42. Domenica.

22 Gen

Esiste per me, da ormai un due anni abbondanti (gli anni del mio barbonaggio, appunto), questo problema delle domeniche, che non sapendo dove andare finisco sempre coll’andare a cacciarmi in librerie e centri commerciali, cosa che peraltro non mi dispiace, perché ci sono i libri. Jeri, reduce da una notte insonne, non ho potuto leggere quasi niente perché il tepore m’induceva un sonno plumbeo, ma solitamente la domenica trovo il modo per intrattenermi. Rimane il fatto che sostanzialmente, a parte intrattenermi, non faccio proprio nulla.

Adesso come adesso, come disposizione d’animo, sarei anche più portato a pensare a soluzioni valide — chessò, informarsi su qualche museo aperto, oppure taglieggiare vecchiette in v. Garibaldi, e altre cose più creative. Ma c’è da pensare che ormai le plis soit bien pris, e che una domenica più avvincente del solito mi farebbe provare nostalgia per le solenni rotture di coglioni che ritualmente m’infliggo per un giorno la settimana tutte le settimane. Insomma, non sembra, ma anche smettere di tediarsi richiede un certo sforzo. E’ come smettere di mangiare merda, lo stesso.

Dato che quando non dormo di notte mi prendono come delle specie di visioni, e le visioni sono le zie della poesia, e dato che da un milione d’anni, grosso modo, non scrivevo più un verso, ho fatto quella cosa che sola, tra le attività umane, utili e superflue, semplici o complicate, a mia conoscenza e a me perfettamente ignote, è in grado di darmi quella netta consapevolezza di aver partecipato condegnamente alla vita e alla società, vale a dire ho scritto un sonetto — verso le 3.00 nella sala d’aspetto dell’ospedale Maria Vittoria:

Inferisce

dalla sua indifferenza

verso gli scherni del mondo

la qualità della sua vocazione.

Faccia chi vuole di ch’è infame l’Uomo,

Delle sue piaghe storico, in sé pompa;

O nomi altrui dia a un marmo che corrompa

Tra baje tersitèe, lazzi di Momo.

Di me, su falsità per mille e un tomo

L’Astio erudito i suoi pennini rompa;

Già d’ogni calamajo Zoilo zompa

A sconcacarmi i foglii, Odio non domo.

Non Democrito o Eraclito m’adergo

O deprimo; d’Arpie io fieto e sterco,

Se seguo il Genio mio, m’ho sempre a tergo.

Ergo, non caso vuol che se il Me merco

Col Mondo, alterco, e in mali mi sommergo;

Ma m’ergo al Bene più, più Me ricerco.

Tutto si può dire, salvo che sia soddisfacente, ma non ho mai capìto che cosa dovrebbero avere dei versi per soddisfare, e soprattutto a quali condizioni, eppertanto chissenefrega.

Più tardi, all’aperto, ne ho scritto un altro, dal vero, in p.zza Vittorio Veneto:

Per un Globo di ferro

posto ad ardere sulla piazza Vittorio Veneto

a Torino,

in occasione delle Universiadi MMVII.

Consimbolo al contrario, un Mondo ardente

Le prodezze gelate qui compendia

D’un Mondo vero che altra Fiamma incendia,

Di roghi, e pesti, e guerre, e il rimanente.

Il minore l’assedio eternamente

Reggerà, poiché il fuoco che l’incendia,

Oste che un re volatile stipendia,

Tutt’al più lo fa d’ira incandescente.

Durevole così ai tuoi Roghi atroci

Fossi oh tu che t’incurvi in maggior tondo,

Che ti sfai, invece, e dài querule voci!

Mentre ogni volta, ahitè, ai tuoi Incendi in fondo,

Lenti a estinguersi, ad ardere veloci,

Ritrovarti non sai, Mondo, nel Mondo.

Che è pure peggio. Ma pazienza. Squallida, poi, la visita ad un armadio che distribuisce vestiti: è già il terzo a cui vado, e dove mi si dice che non c’è quasi niente, e che è tutta colpa degli extracomunitarii che si portano via tutto per venderla a Porta Palazzo. A parte il fatto che nella fattispecie era un prete a farmi questo discorso, e mi pare che sostenere cose del genere, oltreché mentire, è anche dimostrare scarsa carità cristiana — anche se saranno pure i kazzi loro, io mica sono credente, e cristiano men che meno — rimane il fatto che in giro non si trova più una cippa. E’ abbastanza strano.

Il rimanente della giornata, dunque, è trascorsa tra un colpo di sonno e l’altro.

La sera poteva accadere, finalmente, qualcosa di diverso dal solito quando sono passato da p.zza Vittorio, nuovamente, per dirigermi verso il Maria Vittoria. Proprio in quel momento, in seno a quell’orrida manifestazione che stanno facendo, con varie iniziative, presentavano Caparezza in concerto. Io non seguo la musica pop, non ho nemmeno l’orecchio allenato a quel tipo di musica, e solitamente o mi disturba o mi annoja. Ma di Caparezza avevo sentito alcune cose che mi avevano attratto abbastanza. Non ci perdo il sonno, chiaramente, ma non faceva freddo, e poi era aggratis. Mi sono appoggiato a una colonna. Sono rimasto per lo spazio di due canzoni: la prima faceva come ritornello qualcosa che credo fosse “Gesù, questo è il secolo della fine del mondo“, ma gli altoparlanti erano a un tale top di decibel che si percepiva solo puro fracasso. Sospettavo che fosse intenzionale, ma poi ha cantato una canzone che già avevo sentito (quella col ritornello “sono troppo stitico per fare lo stronzo“), ed era talmente inascoltabile (parlo da profano) da confermarmi che era questione di volume. In mezzo ha fatto una scenetta anti-auditel con un personaggio da tivvù dei cinni, una cosa scipitissima.

Mi è parso tutto così bambinesco che mi sono vergognato di rimanere a spettare, e ho preferito andare a parlare di cose da barboni con gli habitués del Maria Vittoria. Peraltro si scopre un sacco di cose. E ho sempre pensato che l’accattonaggio sia solo un danno, perlopiù, ma faccia un bene inestimabile alla conversazione.

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