Archivio | dicembre, 2006

36. In chiaro.

28 Dic

M’è arrivato per posta elettronica, sive via mail, il regolamento del I arci-premio Baghetta. Non posso nascondere che me ne sono assai meravigliato. La mia meraviglia può dipendere o dalla famosa durezza del mio comprendonio, ovvero dall’inverosimile (ma vera) capacità di db di trasformare tutto quello che gli finisce a tiro di penna (metafora) in evanescenza boreale. Insomma, non avevo capìto un cazzo. (Non che mi sia andata meglio in séguito, e adesso mi spiego, sempreché ci riesca).

Risultato: mi sono auto-chiamato fuori dalla selezione dei 6 testi poetici stampati nell’arco del 2006 da far concorrere (credo di aver capìto, ovviamente). E francamente non so dispiacermene, poiché di poesia non m’intendo proprio — non ho, in materia, né strumenti critici adeguati né opinioni personali. Zero. Però db ha inoltrato ugualmente il mio indirizzo-mail all’organizzazione dell’arci-premio (ossia Micaela Mezzabotta, arci-amministratrice), che mi ha graziosamente inoltrato il regolamento.

Da esso regolamento vengo a sapere che i testi e gli autori in gara sono:

1. Claudio Damiani, Attorno al fuoco, Avagliano ed. Roma
2. Giuliana Rigamonti, L’acino della notte, Scheiwiller Milano
3. Patrizia Cavalli, Pigre divinità e pigra sorte, Einaudi Torino
4. Roberto Amato, L’agenzia di viaggi, Diabasis Reggio Emilia
5. Valerio Magrelli, Disturbi del sistema binario, Einaudi Torino
6. Valentino Ronchi, Canzoni di bella vita, Messaggerie It. Milano

–Opere tutte delle quali una sintesi è stata spedita ad un mazzo d’indirizzi mail che corrisponderebbe ad una giuria online.

Che entro il 17 gennajo la giuria online ha agio di segnalare due tra i sei nomi (e raccolte).

Che ad essi due nomi se ne aggiungerà un terzo, scelto “plebiscitariamente in rete” (così dice il bando).

Dopodiché una giuria ulteriore, non virtuale, formata da 40 (quaranta) socii arci, “della più varia estrazione sociale e della più viva propensione poetica”, parteciperanno a tre convivii, uno per autore scelto (2 tra i 6 pubblicati, + 1, cioè il plebiscitario), il gio. I febbraio, il gio. I marzo e il gio. 29 marzo; tutt’e tre gli incontri saranno alle ore 20.00, nella sala da pranzo dell’Arci, dove un tavolo da 4 posti sarà riservato al poeta in lizza & a 3 suoi familiari o amici (12 posti in tutto, 3 poeti + 8 familiari/amici). I sodali avranno modo, suppongo io (ma non vorrei strafare), di farsi un’idea precisa dei tre autori; dopodiché dovranno votare il prescelto, via e-mail, entro l’8 aprile (domenica di Pasqua).

L’esito finale sarà reso immediatamente pubblico, premio e cerimonia saranno decisi lì per lì e «tosto segnalati».

Seguono 100 o forse più di 100 nomi [1], che non ho capìto che ci stanno a fare.

Ma non è quello il mio problema; il problema è semmai, per me, capire per quale motivo, precisamente, mi sia stato spedito il bando. Un paragrafo in particolare di esso bando dovrebbe riguardarmi, cioè quello relativo alla giuria virtuale:

IL COMIZIO (virtuale)

Il 27 dicembre, San Giovanni Evangelista, le 6 sintesi verranno recapitate via e-mail a personalità eminenti della cultura italiana (ma non poeti), che avranno agio fino al 17 gennaio, Sant’Antonio Abate, di scegliere una coppia di autori da segnalare sempre via e-mail a arci.turro@gmail.com, corredata auspicabilmente da una qualsiasi annotazione (la scelta sarà per tutti in chiaro, ossia resa di pubblico dominio). La coppia che ne uscirà vincente sarà sottoposta, assieme a un terzo autore scelto plebiscitariamente in rete, al giudizio definitivo de

Ma mi corre l’obbligo di far notare quello che segue: 

1. Io non sono una personalità eminente della cultura italiana. Sono un povero stronzo. Anzi, lo stronzo più povero e il povero più stronzo di cui sia (io, e, fin dove mi conosce, il mondo) a giorno.

