39. Perceforest.

15 Gen

Oggi non ho proprio niente da scrivere, sicché beccatevi ‘st’immortale traduzione:

***

PERCEFOREST.

II parte.

Capitolo primo. Come qualmente, dopo la partenza di re Alessandro, il re di Scozia radunasse i nobili del suo regno per stabilire la giustizia.

1. Dopo che il nobile re Alessandro ebbe convalidato nei suoi possessi Beti di Fezzone, incoronandolo re del reame di Bertagna, ed allo stesso modo avendo incoronato e reso il fratello Gadiffero re ereditario del regno d’Albania, ossia di Scozia, e dopo che il valoroso re si era messo per mare per muovere contro Babilonia,come avete udito, Gadiffero, che era re di Scozia, si ritirò nel suo regno con la gran parte dei suoi cavalieri, e stette in erranza tanto sinché giunse a Castel del Capo, così detto perché era la rocca la più nobile e la meglio fortificata del suo regno. Così dovete sapere che, dopo che fu sceso al Castello, gli abitanti fecero grandi feste per la sua venuta.

2. Molto cordiale fu l’accoglienza che quelli del castello fecero al re loro signore e alla regina. E sappiate che il re festeggiò molto grandiosamente i gentiluomini del suo paese per lo spazio di .VIII. giorni. Ma quando si fu a capo degli .VIII. giorni il valoroso re una mattina si svegliò e se ne venne a palazzo, ove trovò una gran folla di cavalieri che l’aspettavano per andare al fiume,come avevano per abitudine. Ma quando il re li vide, li prese a salutare molto cortesemente e disse: «Signori, Dio vi conceda oggi un giorno benedetto e ben siate voi venuti,perché questa notte non ho fatto quasi altro che pensare a voi. Ora stiamocene seduti, dimodoché abbia io modo di raccontarvi quello a cui ho pensato questa notte».

3. Adunque si sedette il re su un lungo sedile e poi fece sedere presso sé fino a .XII. dei più valenti e ricchi prìncipi del suo paese, dei quali voglio farvi i nomi, prima di tutto quello di Torzo, e poi quelli di Stonato, Dagone, Anchise, Telamone, Fergo, Sarpedone, Bugiardino, Clamide, Antenore, Cucufarre e Glauco. Questi .XII. cavalieri erano i più prodi e i più cavallereschi, e tanto possenti e tanto grandi per la loro età — poiché il più maturo di loro non aveva compiuto i .XXVIII. anni –, e il re li sapeva tanto arditi nelle armi, così valorosi e conquistevoli, perché visti li aveva alla prova, tanto che al meno buono non si sarebbe saputo che cosa biasimare, sicché cominciò a ridere dalla gioja, e disse: «Signori, molto debbo ringraziarvi della cavalleria che avete dimostrato al torneo che indissi contro mio fratello il re d’Inghilterra, e a tutti i cavalieri del nostro regno, poiché grazie al vostro sforzo innanzitutto, e poi grazie allo sforzo di tutti gli altri si ricevette, e si riceverà, dal nostro regno per sempre allori, e da voi stessi ornamento e lode per le intere vostre vite. Ma ho pensato questa notte che non è mica buon pastore quello che non conosce le sue pecore, e che sta ad aspettare che siano loro a venirgli a mostrare le loro manchevolezze. E poiché il sovrano, che se n’è sgravato per gravarne le mie spalle, mi ha collocato al posto suo affinché governassi e proteggessi il popolo di Scozia — ed è solo uno tra gli onori che ho ricevuto — ragione vorrebbe che facessi come il buon pastore, pena, altrimenti, d’incorrere nell’altrui sdegno. Ma da questo mi protegge un Dio mallevadore della mia volontà di fare come fa il buon pastore.

4. «Ora vi faccio sapere che intendo visitare il mio popolo, e i gentili e i plebei, prima che esso popolo mi costringa a farlo, e voglio conoscere le loro manchevolezze prima che vengano a mostrarmele, spinti da feroci malattie che, una volta preso piede, siano divenute incurabili per tardivo medicamento; affinché non ne sia io, e a ragione, ripreso. Ma conciossiacosaché mala cosa è il riprendere, almeno quanto può essere l’essere ripresi, io medesimo, che dovrei essere riprensore e leale esecutore di giustizia verso i malfattori, mi presento il primo, volontario, desideroso di radunare in me e fare ammenda riguardo a tutti i nostri eccessi, tutti i mali e tutti i vizj dai quali posso essere attinto, e per cui l’uomo degno potrebbe giustamente riprovare la mia persona, e, ricevendo da màrtire la propria pena, porla a mio debito; & affinché nessuno, dunque, grande o piccolo, possa prendere me ad esempio o pretesto per spingersi a fare il male, né io rinuncj, vile e difettuoso, a fare leale giustizia su grandi e piccoli inquantoché frenato dalle mie manchevolezze. Sicché vi prego, per Dio, di mostrarmi tutti insieme apertamente le manchevolezze dalle quali certo io non sono esente, e volentieri me le butterò dietro le spalle».

5. Quando i cavalieri che là erano ebbero ascoltato la buona volontà del loro signore, non ci fu nessuno che lo temesse e amasse e non avesse paura di far male per amor suo, perché ben vedevano che se essi avessero fatto alcuna cosa meritevole d’ammenda, lo avrebbero certamente verificato giusto esecutore di giustizia. Ma non ci fu nessuno che facesse motto, poiché ora lo temevano molto più di prima. Per cui disse il re: «Nessuno di voi mi risponderà?». Adunque rispose un cavaliere che si chiamava Sarpedone, molto saggio per la sua età, e disse: «Sire, abbiamo ben udito la vostra buona volontà, e quale grande pentimento sarebbe il vostro verso ogni vizio quando in voi fosse, ciò che in voi non abbiamo veduto né verificato, né mai verificheremo, se così piace a Dio. E ciononostante vediamo tanto buon senso in voi, quello grazie al quale avete dato a vedere alla vostra età tanto bene e tanti premj elargiti, e tanta correzione e tanta menda di mali, che non c’è vivente che possa meglio conoscere le manchevolezze che stanno in voi, che nessuno come voi stesso può meglio e più saggiamente riprendere e punire secondo la colpa».

6. «Ah! Sarpedone», disse il re, «molte grazie della cortesia con cui mi fate giudice ed esecutore delle mie stesse sentenze. Sicché prego il Dio della giustizia che mi dia grazia e potere di fare tale ammenda e giustizia su me che Dio per primo, e poi tutti voi, e il popolo che è posto sotto la mia tutela non possiate né vedere né udire né ricordare cosa di me donde si abbia stimolo e pretesto a fare il male, né si veda me così debole o timoroso di fare giustizia leale su grandi e su piccoli frenato dalle mie manchevolezze». «Sire» disse la cavalleria, «e così sia».

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