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24.

4 Dic

Attualmente dormo fuori, cioè all’aria aperta. Il frate del m.te de’ Cappuccini mi ha dato una copertabella pesante. Non fosse per il lieve problemino della puzza che comincio a emanare, starei d’incanto. Sto d’incanto, anzi, oserei dire. Il fatto è che continuo ad essere senza documento. Nel frattempo si sono aggiunte altre puntate alla mia avventura. La puntata di martedì 28 è una delle più saporite. Mi sono recato, la sera verso le 23.00, a v. Carrera, dove purtroppo in turno c’era una di quelle mie conoscenze che è meglio, per me, non reincontrare mai, vale a dire Laura Scarpellino. Lei, per un motivo o per l’altro, non mi vuole bene — è una fisima che hanno anche altri, si sente sottostimata e detesta l’idea che mi rassegni a fare il barbonazzo comme il faut sotto la sua ala protettrice. Ho avuto modo, in questi giorni, di rendermi conto di quanto gli operatori della Parella siano permalosi. Soprattutto da quando ho detto che ho intenzione di andarmene, non riuscendo a risolvere nulla qui a Torino, città che un po’ non vedo nemmeno, e un po’ chiaramente (ma sfido chiunque) non posso nemmeno vedere, le cose sono andate rapidamente peggiorando. Quando sono arrivato, quella sera, la Scarpellino era stranamente calma. Mi ha fatto entrare, mi ha concesso un po’ di pane superstite in una busta di carta, mi ha dato (ogni tanto qualcuno gliene porta) calzini mutande (queste erano veramente enormi, ho dovuto fare un nodo sul fianco sennò mi scendevano, metà da una parte metà dall’altra) canottiera in modo che potessi cambiarmi, mi ha dato sapone per farmi la doccia e cencio per asciugarmi; più un pacchetto di cartine (le avevo finite). Solo mi ha pregato di andarmene entro mezzanotte, non essendo permesso trattenersi a chi non ha il posto dentro. All’orario stabilito me ne sono docilmente uscito, tranquillo e rinfrescato (benché le mutande di cinque misure più ampie mi dessero un fastidio enorme), e sono andato a dormire su una panchina. La mattina dopo, quando mi sono svegliato, essendo assai imbarazzato nell’andatura per via delle fottute mutande a tendone, mi sono portato nuovamente in v. Carrera, sperando di trovare, sempre grazie all’inusuale tolleranza di quella @ç#°°§## di Laura Scarpellino, un pajo di mutande con un po’ meno strascico. Come mi sono presentato ho detto: «Non urlare. Volevo solo sapere se c’era un altro pajo di mutande, perché queste non mi stanno». «Adesso vediamo», ha risposto serafica. Ha preso la chiave del magazzino, lo ha aperto e mi ha fatto entrare. Mentre cercavo un pajo di mutande più congeniali ha tirato il fiato e si è messa a berciare ferocemente: «E la prossima volta che mi dici di non urlare mi metto a urlare sul serio! Perché io il mio lavoro l’ho fatto! Dopo tutto quello che hai detto sul mio conto hai il coraggio di tornare qui! Dopo tutto quello che hai detto sul mio conto, e anche di Guazzo [ = Andrea Guazzotto, questi cialtroni hanno il vizio di non presentarsi mai per esteso]!». «Perché?» ho chiesto perplesso. «Che cos’avrei detto?».  «Hai raccontato a tutti che sono una pazza isterica!!! E te ne vieni qui, come niente fosse! Quindi sei pregato di finire quello che devi fare, dopodiché scordati via Carrera! Non ci devi più tornare!». Dopo qualche inutile tentativo di argomentare (purtroppo non ho realizzato per tempo che era un sordido agguato — ma questo è tipico mio), vistomi di fronte all’irreparabile, ormai, ho deciso di chiarire qualche punto; le ho detto: «Vaffanculo», e anche «Brutta puttana», tanto per cominciare. Ho minacciato che sarei andato a lamentarmi in Comune, credo ci si debba rivolgere all’Assessorato per le politiche sociali o come kazzo si chiamano — lei, urlando, sosteneva che ci fossi già stato, a sputtanahàrci!!!, e io le ho detto: «Non è vero, ci vado adesso: così avrai modo di renderti conto della differenza». I toni si sono ulteriormente accesi; io le ho buttato in faccia un barattolo di penne; poi, quando lei mi ha intimato … per cui vatti a cercahàre un posto sotto i ponti!! DA STASERAHA!!!!! io le ho buttato addosso un bidone della spazzatura, purtroppo semivuoto, urlando: «Questa è casa tua, ZOCCOLA!»; e le ho detto: «Ho voglia di prenderti a schiaffi», un tossico vecchio si è frapposto, e lei, col ditino alzato squittiva di non osahàre, sai?! Non ho osahàto, no, però uscendo ho ribaltato uno di quei larghi e bassi vasi rossi con le piantine dentro, sbreccandolo e buttando terra dappertutto.

All’uscita stavo proprio bene, bene.

In Comune non ci sono andato, perché non m’interessava. In compenso sono andato oggi a sentire l’assistente sociale del Comune, Antonella Di Massa (o Di Massa Antonella, come ama presentarsi lei) che non segue il mio caso perché non ho mai avuto un’assistente sociale, ma che tempo fa, quando mi si era strappata la carta d’identità, aveva dato la disponibilità per farmi avere due accompagnatori che mi facessero da testimoni all’anagrafe. Adesso che la carta d’identità proprio non ce l’avevo più avrei voluto sapere se era possibile andarla a rifare ex-novo, dato che la volta precedente aveva consentito. Da lei ho saputo che, per via della sospensione da tutti i dormitorii conseguita al mio insano gesto (o alla serie dei miei insani gesti) non ho diritto nemmeno agli accompagnatori per rifare la carta d’identità. Non so per quanto tempo sono sospeso.

E nemmeno me ne frega, perché io dai dormitorii sono scappato un pajo di giorni prima che succedesse l’incidente (cioè ne ero già stato estromesso, sia pure in maniera eterodossa). Ma temo per tutta la roba che è rimasta nei magazzini, sia in s.da Castello che a v. Carrera.

Ecco, questi sono gli unici pensieri che al momento mi girino per la testa.

E poi un altro, ma non ho voglia di parlarne.