2. Se c’è una definizione che mi s’attaglia meno male di altre è proprio quella di poeta. Non che sia un poeta vero, intendiamoci: ma l’unica parvenza di attività continuativa che ci sia stata nella mia vita è stata proprio quella di far versi (e non poesie, ma tant’è).

Dunque nemmeno questo paragrafo mi riguarda.

Sicché?

[1] che sono i seguenti:G. Agamben (filosofo), Alaimo (cuoco), F. Altan (disegnatore), L. Angelini (traduttore), M.I. Angelici (badessa di Viboldone), R. Archinto (editrice), E. Banchelli (germanista), M. Baraghini (editore), G. Barilla (imprenditore), L. Battaglia (fotografa), M. Belpoliti (saggista), C. Benedetti (italianista), M. Bettetini (storica della filosofia), D. Bidussa (storico), D. Bisutti (critica letteraria), I. Blank (artista), G. Bocca (giornalista), L. Boella (filosofa), S. Boeri (architetto), A. Borioli (musicista), S. Borutti (filosofa), R. Bossaglia (storica dell’arte), B. Bottero (architetto), A. Busi (scrittore), A. Buzzi (scrittore), M. Cacciari (filosofo), M. Calloni (sociologa), S. Cappelletto (musicologo), P. Capriolo (scrittrice), A. Casiraghy (editore), Castaldi (scrittrice), N. Celotti (francesista), P. Ciaravolo (scandinavista), G. Cingoli (produttore cinematografico), L. Cittadini (filantropo), F. Cocchini (direttore editoriale), F. Conant (italianista), V. Consolo (scrittore), S. Corò (architetto), G. Corti (saggista), L. Costa (attrice), A. De Carlo (scrittore), R. De Monticelli (filosofa), E. Deraglio (giornalista), D. Del Boca (regista), M. Donà (filosofo), G. Dorfles (filosofo), P. Dorigatti (pittore), R. Dossi (editore), F. Duranti (scrittrice), H. Ebner (produttore musicale), P. Echaurren (disegnatore), U. Eco (semiologo), L. Einaudi (musicista), M. Fabris (manager), M. Ferraris (filosofo), A. Ferro (psicoanalista), A. Finocchiaro (attrice), Flores d’Arcais (giornalista), M. Fortunato (scrittore), I. Freccia (regista), N. Fusini (anglista), U. Galimberti (filosofo), M. T. Giordana (regista), G. Giorello (filosofo), V. Giorgini (architetto), Gomma (artista), M. Graffi (scrittrice), B. Griffini (agente letteraria), Haas (germanista), P. Hendel (comico), M. Jacob (musicista), H. Janeczek (scrittrice), G. Lerner (giornalista), M. Livolsi (sociologo), M. Lodoli (scrittore), L. Luini (economista), C. Lupoli (direttore editoriale), D. Luttazzi (comico), Maffi (americanista), D. Mainardi (etologo), L. Malerba (scrittore), V. Mancuso (filosofo), A. Marazzi (regista), N. Marcoré (attore), R. Mari (collezionista), M. Martinelli (slavista), R. Mazzanti (direttrice editoriale), F. Mazzini (scrittore), J. McGrath (anglista), V. Melchiorre (filosofo), C. Miglio (germanista), P. Milesi (musicista), A. Moresco (scrittore), G. Mozzi (scrittore), M. Mulas (fotografa), S. Natoli (filosofo), A. Nove (scrittore), M. Olivetti (traduttrice), G. Ossola (pittore), C. Paina (manager), M. Palasciano (scrittore), C. Patey (anglista), G. F. Pedote (produttore cinematografico), T. Pericoli (disegnatore), S. Piccolo (musicista), Pierangelini (cuoco), C. Piersanti (scrittore), G. Pietropolli Charmet (psicoanalista), A. Pinotti (filosofo), D. Pinto (direttore editoriale), P. Pozzi (biblista), L. Prestinenza Pugliesi (architetto), A. Putino (filosofa), P. Raffo (manager), L. Ragazzino (incisore), E. Rambaldi (storico della filosofia), I. L. Rasmussen (scandinavista), L. Ravasi (psicoanalista), A. Rebori (disegnatore), C. Risé (psicologo), C. Roncato (gallerista), E. Ronchetti (storico della filosofia), P. Rossi (comico), G. Sacerdoti (anglista), R. Saviano (giornalista), G. Scaramuzza (filosofo), T. Scarpa (scrittore), A. Schwarz (gallerista), Shobha (fotografa), A. Sofri (saggista), G. Spazio (designer), P. Spica (pittore), S. Staino (disegnatore), N. Stringa (storico dell’arte), Sturla (pittore), F. Terragni (manager), A. Testa (pubblicitaria), C. Torta (attrice), G. Turchetta (italianista), P. Valesio (italianista), Vanilla Sky (musicista), G. Vattimo (filosofo), S. Veca (politologo), M. Vitale (traduttore); F. Vittorini (comparatista), M. Vogliazzo (architetto), U. Volli (semiologo), D. Voltolini (scrittore), Wowe (fotografo).

