Archivio | gennaio, 2007

47. L’anfiosso.

31 Gen

L’anfiosso, bestiola facilmente sottovalutabile, è compreso nel phylum cephalochordata. Dal greco testa + corda. Pensavo, qualche giorno fa, a come il greco, coi suoi composti, sia la lingua più comoda ma anche la meno precisa per parlare di scienza. I composti, in realtà, non sono una raffinatezza, ma un escamotage barbaro. Un popolo di parlanti coraggiosi attinge al subconscio collettivo, e ricorre alla microtendenza glossolalica, che poi è lo stesso che glossoplastica, che sta in fondo in fondo a ciascuno di noi per coniare radici nuove. Un popolo magari valente, com’era il caso di questi ingegnosi Greci, ma un po’ fiacco ricorre a quello che già ha, e rappattuma radici vecchie per ottenere parole nuove. Ne consegue che la parola ottenuta, doppia tripla quadrupla, non sia mai esattamente riconducibile alle due, tre, quattro radici impiegate per costruirla, e che dunque il suo significato complessivo sia necessariamente una convenzione. Non parliamo poi dei composti coniati in età moderna, quando i Greci erano ormai un erudito ricordo. Tra questi, la parola cefalocordato fa la sua discreta figura. Quest’enigmatico composto si limita, in fondo, a segnalare che questo animaletto marino non ha esattamente una spina dorsale, cioè non ha una sequenza di vertebre ossee, ma una corda, appunto, non segmentata ma continua, estremamente flessibile; e che essa arriva fino al cranio. Sennonché gli anfiossi, che infatti sono detti anche acranii, non hanno una testa propriamente detta, ma solo un accenno di essa: e la corda dorsale prosegue fin dentro a questo accenno, rigonfiandosi leggermente nel sistema nervoso centrale, che con il senno di poi, volendo, potremmo definire cervello. L’anfiosso è il primo e il più semplice e il più antico tra i vertebrati, anzi è un quasi-vertebrato, dato che le vertebre non le ha, ma ha in nuce una struttura che sarà quella ossea. Ed è per questo che si guarda ad esso come al più remoto progenitore di tutta la vita vertebrata del mondo, ivi compreso, ovviamente, l’uomo nefasto. L’anfiosso, che in nuce è tutto ma non è ancora niente, è insieme un ridicolo pescetto, e insieme tutta la nostra memoria storica: è il vero proto-Adamo. Le conseguenze sono note a tutti, e sono ormai storia. Ma è vero anche che, a differenza di quello che succede con qualunque altra prosapia considerata nella sua antichità, le premesse di quelle conseguenze non hanno richiesto elaborate mummificazioni, monumenti perenni e perennj poemi heroici; esse premesse, infatti, sono ancora lì, da vedere, da toccare, e persino, ahiloro ed ahinoi, da mangiare. Questo è altamente confortante, perché osservare un anfiosso dovrebbe essere come guardare alla condizione primigenia vergine degli animali superiori: è come toccare, qui ed ora, una condizione privilegiata, carica di promesse per l’avvenire, diquà dal peccato originale, dalla cacciata dal paradiso terrestre, dagli odj, dalle violenze, dalla colpa, dalla vecchiaja, dalla decadenza, dall’orrore, dal rimorso, dalla morte eterna; e la semplicissima costituzione di quest’animale veramente prodigioso non può fare altro che favorire questa legittima sensazione. Se invece si vuole avere un anticipo di quello che avverrà, o di quello che ancora potrebbe avvenire, basterà fare un passo indietro rispetto all’anfiosso adulto, e inarcar le ciglia di fronte a quel mandarino meraviglioso che è la larva dell’anfiosso: la quale, prima di pervenire all’ultima sua veste di zompariello semplicetto, si tramuta in decine di forme mirabolanti, ora assumendo spoglie di pesce-palla trasparente, ora travestendosi da stravagante insetto, ora mimando il fenotipo di certi tunicati, ora scimmieggiando il verme, ora arieggiando la conocchia. Tutta questa incredibile bailamme per arrivare ad una forma che è molto più semplice di tutte quelle assunte durante l’infanzia svagata e l’adolescenza zuzzurellona. Quella di un animale che è da supporre poco amante sia della commedia che della tragedia, non avendo propriamente né cuore né cervello; ma, pure, dotato di un suo cuore e di un suo cervello; un animale elementarissimo, schematico nella sua costituzione, eppure strutturato in modo capricciosamente asimmetrico; un animale di cui non si riescono a scorgere che con fatica gli occhj, ma in compenso mette in mostra dei poderosi baffi, e, al disotto, un amabile sorriso; e pochissimo importa che quelli non siano affatto baffi, e che quel sorriso non sia in corrispondenza della bocca — l’effetto è ugualmente gentilissimo. Si noti da ultimo che è animale mitissimo e indisturbevole, che non sporca, non morde, non gnàula; non è venefico, non combatte, non ringhia, non ruggisce, non graffia, non soffia, non sputa. Passa quasi tutto il suo tempo con la testa affondata nella sabbia, emergendone solo se lo si disturba, per fare uno dei suoi famosi salti e andare a ficcarsi in un altro punto del banco di sabbia marina che è suo domicilio elettivo. Totalmente impossibile stabilire se non pensi proprio a nulla o se in testa gli girino, in nuce, il Mahabharata o Guerra e pace, le guerre puniche e l’edificazione della Grande Muraglia; ciò che, a ben pensare, è altrettanto probabile quanto l’ipotesi che il suo cervello sia come una lavagnetta bianca su cui nessuna mano, ancora, scrive. Chissà che cosa sogna quando dorme. Ha un’attività presimbolica, sulla quale si diverte, durante la veglia, a sperimentare gli strumenti di un primo accenno di onirocritica?

