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26. A scrocco.

7 Dic

Ho continuato, nel tempo, a spigolare in libreria. Non leggo, chiaramente, per intero tutti quanti i libri: non è tanto per la mancanza di tempo o la difficoltà (molto relativa) a finirli in libreria, ma perché ne approfitto per accostarmi a testi che non acquisterei mai, nemmeno avendo molti soldi, e che quindi sogguardo appena. Altri invece li leggo per intero, se riesco, ovviamente a puntate. In cantiere, al momento, ho La storia di Lisey di Stephen King, di cui ho letto le prime 350 pagg. Devo ammettere che di King, che in ogni caso è il campione di un genere che non m’interessa, ho un’esperienza molto limitata: ho letto solo lo smilzo Ossessione, pubblicato con lo pseudonimo di Richard Bachmann, a suo tempo, i primi quattro volumi della Torre nera e It, sul quale mi sarebbe piaciuto dilungarmi, e l’avevo anche promesso, su www.ilparnasoambulante.splinder.com, sennonché gli appunti che avevo preso sono scomparsi insieme con tutto il contenuto del mio zaino rubato la notte tra il 26 e il 27. Mi limito a notare che il presente romanzo merita, ma c’è una cosa che mi ha meno convinto, ed è lo stile. In effetti, It mi pareva molto più ‘diaframmatico’, per usare un’espressione di opi, molto più fluido; mentre lo stile di quest’ultimo libro mi sembra più artificioso, e leggermente più intralciato. Non ho una grande esperienza di lettore kinghiano, ripeto, e non posso saperlo; ma in postfazione è detto che per la confezione di quest’ultima fatica l’autore si è affidato alle cure editoriali di una redattrice, che ha sottoposto il testo a vigorosa revisione. Col risultato, probabilmente, di rendere più ‘professionale’ la scrittura di King (ma perché si è affidato a una revisora non l’ho capìto), ma con esiti inferiori ad altre cose dello stesso autore. La trama è del tutto lineare, in compenso, e molto semplice. Il carattere, i pensieri, la solitudine, la tristezza della vedova dello scrittore sono descritti persino simpaticamente. Al punto a cui sono arrivato, in cui lei è torturata da un pazzo che si è incaricato di impossessarsi di un manoscritto inedito del marito, ho l’impressione che scada un po’. Ma non troppo, comunque. Sempre per intero domenica scorsa ho letto il brevissimo Fantomas contro i vampiri internazionali di Julio Cortazar (DeriveApprodi, ott. 2006), 125 paginette di cui solo una parte è un feuilletoncino-collage, mentre il resto è, per così dire, ‘apparati’, cioè documenti relativi all’attività del Tribunale Russell II al quale (1973-’75) C. prese parte, un minicarteggio tra lo scrittore e Lelio Basso pure attivo presso lo stesso tribunale, e in più un pajo di circolari interne, illuminanti e agghiaccianti, di due grosse multinazionali. Il romanzo, che mescola alla buona romanzo e fumetto, è basato su un’idea assolutamente semplice: i “vampiri internazionali” incendiano una dopo l’altra le biblioteche pubbliche, e poi quelle private, impedendo agli scrittori di pubblicare e di scrivere, sotto minaccia di morte. Tra i personaggi spiccano una caustica Susan Sontag e un Alberto Moravia dalla favella colorita (“Ma i miei libri, porca madonna!”, in it. nel testo). Insomma, la preistoria del no-global — ma nulla di che, non è una cosa all’altezza di Cortazar, forse perché nasce dalla deprimente consapevolezza dell’inanità degli sforzi del tribunale. Appunto, leggere a scrocco mi permette anche di soddisfare alcune curiosità che altrimenti non potrei, come nel caso dei fumetti; in particolare ho preso sù a casaccio e ho letto all’impiedi perché brevissimo (54 pp.) Eva Miranda del disegnatore Vittorio Giardino in coll. con Giovanni Barbieri, “la prima soap opera a fumetti”. Io non sono un intenditore e temo non lo diverrò mai, ma il tratto non mi sembra granché esperto, e il racconto presenta l’unico tratto d’interesse nel mescolare il voluttuario