35.

27 Dic

Salve a tutti, sono di volo. Non pensavo nemmeno di fermarmi a scrivere (sto aspettando una persona che non arriva). Ma tanto me ne vado, sùbito. Cia’. d.

34. Non prendete troppo freddo.

22 Dic

Mi ritrovo fuggevolmente alla Nazionale, dove ancora non mi hanno sparato addosso, per vedere se trovo una mia conoscente di mesi e mesi fa, una bibliotecaria che forse può regalarmi di qualche ajuto per la carta d’identità, testimoniando a mio favore. Non nascondo che è per me un vivissimo piacere ritrovarmi finalmente qui: il personale è osceno, ma il patrimonio librario è tutt’un’altra cosa. Peccato che la mia attuale disposizione d’animo non mi permetta di approfittarne. E poi non sono qui per leggere.

Oggi è per me l’ultimo giorno utile per fare la carta d’identità e ritirare una sommetta alla posta. Naturalmente non ci riuscirò, quindi suppongo di dover mettermi l’animo in pace. Ci si creda o no, sono oltre ogni limite. Mi sono rotto. Il cazzo, certo, ma anche più dentro, e più sopra.

Però oggi è anche il penultimo giorno che posso connettermi prima di natale. Dal momento che domani, presumibilmente, sarò troppo giù di corda per connettermi e dire arrivederci ai miei due Lettori, ne approfitto per salutarLi qui, ora.

Cia’.

d.

33. Letture (e la Fallaci).

21 Dic

Domenica scorsa ho letto, tra Fnac e Mondadori, due libriccini piccini picciò, ma abbastanza sugosi, di cui il primo è I sette peccati capitali degli animali, dell’etologo Giorgio Celli, che mi sembra non sia nuovo a queste compilazioni antropomorfizzanti. In questa si chiede (dandosi anche le relative risposte): può un cane sentirsi in colpa? gli scimpanzé sono buongustai? i mandrilli sono veramente lussuriosi? Si può dire che è scritto molto bene, ma è vero anche che è un libro di natale, una di quelle cose che si comprano per qualcun altro quando non si ha voglia di cercare qualcosa di più calzante, quanto a gusti librarj, e non si ha il coraggio di presentarsi con un pajo di calzini (tutte problematiche da me ormai lontane i milioni di anni-luce, chiaramente).