46. Noticina.

30 Gen

L’idea era ovviamente quella di scrivere tutt’altro, ma il tono di alcuni tra gli ultimi messaggj, prontamente cancellati, m’induce a prendere in considerazione alcune questioni, per così dire, disciplinari. Prevengo: a me dispiace molto, anzi moltissimo, dover prendere la decisione di esercitare qualche forma di censura. Mi dispiacque quando avevo il vecchio blog, omonimo/omologo a questo, su splinder, e mi dispiace adesso. Soprattutto perché, nel clima di sospetto conseguente all’accanimento di qualche relitto umano, molti interventi in sé leciti finiscono nella spazzatura per via di provvedimenti censorj; ma dev’essere anche detto che il contributo che certa gentaglia (purtroppo non solo ‘dispettosa’, ma dannosa) dà al blog perlopiù non fa che attirare tra i commentatori un’utenza decisamente fuori target, che farebbe assai bene a bazzicare siti più adatti. E’ quindi necessario stroncare assai per tempo, se non sul nascere, certe tendenze, per dir così, quantomeno ‘centrifughe’.

Non è affatto un caso quest’improvvisa impennata di tensione degli ultimi giorni, cioè non è un caso la comparsa dei varj barbùn, andrea e via di questo passo: è tutta conseguenza di quello che toniq auspicava, ossia un mio resoconto, se possibile dettagliato, del complesso di circostanze che avrebbe portato fino a qui. Dal momento che il resoconto delle mie vicende personali non potrebbe prescindere, in nessun caso, dal resoconto di quanto altri ha detto e fatto, ecco sorgere le proteste, come volevasi dimostrare, da parte di gente che, grazie all’anonimato e alla registrazione di indirizzi mail falsi, crede di potersi nascondere fino al giorno del giudizio (pur rivelandosi, tramite i proprj interventi, né più né meno che per quello che è).  

