Archivio | gennaio, 2007

47. L’anfiosso.

31 Gen

L’anfiosso, bestiola facilmente sottovalutabile, è compreso nel phylum cephalochordata. Dal greco testa + corda. Pensavo, qualche giorno fa, a come il greco, coi suoi composti, sia la lingua più comoda ma anche la meno precisa per parlare di scienza. I composti, in realtà, non sono una raffinatezza, ma un escamotage barbaro. Un popolo di parlanti coraggiosi attinge al subconscio collettivo, e ricorre alla microtendenza glossolalica, che poi è lo stesso che glossoplastica, che sta in fondo in fondo a ciascuno di noi per coniare radici nuove. Un popolo magari valente, com’era il caso di questi ingegnosi Greci, ma un po’ fiacco ricorre a quello che già ha, e rappattuma radici vecchie per ottenere parole nuove. Ne consegue che la parola ottenuta, doppia tripla quadrupla, non sia mai esattamente riconducibile alle due, tre, quattro radici impiegate per costruirla, e che dunque il suo significato complessivo sia necessariamente una convenzione. Non parliamo poi dei composti coniati in età moderna, quando i Greci erano ormai un erudito ricordo. Tra questi, la parola cefalocordato fa la sua discreta figura. Quest’enigmatico composto si limita, in fondo, a segnalare che questo animaletto marino non ha esattamente una spina dorsale, cioè non ha una sequenza di vertebre ossee, ma una corda, appunto, non segmentata ma continua, estremamente flessibile; e che essa arriva fino al cranio. Sennonché gli anfiossi, che infatti sono detti anche acranii, non hanno una testa propriamente detta, ma solo un accenno di essa: e la corda dorsale prosegue fin dentro a questo accenno, rigonfiandosi leggermente nel sistema nervoso centrale, che con il senno di poi, volendo, potremmo definire cervello. L’anfiosso è il primo e il più semplice e il più antico tra i vertebrati, anzi è un quasi-vertebrato, dato che le vertebre non le ha, ma ha in nuce una struttura che sarà quella ossea. Ed è per questo che si guarda ad esso come al più remoto progenitore di tutta la vita vertebrata del mondo, ivi compreso, ovviamente, l’uomo nefasto. L’anfiosso, che in nuce è tutto ma non è ancora niente, è insieme un ridicolo pescetto, e insieme tutta la nostra memoria storica: è il vero proto-Adamo. Le conseguenze sono note a tutti, e sono ormai storia. Ma è vero anche che, a differenza di quello che succede con qualunque altra prosapia considerata nella sua antichità, le premesse di quelle conseguenze non hanno richiesto elaborate mummificazioni, monumenti perenni e perennj poemi heroici; esse premesse, infatti, sono ancora lì, da vedere, da toccare, e persino, ahiloro ed ahinoi, da mangiare. Questo è altamente confortante, perché osservare un anfiosso dovrebbe essere come guardare alla condizione primigenia vergine degli animali superiori: è come toccare, qui ed ora, una condizione privilegiata, carica di promesse per l’avvenire, diquà dal peccato originale, dalla cacciata dal paradiso terrestre, dagli odj, dalle violenze, dalla colpa, dalla vecchiaja, dalla decadenza, dall’orrore, dal rimorso, dalla morte eterna; e la semplicissima costituzione di quest’animale veramente prodigioso non può fare altro che favorire questa legittima sensazione. Se invece si vuole avere un anticipo di quello che avverrà, o di quello che ancora potrebbe avvenire, basterà fare un passo indietro rispetto all’anfiosso adulto, e inarcar le ciglia di fronte a quel mandarino meraviglioso che è la larva dell’anfiosso: la quale, prima di pervenire all’ultima sua veste di zompariello semplicetto, si tramuta in decine di forme mirabolanti, ora assumendo spoglie di pesce-palla trasparente, ora travestendosi da stravagante insetto, ora mimando il fenotipo di certi tunicati, ora scimmieggiando il verme, ora arieggiando la conocchia. Tutta questa incredibile bailamme per arrivare ad una forma che è molto più semplice di tutte quelle assunte durante l’infanzia svagata e l’adolescenza zuzzurellona. Quella di un animale che è da supporre poco amante sia della commedia che della tragedia, non avendo propriamente né cuore né cervello; ma, pure, dotato di un suo cuore e di un suo cervello; un animale elementarissimo, schematico nella sua costituzione, eppure strutturato in modo capricciosamente asimmetrico; un animale di cui non si riescono a scorgere che con fatica gli occhj, ma in compenso mette in mostra dei poderosi baffi, e, al disotto, un amabile sorriso; e pochissimo importa che quelli non siano affatto baffi, e che quel sorriso non sia in corrispondenza della bocca — l’effetto è ugualmente gentilissimo. Si noti da ultimo che è animale mitissimo e indisturbevole, che non sporca, non morde, non gnàula; non è venefico, non combatte, non ringhia, non ruggisce, non graffia, non soffia, non sputa. Passa quasi tutto il suo tempo con la testa affondata nella sabbia, emergendone solo se lo si disturba, per fare uno dei suoi famosi salti e andare a ficcarsi in un altro punto del banco di sabbia marina che è suo domicilio elettivo. Totalmente impossibile stabilire se non pensi proprio a nulla o se in testa gli girino, in nuce, il Mahabharata o Guerra e pace, le guerre puniche e l’edificazione della Grande Muraglia; ciò che, a ben pensare, è altrettanto probabile quanto l’ipotesi che il suo cervello sia come una lavagnetta bianca su cui nessuna mano, ancora, scrive. Chissà che cosa sogna quando dorme. Ha un’attività presimbolica, sulla quale si diverte, durante la veglia, a sperimentare gli strumenti di un primo accenno di onirocritica?