L’altro libriccino che invece mi ha preso, anche se, essendo appunto un libriccino, è finito quasi sùbito, è Gli occhi di Oriana, del giornalista sardo Alessandro Sechi, che da qualche parte deve avere anche un blog, andatevelo a cercare, se ci tenete. Sechi, nell’inverno 2005-2006, è stato, come dire?, una specie di segretario della Fallaci, ormai moribonda e in via di perdere la vista. Accompagnandola per supermercati e all’ospedale, Sechi svolgeva, secondo la definizione della scrittora medesima, le funzioni di “occhi di Oriana”, vale a dire occhi succedanei a quelli fallaciani, che la metastasi stava ormai mandando a quel paese, poraccia. Prevengo: su tutte le persone al mondo che soffrono di cancro ce ne saranno milioni che meriterebbero milioni di volte l’attenzione che è stata riservata al caso della Fallaci, che rimane una spregevole rompicoglioni e una scrittrice nauseante; leggere un libro del genere come appendice al martirologio della prosatrice incompresa sarebbe veramente prendere a schiaffi la miseria (in senso lato) e il dolore; tantopiù che la stessa Fallaci, che è morta non a 25 ma a 77 anni, su quel cancro ci ha fatto una carriera supplementare, ripropinandolo in tutte le salse senza mai smettere il suo atteggiamento falso e baracconista. Che poi, sicuramente, da un certo punto di vista aveva anche ragione: per quale motivo avrebbe dovuto piantarla? Di fatto sarebbe morta lo stesso, con tutto quello che ci ha fumato sopra. Ma, ribadisco, cazzi suoi. Non è mai valsa una cippa, era stupida, fracassona e arrogante e da ultimo ha avuto un’ulteriore involuzione, che l’ha resa ancora meno sopportabile. Ciò detto, punto e a capo.

Quello che m’interessava sottolineare, di questo libercolo di Fazi, è che è nemmeno malriuscito: è in forma di piccolo diariuzzo, e presenta la vicenda, di per sé ovviamente non molto significativa, di Sechi con la vecchiarda un po’ come la strana coppia, facendone un fatto letterario, o meglio ancora da sit-com, e riprendendo il vizio pietoso della Fallaci stessa di riportare bobinescamente, con mitragliate di vocali e majuscoloni, strepiti, urla & grida, magari infilzati su cespugli di punti esclamativi vale a dire “C’E’ CHE NON CI VEDO PIU’ UN CAZZO, PER LA MADONNA!!!” e “Vaffancuuuuuuuloo!” (ne ricordo uno così, con la uuu lunga più della oo terminale, mormorato sorridendo sulla faccia di un’infermiera che batteva cassa). A me le vecchie che bestemmiano fanno sganasciare, poi fàccino loro.

E così un po’ si gode, questa letturina, che ci mostra una Fallaci perlopiù tappata in casa, per tema di attentati da parte degli Arabi, con questo maledetto cancellino da chiudere tutte le volte a chiave, che mostra il medio, che si fa accompagnare a fare la spesa, che urla vaffanculo, che frega i commessi sul conto, che bestemmia, che si fa accompagnare in ospedale (dove cerca sempre di scappare senza pagare la duecentocinquanta dollari che colaggiù doveva pagare a visita), che invia il Sechi a fare la spesa (qualcuno sa che cos’è il rapino), che gli fa prendere le telefonate, &c. Si aggiunga che i personaggi di contorno sono quanto di meno pittoresco possa immaginarsi: si parla di Mentana (con il quale la Fallaci litiga per una trasmissione televisiva che è stata fatta su di lei sulla Mediaset, in concorrenza con il festival di sanscemo, una cosa che lei assolutamente non avrebbe voluto), di Giuliano Ferrara(1) con quella moglie dal nome poco appetitoso, mi pare Salma Nell’Olio o roba del genere, e poi di Renato Farina, alias l’agente Betulla, quello sfasciacazzi ficcanaso, che telefona spesso (tanto per non farsi mai, ma mai, MAI i cazzaccj suoi) per far sapere alla Fallaci come sta andando tutta la camorra intorno a quel tal professore ***, oncologo, che adesso proporrebbero per il Nobel nonostante abbia sbagliato tutto con il cancro di questa nostra conterranea, la quale — mi sembra di aver capìto — avrebbe voluto fargli pagare il fatto che lei s’è presa il cancro e lei ha continuato a tabaccarci sopra le ottanta, le cento sigherette al dì. Dopo pochi mesi, al ritorno dall’Italia dove aveva fatto una scappata per andare a trovare la madre indisposta, il Sechi è silurato, sia dalla Fallaci che dall’editore. Gli rimangono un Don Chisciotte del 1864, che non so quanto e se valesse, e il ricordo di tante intime cenette con la Fallaci, che pare sia stata una cuoca sopraffina (alleluja, almeno quello).