In particolare uno tra questi aborti di scimmia si è permesso interventi che non si limitano, ormai, a lambire il codice penale. Dopo aver doverosamente precisato che l’atto comunicativo, nel loro (o nel suo, diciamolo) caso, non deve ridursi ad un mero mutuare il frasario normalmente impiegato dai camionisti per apostrofare sua sorella quando fa il numero col pitone in autostrada, mi corre l’obbligo di puntualizzare che certe anamnesi potrebbero assai meglio ontogeneticamente riferirsi alla propria persona e a quella della propria mammaccia: potrebbero essere rivelatorie circa il buco da cui i barbùn e gli andrea sono usciti, contribuendo a spiegare come mai, in luogo di una normale culla come posto in cui trascinare i primi giorni di una vita schifosa, a loro sia spettata una coppa di gres. Nel caso in cui non mi fossi spiegato, se hanno scambiato questo blog per un pascolo che possa loro addirsi, è proprio il caso che se ne tornino a leccare polipi venerei dalla vieta fregna delle loro fattrici. Piuttosto che venire qui sopra a dar corpo (si fa per dire) alle loro fantasie masturbatorie, non sarebbe il caso che riprendessero certe per loro più salutari abitudini, come il farsi spingere in culo una poltrona a braccioli dal proprio fratello, o accompagnare la nonna a far bocchini alla stazione, o trombarsi le figlie?

Insomma, non tornate più qui. Occupatevi delle corna vostre (ossia degli affari delle vostre bagasce, posto che ancora ne facciano), e non tornate più qui. Se trovo altri commenti vostri, specialmente se di simile impostazione a quelli cancellati, mi rivolgo alla polizia postale.

Se poi riesco (putacaso) a sapere per conto mio dove credete di nascondervi, faccio di peggio.

Chiedo scusa a tutti i frequentatori abituali del blog per la schifezza di cui sono stati involontarj testimonj. Sarà mia cura, per il futuro, provvedere affinché simili inconvenienti non si ripetano.

46. Dicasi.

26 Gen

«Anfiosso = dicasi di persona particolarmente urend o insignificante».

Non lo sapevo.

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45. Et nous avons des nuits.

25 Gen

Da quando sono stato sospeso non sono stato in grado di trovare più di quattro soluzioni in croce: 1. coperta e panchina, sotto il monte de’ Cappuccini (finché un concierge sudamericano da una delle vicine case patrizie è venuto a chiedermi se avevo bisogno di ajuto — io, stronzo, dissi No, nulla, non si preoccupi, ma la realtà era che erano le due del mattino, stavo dormendo, non connettevo, avevo troppo sonno e non avevo voglia di ascoltarlo); 2. sala d’aspetto di p.ta Susa, ma solo dalle quattro e un quarto alle sette e mezzo (prima andavo e venivo, magari con un buon libro in mano, per i portici [qui a Torino i portici formano una rete di 22 chilometri, quindi hai voglia a camminare]); 3. sala d’aspetto del Maria Vittoria, vale a dire ospedale Maria Vittoria, dove comunque erano fissi X, amico dei guardiani, dalle 20.00 all’1.00 ca., salvo quando aveva voglia di tirare più tardi, e Y, dalle 22.00 alle 24.30. La conversazione era animata ma molto limitata (= un par di palle); 4. sala d’aspetto di p.ta Susa, ma, per la cosiddetta emergenza freddo, aperta tutta notte.

