i portici [qui a Torino i portici formano una rete di 22 chilometri, quindi hai voglia a camminare]); 3. sala d’aspetto del Maria Vittoria, vale a dire ospedale Maria Vittoria, dove comunque erano fissi X, amico dei guardiani, dalle 20.00 all’1.00 ca., salvo quando aveva voglia di tirare più tardi, e Y, dalle 22.00 alle 24.30. La conversazione era animata ma molto limitata (= un par di palle); 4. sala d’aspetto di p.ta Susa, ma, per la cosiddetta emergenza freddo, aperta tutta notte.

Jersera alle 22.00 mi sentivo già stanco morto, sicché sono andato a p.ta Susa, e mi sono messo a sedere, chiedendomi quanto mi ci voleva per addormentarmi, un po’ stupendomi della presenza di un buon numero di signore e signorine ben vestite oltre alla solita decina di vecchj barboni. Guardando meglio, ho notato molte sporte della spesa, da cui facevano capolino panettoni e merendine, posate sui sedili, e un gruppetto di tre o quattro signore o signorine che mi guardavano un po’ perplesse, tra il vorrei e il non vorrei, una brandendo una bottiglia d’aranciata e dei bicchieri di plastica. Ho chiesto, con grande affabilità: «Siete volontarj?». «Sì!», m’hanno risposto, in modo da farmi capire che era bastato così poco a rompere il ghiaccio. Ho rifiutato l’aranciata, ma ho preso volentieri due bicchieri di tè, tre brioscine tipo plum-cake, due croissant, una specie di veneziana, un pacco di biscotti, un panino pomodoro e mozzarella. Mangiando, m’è venuto caldo. Sono uscito e mi sono seduto su una panca di pietra, dove ho spolverato tutto quello che mancava a finire. Mentre ancora stavo spolverando è uscita una piccola e matura ragazza di una volta, che vedo spesso “fare colletta” nei pressi di Porta Nuova, che accendendosi una sigaretta mi ha detto: “Buon appetito”, con aria di profondo significato. Invece di alzare la testa inviperito e sputacchiarle addosso pezzetti di Kinder brioss e livore (“Cazzo vuoi? Te l’hanno dato, a te, da mangiare? Sì? Bon, vai allora, vai a rompere i coglioni da un’altra parte”) alzai su lei uno sguardo angelico e belai: «Oh, grazie». «E’ proprio scemo», pensò quella. Indi ho fumato una sigaretta, fatta con dell’Old Holborn blu scroccato a inizio serata, sono rientrato e mi sono seduto accanto alle sporte, sbirciandovi dentro insistentemente, finché le volontarie hanno cominciato a guardarmi malissimo. Ho chiesto se ci fosse dell’altro, ma mi hanno risposto che dovevano anche passare da altre parti. Solo quando se ne sono andate mi sono ricordato che nel pomeriggio avevo visto un tale in sedia a rotelle che girava, chiuso in un senduicione di cartone particolarmente straziante (“Ho rotto le scarpe… Ho il 46… Ho cercato presso alcune associazioni, ma non mi hanno saputo ajutare… Mi si stanno congelando i piedi…”); ma poi ho pensato che a quell’ora non dovesse più esserci.

Durante la serata, una vecchia carampana normalmente non troppo esagitata ha stabilito di non lasciare in pace nessuno. E’ costei, a suo dire, “la nipote di Cancellieri” (“… e guarda la fine che ho fatto”) — ignoro chi sia Cancellieri, o chi fosse, ma la tentazione di considerarlo un emerito stronzo e un obeso ladrone s’è fatta da quasi sùbito praticamente invincibile. La vecchia era veramente rompicoglioni. Bello è che affrontava a muso duro le volontarie, in particolare alcune giovani & graziose, dicendo: «Stai calmina… Stai molto calmina… La nipote di Cancellieri… E guarda la fine che ho fatto…». Non appena ha colto un sorrisino sarcastico s’è fatta sotto, come dalla gran voglia di menare. Fino a un certo punto è bastato ignorarla.

Poi i volontarj, stringendo la mano a tutti fuorché a me, hanno svacantato la sala d’aspetto, che è poi una specie di grosso cubo, intonacato di crema chiaro e dello stesso crema appena più scuro — con un soffitto a cassettoni a nove riquadri, ogni riquadro consistente in quattro quadrati concentrici, con il più esterno, a mo’ di cornice, ornato negli angoli di fiordiligi frastagliati, salvo quello centrale, ornato di rosone — e lo dico solo perché il posto, con quegli spoglj cassettoni, non so com’è, ma mi sconfinfera, mi piace. La vecchia ha continuato a rompere i coglioni. A Z. che mollava alcuni sacrosanti rutti ha detto: «A lei, a sua madre, a sua sorella e a tutti quelli che vuole lei, guardi». Z. ha risposto con spirito, e anche con un pajo di scorregge ben assestate. Io mi sono messo a ridere, e ci siamo guardati con aria complice. Poi ha cominciato ostentatamente a ridere a tutto quello che diceva W., che dava ennesimamente riprova di quanto il celebre umorismo napolitano meriti tutta la sua fama. Finché W. l’ha mandata bonariamente a pigliarsi in culo una barca a remi e se n’è andato. Quindi ha avuto da ridire con J., che ha cercato di parlamentare; solo che quella, vedendolo avvicinarsi, s’è alzata ed è andata a sedersi da un’altra parte. Quando J. ha cercato di raggiungerla ha nuovamente cambiato posto. E ancora. Finché J. ha rinunciato.