Ma è uno di quei particolari che rendono tutto sommato amabile il ritratto della ciabattona ormai senescente, rincoglionita e moritura, e in qualche modo anche abbastanza commovente.

Ma soprattutto molto divertente. Da metà libro in poi non ho fatto altro che ridere a crepapelle. C’è per esempio quella scena in cui Sechi dà il braccio alla scorfana, che, involta in metri e metri quadri di visone, cammina con lui per strada, e a un certo punto la semina da qualche parte, che bestemmia in mezzo alla strada; se ce ne fosse stata un’altra dove cadeva dalle scale mi sarei divertito ancora di più, peccato non ci fosse.

Insomma, sono quasi tentato di consigliarlo, sennonché non tutti, probabilmente, avranno il mio senso dell’umorismo.

(1) Di Ferrara la Fallaci conservava in casa la sedia che il notorio giornalista aveva sfondato col culo.

32. IP.

19 Dic

Mi sa che ho fatto insulsamente lo sborrone, con gli IP. Ci sono delle curiose sovrapposizioni, veh che strano:

 72.232.131.22 o 23
anfiosso (che però ha anche 158.102.162.9)
petarda (che però ha anche 151.21.67.110)
uniti contro giuditta
riccio

la sirenetta (che però ha anche 151.44.114.19, 151.37.252.144 e simili)
ermanno (che però ha anche 62.77.53.208)
ella (che però ha anche 82.57.18.34, 87.3.69.22)
aditus
db (che però ha anche 159.149.201.1, 71.19.202.16, 82.56.118.30)
Giuditta Russo (che ha lo stesso indirizzo mail di “riccio“, peraltro; ma anche un altro indirizzo, con nome-e-cognome, e un IP 87.29.139.55, il quale è lo stesso IP di “girolamosavonarola“, di “giordano“, di “Antonietta“, di “vera“, di “Anna Franceschini“, di “Annamaria“, di “Marco“, di “moreno“, di “marta“, di “gen“, di “rita“, di “emily“, di “roberto“, di “renata” [che ha anche la stessa mail di una delle “Giuditta Russo” e di “riccio“], di “riccardo“, di “fausta“, di “robertina“. Digitano tutti dallo stesso ospizio? Digito anch’io dallo stesso ospizio?!)
Anna Franceschini (che ha anche l’IP di cui sopra)
nunzio
opi (che però ha anche 87.6.239.168)
fabiana
Acidshampoo
Ven (che però ha anche 87.4.227.224, 82.56.145.206)

151.38.186.17, 151.37.84.189
dh

82.61.93.104
giusy (o “stellina“, stesso IP, stesso indirizzo mail)

87.3.159.107
genny

151.26.53.38
temperanza

81.73.106.77, 80.182.55.129
google

87.18.100.246
entòni

127.0.0.1
Mr. WordPress

Neh che è strano?

31.

19 Dic

Mi è capitato spesso, nel passato, di ripercorrere velocemente il rotolone del blog (quello vecchio, su splinder) e di chiedermi: come mai in quel periodo, di tre giorni una settimana tre settimane, non ho scritto nulla? Dato che ovviamente queste scorse mi permettono una rapida ricollezione, e che mi ricordo sempre se e quanto stessi male, o mi sentissi sfiduciato, o pieno di odio contro il mondo in quelle circostanze, la domanda parrebbe oziosa. E invece no: ha il suo perché. Come mai nei momenti in cui mi sento peggio disposto verso il mondo non scrivo nulla? Non so se càpita anche ad altri, ma io personalmente passo da periodi in cui riesco a far reggere, dentro di me, un’idea posticcia, del tutto illusoria del mio uditorio, a momenti in cui mi rendo perfettamente conto dell’umanità che lo compone. Ogni tanto il velo, faticosamente tessuto dalla mia, quasi ma evidentemente non del tutto esausta, volontà di illudermi su chi mi ascolta si squarcia, e io rimango come un pazzo che declama versi d’amore piegato su un secchio brulicante di vermi. Questo, più che la smania, la voluttà di armarsi di martello e spaccare teste, mi fa desistere dalla scrittura. Questo post è raro, perché me lo sto scrivendo completamente addosso. Ed è una cosa non facile, e che mi serve esclusivamente per non avere il piccolo rimorso di aver lasciato troppi buchi nel blog, in chissà quale futuro. Dico “chissà quale”, ma siamo nella norma — tutte le volte che cado in questo stato mi sembra che non debba mai finire. Ed è, in fondo, la verità: solo che, appunto, qualche volta mi riesce di illudermi, e altre volte no.