Jersera alle 22.00 mi sentivo già stanco morto, sicché sono andato a p.ta Susa, e mi sono messo a sedere, chiedendomi quanto mi ci voleva per addormentarmi, un po’ stupendomi della presenza di un buon numero di signore e signorine ben vestite oltre alla solita decina di vecchj barboni. Guardando meglio, ho notato molte sporte della spesa, da cui facevano capolino panettoni e merendine, posate sui sedili, e un gruppetto di tre o quattro signore o signorine che mi guardavano un po’ perplesse, tra il vorrei e il non vorrei, una brandendo una bottiglia d’aranciata e dei bicchieri di plastica. Ho chiesto, con grande affabilità: «Siete volontarj?». «Sì!», m’hanno risposto, in modo da farmi capire che era bastato così poco a rompere il ghiaccio. Ho rifiutato l’aranciata, ma ho preso volentieri due bicchieri di tè, tre brioscine tipo plum-cake, due croissant, una specie di veneziana, un pacco di biscotti, un panino pomodoro e mozzarella. Mangiando, m’è venuto caldo. Sono uscito e mi sono seduto su una panca di pietra, dove ho spolverato tutto quello che mancava a finire. Mentre ancora stavo spolverando è uscita una piccola e matura ragazza di una volta, che vedo spesso “fare colletta” nei pressi di Porta Nuova, che accendendosi una sigaretta mi ha detto: “Buon appetito”, con aria di profondo significato. Invece di alzare la testa inviperito e sputacchiarle addosso pezzetti di Kinder brioss e livore (“Cazzo vuoi? Te l’hanno dato, a te, da mangiare? Sì? Bon, vai allora, vai a rompere i coglioni da un’altra parte”) alzai su lei uno sguardo angelico e belai: «Oh, grazie». «E’ proprio scemo», pensò quella. Indi ho fumato una sigaretta, fatta con dell’Old Holborn blu scroccato a inizio serata, sono rientrato e mi sono seduto accanto alle sporte, sbirciandovi dentro insistentemente, finché le volontarie hanno cominciato a guardarmi malissimo. Ho chiesto se ci fosse dell’altro, ma mi hanno risposto che dovevano anche passare da altre parti. Solo quando se ne sono andate mi sono ricordato che nel pomeriggio avevo visto un tale in sedia a rotelle che girava, chiuso in un senduicione di cartone particolarmente straziante (“Ho rotto le scarpe… Ho il 46… Ho cercato presso alcune associazioni, ma non mi hanno saputo ajutare… Mi si stanno congelando i piedi…”); ma poi ho pensato che a quell’ora non dovesse più esserci.

Durante la serata, una vecchia carampana normalmente non troppo esagitata ha stabilito di non lasciare in pace nessuno. E’ costei, a suo dire, “la nipote di Cancellieri” (“… e guarda la fine che ho fatto”) — ignoro chi sia Cancellieri, o chi fosse, ma la tentazione di considerarlo un emerito stronzo e un obeso ladrone s’è fatta da quasi sùbito praticamente invincibile. La vecchia era veramente rompicoglioni. Bello è che affrontava a muso duro le volontarie, in particolare alcune giovani & graziose, dicendo: «Stai calmina… Stai molto calmina… La nipote di Cancellieri… E guarda la fine che ho fatto…». Non appena ha colto un sorrisino sarcastico s’è fatta sotto, come dalla gran voglia di menare. Fino a un certo punto è bastato ignorarla.

Poi i volontarj, stringendo la mano a tutti fuorché a me, hanno svacantato la sala d’aspetto, che è poi una specie di grosso cubo, intonacato di crema chiaro e dello stesso crema appena più scuro — con un soffitto a cassettoni a nove riquadri, ogni riquadro consistente in quattro quadrati concentrici, con il più esterno, a mo’ di cornice, ornato negli angoli di fiordiligi frastagliati, salvo quello centrale, ornato di rosone — e lo dico solo perché il posto, con quegli spoglj cassettoni, non so com’è, ma mi sconfinfera, mi piace. La vecchia ha continuato a rompere i coglioni. A Z. che mollava alcuni sacrosanti rutti ha detto: «A lei, a sua madre, a sua sorella e a tutti quelli che vuole lei, guardi». Z. ha risposto con spirito, e anche con un pajo di scorregge ben assestate. Io mi sono messo a ridere, e ci siamo guardati con aria complice. Poi ha cominciato ostentatamente a ridere a tutto quello che diceva W., che dava ennesimamente riprova di quanto il celebre umorismo napolitano meriti tutta la sua fama. Finché W. l’ha mandata bonariamente a pigliarsi in culo una barca a remi e se n’è andato. Quindi ha avuto da ridire con J., che ha cercato di parlamentare; solo che quella, vedendolo avvicinarsi, s’è alzata ed è andata a sedersi da un’altra parte. Quando J. ha cercato di raggiungerla ha nuovamente cambiato posto. E ancora. Finché J. ha rinunciato.

