31.

19 Dic

Mi è capitato spesso, nel passato, di ripercorrere velocemente il rotolone del blog (quello vecchio, su splinder) e di chiedermi: come mai in quel periodo, di tre giorni una settimana tre settimane, non ho scritto nulla? Dato che ovviamente queste scorse mi permettono una rapida ricollezione, e che mi ricordo sempre se e quanto stessi male, o mi sentissi sfiduciato, o pieno di odio contro il mondo in quelle circostanze, la domanda parrebbe oziosa. E invece no: ha il suo perché. Come mai nei momenti in cui mi sento peggio disposto verso il mondo non scrivo nulla? Non so se càpita anche ad altri, ma io personalmente passo da periodi in cui riesco a far reggere, dentro di me, un’idea posticcia, del tutto illusoria del mio uditorio, a momenti in cui mi rendo perfettamente conto dell’umanità che lo compone. Ogni tanto il velo, faticosamente tessuto dalla mia, quasi ma evidentemente non del tutto esausta, volontà di illudermi su chi mi ascolta si squarcia, e io rimango come un pazzo che declama versi d’amore piegato su un secchio brulicante di vermi. Questo, più che la smania, la voluttà di armarsi di martello e spaccare teste, mi fa desistere dalla scrittura. Questo post è raro, perché me lo sto scrivendo completamente addosso. Ed è una cosa non facile, e che mi serve esclusivamente per non avere il piccolo rimorso di aver lasciato troppi buchi nel blog, in chissà quale futuro. Dico “chissà quale”, ma siamo nella norma — tutte le volte che cado in questo stato mi sembra che non debba mai finire. Ed è, in fondo, la verità: solo che, appunto, qualche volta mi riesce di illudermi, e altre volte no.

 Qualunque cosa succeda di me nel futuro — ormai immediato futuro, comunque riesca, se riesco, ad organizzarmi — spero di riuscire a nascondermi da qualche parte. Di riuscire a trovare un posto, uno qualunque, in cui sia possibile chiudermi e non essere più costretto a pensare che cosa spaventevole e mostruosa io sia. A concepire pensieri atroci, a coltivare fantasie di sangue.

In questi momenti mi càpita di pensare alle persone che mi trovo davanti come a dei puri e semplici ostacoli, a dello spazio rubato. A entità certamente a me ostili, in potenza o in atto, ma essenzialmente a cattivo materiale, male accozzato e peggio disposto. Sono momenti rincrescevoli, perché non perdo affatto la nozione dell’affetto che porto o ho portato ad altre persone; e mi rendo conto che la mia consapevolezza non è il velo che qualche malattia di mente mi mette davanti agli occhii, ma quello che vedo grazie allo squarcio praticato dalla disillusione in quello stesso velo. In momenti come questi solo ecolalicamente mi definirei uno “che ce l’ha col mondo”. In momenti come questi sono uno che ce l’ha con ben determinate cose e, parallelamente, conserva chiara l’idea delle cose belle e buone che ci sono. Le quali, improvvisamente, gli appajono come luci disperse in un’oscena notte, come fiori spuntati per miracolo in mezzo ai miasmi di un interminato letamajo. Col risultato di risaltare ancora più belle, e più buone. Col risultato di far apparire tutto il resto ancora più imbrobitoso, ancora più fetente, ancora più sconcio.

Sono depresso? Non lo so. Proviamo a vedere. Forse tutti i depressi fanno il mio percorso ma non se ne rendono conto. Io ho una personalità portata al rancore. Questo dipende dalla mia memoria, che molte cose si lascia sfuggire e, ferita da altre, porta impressi marchii indelebili. Considerati questi altri ultimi due anni, la mia capacità di odio e di rancore mi sembra infinita: altre facce, altri nomi, altri fatti si sono aggiunti, e finirò come uno che ho conosciuto, che per non pensare alla morte della madre (a lui è andata così) deve prendere quattro pastiglie diverse per non svegliarsi urlando nel cuore della notte, dopo aver tracannato litrate di vino scadente tutta la giornata. Finirò così? O non continuerò, piuttosto, a incamerare odio, rancore, ricordi squallidi? A dormire bene la notte, quando non ho voglia di camminare pensare leggere scrivere, e ad aggiungere, durante tutte le giornate della mia vita, altri luoghi che non vorrò mai più vedere in vita, altri accenti che non vorrò mai più sentire, altre cose che non vorrò mai più esperire? Mi chiedo se la mia sia depressione o il vero segreto della pazienza: un serbatojo infinito di cose luride da portarsi dietro, con sempre maggior sforzo, fino alla tomba, dove finalmente il peso orribile mi schianterà, e tutto andrà disperso. Ma non mi convince né l’una né l’altra ipotesi.

Ecco, in momenti come questi vedo il mio futuro come un continuo aggiungersi di farfalle nere alla mia già troppo ricca collezione. Fino ad ora non ho fatto altro che accumulare; anni fa ho cominciato a non difendermi più, a rallentare, e adesso eccomi fermo, ormai da due, tre, cinque anni. Non riesco più a muovere un passo. Sono diventato incapace di urlare, a furia di avere dimostrazioni di quello che effettivamente è il mio prossimo: urla chi reclama, chi vuole qualcosa che ha meritato, o riparazione di qualcosa che non ha meritato. Io sicuramente non ho meritato tutto questo. Ma dal mio prossimo non voglio proprio nulla. Tranne che sparisca.

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