 Qualunque cosa succeda di me nel futuro — ormai immediato futuro, comunque riesca, se riesco, ad organizzarmi — spero di riuscire a nascondermi da qualche parte. Di riuscire a trovare un posto, uno qualunque, in cui sia possibile chiudermi e non essere più costretto a pensare che cosa spaventevole e mostruosa io sia. A concepire pensieri atroci, a coltivare fantasie di sangue.

In questi momenti mi càpita di pensare alle persone che mi trovo davanti come a dei puri e semplici ostacoli, a dello spazio rubato. A entità certamente a me ostili, in potenza o in atto, ma essenzialmente a cattivo materiale, male accozzato e peggio disposto. Sono momenti rincrescevoli, perché non perdo affatto la nozione dell’affetto che porto o ho portato ad altre persone; e mi rendo conto che la mia consapevolezza non è il velo che qualche malattia di mente mi mette davanti agli occhii, ma quello che vedo grazie allo squarcio praticato dalla disillusione in quello stesso velo. In momenti come questi solo ecolalicamente mi definirei uno “che ce l’ha col mondo”. In momenti come questi sono uno che ce l’ha con ben determinate cose e, parallelamente, conserva chiara l’idea delle cose belle e buone che ci sono. Le quali, improvvisamente, gli appajono come luci disperse in un’oscena notte, come fiori spuntati per miracolo in mezzo ai miasmi di un interminato letamajo. Col risultato di risaltare ancora più belle, e più buone. Col risultato di far apparire tutto il resto ancora più imbrobitoso, ancora più fetente, ancora più sconcio.

Sono depresso? Non lo so. Proviamo a vedere. Forse tutti i depressi fanno il mio percorso ma non se ne rendono conto. Io ho una personalità portata al rancore. Questo dipende dalla mia memoria, che molte cose si lascia sfuggire e, ferita da altre, porta impressi marchii indelebili. Considerati questi altri ultimi due anni, la mia capacità di odio e di rancore mi sembra infinita: altre facce, altri nomi, altri fatti si sono aggiunti, e finirò come uno che ho conosciuto, che per non pensare alla morte della madre (a lui è andata così) deve prendere quattro pastiglie diverse per non svegliarsi urlando nel cuore della notte, dopo aver tracannato litrate di vino scadente tutta la giornata. Finirò così? O non continuerò, piuttosto, a incamerare odio, rancore, ricordi squallidi? A dormire bene la notte, quando non ho voglia di camminare pensare leggere scrivere, e ad aggiungere, durante tutte le giornate della mia vita, altri luoghi che non vorrò mai più vedere in vita, altri accenti che non vorrò mai più sentire, altre cose che non vorrò mai più esperire? Mi chiedo se la mia sia depressione o il vero segreto della pazienza: un serbatojo infinito di cose luride da portarsi dietro, con sempre maggior sforzo, fino alla tomba, dove finalmente il peso orribile mi schianterà, e tutto andrà disperso. Ma non mi convince né l’una né l’altra ipotesi.

Ecco, in momenti come questi vedo il mio futuro come un continuo aggiungersi di farfalle nere alla mia già troppo ricca collezione. Fino ad ora non ho fatto altro che accumulare; anni fa ho cominciato a non difendermi più, a rallentare, e adesso eccomi fermo, ormai da due, tre, cinque anni. Non riesco più a muovere un passo. Sono diventato incapace di urlare, a furia di avere dimostrazioni di quello che effettivamente è il mio prossimo: urla chi reclama, chi vuole qualcosa che ha meritato, o riparazione di qualcosa che non ha meritato. Io sicuramente non ho meritato tutto questo. Ma dal mio prossimo non voglio proprio nulla. Tranne che sparisca.