Poi ho cominciato ad assopirmi. Finché, alle 3.00 del mattino, la voce della vecchia e quella di un maghrebino mi hanno svegliato. Sono rimasto intontito per un po’, ma sono comunque riuscito ad afferrare «… la nipote di Cancellieri!» e «vecchia, ti ‘mazzo». Appena un po’ più sveglio ho inteso la maledetta scanfarda berciare: «Fai tanto così di toccarmi e ti faccio vedere io, ti faccio!». «Fa’ zitt! Lascia durmìr!». «Nipote di Cancellieri… E guarda la fine che ho fatto!!». Ero perfettamente sveglio, a quel punto, e pieno di odio. In particolare il mio odio dipendeva dall’assoluta inerzia con cui gli astanti spettavano alla scena. Io credevo, in buona fede, che di fronte ad una scena del genere l’avrebbero ammazzata, esattamente come avrebbe voluto il maghrebino. Invece, per una di quelle forme perverse di distorta cavalleria, pareva evidente che non l’avrebbero fatto. Avevano valutato che era suonata, vecchia, donna (!): evidentemente erano tre caratteristiche sufficienti a salvaguardarla da qualche calcio in culo, o qualche sganassone ben appioppato. Ho fatto un sospiro di sollievo quando l’ho vista avvicinarsi all’uscita, intenzionata a riferire alla polizia ferroviaria che era stata minacciata di morte. Purtroppo, piazzatasi accanto alla porta, ha ricominciato da capo con il non permetterti di alzare solo un dito su di me, fai tanto, guarda, e io chiamo la polizia, i carabinieri, ti denuncio, ti querelo, la nipote di Cancellieri, e chi la fermava più. Finché mi sono alzato di scatto e ho urlato: «MA TE NE VAI, PORCO DIO?!», facendo per alzarmi.

Immediatamente è schizzata fuori, urlando: «Ajuto! Polizia! Mi ammazzano!». Io e il maghrebino ci siamo ritrovati fuori ad aspettare che arrivasse la forza. La nipote di Cancellieri ci ha messo un po’ a convincere il maresciallo, notoriamente un culo di pietra, a schiodarsi dalla poltrona e a venire ad arrestare l’assassino. Quando è arrivato, la cialtrona ha accusato il maghrebino di averla minacciata di morte: «E’ lui! E’ lui che mi vuole uccidere». Con mia delusione, non mi ha accusato di nulla. Ma non ha fatto differenza alcuna, perché il maresciallo ha sbattuto fuori tutti quanti, senza eccezioni. Nemmeno la vecchia, che anzi ha dovuto minacciare seriamente di prendere a calci nel culo per riuscire a eradicarla dalla sala d’aspetto. Chiaramente, all’uscita la vecchia se n’è prese di tutti i colori (specialmente da parte mia, peraltro): puttana, vecchia stronza, al cimitero devi andare, munnezz, schifo di donna, ti gonfio, i cazzotti ci vorrebbero, ti riempirei di calcinculo, &c.

Tutti fuori, insomma, mentre la nipote di Cancellieri, facendo sempre il mantra della sua prosapia, trotterellava via, accigliata e offesa. Il responsabile di “al cimitero devi andare”, rivolgendosi a uno dei vecchj, che sfilavano fuori inerti, ha detto, quasi a cercare sostegno: «Ma si potrà?», ossia: ma si potrà una cosa del genere, non poter dormire per colpa di quel vecchio cesso, quella scorfana, vecchia zoccola, ma va al manicomio, brutta stronza?