46. Noticina.

30 Gen

L’idea era ovviamente quella di scrivere tutt’altro, ma il tono di alcuni tra gli ultimi messaggj, prontamente cancellati, m’induce a prendere in considerazione alcune questioni, per così dire, disciplinari. Prevengo: a me dispiace molto, anzi moltissimo, dover prendere la decisione di esercitare qualche forma di censura. Mi dispiacque quando avevo il vecchio blog, omonimo/omologo a questo, su splinder, e mi dispiace adesso. Soprattutto perché, nel clima di sospetto conseguente all’accanimento di qualche relitto umano, molti interventi in sé leciti finiscono nella spazzatura per via di provvedimenti censorj; ma dev’essere anche detto che il contributo che certa gentaglia (purtroppo non solo ‘dispettosa’, ma dannosa) dà al blog perlopiù non fa che attirare tra i commentatori un’utenza decisamente fuori target, che farebbe assai bene a bazzicare siti più adatti. E’ quindi necessario stroncare assai per tempo, se non sul nascere, certe tendenze, per dir così, quantomeno ‘centrifughe’.

Non è affatto un caso quest’improvvisa impennata di tensione degli ultimi giorni, cioè non è un caso la comparsa dei varj barbùn, andrea e via di questo passo: è tutta conseguenza di quello che toniq auspicava, ossia un mio resoconto, se possibile dettagliato, del complesso di circostanze che avrebbe portato fino a qui. Dal momento che il resoconto delle mie vicende personali non potrebbe prescindere, in nessun caso, dal resoconto di quanto altri ha detto e fatto, ecco sorgere le proteste, come volevasi dimostrare, da parte di gente che, grazie all’anonimato e alla registrazione di indirizzi mail falsi, crede di potersi nascondere fino al giorno del giudizio (pur rivelandosi, tramite i proprj interventi, né più né meno che per quello che è).  

In particolare uno tra questi aborti di scimmia si è permesso interventi che non si limitano, ormai, a lambire il codice penale. Dopo aver doverosamente precisato che l’atto comunicativo, nel loro (o nel suo, diciamolo) caso, non deve ridursi ad un mero mutuare il frasario normalmente impiegato dai camionisti per apostrofare sua sorella quando fa il numero col pitone in autostrada, mi corre l’obbligo di puntualizzare che certe anamnesi potrebbero assai meglio ontogeneticamente riferirsi alla propria persona e a quella della propria mammaccia: potrebbero essere rivelatorie circa il buco da cui i barbùn e gli andrea sono usciti, contribuendo a spiegare come mai, in luogo di una normale culla come posto in cui trascinare i primi giorni di una vita schifosa, a loro sia spettata una coppa di gres. Nel caso in cui non mi fossi spiegato, se hanno scambiato questo blog per un pascolo che possa loro addirsi, è proprio il caso che se ne tornino a leccare polipi venerei dalla vieta fregna delle loro fattrici. Piuttosto che venire qui sopra a dar corpo (si fa per dire) alle loro fantasie masturbatorie, non sarebbe il caso che riprendessero certe per loro più salutari abitudini, come il farsi spingere in culo una poltrona a braccioli dal proprio fratello, o accompagnare la nonna a far bocchini alla stazione, o trombarsi le figlie?

Insomma, non tornate più qui. Occupatevi delle corna vostre (ossia degli affari delle vostre bagasce, posto che ancora ne facciano), e non tornate più qui. Se trovo altri commenti vostri, specialmente se di simile impostazione a quelli cancellati, mi rivolgo alla polizia postale.

Se poi riesco (putacaso) a sapere per conto mio dove credete di nascondervi, faccio di peggio.

Chiedo scusa a tutti i frequentatori abituali del blog per la schifezza di cui sono stati involontarj testimonj. Sarà mia cura, per il futuro, provvedere affinché simili inconvenienti non si ripetano.

46. Dicasi.

26 Gen

«Anfiosso = dicasi di persona particolarmente urend o insignificante».

Non lo sapevo.

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45. Et nous avons des nuits.

25 Gen

Da quando sono stato sospeso non sono stato in grado di trovare più di quattro soluzioni in croce: 1. coperta e panchina, sotto il monte de’ Cappuccini (finché un concierge sudamericano da una delle vicine case patrizie è venuto a chiedermi se avevo bisogno di ajuto — io, stronzo, dissi No, nulla, non si preoccupi, ma la realtà era che erano le due del mattino, stavo dormendo, non connettevo, avevo troppo sonno e non avevo voglia di ascoltarlo); 2. sala d’aspetto di p.ta Susa, ma solo dalle quattro e un quarto alle sette e mezzo (prima andavo e venivo, magari con un buon libro in mano, per i portici [qui a Torino i portici formano una rete di 22 chilometri, quindi hai voglia a camminare]); 3. sala d’aspetto del Maria Vittoria, vale a dire ospedale Maria Vittoria, dove comunque erano fissi X, amico dei guardiani, dalle 20.00 all’1.00 ca., salvo quando aveva voglia di tirare più tardi, e Y, dalle 22.00 alle 24.30. La conversazione era animata ma molto limitata (= un par di palle); 4. sala d’aspetto di p.ta Susa, ma, per la cosiddetta emergenza freddo, aperta tutta notte.

Jersera alle 22.00 mi sentivo già stanco morto, sicché sono andato a p.ta Susa, e mi sono messo a sedere, chiedendomi quanto mi ci voleva per addormentarmi, un po’ stupendomi della presenza di un buon numero di signore e signorine ben vestite oltre alla solita decina di vecchj barboni. Guardando meglio, ho notato molte sporte della spesa, da cui facevano capolino panettoni e merendine, posate sui sedili, e un gruppetto di tre o quattro signore o signorine che mi guardavano un po’ perplesse, tra il vorrei e il non vorrei, una brandendo una bottiglia d’aranciata e dei bicchieri di plastica. Ho chiesto, con grande affabilità: «Siete volontarj?». «Sì!», m’hanno risposto, in modo da farmi capire che era bastato così poco a rompere il ghiaccio. Ho rifiutato l’aranciata, ma ho preso volentieri due bicchieri di tè, tre brioscine tipo plum-cake, due croissant, una specie di veneziana, un pacco di biscotti, un panino pomodoro e mozzarella. Mangiando, m’è venuto caldo. Sono uscito e mi sono seduto su una panca di pietra, dove ho spolverato tutto quello che mancava a finire. Mentre ancora stavo spolverando è uscita una piccola e matura ragazza di una volta, che vedo spesso “fare colletta” nei pressi di Porta Nuova, che accendendosi una sigaretta mi ha detto: “Buon appetito”, con aria di profondo significato. Invece di alzare la testa inviperito e sputacchiarle addosso pezzetti di Kinder brioss e livore (“Cazzo vuoi? Te l’hanno dato, a te, da mangiare? Sì? Bon, vai allora, vai a rompere i coglioni da un’altra parte”) alzai su lei uno sguardo angelico e belai: «Oh, grazie». «E’ proprio scemo», pensò quella. Indi ho fumato una sigaretta, fatta con dell’Old Holborn blu scroccato a inizio serata, sono rientrato e mi sono seduto accanto alle sporte, sbirciandovi dentro insistentemente, finché le volontarie hanno cominciato a guardarmi malissimo. Ho chiesto se ci fosse dell’altro, ma mi hanno risposto che dovevano anche passare da altre parti. Solo quando se ne sono andate mi sono ricordato che nel pomeriggio avevo visto un tale in sedia a rotelle che girava, chiuso in un senduicione di cartone particolarmente straziante (“Ho rotto le scarpe… Ho il 46… Ho cercato presso alcune associazioni, ma non mi hanno saputo ajutare… Mi si stanno congelando i piedi…”); ma poi ho pensato che a quell’ora non dovesse più esserci.

