33. Letture (e la Fallaci).

21 Dic

Domenica scorsa ho letto, tra Fnac e Mondadori, due libriccini piccini picciò, ma abbastanza sugosi, di cui il primo è I sette peccati capitali degli animali, dell’etologo Giorgio Celli, che mi sembra non sia nuovo a queste compilazioni antropomorfizzanti. In questa si chiede (dandosi anche le relative risposte): può un cane sentirsi in colpa? gli scimpanzé sono buongustai? i mandrilli sono veramente lussuriosi? Si può dire che è scritto molto bene, ma è vero anche che è un libro di natale, una di quelle cose che si comprano per qualcun altro quando non si ha voglia di cercare qualcosa di più calzante, quanto a gusti librarj, e non si ha il coraggio di presentarsi con un pajo di calzini (tutte problematiche da me ormai lontane i milioni di anni-luce, chiaramente).

L’altro libriccino che invece mi ha preso, anche se, essendo appunto un libriccino, è finito quasi sùbito, è Gli occhi di Oriana, del giornalista sardo Alessandro Sechi, che da qualche parte deve avere anche un blog, andatevelo a cercare, se ci tenete. Sechi, nell’inverno 2005-2006, è stato, come dire?, una specie di segretario della Fallaci, ormai moribonda e in via di perdere la vista. Accompagnandola per supermercati e all’ospedale, Sechi svolgeva, secondo la definizione della scrittora medesima, le funzioni di “occhi di Oriana”, vale a dire occhi succedanei a quelli fallaciani, che la metastasi stava ormai mandando a quel paese, poraccia. Prevengo: su tutte le persone al mondo che soffrono di cancro ce ne saranno milioni che meriterebbero milioni di volte l’attenzione che è stata riservata al caso della Fallaci, che rimane una spregevole rompicoglioni e una scrittrice nauseante; leggere un libro del genere come appendice al martirologio della prosatrice incompresa sarebbe veramente prendere a schiaffi la miseria (in senso lato) e il dolore; tantopiù che la stessa Fallaci, che è morta non a 25 ma a 77 anni, su quel cancro ci ha fatto una carriera supplementare, ripropinandolo in tutte le salse senza mai smettere il suo atteggiamento falso e baracconista. Che poi, sicuramente, da un certo punto di vista aveva anche ragione: per quale motivo avrebbe dovuto piantarla? Di fatto sarebbe morta lo stesso, con tutto quello che ci ha fumato sopra. Ma, ribadisco, cazzi suoi. Non è mai valsa una cippa, era stupida, fracassona e arrogante e da ultimo ha avuto un’ulteriore involuzione, che l’ha resa ancora meno sopportabile. Ciò detto, punto e a capo.

Quello che m’interessava sottolineare, di questo libercolo di Fazi, è che è nemmeno malriuscito: è in forma di piccolo diariuzzo, e presenta la vicenda, di per sé ovviamente non molto significativa, di Sechi con la vecchiarda un po’ come la strana coppia, facendone un fatto letterario, o meglio ancora da sit-com, e riprendendo il vizio pietoso della Fallaci stessa di riportare bobinescamente, con mitragliate di vocali e majuscoloni, strepiti, urla & grida, magari infilzati su cespugli di punti esclamativi vale a dire “C’E’ CHE NON CI VEDO PIU’ UN CAZZO, PER LA MADONNA!!!” e “Vaffancuuuuuuuloo!” (ne ricordo uno così, con la uuu lunga più della oo terminale, mormorato sorridendo sulla faccia di un’infermiera che batteva cassa). A me le vecchie che bestemmiano fanno sganasciare, poi fàccino loro.

E così un po’ si gode, questa letturina, che ci mostra una Fallaci perlopiù tappata in casa, per tema di attentati da parte degli Arabi, con questo maledetto cancellino da chiudere tutte le volte a chiave, che mostra il medio, che si fa accompagnare a fare la spesa, che urla vaffanculo, che frega i commessi sul conto, che bestemmia, che si fa accompagnare in ospedale (dove cerca sempre di scappare senza pagare la duecentocinquanta dollari che colaggiù doveva pagare a visita), che invia il Sechi a fare la spesa (qualcuno sa che cos’è il rapino), che gli fa prendere le telefonate, &c. Si aggiunga che i personaggi di contorno sono quanto di meno pittoresco possa immaginarsi: si parla di Mentana (con il quale la Fallaci litiga per una trasmissione televisiva che è stata fatta su di lei sulla Mediaset, in concorrenza con il festival di sanscemo, una cosa che lei assolutamente non avrebbe voluto), di Giuliano Ferrara(1) con quella moglie dal nome poco appetitoso, mi pare Salma Nell’Olio o roba del genere, e poi di Renato Farina, alias l’agente Betulla, quello sfasciacazzi ficcanaso, che telefona spesso (tanto per non farsi mai, ma mai, MAI i cazzaccj suoi) per far sapere alla Fallaci come sta andando tutta la camorra intorno a quel tal professore ***, oncologo, che adesso proporrebbero per il Nobel nonostante abbia sbagliato tutto con il cancro di questa nostra conterranea, la quale — mi sembra di aver capìto — avrebbe voluto fargli pagare il fatto che lei s’è presa il cancro e lei ha continuato a tabaccarci sopra le ottanta, le cento sigherette al dì. Dopo pochi mesi, al ritorno dall’Italia dove aveva fatto una scappata per andare a trovare la madre indisposta, il Sechi è silurato, sia dalla Fallaci che dall’editore. Gli rimangono un Don Chisciotte del 1864, che non so quanto e se valesse, e il ricordo di tante intime cenette con la Fallaci, che pare sia stata una cuoca sopraffina (alleluja, almeno quello).

Ma è uno di quei particolari che rendono tutto sommato amabile il ritratto della ciabattona ormai senescente, rincoglionita e moritura, e in qualche modo anche abbastanza commovente.

Ma soprattutto molto divertente. Da metà libro in poi non ho fatto altro che ridere a crepapelle. C’è per esempio quella scena in cui Sechi dà il braccio alla scorfana, che, involta in metri e metri quadri di visone, cammina con lui per strada, e a un certo punto la semina da qualche parte, che bestemmia in mezzo alla strada; se ce ne fosse stata un’altra dove cadeva dalle scale mi sarei divertito ancora di più, peccato non ci fosse.

Insomma, sono quasi tentato di consigliarlo, sennonché non tutti, probabilmente, avranno il mio senso dell’umorismo.

(1) Di Ferrara la Fallaci conservava in casa la sedia che il notorio giornalista aveva sfondato col culo.

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