Poi ho cominciato ad assopirmi. Finché, alle 3.00 del mattino, la voce della vecchia e quella di un maghrebino mi hanno svegliato. Sono rimasto intontito per un po’, ma sono comunque riuscito ad afferrare «… la nipote di Cancellieri!» e «vecchia, ti ‘mazzo». Appena un po’ più sveglio ho inteso la maledetta scanfarda berciare: «Fai tanto così di toccarmi e ti faccio vedere io, ti faccio!». «Fa’ zitt! Lascia durmìr!». «Nipote di Cancellieri… E guarda la fine che ho fatto!!». Ero perfettamente sveglio, a quel punto, e pieno di odio. In particolare il mio odio dipendeva dall’assoluta inerzia con cui gli astanti spettavano alla scena. Io credevo, in buona fede, che di fronte ad una scena del genere l’avrebbero ammazzata, esattamente come avrebbe voluto il maghrebino. Invece, per una di quelle forme perverse di distorta cavalleria, pareva evidente che non l’avrebbero fatto. Avevano valutato che era suonata, vecchia, donna (!): evidentemente erano tre caratteristiche sufficienti a salvaguardarla da qualche calcio in culo, o qualche sganassone ben appioppato. Ho fatto un sospiro di sollievo quando l’ho vista avvicinarsi all’uscita, intenzionata a riferire alla polizia ferroviaria che era stata minacciata di morte. Purtroppo, piazzatasi accanto alla porta, ha ricominciato da capo con il non permetterti di alzare solo un dito su di me, fai tanto, guarda, e io chiamo la polizia, i carabinieri, ti denuncio, ti querelo, la nipote di Cancellieri, e chi la fermava più. Finché mi sono alzato di scatto e ho urlato: «MA TE NE VAI, PORCO DIO?!», facendo per alzarmi.

Immediatamente è schizzata fuori, urlando: «Ajuto! Polizia! Mi ammazzano!». Io e il maghrebino ci siamo ritrovati fuori ad aspettare che arrivasse la forza. La nipote di Cancellieri ci ha messo un po’ a convincere il maresciallo, notoriamente un culo di pietra, a schiodarsi dalla poltrona e a venire ad arrestare l’assassino. Quando è arrivato, la cialtrona ha accusato il maghrebino di averla minacciata di morte: «E’ lui! E’ lui che mi vuole uccidere». Con mia delusione, non mi ha accusato di nulla. Ma non ha fatto differenza alcuna, perché il maresciallo ha sbattuto fuori tutti quanti, senza eccezioni. Nemmeno la vecchia, che anzi ha dovuto minacciare seriamente di prendere a calci nel culo per riuscire a eradicarla dalla sala d’aspetto. Chiaramente, all’uscita la vecchia se n’è prese di tutti i colori (specialmente da parte mia, peraltro): puttana, vecchia stronza, al cimitero devi andare, munnezz, schifo di donna, ti gonfio, i cazzotti ci vorrebbero, ti riempirei di calcinculo, &c.

Tutti fuori, insomma, mentre la nipote di Cancellieri, facendo sempre il mantra della sua prosapia, trotterellava via, accigliata e offesa. Il responsabile di “al cimitero devi andare”, rivolgendosi a uno dei vecchj, che sfilavano fuori inerti, ha detto, quasi a cercare sostegno: «Ma si potrà?», ossia: ma si potrà una cosa del genere, non poter dormire per colpa di quel vecchio cesso, quella scorfana, vecchia zoccola, ma va al manicomio, brutta stronza?

E il vecchio ha detto: «No, la colpa non è della vecchia. La colpa è di qualcuno che è più fuori di testa di lei, a questo punto. Lo sapete che è pazza. A lei tutto è concesso». «Ma non si può stare in pace un attimo…». «Chi vuole stare in pace deve cambiare vita», ha ribattuto serafico il vecchio.

Mi sono parse (forse era l’ora tarda) parole sagge, e me ne sono andato a farmi una passeggiatina, chiedendomi se dovessi sentirmi uno stronzo perché avevo preteso di dormire in barba al fatto che fossi circondato da barboni, o se il fatto di aver dato cappello a una situazione di casino dimostrasse una mia spiccata inclinazione a questo tipo di vita. Il fatto è che l’irrisoluzione è la mia cifra distintiva. Non sono mai né dentro né fuori, a nessuna situazione. Addentrandomi di buon passo per le vie, mi sono sentito alle spalle una voce di vecchia che grugniva: «Hai voglia a correre… drogato… nipote di Cancellieri… e guarda la fine che ho fatto».

Ero indeciso se valesse la pena di fermarmi a prenderla a calcinculo, quando ha infilato una laterale ed è sparita.

Passando per p.zza S. Carlo ho rivisto l’invalido-sandwich, che si aggirava, implacabilmente sveglio e coi piedi martoriati, sotto i portici deserti.