Durante la serata, una vecchia carampana normalmente non troppo esagitata ha stabilito di non lasciare in pace nessuno. E’ costei, a suo dire, “la nipote di Cancellieri” (“… e guarda la fine che ho fatto”) — ignoro chi sia Cancellieri, o chi fosse, ma la tentazione di considerarlo un emerito stronzo e un obeso ladrone s’è fatta da quasi sùbito praticamente invincibile. La vecchia era veramente rompicoglioni. Bello è che affrontava a muso duro le volontarie, in particolare alcune giovani & graziose, dicendo: «Stai calmina… Stai molto calmina… La nipote di Cancellieri… E guarda la fine che ho fatto…». Non appena ha colto un sorrisino sarcastico s’è fatta sotto, come dalla gran voglia di menare. Fino a un certo punto è bastato ignorarla.

Poi i volontarj, stringendo la mano a tutti fuorché a me, hanno svacantato la sala d’aspetto, che è poi una specie di grosso cubo, intonacato di crema chiaro e dello stesso crema appena più scuro — con un soffitto a cassettoni a nove riquadri, ogni riquadro consistente in quattro quadrati concentrici, con il più esterno, a mo’ di cornice, ornato negli angoli di fiordiligi frastagliati, salvo quello centrale, ornato di rosone — e lo dico solo perché il posto, con quegli spoglj cassettoni, non so com’è, ma mi sconfinfera, mi piace. La vecchia ha continuato a rompere i coglioni. A Z. che mollava alcuni sacrosanti rutti ha detto: «A lei, a sua madre, a sua sorella e a tutti quelli che vuole lei, guardi». Z. ha risposto con spirito, e anche con un pajo di scorregge ben assestate. Io mi sono messo a ridere, e ci siamo guardati con aria complice. Poi ha cominciato ostentatamente a ridere a tutto quello che diceva W., che dava ennesimamente riprova di quanto il celebre umorismo napolitano meriti tutta la sua fama. Finché W. l’ha mandata bonariamente a pigliarsi in culo una barca a remi e se n’è andato. Quindi ha avuto da ridire con J., che ha cercato di parlamentare; solo che quella, vedendolo avvicinarsi, s’è alzata ed è andata a sedersi da un’altra parte. Quando J. ha cercato di raggiungerla ha nuovamente cambiato posto. E ancora. Finché J. ha rinunciato.

Poi ho cominciato ad assopirmi. Finché, alle 3.00 del mattino, la voce della vecchia e quella di un maghrebino mi hanno svegliato. Sono rimasto intontito per un po’, ma sono comunque riuscito ad afferrare «… la nipote di Cancellieri!» e «vecchia, ti ‘mazzo». Appena un po’ più sveglio ho inteso la maledetta scanfarda berciare: «Fai tanto così di toccarmi e ti faccio vedere io, ti faccio!». «Fa’ zitt! Lascia durmìr!». «Nipote di Cancellieri… E guarda la fine che ho fatto!!». Ero perfettamente sveglio, a quel punto, e pieno di odio. In particolare il mio odio dipendeva dall’assoluta inerzia con cui gli astanti spettavano alla scena. Io credevo, in buona fede, che di fronte ad una scena del genere l’avrebbero ammazzata, esattamente come avrebbe voluto il maghrebino. Invece, per una di quelle forme perverse di distorta cavalleria, pareva evidente che non l’avrebbero fatto. Avevano valutato che era suonata, vecchia, donna (!): evidentemente erano tre caratteristiche sufficienti a salvaguardarla da qualche calcio in culo, o qualche sganassone ben appioppato. Ho fatto un sospiro di sollievo quando l’ho vista avvicinarsi all’uscita, intenzionata a riferire alla polizia ferroviaria che era stata minacciata di morte. Purtroppo, piazzatasi accanto alla porta, ha ricominciato da capo con il non permetterti di alzare solo un dito su di me, fai tanto, guarda, e io chiamo la polizia, i carabinieri, ti denuncio, ti querelo, la nipote di Cancellieri, e chi la fermava più. Finché mi sono alzato di scatto e ho urlato: «MA TE NE VAI, PORCO DIO?!», facendo per alzarmi.

Immediatamente è schizzata fuori, urlando: «Ajuto! Polizia! Mi ammazzano!». Io e il maghrebino ci siamo ritrovati fuori ad aspettare che arrivasse la forza. La nipote di Cancellieri ci ha messo un po’ a convincere il maresciallo, notoriamente un culo di pietra, a schiodarsi dalla poltrona e a venire ad arrestare l’assassino. Quando è arrivato, la cialtrona ha accusato il maghrebino di averla minacciata di morte: «E’ lui! E’ lui che mi vuole uccidere». Con mia delusione, non mi ha accusato di nulla. Ma non ha fatto differenza alcuna, perché il maresciallo ha sbattuto fuori tutti quanti, senza eccezioni. Nemmeno la vecchia, che anzi ha dovuto minacciare seriamente di prendere a calci nel culo per riuscire a eradicarla dalla sala d’aspetto. Chiaramente, all’uscita la vecchia se n’è prese di tutti i colori (specialmente da parte mia, peraltro): puttana, vecchia stronza, al cimitero devi andare, munnezz, schifo di donna, ti gonfio, i cazzotti ci vorrebbero, ti riempirei di calcinculo, &c.

