30. Rettifica (per tutti gli ermanni).

15 Dic

Mi rendo conto che adesso dovrei impegnarmi a fondo, prendere per il bavero l’ermanno di turno e sibilargli sul naso, con l’alito più flatulento possibile: “Bastardo, fottuto, rincoglionito, bidone di merda, io ho parlato di soldi, sì, ma il patto si riferiva a quello che avrei detto io e che avreste detto voi da adesso in poi, mi hai capìto?, cornuto, faccia di cazzo». E avrei dovuto infervorarmi, e tornare alla carica, ringhiandogli nuovamente in muso: «… E dove hai letto, gallo di letamajo, qualcosa che facesse solo lontanamente pensare a uno che gira con la cassetta? Eh?! Bastardo… Fottuto… Come dire che parlare di soldi è automaticamente chiederne in giro!» — &c. &c.

Avrei dovuto, anzi: dovrei. So che dovrei — giuro — ma non lo farò. Queste cose non fanno per me.

Stamani ho finito di ritirare la mia roba a s.da Castello. Mi hanno rubato il lettorino ciddì da 9 euri e 90 (euri = soldi, sì), tutti i dischi, mezzo chilo di miscela di caffè, tutta la carta che avevo. Hanno fatto razzia tra i miei libri, alcuni li ho recuperati sparsi per l’ufficio. La robaccia superstite era stata trasferita dall’ufficio al magazzino in un sacco ben chiuso. Segno che sono stati gli operatori a fare questa ridistribuzione.

Sicché sono nauseato e avvilito; avvilito e nauseato; e non so che cosa prevalga tra le due, se la nausea o l’avvilimento. Ho trovato per il rotto della cuffia un posto in cui tenere (per pochi giorni) la mia roba. I probabili (e comunque i soli) testimoni necessarii a rifare la carta d’identità sono spariti. E, sì, non ho un soldo in tasca. E me ne voglio andare. E ho una sommetta da ritirare alla posta, sì, e non posso ritirarla perché non ho il documento d’identità. E, sì, ce l’ho con questa città di merda, cioè con Torino (di merda), e con tutto il Piemonte in genere. E prego, anzi scongiuro tutti i piemontesi, e in particolare i torinesi, che bazzicassero, putacaso, questo posto, di andarsene ad emanare la loro maledetta puzza d’incesto e di rogna da un’altra parte. Anzi, non li scongiuro: glielo intimo. E me ne voglio andare. E non ci riesco ancora, anche se so che scapperò da un momento all’altro lasciando qui tutta la roba, con l’unica soddisfazione di dire a questa città di merda (Torino [di stra-merda]) finalmente ADDIO, non ti rivedrò mai più, città del cazzo, Torino di merda.

A questo pensiero mi sembra già di racconsolarmi tutto: avessi pure più pezze al culo di quante ne ho adesso; avessi tutto gl’Incurabili in collo, l’Incubo sullo stomaco, la fame più nera, la sete più efferata, la sola idea di essere lontano da qui, e di poter cancellare quest’immondezzajo iniquamente denominato “città” dalla mia personale carta geografica mi curerebbe da ogni male, mi libererebbe da ogni catena, mi lenirebbe ogni pena.

Per cui sarò gentile con Ermanno.

E farò come si fa con tutti i mentecatti. Cioè gli do ragione.

E gli dico: Massì, caro il mio omarino, che hai ben ragione.

E riformulerò il patto:

1. Io parlo di tutto il cazzo che mi pare.

2. Voi tutti, Ermanni, del nord, del sud, del centro, continentali e delle isole, ve ne andate a fare in culo.

Ermanno, l’ID ce l’ho, comunque. Ti tornasse la voglia di intervenire su questo blog ti cancello. Quindi non ha nessun senso tornare come Pino, Samuele, Giudacilio, Gianfecondo, fqdyg676 o altro, non credi? Stattene fuori dei marroni. LEVATI.

Io continuerò a scrivere quel CAZZO che mi pare. Quando mi pare. Come mi pare. Perché mi pare. Se mi pare. Dove mi pare (cioè qui).

P.S.: petarda, se non hai un cazzo da dire, stai pure zitta. Non ti obbligo ad intervenire. Sirenetta, te l’ho già detto: bada alla salute. Non vorrei che un giorno di questi un mio post ti facesse venire una sincope. Non portarmi a desiderare l’esatto contrario. Ti prego. (= cioè a dire: “Sirenetta, vale anche per te”).

Buona serata a tutti.

Vado a dormire sulla prima panchina che trovo.

Tanto ho un piumone. Non ho freddo di notte.

E nessuno ha più il diritto di rompermi i coglioni.

Così credo che sia chiaro per tutti. 

Cia’.

d.

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