E il vecchio ha detto: «No, la colpa non è della vecchia. La colpa è di qualcuno che è più fuori di testa di lei, a questo punto. Lo sapete che è pazza. A lei tutto è concesso». «Ma non si può stare in pace un attimo…». «Chi vuole stare in pace deve cambiare vita», ha ribattuto serafico il vecchio.

Mi sono parse (forse era l’ora tarda) parole sagge, e me ne sono andato a farmi una passeggiatina, chiedendomi se dovessi sentirmi uno stronzo perché avevo preteso di dormire in barba al fatto che fossi circondato da barboni, o se il fatto di aver dato cappello a una situazione di casino dimostrasse una mia spiccata inclinazione a questo tipo di vita. Il fatto è che l’irrisoluzione è la mia cifra distintiva. Non sono mai né dentro né fuori, a nessuna situazione. Addentrandomi di buon passo per le vie, mi sono sentito alle spalle una voce di vecchia che grugniva: «Hai voglia a correre… drogato… nipote di Cancellieri… e guarda la fine che ho fatto».

Ero indeciso se valesse la pena di fermarmi a prenderla a calcinculo, quando ha infilato una laterale ed è sparita.

Passando per p.zza S. Carlo ho rivisto l’invalido-sandwich, che si aggirava, implacabilmente sveglio e coi piedi martoriati, sotto i portici deserti.

44. Sonia Cassiani.

24 Gen

https://anfiosso.files.wordpress.com/2007/01/cb862-soniacassianialmauriziocostanzoshow.jpg

L’unica foto che trovo in Rete in cui la Cassiani è riconoscibile. Un’altra immagine rimanda ad una foto biotta in cui la celebre opinionista ha purtroppo tre tette, che ovviamente sarebbe fuorviante da mettere qui.

Chi se ne ricorda qualcosa? Ancora tempo fa, giorni o forse settimane, ho fatto un giretto in Rete, e l’ho rifatto anche oggi, alla vana ricerca di notizie circa questa bionda opinionista d’un tempo ormai lontano. Le più recenti notizie che la riguardano si devono ad altri bloggers, e sono incentrati sulla critica (spesso feroce) ai suoi ultimi pubblici appariri, che consistettero nella compilazione di uno dei primi blog italiani, http://www.insonia.it (lo segnalo solo per dovere di cronaca, ma è perfettamente inutile che tentiate di accedervi perché non esiste più da anni); piuttosto paterno sembra l’approccio di BlogOltre nella sua intervista, mentre Macchianera è stato piuttosto spietato, in questa e anche in questa occasione — e tuttavia qualcuno è anche stato galante, come costui. Ma non è necessario che trasferisca qui sopra tutto quello che chiunque può trovare digitando “Sonia Cassiani” nella stringa di google — e dunque faccio grazia di Wittgenstein, Mantellini, Luca Sofri &c. Chiunque faccia una ricerca, noterà che le ultime notizie in merito non superano il 2002-2003; salvo, a mia conoscenza, una ripresa all’inizio del 2004 (precisamente l’8 marzo 2004). Del 2006 è questa segnalazione en passant, ma non so se crederci. Qualche mese dopo, ancora qualcuno si ricordava di lei. Poi pochissimo o nulla. Continua a leggere