esibito delle tavole con un umorismo abbastanza candido. Ma non è benissimo disegnato, e l’intento satirico, antitelevisivo innanzitutto (pubblicità che interrompono la narrazione a intervalli regolari, presentando la merendina al bromuro “Limbo”), manca quasi del tutto di mordente. Ron, figlio di ricchissimi industriali del succo di ananas, ama Cindy Cindy, che invece è figlia di una pasticcera vedova bianca; ma Eva Miranda (che poi dovrebbe essere un uomo di nome Fernando) ci si mette di mezzo. A leggerlo ho avuto l’impressione che sarebbe potuto essere scritto e disegnato in un momento qualunque tra il 1960 e oggi: non è una bella sensazione. L’altrojeri ho beccato in libreria (credo alla Fnac — sì, era alla Fnac) il primo volume della nuova edizione di Dune. Dune è una delle pochissime cose di cui ho visto il film senza aver letto il libro. A ben pensarci è un meccanismo che si ripete soprattutto quando si tratta di libri e film di fantascienza — come Blade Runner, altro esempio eloquente. Il motivo sostanziale è che dei romanzi di fantascienza di norma non capisco nulla: certi libri di fantascienza sono le letture in assoluto più faticose che mi possa capitare di fare. E’ un genere fondato sulla descrizione. Non tutti sanno o vogliono descrivere in buona & dovuta forma. Philip Dick, per esempio, mi risulta osticissimo, non sono mai riuscito ad arrivare in fondo nemmeno a un suo racconto. Se c’è il film, automaticamente mi fa anche da “spiega”, almeno fin dove spiega qualcosa. Io, tanto tempo fa, avevo scritto una paginetta sull’impressione lasciatami da Dune il film di David Lynch, forse il primo dvd che ho mai preso e visto. Non mi piacque granché, e non potevo sapere se attribuire la cosa al regista piuttosto che all’autore. Ma la cosa, tutto sommato, non è molto importante. Pubblicai la recensione sulla lista di fantascienza a cui per nessun motivo ero iscritto e fui duramente ripreso per non aver letto i libri prima di vedere il film. In effetti il film, a tratti, risultava incomprensibile. Per esempio non capivo che cosa si versasse in testa il barone Harkonnen prima di saltare addosso all’efebo biondo (non so se sia precisato, nei romanzi di Herbert, e al momento poco m’interessa), ma anche altre cose. Sta di fatto che questo ciclo di romanzi da leggere prima di vedere il film mi stette sùbito sulle palle, sicché non potetti impormelo. Quest’anno è uscito (Sperling&Kupfer) il primo volume con i primi tre romanzi del ciclo, e mi sono messo a leggiucchiare: sono andato avanti, moderatamente avvinto, ma avvinto, fino al terzo capitolo. Riesco così anche a capire il successo di un’opera basata su un’idea assolutamente povera, priva di qualunque oggettivo motivo di superiorità su qualunque altro ciclo. Ecco: lo strabocchevole La ruota del tempo di Robert Jordan (giunto a 11 voll., se sono aggiornato, e quindi ad altrettante migliaja di pagine) potrebbe benissimo essere un capolavoro d’ingegno, cosa che Dune certamente non è; ma cui prodest, se si fatica a leggere? I primi tre capitoli della fortunatissima serie di Herbert dimostrano che cosa è, “di base”, cioè di qua da qualunque preoccupazione da terziario avanzato come stile & sim., scrivere bene: la chiarezza espositiva. Di qualunque cosa si stia scrivendo è bene essere semplici e chiari. Sono pochi gli scrittori di fantascienza che mi fanno arrivare a pagina dieci come a pagina cento, o oltre. Tra questi, l’ultimo in ordine di tempo era stato il mediocrissimo Jack Williamson di un vol. de La legione dello spazio: una cacata, ma si capiva tutto. Da tutto ciò apprendo quanto indispensabile sia un’esposizione accurata, eventualmente più prolissa che ellittica, ore rotundo, quasi a misura di deficiente. Poiché in realtà quasi nessuno capisce veramente quello che legge, se chi scrive non si dà la pena di essere assolutamente chiari. La scrittura non ha nulla di particolarmente