Archivio | 18:00

25. Fulvio & Cinzia, séguito.

6 Dic

I casi, in questi casi, sono almeno due:

1. sprofondare. Ma non è affatto una cosa facile. Voglio dire, è molto facile (in questi casi, dico) aver voglia di sprofondare, magari le mille miglia sotto il livello del mare, ma — lo si creda o no — è impossibile riuscirci senza strumentazione adatta, quantomeno un derrick.

2. pensare a tutt’altro.

Per il momento potevo solo sapere quello che stava succedendo alla povera Cinzia. La quale non aveva, nonché un derrick, nemmeno un modesto succhiello grazie al quale, con molto tempo, molta tenacia e molta pazienza, trovare riparo dalla vergogna sotto le assi dell’antico impiantito del “Barone di Liveri”. Quindi posso attestare che non scomparve. Arrossì, è vero, e questo, in un teatro di tradizione, può essere tranquillamente preso con un tentativo di mimetizzazione, dato che l’imbottita delle poltroncine di tradizione è immancabilmente rosso-tradizione (sive il vermiglio terminologicamente inteso). Cinzia si fece proprio di quel colore.

Si noti il curioso paradosso: la vergogna, che nel teatro del mondo svela positivamente l’intimo affanno e il fallo oggettivo, in quel mondo alla rovescia che è il teatro può servire da nascondiglio! Che fa pure rima con vermiglio!! Ma perché divago? E soprattutto, perché sparo queste cazzate, che mi fanno sembrare un marinista ritardato, più che attardato?

Torniamo a bomba.

Ho detto: Cinzia dissimulava, con lo svelarlo, il suo rossore. Ma evidentemente questo non poteva bastarle, poveretta. Il fatto non è tanto che avesse fatto una di quelle che i condizionamenti e la rigidissima educazione conducono due personcine ammodo come me, vale a dire Fulvio, e Cinzia a definire emerite figure di cazzo; il ftto sostanziale è che la stava ancora facendo. Poiché il rossore (il rosso e l’aglio vanno d’accordo in certe ricette popolari per la cura dei malanni meno gravi, segno che non si respingono) non poteva risultare una valida alternativa al gagliardo fortore d’aglio, che, anzi, mi pareva aumentare leggermente.

Dunque, non potendo sprofondare, sottraendosi alla vista e ai commenti ribaldi delle due maledette ciane; non potendo eliminare il fetore d’aglio solo a forza d’afflusso di sangue al viso; non potendo altro, insomma, si rifugiò tra i proprii pensieri. La Palatine, convinta che tutte le creature essendo di dio non possono mancare d’avere un’anima immortale, durante le cacce reali, mentre la rossa pallottola di pelo della volpe anelante s’immergeva nel più folto dei boschi, inseguita dalle mute bramose e dai troppi armati, soleva deviare col suo disimpegno in qualche sentiero sequestrato, e dare udienza ai proprii pensieri. Per non pensare alla rossa volpe. Per non pensare alla paonazza vergogna, che oscurava il vermiglio delle sedute e il Fulvio di me, Cinzia non diede udienza, ma aperse le cateratte ai pensieri.

Glielo chiesi poi, avendola vista, direi abbastanza d’un tratto, tranquillata in viso, e assorta, senza tema d’interferenza, su quale parte della Carta della Memoria il caso o la volontà avesse puntato il dito.

Mi disse:

— Sono tornata a jersera, non so per quale motivo proprio lì. Jersera, verso le 21.00 — [tutto questo, si badi bene, me lo disse durante l’intervallo, mentre masticava alternatamente mentine (costosissime) prese al baretto interno del teatro, rubacchiando rametti di menta piperita al buffè e dandosi, quand’era certa che nessuno la guardasse, robuste sfregacciate alle gengive con lo spazzolino portato] — mi trovavo alla fermata del 123 barrato, nel bel mezzo della piazza di S. Petunio. In quella piazza fanno capolinea molte linee, per cui non è infrequente per me, che quanto a conoscenze non sono al disotto della media nazionale, incontrare persone note, che aspettano l’autobus per dirigersi verso la parte della città in cui abitano.