43. Mi sa che devo fare qualcosa.

22 Gen

Fatico sempre più a rendere l’idea — non ha nessunissima importanza quale idea, l’importante è rendere. O meglio, l’importante sarebbe rendere quando avessi interlocutori minimamente — non dico all’altezza, che da una parte è limitante, dall’altra non del tutto esatto; dico abbastanza volenterosi, va bene?, ovvero un po’ più presenti &/aut partecipi. Che leggano, intervengano, mi facciano sapere alcunché. “Mi ajùtino un minimo a tenermi in carreggiata” posso dirlo, o sembra troppo patetico (e dire che non me ne frega niente)? L’unica notizia buona della giornata di oggi è che quella merdaccia cubica di dhalgren ha levato il link al presente blog. Per il resto pensavo di andare avanti con una cosa che stavo facendo, ma poi ho interrotto, anche abbastanza volentieri, per digitare un modulo con una richiesta di alloggio per un collega (barbù), e ho lungamente rimuginato una stranissima scena — non è stranissima. Insomma, c’era una di queste ragazze figlie di papà seduta a studiare, cincischiandosi i capelli tinti e facendo le orecchiette ai fogli di quablock cogli appunti massacrati da strisce fluorescenti di evidenziatore, e a un certo punto, del tutto inopinatamente (ma è inutile dirlo, uno non si aspettava che lo facesse nemmeno al cesso) ha sganciato una scorreggia secca come una frustata. La cosa particolare della gente a cui voce dal cul fuggita (e prego chi passa di notarlo, la prossima volta, di qualunque persona si tratti, poiché lo fanno veramente tutti), è che dopo aver impallidito (o essere impalliditi) si mettono la mano davanti alla bocca. Come darsi della faccia da culo, insomma. — Questo riguarda semplicemente il mio mood di ultimamente — sento la necessità di uscire dall’aere ammorbato di questa vita angusta, come ho abbandonato la sala della biblioteca dopo la scorreggia della ragazza — davo le viste di voler allontanarmi dai miasmi causati dalla scorreggia, ma in realtà avevo trovato una scusa per occultare che ho le scarpe che puzzano atrocemente. (E’ un po’ contorto, me ne rendo conto. Ma è la mancanza di interlocuzione, o l’interlocuzione occasionale con gli sfasciacazzi dhalgren, o ermanno, che mi fanno sfiorare la demenza).

Mi annojate, dunque vi annojo. E ben vi sta, perché la colpa è vostra.

42. Domenica.

22 Gen

Esiste per me, da ormai un due anni abbondanti (gli anni del mio barbonaggio, appunto), questo problema delle domeniche, che non sapendo dove andare finisco sempre coll’andare a cacciarmi in librerie e centri commerciali, cosa che peraltro non mi dispiace, perché ci sono i libri. Jeri, reduce da una notte insonne, non ho potuto leggere quasi niente perché il tepore m’induceva un sonno plumbeo, ma solitamente la domenica trovo il modo per intrattenermi. Rimane il fatto che sostanzialmente, a parte intrattenermi, non faccio proprio nulla.

Adesso come adesso, come disposizione d’animo, sarei anche più portato a pensare a soluzioni valide — chessò, informarsi su qualche museo aperto, oppure taglieggiare vecchiette in v. Garibaldi, e altre cose più creative. Ma c’è da pensare che ormai le plis soit bien pris, e che una domenica più avvincente del solito mi farebbe provare nostalgia per le solenni rotture di coglioni che ritualmente m’infliggo per un giorno la settimana tutte le settimane. Insomma, non sembra, ma anche smettere di tediarsi richiede un certo sforzo. E’ come smettere di mangiare merda, lo stesso.

Dato che quando non dormo di notte mi prendono come delle specie di visioni, e le visioni sono le zie della poesia, e dato che da un milione d’anni, grosso modo, non scrivevo più un verso, ho fatto quella cosa che sola, tra le attività umane, utili e superflue, semplici o complicate, a mia conoscenza e a me perfettamente ignote, è in grado di darmi quella netta consapevolezza di aver partecipato condegnamente alla vita e alla società, vale a dire ho scritto un sonetto — verso le 3.00 nella sala d’aspetto dell’ospedale Maria Vittoria:

Inferisce

dalla sua indifferenza

verso gli scherni del mondo

la qualità della sua vocazione.

Faccia chi vuole di ch’è infame l’Uomo,

Delle sue piaghe storico, in sé pompa;

O nomi altrui dia a un marmo che corrompa

Tra baje tersitèe, lazzi di Momo.

Di me, su falsità per mille e un tomo

L’Astio erudito i suoi pennini rompa;

Già d’ogni calamajo Zoilo zompa

A sconcacarmi i foglii, Odio non domo.