Tutti fuori, insomma, mentre la nipote di Cancellieri, facendo sempre il mantra della sua prosapia, trotterellava via, accigliata e offesa. Il responsabile di “al cimitero devi andare”, rivolgendosi a uno dei vecchj, che sfilavano fuori inerti, ha detto, quasi a cercare sostegno: «Ma si potrà?», ossia: ma si potrà una cosa del genere, non poter dormire per colpa di quel vecchio cesso, quella scorfana, vecchia zoccola, ma va al manicomio, brutta stronza?

E il vecchio ha detto: «No, la colpa non è della vecchia. La colpa è di qualcuno che è più fuori di testa di lei, a questo punto. Lo sapete che è pazza. A lei tutto è concesso». «Ma non si può stare in pace un attimo…». «Chi vuole stare in pace deve cambiare vita», ha ribattuto serafico il vecchio.

Mi sono parse (forse era l’ora tarda) parole sagge, e me ne sono andato a farmi una passeggiatina, chiedendomi se dovessi sentirmi uno stronzo perché avevo preteso di dormire in barba al fatto che fossi circondato da barboni, o se il fatto di aver dato cappello a una situazione di casino dimostrasse una mia spiccata inclinazione a questo tipo di vita. Il fatto è che l’irrisoluzione è la mia cifra distintiva. Non sono mai né dentro né fuori, a nessuna situazione. Addentrandomi di buon passo per le vie, mi sono sentito alle spalle una voce di vecchia che grugniva: «Hai voglia a correre… drogato… nipote di Cancellieri… e guarda la fine che ho fatto».

Ero indeciso se valesse la pena di fermarmi a prenderla a calcinculo, quando ha infilato una laterale ed è sparita.

Passando per p.zza S. Carlo ho rivisto l’invalido-sandwich, che si aggirava, implacabilmente sveglio e coi piedi martoriati, sotto i portici deserti.

43. Mi sa che devo fare qualcosa.

22 Gen

Fatico sempre più a rendere l’idea — non ha nessunissima importanza quale idea, l’importante è rendere. O meglio, l’importante sarebbe rendere quando avessi interlocutori minimamente — non dico all’altezza, che da una parte è limitante, dall’altra non del tutto esatto; dico abbastanza volenterosi, va bene?, ovvero un po’ più presenti &/aut partecipi. Che leggano, intervengano, mi facciano sapere alcunché. “Mi ajùtino un minimo a tenermi in carreggiata” posso dirlo, o sembra troppo patetico (e dire che non me ne frega niente)? L’unica notizia buona della giornata di oggi è che quella merdaccia cubica di dhalgren ha levato il link al presente blog. Per il resto pensavo di andare avanti con una cosa che stavo facendo, ma poi ho interrotto, anche abbastanza volentieri, per digitare un modulo con una richiesta di alloggio per un collega (barbù), e ho lungamente rimuginato una stranissima scena — non è stranissima. Insomma, c’era una di queste ragazze figlie di papà seduta a studiare, cincischiandosi i capelli tinti e facendo le orecchiette ai fogli di quablock cogli appunti massacrati da strisce fluorescenti di evidenziatore, e a un certo punto, del tutto inopinatamente (ma è inutile dirlo, uno non si aspettava che lo facesse nemmeno al cesso) ha sganciato una scorreggia secca come una frustata. La cosa particolare della gente a cui voce dal cul fuggita (e prego chi passa di notarlo, la prossima volta, di qualunque persona si tratti, poiché lo fanno veramente tutti), è che dopo aver impallidito (o essere impalliditi) si mettono la mano davanti alla bocca. Come darsi della faccia da culo, insomma. — Questo riguarda semplicemente il mio mood di ultimamente — sento la necessità di uscire dall’aere ammorbato di questa vita angusta, come ho abbandonato la sala della biblioteca dopo la scorreggia della ragazza — davo le viste di voler allontanarmi dai miasmi causati dalla scorreggia, ma in realtà avevo trovato una scusa per occultare che ho le scarpe che puzzano atrocemente. (E’ un po’ contorto, me ne rendo conto. Ma è la mancanza di interlocuzione, o l’interlocuzione occasionale con gli sfasciacazzi dhalgren, o ermanno, che mi fanno sfiorare la demenza).

Mi annojate, dunque vi annojo. E ben vi sta, perché la colpa è vostra.

42. Domenica.

22 Gen

Esiste per me, da ormai un due anni abbondanti (gli anni del mio barbonaggio, appunto), questo problema delle domeniche, che non sapendo dove andare finisco sempre coll’andare a cacciarmi in librerie e centri commerciali, cosa che peraltro non mi dispiace, perché ci sono i libri. Jeri, reduce da una notte insonne, non ho potuto leggere quasi niente perché il tepore m’induceva un sonno plumbeo, ma solitamente la domenica trovo il modo per intrattenermi. Rimane il fatto che sostanzialmente, a parte intrattenermi, non faccio proprio nulla.

Adesso come adesso, come disposizione d’animo, sarei anche più portato a pensare a soluzioni valide — chessò, informarsi su qualche museo aperto, oppure taglieggiare vecchiette in v. Garibaldi, e altre cose più creative. Ma c’è da pensare che ormai le plis soit bien pris, e che una domenica più avvincente del solito mi farebbe provare nostalgia per le solenni rotture di coglioni che ritualmente m’infliggo per un giorno la settimana tutte le settimane. Insomma, non sembra, ma anche smettere di tediarsi richiede un certo sforzo. E’ come smettere di mangiare merda, lo stesso.

Dato che quando non dormo di notte mi prendono come delle specie di visioni, e le visioni sono le zie della poesia, e dato che da un milione d’anni, grosso modo, non scrivevo più un verso, ho fatto quella cosa che sola, tra le attività umane, utili e superflue, semplici o complicate, a mia conoscenza e a me perfettamente ignote, è in grado di darmi quella netta consapevolezza di aver partecipato condegnamente alla vita e alla società, vale a dire ho scritto un sonetto — verso le 3.00 nella sala d’aspetto dell’ospedale Maria Vittoria:

Inferisce

dalla sua indifferenza

verso gli scherni del mondo

la qualità della sua vocazione.