riflessivo. E’ uno sforzo snervante, quello di chi deve urlare la sua storia all’interlocutore dislocato dall’altra parte di una tavolata rumorosissima, tra il tinnìo delle stoviglie, le risse, le risate e i rumori gastrici secondarii. Scrivere è proprio questo: urlare. E’ un peccato che buone e ottime idee cadano nel dimenticatojo prima ancora di vivere nella mente di qualche lettore. Dunque, ho capìto il segreto (neanche poi tanto segreto) del successone di Herbert, e, anche se non vale granché, mi rendo conto che è pienamente meritato. Se, invece, qualcuno leggesse solo sua ultima fatica (fatica?), cioè Rivergination, che col cazzo che mi sono letto interamente, si chiederebbe come mai Luciana Littizzetto, patentemente un’insopportabile cretina, abbia avuto tanto successo. Perché il libro, che raccoglie una serie di (come chiamarli? articoli? mah) articoli, fa veramente schifo. Quasi quasi, mi sono detto, non le giova passare dalle orge di cacca-pupù-pipì dei gags televisivi a queste confessioni da sciuretta — ma alla fine dei conti sono io che l’ho letta male; anche cacca-pupù-pipì è la dimostrazione più eloquente della sua notevole tirchieria. Altro libro a metà strada tra fumetto e romanzo, e una cosa realmente interessante, benché non mi attenterei mai a definirla una cosa “bella” (sarebbe comunque fuori luogo) è il Diario di una ragazzina, fatica di Phoebe Gloeckner, statunitense. Si tratta di un libro abbastanza voluminoso, molto ricco, in cui una quindicenne (Minnie Goetz) racconta la parte saliente della sua formazione: bruttina, con una madre alcolizzata e disattenta, subisce le attenzioni dell’amante della madre, tal Monroe, e intreccia una relazione lesbica, che la riempie ulteriormente di confusione. Il diario è stato scritto nel corso del 1976, e ripercorre l’esperienza personale dell’autrice (così si dice, oltre che da altre parti, anche sull’ultimo Pulp). Mi colpisce il finale, ma non per ragioni legate alla biografia dell’autrice, quanto per ragioni legate a una pagina non scritta (non ancora? ma sono così vecchio, ormai!), o quello che immediatamente precede il finale: scoperta la propria vocazione artistica come mezzo di autoaffermazione, di terapia, di salvezza, Minnie vende poesie per la strada, una specie di piccolo atto di indipendenza che assume una valenza importante quando, tra i pochissimi che si avvicinano, si fa vedere anche Monroe, a cui la ragazza sorride consegnandogli la sua poesia. E gli stringe cordialmente la mano, pensando: “Io sono meglio di te, stronzo”. Chiaramente il diario non è e non può essere direttamente il diario dell’autrice, questo per motivi che sappiamo; ma mi premeva mettere l’accento su un fatto che mi sembra interessante; il ricorso al diario come mezzo espressivo è dovuto alla necessità di mostrare una personalità, per così dire, in transitu, e quindi in formazione. Ma non sopravvive nessuna preoccupazione di realismo, in operazioni di questo tipo, oggi come oggi: in effetti, a ben guardare, né i disegni né gli scritti che li accompagnano possono essere espressione di una ragazzina di quindici anni. Se invece vogliamo davvero regredire, possiamo soffermarci sulla seconda, e ultima (in ordine di tempo, vorrai mai che sia costretto a tornare sul marciapiede) fatica di Flavio Mazzini, E adesso chi lo dice a mamma?, edito anch’esso da Castelvecchi. Non si tratta di un libro totalmente sbagliato come le sciagurate Confessioni: si tratta di un libro inutile, simile a decine e decine di altri, che escono — però — a cadenze molto ravvicinate, segno evidente che qualcuno, e anche più di qualcuno, se li legge, e apprezza i repetita. Semplicemente si tratta di una raccolta di “confessioni”, vale a dire di coming-outs, in particolar modo in famiglia, di omosessuali. Ne ho letti due o tre. Nel primo si tratta di un personaggio che fatica enormemente, oltre che a venire allo