Non Democrito o Eraclito m’adergo

O deprimo; d’Arpie io fieto e sterco,

Se seguo il Genio mio, m’ho sempre a tergo.

Ergo, non caso vuol che se il Me merco

Col Mondo, alterco, e in mali mi sommergo;

Ma m’ergo al Bene più, più Me ricerco.

Tutto si può dire, salvo che sia soddisfacente, ma non ho mai capìto che cosa dovrebbero avere dei versi per soddisfare, e soprattutto a quali condizioni, eppertanto chissenefrega.

Più tardi, all’aperto, ne ho scritto un altro, dal vero, in p.zza Vittorio Veneto:

Per un Globo di ferro

posto ad ardere sulla piazza Vittorio Veneto

a Torino,

in occasione delle Universiadi MMVII.

Consimbolo al contrario, un Mondo ardente

Le prodezze gelate qui compendia

D’un Mondo vero che altra Fiamma incendia,

Di roghi, e pesti, e guerre, e il rimanente.

Il minore l’assedio eternamente

Reggerà, poiché il fuoco che l’incendia,

Oste che un re volatile stipendia,

Tutt’al più lo fa d’ira incandescente.

Durevole così ai tuoi Roghi atroci

Fossi oh tu che t’incurvi in maggior tondo,

Che ti sfai, invece, e dài querule voci!

Mentre ogni volta, ahitè, ai tuoi Incendi in fondo,

Lenti a estinguersi, ad ardere veloci,

Ritrovarti non sai, Mondo, nel Mondo.

Che è pure peggio. Ma pazienza. Squallida, poi, la visita ad un armadio che distribuisce vestiti: è già il terzo a cui vado, e dove mi si dice che non c’è quasi niente, e che è tutta colpa degli extracomunitarii che si portano via tutto per venderla a Porta Palazzo. A parte il fatto che nella fattispecie era un prete a farmi questo discorso, e mi pare che sostenere cose del genere, oltreché mentire, è anche dimostrare scarsa carità cristiana — anche se saranno pure i kazzi loro, io mica sono credente, e cristiano men che meno — rimane il fatto che in giro non si trova più una cippa. E’ abbastanza strano.

Il rimanente della giornata, dunque, è trascorsa tra un colpo di sonno e l’altro.

La sera poteva accadere, finalmente, qualcosa di diverso dal solito quando sono passato da p.zza Vittorio, nuovamente, per dirigermi verso il Maria Vittoria. Proprio in quel momento, in seno a quell’orrida manifestazione che stanno facendo, con varie iniziative, presentavano Caparezza in concerto. Io non seguo la musica pop, non ho nemmeno l’orecchio allenato a quel tipo di musica, e solitamente o mi disturba o mi annoja. Ma di Caparezza avevo sentito alcune cose che mi avevano attratto abbastanza. Non ci perdo il sonno, chiaramente, ma non faceva freddo, e poi era aggratis. Mi sono appoggiato a una colonna. Sono rimasto per lo spazio di due canzoni: la prima faceva come ritornello qualcosa che credo fosse “Gesù, questo è il secolo della fine del mondo“, ma gli altoparlanti erano a un tale top di decibel che si percepiva solo puro fracasso. Sospettavo che fosse intenzionale, ma poi ha cantato una canzone che già avevo sentito (quella col ritornello “sono troppo stitico per fare lo stronzo“), ed era talmente inascoltabile (parlo da profano) da confermarmi che era questione di volume. In mezzo ha fatto una scenetta anti-auditel con un personaggio da tivvù dei cinni, una cosa scipitissima.

Mi è parso tutto così bambinesco che mi sono vergognato di rimanere a spettare, e ho preferito andare a parlare di cose da barboni con gli habitués del Maria Vittoria. Peraltro si scopre un sacco di cose. E ho sempre pensato che l’accattonaggio sia solo un danno, perlopiù, ma faccia un bene inestimabile alla conversazione.