Faccia chi vuole di ch’è infame l’Uomo,

Delle sue piaghe storico, in sé pompa;

O nomi altrui dia a un marmo che corrompa

Tra baje tersitèe, lazzi di Momo.

Di me, su falsità per mille e un tomo

L’Astio erudito i suoi pennini rompa;

Già d’ogni calamajo Zoilo zompa

A sconcacarmi i foglii, Odio non domo.

Non Democrito o Eraclito m’adergo

O deprimo; d’Arpie io fieto e sterco,

Se seguo il Genio mio, m’ho sempre a tergo.

Ergo, non caso vuol che se il Me merco

Col Mondo, alterco, e in mali mi sommergo;

Ma m’ergo al Bene più, più Me ricerco.

Tutto si può dire, salvo che sia soddisfacente, ma non ho mai capìto che cosa dovrebbero avere dei versi per soddisfare, e soprattutto a quali condizioni, eppertanto chissenefrega.

Più tardi, all’aperto, ne ho scritto un altro, dal vero, in p.zza Vittorio Veneto:

Per un Globo di ferro

posto ad ardere sulla piazza Vittorio Veneto

a Torino,

in occasione delle Universiadi MMVII.

Consimbolo al contrario, un Mondo ardente

Le prodezze gelate qui compendia

D’un Mondo vero che altra Fiamma incendia,

Di roghi, e pesti, e guerre, e il rimanente.

Il minore l’assedio eternamente

Reggerà, poiché il fuoco che l’incendia,

Oste che un re volatile stipendia,

Tutt’al più lo fa d’ira incandescente.

Durevole così ai tuoi Roghi atroci

Fossi oh tu che t’incurvi in maggior tondo,

Che ti sfai, invece, e dài querule voci!

Mentre ogni volta, ahitè, ai tuoi Incendi in fondo,

Lenti a estinguersi, ad ardere veloci,

Ritrovarti non sai, Mondo, nel Mondo.

Che è pure peggio. Ma pazienza. Squallida, poi, la visita ad un armadio che distribuisce vestiti: è già il terzo a cui vado, e dove mi si dice che non c’è quasi niente, e che è tutta colpa degli extracomunitarii che si portano via tutto per venderla a Porta Palazzo. A parte il fatto che nella fattispecie era un prete a farmi questo discorso, e mi pare che sostenere cose del genere, oltreché mentire, è anche dimostrare scarsa carità cristiana — anche se saranno pure i kazzi loro, io mica sono credente, e cristiano men che meno — rimane il fatto che in giro non si trova più una cippa. E’ abbastanza strano.

Il rimanente della giornata, dunque, è trascorsa tra un colpo di sonno e l’altro.

La sera poteva accadere, finalmente, qualcosa di diverso dal solito quando sono passato da p.zza Vittorio, nuovamente, per dirigermi verso il Maria Vittoria. Proprio in quel momento, in seno a quell’orrida manifestazione che stanno facendo, con varie iniziative, presentavano Caparezza in concerto. Io non seguo la musica pop, non ho nemmeno l’orecchio allenato a quel tipo di musica, e solitamente o mi disturba o mi annoja. Ma di Caparezza avevo sentito alcune cose che mi avevano attratto abbastanza. Non ci perdo il sonno, chiaramente, ma non faceva freddo, e poi era aggratis. Mi sono appoggiato a una colonna. Sono rimasto per lo spazio di due canzoni: la prima faceva come ritornello qualcosa che credo fosse “Gesù, questo è il secolo della fine del mondo“, ma gli altoparlanti erano a un tale top di decibel che si percepiva solo puro fracasso. Sospettavo che fosse intenzionale, ma poi ha cantato una canzone che già avevo sentito (quella col ritornello “sono troppo stitico per fare lo stronzo“), ed era talmente inascoltabile (parlo da profano) da confermarmi che era questione di volume. In mezzo ha fatto una scenetta anti-auditel con un personaggio da tivvù dei cinni, una cosa scipitissima.

Mi è parso tutto così bambinesco che mi sono vergognato di rimanere a spettare, e ho preferito andare a parlare di cose da barboni con gli habitués del Maria Vittoria. Peraltro si scopre un sacco di cose. E ho sempre pensato che l’accattonaggio sia solo un danno, perlopiù, ma faccia un bene inestimabile alla conversazione.

41. Assonanza.

18 Gen

A proposito di barboni. (E, sempre a proposito del link dell’artifiziale, per che cosa sta brb? [“barbone“?] Ma soprattutto il mio è l’unico link a un blog che non è dell’artifiziale medesimo, a quel che ho capìto. Non è che mo pensate che io sono lui e viceversa, vero?).

40. Caro diario.

18 Gen

A quel che vedo dell’immortale Perceforest non gliene frega niente a nessuno. Meglio così: mi risparmierò la puntualissima e finissima versione degl’interi sei volumi (che tra l’altro sono solo una parte della stampa moderna del frammento superstite dell’opera). Ma la Rete è misteriosa, riserba sorprese. Per esempio l’artifiziale, che ha al momento (come fa spesso) svacantato il suo blog, mi ha linkato.