La sera era straordinariamente dolce, benché di questi giorni, di norma (e anche di rigoletto — e trovatore, e jessonda, e sismano nel mongol), faccia un freddo boja, ovvero à pierre fendre, e io guardavo gli ultimi incerti barbagli di luce che il cielo sereno pareva voler rattenere alla facciaccia della stagione assai avanzata. Com’è, come non è, mentre vagheggio il cielo e aspetto l’autobus, sento con l’angolo dell’orecchio un fruscio abbastanza familiare — una figura abbastanza agile, avrei detto, perché solo uno spicchietto della coda dell’occhio bastava a catturarne la presenza –, mentre con mezza narice distratta coglievo un profumo di dopobarba a base di zibetto e ambra grigia pure non del tutto ignoto.

Prima ancora di realizzare, una voce, questa sì pienamente nota, mi bussa all’intero timpano, entrando non senza una delicata baldanza dal portone principale del padiglione auricolare. Riconosco la voce e mi volto:

“Ciao, Gèch!” saluto, sorridendo.

— Gèch? — ho chiesto io. — Che roba sarebbe?

— Tu adesso non ricordi, — ha detto, pensosa, vuotandosi sùbito dopo l’intera confezione delle mentine in gola, — ma con un piccolo ajutino ci riuscirai.

— Sentiamo — ho detto.

— Prima vammi a prendere qualcosa di rinfrescante.

Impallidii, lo so; e comunque mi si mise a sudare molto, molto abbondantemente il labbro superiore.

— In che cosa posso servirti? — ho chiesto, tutto sommato impavidamente, con un tremito quasi impercettibile nella voce.

Con il senso di colpa che le velava quegli occhi color pelliccetta che amo tanto ha chiesto:

— Un bicchierone di menta. Un pacchetto di Pip’s. Del collutorio, se ne trovi.

Sono tornato in cinque minuti con del filo interdentale e una stringa di liquerizia. Pur storcendo il naso, ha arraffato tutto.

— Dove hai trovato il filo interdentale? — mi ha chiesto, accigliata, cominciando a torturarsi gli incisivi superiori.

— Non divaghiamo — ho esortato, ormai curioso di sapere chi fosse Gèch. — Allora? Chi era questo tuo amico?

— Ah, già. Ricordi un pajo d’anni fa (c’eravamo appena conosciuti), mentre passeggiavamo tra i chiostri della Passeggiata rinascimentale?

— Ah, quello schifo. Sì, mi ricordo.

— Ti ricordi quel ragazzo spaventosamente magro, col banchetto davanti, e quei vecchii tarocchi bisunti?

— Massì! Che disse di chiamarsi Gèch, per l’appunto; e io gli chiesi che nome fosse, e lui: “E’ americhèno. Gèch, no?”, e io non capivo! E poi ho capìto che era Jack, e gli ho chiesto se fosse il suo vero nome, ovvero se fosse americhèno. E lui: “Mannò, io sono di Cefalù, ma i ragazzi mi chiamano Gèch, ovvero Jack, perché traduce in perfetto americhèno il mio nome”. “Ah!”, ho detto. “Ti chiami Giacomo”. “No”, ha risposto. “Mi chiamo Giovanni”.

— Vedi che ti ricordi? — ha esultato Cinzia, inviandomi un postiglione gassoso che mi ha fatto quasi la permanente alle sopracciglia. Barcollato che ho appena un po’ sotto il primo urto, mi sono ripreso. E mi è montato il sangue alla testa. Mi sono accigliato, davvero.

— Lo ricordo, quello stronzo… — ho cominciato a ricostruire. — Noi litigammo duro, quel pomeriggio.

— Fulvio, amore… — mi ha supplicato Cinzia, guardandosi timorosa intorno.

— Se ti senti osservata — ho detto, sovrappensiero, pensando a quello stronzo di Jack, — non è certo per il mio “stronzo”. Pensa al tuo alito, piuttosto!

Le sono venute le lacrime agli occhi, ma ha dissimulato.

Io non mi sono reso conto di nulla, e ho continuato a ricostruire mentalmente quel pomeriggio con Gèch.

— Volevo che ti facesse i tarocchi… Predisse che saresti morta nel giro di cinque anni… Io gli dissi: “Non sei solo un analfabeta, sei pure uno jettatore!”… Per farsi perdonare mi lesse gratuitamente la mano… Previde che sarei stato sterile… Credetti che un risolino gli aleggiasse all’angolo della bocca… Ci pestammo, sì…

Guardai Cinzia:

— Vai avanti.