scoperto, anche a trombare; e questo per un’inerzia che, pure, fatica ad accettare. Una cosa squallida, mi ha dato un malessere quasi fisico — non pretendo di essere capìto. Poi ne ricordo un altro, di coming out, in cui aveva rilevanza la figura machiavellica e pretesa di una nonna torinese, veramente stronza e insopportabile. Forse — pietà di me: non posso ricordare tutte le coglionate che incontro — ne ho letto anche un altro; forse quello di una ragazza lesbica (si raccolgono testimonianze sia di uomini che di donne, infatti). Non ha importanza, come non hanno importanza i contenuti nello specifico. E comunque mi sembra tutta roba abbastanza inventata — perché no? Che cosa importa che queste confessioni siano “vere”? Sempre in materia di omosessualità ho potuto seguire un’altra vicenda, anch’essa per la verità non troppo interessante, dei cartelloni con testimonial gay (a coppie) inventati da Oliviero Toscani per una campagna pubblicitaria; questo grazie (?) a Homofobicus, edito da Kaos, con presentazioni di Marco Rubiola (che confesso non so chi sia) e dello stesso Oliviero Toscani, ma prevalentemente costituito dalle molte lettere e letterine, moltissime di contestazione, inviate via e-mail dal ‘popolo della rete’ ai pubblicitarii e alla casa committente. Una lettura non certo fattibile per esteso, benché non si tratti di un libro voluminoso. A conti fatti non so nemmeno perché sia stata stampata una simile strunzata, ma rimane il fatto che se non l’avessi trovato sul bancone delle gayezze della Fnac non ne avrei mai saputo nulla — rimane da stabilire l’eventuale perdita e l’entità della stessa, ma questo, per l’appunto, è un altro pajo di maniche. Le foto mi sembrano semplicemente bruttacchiole, senza particolare attrattiva né potenzialità di scandalo (ma anche senza “normalità”: non c’è calore, non esprimono un k.), le mail non m’interessano, ma mi colpisce una nota di Toscani in cui fa un peana alla fotografia, artefice di libertà in quanto macchina da demistificazione. Nemmeno Garibaldi o Giovanna d’Arco, sostiene il fotografo, sarebbero ricordati per quello che sono, se ci fosse stata la fotografia, perché essa ne avrebbe documentato i difetti e le violenze. Questi fastidiosi eccessi sono dovuti al vizio maledetto di certa gente di sentirsi sempre Robin Hood, dimenticando bellamente il fatto che la propria posizione nei confronti del potere non è affatto una questione essenzialistica, ma, al contrario, relativa alle condizioni contestuali. Toscani non è un uomo qualunque e non è un demistificatore: è un uomo ricco, noto e — gli piaccia o no — potente; che mostra di avere scarso rispetto, più che scarsa consapevolezza, del proprio potere, ma questo non cambia nulla. Sta di fatto che le sue campagne sono fatte per vendere prodotti, e questo a prescindere dalla sua capacità di veicolare attraverso esse concetti e ideali più o meno nobili. Rimane il fatto che la storia si fa a posteriori, e che le grandi conquiste si fanno con le grandi violenze, non con le profumatamente pagate campagne pubblicitarie. E rimane il fatto che l’immagine, con la sua falsissima presunzione di restituire, se non di costituire, verità inoppugnabili, il più delle volte, proprio perché mostra ma non spiega, fa vedere ma non fa vedere tutto, sia il più grande strumento di mistificazione (come la chiesa cattolica ha scoperto decine di secoli fa [non riguardo alla fotografia, ovviamente, ma all’immagine in genere]) che possa esistere (questo a prescindere da quello che fa Toscani). Comunque, io personalmente non sono scandalizzato dalle foto di Toscani, nemmeno da quella che mostra la coppia gay col bambino: i bambini, infatti, non mi scandalizzano, mi stanno solo sulle palle. Se qualcosa mi vien da eccepire è sui modelli: hanno un po’ le facce da pesce lesso — e poi io ho gusti troppo gay, mi avrebbe fatto piacere se ne avesse scelti di un po’ più belli.