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38. Violenza.

11 Gen

Si ragionava proprio oggi [ma scrivevo queste note un pajo di giorni fa], con m.s., mentre si aspettava di entrare a prendere i vestiti da suor Teresa — che dovrebbe essere una suorina piccola, olivastra, sarda, dalla siluetta a comodino, la stessa che termina il paternoster e l’avemaria con una piccola predica, toccante invariantemente i temi a) dell’Africa (è stata non so in che cavolo di paese, pare non riesca a levarselo dalla testa); b) della povertà (molto pertinente); c) della rabbia che c’è in noi. Invoca sempre pace sulle nostre anime esacerbate, e questo è significativo di un’attenzione al vero problema, forse più vistoso per chi lo affronta dall’esterno piuttosto che da parte di chi lo vive. Tutto quanto ho detto di questa signora potrebbe essere della massima falsità perché in due anni di barbonaggio (mi corre l’obbligo di dire) l’ho potuta sentir concionare solo le 3 volte che sono andato a prendere i vestiti presso la struttura in cui si aggira. Potrebbe essere tutta una coincidenza — questo mi preme dire, nel caso in cui qualcuno si chiedesse quanto c’è di vero in quello che ho scritto, che sto scrivendo, che vado a scrivere.

m.s. si è stupito assai della mia estromissione da v. Carrera, e ancor più stupito è parso per lo strano contrasto tra la mia usuale gentilezza e/o bonomia con il gesto rabbioso al quale mi sono lasciato andare. Comunque fosse, si è detto, dopo qualche riflessione, certo che avessi qualche ragione per comportarmi in quel modo. Dopo qualche riflessione ulteriore è giunto persino a dirmi: Hai fatto bene! E si è cominciato a ragionare di questa cosa assolutamente centrale nella vita dell’uomo, secondo me, che è la questione di quanto e se e come e, se sì, perché e fino a che punto sia lecito cedere alle provocazioni. Se da una parte rispondere urlando puttahàna! chiattona! lesbica! schifa! collettore! scronda! all’aggressore (che in questo caso è un’aggressora — ma aggressora solo verbale, chiaramente; cioè non aggressora, in termini generali, ma provocatrice), minacciando calcinculo e contemporaneamente tentando di infilargli in testa un bidone della spazzatura (appena vuotato, mannaggia) fa sentirsi un po’ agìti, cioè facilmente manipolabili, contrapporre un nobile, o imbarazzato, o dolente, o fremebondo silenzio fa sentire indiscutibilmente coglioni. Ma la questione, in fondo, è mal posta. Il fatto è che tende ad esagerare nelle espressioni di risentimento o contrarietà chiunque non sia abituato ad esprimere un normale grado di aggressività di fronte agli abusi, i piccoli come i grandi. E’ un bene imparare a convivere con stati d’animo quali il disappunto, la sfiducia, il disprezzo dell’altro. Ogni tentativo di rimuovere, grazie ad un tavolo di convivialità ostinatamente approntato e offerto (e magari regolarmente o a regolari intervalli allegramente pisciazzato e sconcacato), le potenziali cause di dissapori tentando di sottrarsi in qualche modo all’aggressività altrui, o di renderla secondo logica fuori luogo o impossibile, è chiaramente connivenza, e della più ributtante.

E’ per questo che, durante la mia seconda notte insonne (la scorsa), ho fatto un giro per la Torino by night, andando a spiare i campanelli di via delle Orfane, dove ricordo di aver accompagnato a casa un’operatrice, una mattina. Il motivo per cui non dormo è che sono ossessionato, in specie di notte, dai pensieri funesti, e giuro che non riesco a vivere se non trovo modo di ottenere soddisfazione in qualche modo. Prendermela con qualche innocente, sfogando i malumori, è cosa degna di troppi abietti miei consimili; e sento che non mi servirebbe assolutamente a niente. Che senso avrebbe? Ci vorrebbe una testa da pedemontano, o da bergomense, per credere che possa essere una soluzione valida. Io credo, eventualmente, solo nella vendetta.

***

Temo particolarmente questi scontri, perché — be’, li sento come qualcosa che debba essere affrontato con decisione, e, nei limiti dell’a me possibile (di cui, esattamente, non so nulla), risolto. Tutti questi fatti hanno il potere maledetto di rendermi sempre più lento — è una cosa che già ho detto. Credo di dovermene liberare, in un modo o nell’altro. E non credo che andare a fare sudate escursioni possa servire. In effetti, non ho bisogno di sfogo, ho bisogno di giustizia. Qualunque cosa avvenga, bisogna affrontare queste cose efficacemente. Un’esigenza che peraltro, da parte mia, richiede anche una discreta creatività, anche perché l’unica cosa sensata sarebbe menar botte, mentre io, che sono ipotrofico, non me lo posso permettere.

Ma non mi va di vivere, già, una tragedia che non arriva mai al quint’atto e per giunta di vederla ricevere come una farsa paesana, tra fischj, sberleffi e festanti segni di corna. L’idea che la gente rispetti (in effetti è così) solo quello che potrebbe danneggiarla mi esanima, mi disgusta, mi schifa e mi deprime — ma se è così, che stupore che io voglia rimettere le cose in sesto ricorrendo, in un modo o nell’altro, se non alla forza, a qualcosa di fisico? Non è solo buona norma, è indispensabile adeguare le proprie strategie comunicative alle capacità ricettive del destinatario. Se il mio destinatario coincide coll’avversario da neutralizzare, e l’avversario capisce solo le cannonate nel culo, per quale motivo dovrei continuare a credere che lo neutralizzerò facendogli il solletico sotto le piante dei piedi?

Ma (soprattutto), come osa,  questa gente di merda? Non mi riferisco a sbevazzoni, tossici, avanzi di galera &c. — come siano fatti può immaginarserlo ciascuno, e non è quello il problema — mi riferisco agli operatori del servizio — come osa mettermi in condizioni del genere? Come osa agire in questo modo, e pensare che non reagirò? Può veramente bastare così poco per trasformare una persona in una pezza da piedi? Senza contare il rischio oggettivo — mi hanno fatto terra bruciata intorno col resto dell’utenza, e non sono mai, dato il materiale umano, situazioni pienamente controllabili. Nemmeno da parte mia, dico. Faccio esempj: quella stessa Laura Scarpellino con cui ho avuto la lite decisiva era solita, ultimamente, additarmi ad elementi almeno potenzialmente facinorosi come un “infame” che “non si fa mai i cazzi suoi”. Pochi giorni dopo, a s.da Castello,  sorprendo un Valter, che forse già nominai, mentre ha in mano un ombrello, promettere allo stesso gruppetto di indultati con cui avrò problemi che me lo infilerà nel culo… Bastano poche sere: chi ha seminato vento raccoglie tempesta, e io me ne vado, trascinato dal vento — o meglio, ‘ajutato ad uscire’, come dire?, spinto fuori dal cancello dall’altro operatore, che forse mai nominai, si chiama Federico (non so tutti i cognomi). Come non desiderare di tornare a trovare l’amico Federico, e imporgli, più che proporgli, un ménage à trois tra me, lui e una bella spranga arrugginita (celo)? Come non desiderare, per quanto riguarda l’amico Valter, sapendo che ha moglie e figlio, di beccare il figlio o la moglie per strada, e fare la conoscenza di un po’ dei loro organi interni? Come non desiderare, per quanto riguarda una Laura Scarpellino, di squartarla, farla a pezzi e gettarla in pasto ai majali?

Sono insensato? Sono pazzo?

Sono un essere umano?