Ho passato una notte un po’ diversa delle altre, nel senso che ho avuto compagnia. Sono andato a rifugiarmi nella sala d’aspetto del Maria Vittoria, dove, a seconda del sorvegliante, si può o non si può far finta di dormire su una sedia. In mia compagnia c’erano V., che conosco da non molto tempo, e passa lì le serate in attesa di andare a dormire in macchina (dorme in macchina da un pajo d’anni); quindi un altro, il cui nome non ricordo mai, che era stato espulso da un dormitorio per un mese perché accusato da un’operatrice di aver ciulato un telefonino (e la cosa non si potrebbe fare, cioè teoricamente se l’operatore non vede nulla non può sospendere, ma in pratica fanno quello che vogliono). Poi c’era una donna, abbastanza giovane e piuttosto voluminosa, malata psichiatrica, sistemata da qualche anno in una casa-alloggio con altre donne con simili problemi. Sono in cinque, e per essere lasciate a vivere da sole (sia pure in parte guidate e seguìte), vuol dire che sono tranquille. Chiaramente, nulla esclude che le cose possano peggiorare. Infatti, poverina, era venuta a passare la notte lì dentro — il suo alloggio era a un tiro di schioppo — perché impaurita da una compagna, che ultimamente è agitata. L’agitata, a quanto hanno detto gli educatori, dovrebbe essere ricoverata quanto prima, ma non si decidono mai — se si tratta di Villa Cristina devono aspettare per forza, perché c’è sempre una fila della madonna, sembra una meta molto ambìta dai pazzi. La cosa che sembra incredibile è che anche in queste case-alloggio per malati psichiatrici, esattamente come quelle per gli adulti in difficoltà, gli operatori vengono solo durante la giornata, dalle 9.00 in poi: durante la notte i pazzi sono lasciati a sé stessi. E se qualcuno peggiora, ha un tracollo, comincia a creare disagio — come, poniamo, in questo caso –, o addirittura a costituire pericolo, chi assicura che gli alloggiati siano in grado di far fronte all’emergenza? Che io abbia visto, i malati psichiatrici solitamente sono così fragili. Poi, ovviamente, ci sono di quegli scrittori che sono affascinati dalla vita vera, e scrivono cose molto evocative, che hanno il sapore — appunto della vita vera — perché piene di tutti quei dettagli, visivi auditivi odorologici, che io per pigrizia e praticamente più che totale mancanza d’interesse tendo a rimuovere immediatamente. Insomma, a me della vita vera, in estrema sintesi in ultimaque analisi, non me ne frega niente. Sì, ricordo che la cicciona parlava con questa pronuncia pesantissimamente pedemontana, che mi fa così ridere, dicono è vuéro, suòno stuàto a cuàsacogliòane. Ma non è che mi metto a descriverla. Come volete che fosse fatto, pognamo, V. che dorme in macchina, l’espulso di cui non ricordo mai il nome, la grassona — l’epilettico, il subnormale, l’altra matta a cui sono andato a prendere le sigherette, e altri? Questo tipo di descrittivismo si chiama bozzettismo, un tempo era persino una parolaccia. Per esempio, per tutto il periodo in cui Gadda era considerato importante, ma non il faro che sembra adesso, era tacciato anche lui di bozzettismo. Quando il bozzettismo medesimo ha smesso di essere una parolaccia ed è scomparso, come etichetta critica o para-critica, Gadda è parso autore terribile, incircoscrivibile, sesquipedale, tutt’oro macinato e perle strutte. In Rete, in ispecie nei blog, il bozzettismo va molto. E’ anche una questione logica: il blog deve essere aggiornato spesso, e si ha un tempo limitato per escogitare ogni pezzo. Anche perché si campa di tutt’altro, la scrittura del blog è tutto grasso, o sugna, che cola. Ma non critico questa facilità, anzi, utinam io l’avessi tale. Dev’essere bellissimo, credo, trovare sempre fonti d’ispirazione. La vita è la cornucopia del bozzettista. Io, purtroppo, non ci sono buono.

Ma ultimamente non sento più nemmeno quella pallida volontà di farmi registratore sia pure di quelle poche cose di cui posso essere involontario testimone. Anche quando non lo penso, mi gira in testa sempre lo stesso pensiero: il prossimo 14 di marzo, ossia tra 55 giorni, mi aspetta un ulteriore compleanno, nella fattispecie il trentesimoterzo (è già più che qualcuno, e comincio a sentirmi un po’ nauseato). Che riesca o non riesca a mettermi in sesto & sistemarmi, comincio a sentire la necessità di dedicarmi con un minimo di profondità a qualcosa. Mi spiego meglio: mi corre l’obbligo (altro che sentire la necessità) di trovare un campo d’azione abbastanza delimitato. La mia vita è un sistema troppo aperto. Non è vero che non consumi energie, per esempio. Ma il fatto è che si perdono tutte nell’infinito. Ma ho posto in scorrettissimi termini la questione: parlare di limiti può dare un’impressione distorta di quello che intendo (ma questa è una pagina di Diario, dunque non è affatto necessario che io mi spieghi. Che minchia volete?).

39. Perceforest.

15 Gen

Oggi non ho proprio niente da scrivere, sicché beccatevi ‘st’immortale traduzione:

***

PERCEFOREST.

II parte.

Capitolo primo. Come qualmente, dopo la partenza di re Alessandro, il re di Scozia radunasse i nobili del suo regno per stabilire la giustizia.

1. Dopo che il nobile re Alessandro ebbe convalidato nei suoi possessi Beti di Fezzone, incoronandolo re del reame di Bertagna, ed allo stesso modo avendo incoronato e reso il fratello Gadiffero re ereditario del regno d’Albania, ossia di Scozia, e dopo che il valoroso re si era messo per mare per muovere contro Babilonia,come avete udito, Gadiffero, che era re di Scozia, si ritirò nel suo regno con la gran parte dei suoi cavalieri, e stette in erranza tanto sinché giunse a Castel del Capo, così detto perché era la rocca la più nobile e la meglio fortificata del suo regno. Così dovete sapere che, dopo che fu sceso al Castello, gli abitanti fecero grandi feste per la sua venuta.

2. Molto cordiale fu l’accoglienza che quelli del castello fecero al re loro signore e alla regina. E sappiate che il re festeggiò molto grandiosamente i gentiluomini del suo paese per lo spazio di .VIII. giorni. Ma quando si fu a capo degli .VIII. giorni il valoroso re una mattina si svegliò e se ne venne a palazzo, ove trovò una gran folla di cavalieri che l’aspettavano per andare al fiume,come avevano per abitudine. Ma quando il re li vide, li prese a salutare molto cortesemente e disse: «Signori, Dio vi conceda oggi un giorno benedetto e ben siate voi venuti,perché questa notte non ho fatto quasi altro che pensare a voi. Ora stiamocene seduti, dimodoché abbia io modo di raccontarvi quello a cui ho pensato questa notte».

