Archivio | 15:50

23. Tortura.

2 Dic

Mi dispiace tanto. Non posso continuare a pensare di creare (belli, ‘sti tre infiniti di fila, neh?) se continuo a mangiare così di merda. A parte il fatto che “noi siamo quello che mangiamo”. In primo luogo, ci sono io che sono complicato: praticamente non sopporto più di fare pasti normali per più di due giorni di fila. Intendiamoci, il regime che posso permettermi di definire “normale” consisterebbe nella parodia di regime borghese costituito da 1. 0 (zero) colazione; 2. pranzo fatto di primo scotto e secondo frollo; 3. cena, delle 17 .30 (nota bene) consistente in panini. Se faccio: 1. 0 (=zero) colazione; 2. pranzo fatto di panini; 3. cena (delle 17.30, nota bene) fatta di panini, allora sto ancora bene. Se faccio un pranzo che tenta di essere normale mi viene il mal di testa. (Questo anche evitando cibi notoriamente rischiosi nelle mense come tutte le cose a base di carne [non mangio carne], o — per esempio — le due uova puzzolenti che hanno dato oggi a s.t’Antonio. Per esempio, il pesto di oggi [con patate e fagiolini, che non so neanche che cazzo ci stessero a fare, nel pesto (marciume da smaltire, sicuramente) mi è rimasto piantato nello stomaco; e questo (e vale la pena di dirlo, perché non è banale, eppure è così vero!) mi fa sentire non solo imbarazzato, non solo infelice, ma anche colpevole]).

Se c’è del companatico in abbondanza, allora evito il pane, perché mi si rimpone. Altrimenti posso mangiare solo pane, con scarso o nullo companatico. Ma non posso ingozzarmi di pane, pasta e companatico, magari con accompagnamento di patate e altri amidi. A casa mangiavo la pasta una volta la settimana. Già il secondo giorno di séguito ero preso dalla tentazione di vomitare preventivamente. I miei sentimenti nei confronti della pasta vanno dalla totale indifferenza (quando mi sia propinata in soberrima misura) all’avversione più profonda (quando mi sia rifilata in misura meno sobria). Il riso delle mense è sempre scotto. Sono ferocemente contrario al riso scotto, alle mense e alle cuoche delle mense, che possano tutte quante cadere e friggere eternamente nelle loro bagnarole d’inferno.

Ma non è, appunto, solo questione di regime. E’ più che altro questione di qualità. Dànno troppi scarti, e mangiare diventa una condanna. Benché siano pagati, ovviamente dal Comune, non acquistano quasi nulla, solo, sporadicamente, quell’indispensabile che manca (pasta, riso, forse pane, e che so io?); per il resto distribuiscono quasi esclusivamente l’invenduto dei supermercati e degli alimentari. Quasi sempre è roba che, se non puzza, ha perso quasi totalmente ogni proprietà nutritiva, e si limita a scivolare nello stomaco, colonizzandolo.

Non è vero che la fame ajuti a buttar giù. Non è esatto. La fame costringe a buttar giù. E non è vero che fa sembrare tutto buono, come agli Ugonotti dispersi nelle selve francesi secondo Aubigné [ma teniamo conto che in quel caso erano radici amare, e appena raccolte — un cibo naturale, austero anzichenò, ma tutt’altro che scadente, eppoi freschissimo. Il mio caso fa pensare, più che altro, alla dieta della cittadinanza di Granada durante l’assedio]. A me, per esempio, la fame acuisce i sensi, riaguzza le papille gustative, trasformandomi le ore del pranzo in sessioni di tortura.

(Ma che ci vai a fare? Cambia città! Varrubbà!! Va a scarica’ ‘e cassette al mercato!!! Va’ a venn’i ggiornal’imbiàzz!!!! Vazzappalaterr’!!!!! Sì, sì, un attimo. Finisco qui e vado).

E tutto questo mi colpisce per la sua profonda ingiustizia. Non sono mai tanto devastato dall’odio come quando esco da una mensa.

22. Bad moods (per dir così).

2 Dic

E’ un momento terrificante. Devo averlo già scritto anche in una mail. Non sono taciturno, è che oggi, adesso, mi spaventa scrivere e parlare. Tutte le parole mi sembrano quelle del peggiore dei romanzi di Angela Ravetta (che non c’entra con Gerolamo Rovetta, nemmeno alla lontana) — macinarle, per iscritto o a voce, è per me come inghiottire lentamente del filo spinato. Non so se rendo l’idea.

Dovesse passarmi in giornata (ma rimangono tutti gli altri motivi per sentirmi di merda), torno, e aggiungo alla già ragguardevole filza un’ulteriore cazzata, per la vostra gioja, e anche la mia.

 Cia’.

d.