3. Adunque si sedette il re su un lungo sedile e poi fece sedere presso sé fino a .XII. dei più valenti e ricchi prìncipi del suo paese, dei quali voglio farvi i nomi, prima di tutto quello di Torzo, e poi quelli di Stonato, Dagone, Anchise, Telamone, Fergo, Sarpedone, Bugiardino, Clamide, Antenore, Cucufarre e Glauco. Questi .XII. cavalieri erano i più prodi e i più cavallereschi, e tanto possenti e tanto grandi per la loro età — poiché il più maturo di loro non aveva compiuto i .XXVIII. anni –, e il re li sapeva tanto arditi nelle armi, così valorosi e conquistevoli, perché visti li aveva alla prova, tanto che al meno buono non si sarebbe saputo che cosa biasimare, sicché cominciò a ridere dalla gioja, e disse: «Signori, molto debbo ringraziarvi della cavalleria che avete dimostrato al torneo che indissi contro mio fratello il re d’Inghilterra, e a tutti i cavalieri del nostro regno, poiché grazie al vostro sforzo innanzitutto, e poi grazie allo sforzo di tutti gli altri si ricevette, e si riceverà, dal nostro regno per sempre allori, e da voi stessi ornamento e lode per le intere vostre vite. Ma ho pensato questa notte che non è mica buon pastore quello che non conosce le sue pecore, e che sta ad aspettare che siano loro a venirgli a mostrare le loro manchevolezze. E poiché il sovrano, che se n’è sgravato per gravarne le mie spalle, mi ha collocato al posto suo affinché governassi e proteggessi il popolo di Scozia — ed è solo uno tra gli onori che ho ricevuto — ragione vorrebbe che facessi come il buon pastore, pena, altrimenti, d’incorrere nell’altrui sdegno. Ma da questo mi protegge un Dio mallevadore della mia volontà di fare come fa il buon pastore.

4. «Ora vi faccio sapere che intendo visitare il mio popolo, e i gentili e i plebei, prima che esso popolo mi costringa a farlo, e voglio conoscere le loro manchevolezze prima che vengano a mostrarmele, spinti da feroci malattie che, una volta preso piede, siano divenute incurabili per tardivo medicamento; affinché non ne sia io, e a ragione, ripreso. Ma conciossiacosaché mala cosa è il riprendere, almeno quanto può essere l’essere ripresi, io medesimo, che dovrei essere riprensore e leale esecutore di giustizia verso i malfattori, mi presento il primo, volontario, desideroso di radunare in me e fare ammenda riguardo a tutti i nostri eccessi, tutti i mali e tutti i vizj dai quali posso essere attinto, e per cui l’uomo degno potrebbe giustamente riprovare la mia persona, e, ricevendo da màrtire la propria pena, porla a mio debito; & affinché nessuno, dunque, grande o piccolo, possa prendere me ad esempio o pretesto per spingersi a fare il male, né io rinuncj, vile e difettuoso, a fare leale giustizia su grandi e piccoli inquantoché frenato dalle mie manchevolezze. Sicché vi prego, per Dio, di mostrarmi tutti insieme apertamente le manchevolezze dalle quali certo io non sono esente, e volentieri me le butterò dietro le spalle».

5. Quando i cavalieri che là erano ebbero ascoltato la buona volontà del loro signore, non ci fu nessuno che lo temesse e amasse e non avesse paura di far male per amor suo, perché ben vedevano che se essi avessero fatto alcuna cosa meritevole d’ammenda, lo avrebbero certamente verificato giusto esecutore di giustizia. Ma non ci fu nessuno che facesse motto, poiché ora lo temevano molto più di prima. Per cui disse il re: «Nessuno di voi mi risponderà?». Adunque rispose un cavaliere che si chiamava Sarpedone, molto saggio per la sua età, e disse: «Sire, abbiamo ben udito la vostra buona volontà, e quale grande pentimento sarebbe il vostro verso ogni vizio quando in voi fosse, ciò che in voi non abbiamo veduto né verificato, né mai verificheremo, se così piace a Dio. E ciononostante vediamo tanto buon senso in voi, quello grazie al quale avete dato a vedere alla vostra età tanto bene e tanti premj elargiti, e tanta correzione e tanta menda di mali, che non c’è vivente che possa meglio conoscere le manchevolezze che stanno in voi, che nessuno come voi stesso può meglio e più saggiamente riprendere e punire secondo la colpa».

6. «Ah! Sarpedone», disse il re, «molte grazie della cortesia con cui mi fate giudice ed esecutore delle mie stesse sentenze. Sicché prego il Dio della giustizia che mi dia grazia e potere di fare tale ammenda e giustizia su me che Dio per primo, e poi tutti voi, e il popolo che è posto sotto la mia tutela non possiate né vedere né udire né ricordare cosa di me donde si abbia stimolo e pretesto a fare il male, né si veda me così debole o timoroso di fare giustizia leale su grandi e su piccoli frenato dalle mie manchevolezze». «Sire» disse la cavalleria, «e così sia».

38. Violenza.

11 Gen

Si ragionava proprio oggi [ma scrivevo queste note un pajo di giorni fa], con m.s., mentre si aspettava di entrare a prendere i vestiti da suor Teresa — che dovrebbe essere una suorina piccola, olivastra, sarda, dalla siluetta a comodino, la stessa che termina il paternoster e l’avemaria con una piccola predica, toccante invariantemente i temi a) dell’Africa (è stata non so in che cavolo di paese, pare non riesca a levarselo dalla testa); b) della povertà (molto pertinente); c) della rabbia che c’è in noi. Invoca sempre pace sulle nostre anime esacerbate, e questo è significativo di un’attenzione al vero problema, forse più vistoso per chi lo affronta dall’esterno piuttosto che da parte di chi lo vive. Tutto quanto ho detto di questa signora potrebbe essere della massima falsità perché in due anni di barbonaggio (mi corre l’obbligo di dire) l’ho potuta sentir concionare solo le 3 volte che sono andato a prendere i vestiti presso la struttura in cui si aggira. Potrebbe essere tutta una coincidenza — questo mi preme dire, nel caso in cui qualcuno si chiedesse quanto c’è di vero in quello che ho scritto, che sto scrivendo, che vado a scrivere.

m.s. si è stupito assai della mia estromissione da v. Carrera, e ancor più stupito è parso per lo strano contrasto tra la mia usuale gentilezza e/o bonomia con il gesto rabbioso al quale mi sono lasciato andare. Comunque fosse, si è detto, dopo qualche riflessione, certo che avessi qualche ragione per comportarmi in quel modo. Dopo qualche riflessione ulteriore è giunto persino a dirmi: Hai fatto bene! E si è cominciato a ragionare di questa cosa assolutamente centrale nella vita dell’uomo, secondo me, che è la questione di quanto e se e come e, se sì, perché e fino a che punto sia lecito cedere alle provocazioni. Se da una parte rispondere urlando puttahàna! chiattona! lesbica! schifa! collettore! scronda! all’aggressore (che in questo caso è un’aggressora — ma aggressora solo verbale, chiaramente; cioè non aggressora, in termini generali, ma provocatrice), minacciando calcinculo e contemporaneamente tentando di infilargli in testa un bidone della spazzatura (appena vuotato, mannaggia) fa sentirsi un po’ agìti, cioè facilmente manipolabili, contrapporre un nobile, o imbarazzato, o dolente, o fremebondo silenzio fa sentire indiscutibilmente coglioni. Ma la questione, in fondo, è mal posta. Il fatto è che tende ad esagerare nelle espressioni di risentimento o contrarietà chiunque non sia abituato ad esprimere un normale grado di aggressività di fronte agli abusi, i piccoli come i grandi. E’ un bene imparare a convivere con stati d’animo quali il disappunto, la sfiducia, il disprezzo dell’altro. Ogni tentativo di rimuovere, grazie ad un tavolo di convivialità ostinatamente approntato e offerto (e magari regolarmente o a regolari intervalli allegramente pisciazzato e sconcacato), le potenziali cause di dissapori tentando di sottrarsi in qualche modo all’aggressività altrui, o di renderla secondo logica fuori luogo o impossibile, è chiaramente connivenza, e della più ributtante.

E’ per questo che, durante la mia seconda notte insonne (la scorsa), ho fatto un giro per la Torino by night, andando a spiare i campanelli di via delle Orfane, dove ricordo di aver accompagnato a casa un’operatrice, una mattina. Il motivo per cui non dormo è che sono ossessionato, in specie di notte, dai pensieri funesti, e giuro che non riesco a vivere se non trovo modo di ottenere soddisfazione in qualche modo. Prendermela con qualche innocente, sfogando i malumori, è cosa degna di troppi abietti miei consimili; e sento che non mi servirebbe assolutamente a niente. Che senso avrebbe? Ci vorrebbe una testa da pedemontano, o da bergomense, per credere che possa essere una soluzione valida. Io credo, eventualmente, solo nella vendetta.

***

Temo particolarmente questi scontri, perché — be’, li sento come qualcosa che debba essere affrontato con decisione, e, nei limiti dell’a me possibile (di cui, esattamente, non so nulla), risolto. Tutti questi fatti hanno il potere maledetto di rendermi sempre più lento — è una cosa che già ho detto. Credo di dovermene liberare, in un modo o nell’altro. E non credo che andare a fare sudate escursioni possa servire. In effetti, non ho bisogno di sfogo, ho bisogno di giustizia. Qualunque cosa avvenga, bisogna affrontare queste cose efficacemente. Un’esigenza che peraltro, da parte mia, richiede anche una discreta creatività, anche perché l’unica cosa sensata sarebbe menar botte, mentre io, che sono ipotrofico, non me lo posso permettere.

Ma non mi va di vivere, già, una tragedia che non arriva mai al quint’atto e per giunta di vederla ricevere come una farsa paesana, tra fischj, sberleffi e festanti segni di corna. L’idea che la gente rispetti (in effetti è così) solo quello che potrebbe danneggiarla mi esanima, mi disgusta, mi schifa e mi deprime — ma se è così, che stupore che io voglia rimettere le cose in sesto ricorrendo, in un modo o nell’altro, se non alla forza, a qualcosa di fisico? Non è solo buona norma, è indispensabile adeguare le proprie strategie comunicative alle capacità ricettive del destinatario. Se il mio destinatario coincide coll’avversario da neutralizzare, e l’avversario capisce solo le cannonate nel culo, per quale motivo dovrei continuare a credere che lo neutralizzerò facendogli il solletico sotto le piante dei piedi?

Ma (soprattutto), come osa,  questa gente di merda? Non mi riferisco a sbevazzoni, tossici, avanzi di galera &c. — come siano fatti può immaginarserlo ciascuno, e non è quello il problema — mi riferisco agli operatori del servizio — come osa mettermi in condizioni del genere? Come osa agire in questo modo, e pensare che non reagirò? Può veramente bastare così poco per trasformare una persona in una pezza da piedi? Senza contare il rischio oggettivo — mi hanno fatto terra bruciata intorno col resto dell’utenza, e non sono mai, dato il materiale umano, situazioni pienamente controllabili. Nemmeno da parte mia, dico. Faccio esempj: quella stessa Laura Scarpellino con cui ho avuto la lite decisiva era solita, ultimamente, additarmi ad elementi almeno potenzialmente facinorosi come un “infame” che “non si fa mai i cazzi suoi”. Pochi giorni dopo, a s.da Castello,  sorprendo un Valter, che forse già nominai, mentre ha in mano un ombrello, promettere allo stesso gruppetto di indultati con cui avrò problemi che me lo infilerà nel culo… Bastano poche sere: chi ha seminato vento raccoglie tempesta, e io me ne vado, trascinato dal vento — o meglio, ‘ajutato ad uscire’, come dire?, spinto fuori dal cancello dall’altro operatore, che forse mai nominai, si chiama Federico (non so tutti i cognomi). Come non desiderare di tornare a trovare l’amico Federico, e imporgli, più che proporgli, un ménage à trois tra me, lui e una bella spranga arrugginita (celo)? Come non desiderare, per quanto riguarda l’amico Valter, sapendo che ha moglie e figlio, di beccare il figlio o la moglie per strada, e fare la conoscenza di un po’ dei loro organi interni? Come non desiderare, per quanto riguarda una Laura Scarpellino, di squartarla, farla a pezzi e gettarla in pasto ai majali?

Sono insensato? Sono pazzo?

Sono un essere umano?

37. Proponimenti per l’anno nuovo.

4 Gen

Che proponimenti avete fatto (vi siete fatti) per l’anno nuovo?