30. Rettifica (per tutti gli ermanni).

15 Dic

Mi rendo conto che adesso dovrei impegnarmi a fondo, prendere per il bavero l’ermanno di turno e sibilargli sul naso, con l’alito più flatulento possibile: “Bastardo, fottuto, rincoglionito, bidone di merda, io ho parlato di soldi, sì, ma il patto si riferiva a quello che avrei detto io e che avreste detto voi da adesso in poi, mi hai capìto?, cornuto, faccia di cazzo». E avrei dovuto infervorarmi, e tornare alla carica, ringhiandogli nuovamente in muso: «… E dove hai letto, gallo di letamajo, qualcosa che facesse solo lontanamente pensare a uno che gira con la cassetta? Eh?! Bastardo… Fottuto… Come dire che parlare di soldi è automaticamente chiederne in giro!» — &c. &c.

Avrei dovuto, anzi: dovrei. So che dovrei — giuro — ma non lo farò. Queste cose non fanno per me.

Stamani ho finito di ritirare la mia roba a s.da Castello. Mi hanno rubato il lettorino ciddì da 9 euri e 90 (euri = soldi, sì), tutti i dischi, mezzo chilo di miscela di caffè, tutta la carta che avevo. Hanno fatto razzia tra i miei libri, alcuni li ho recuperati sparsi per l’ufficio. La robaccia superstite era stata trasferita dall’ufficio al magazzino in un sacco ben chiuso. Segno che sono stati gli operatori a fare questa ridistribuzione.

Sicché sono nauseato e avvilito; avvilito e nauseato; e non so che cosa prevalga tra le due, se la nausea o l’avvilimento. Ho trovato per il rotto della cuffia un posto in cui tenere (per pochi giorni) la mia roba. I probabili (e comunque i soli) testimoni necessarii a rifare la carta d’identità sono spariti. E, sì, non ho un soldo in tasca. E me ne voglio andare. E ho una sommetta da ritirare alla posta, sì, e non posso ritirarla perché non ho il documento d’identità. E, sì, ce l’ho con questa città di merda, cioè con Torino (di merda), e con tutto il Piemonte in genere. E prego, anzi scongiuro tutti i piemontesi, e in particolare i torinesi, che bazzicassero, putacaso, questo posto, di andarsene ad emanare la loro maledetta puzza d’incesto e di rogna da un’altra parte. Anzi, non li scongiuro: glielo intimo. E me ne voglio andare. E non ci riesco ancora, anche se so che scapperò da un momento all’altro lasciando qui tutta la roba, con l’unica soddisfazione di dire a questa città di merda (Torino [di stra-merda]) finalmente ADDIO, non ti rivedrò mai più, città del cazzo, Torino di merda.

A questo pensiero mi sembra già di racconsolarmi tutto: avessi pure più pezze al culo di quante ne ho adesso; avessi tutto gl’Incurabili in collo, l’Incubo sullo stomaco, la fame più nera, la sete più efferata, la sola idea di essere lontano da qui, e di poter cancellare quest’immondezzajo iniquamente denominato “città” dalla mia personale carta geografica mi curerebbe da ogni male, mi libererebbe da ogni catena, mi lenirebbe ogni pena.

Per cui sarò gentile con Ermanno.

E farò come si fa con tutti i mentecatti. Cioè gli do ragione.

E gli dico: Massì, caro il mio omarino, che hai ben ragione.

E riformulerò il patto:

1. Io parlo di tutto il cazzo che mi pare.

2. Voi tutti, Ermanni, del nord, del sud, del centro, continentali e delle isole, ve ne andate a fare in culo.

Ermanno, l’ID ce l’ho, comunque. Ti tornasse la voglia di intervenire su questo blog ti cancello. Quindi non ha nessun senso tornare come Pino, Samuele, Giudacilio, Gianfecondo, fqdyg676 o altro, non credi? Stattene fuori dei marroni. LEVATI.

Io continuerò a scrivere quel CAZZO che mi pare. Quando mi pare. Come mi pare. Perché mi pare. Se mi pare. Dove mi pare (cioè qui).

P.S.: petarda, se non hai un cazzo da dire, stai pure zitta. Non ti obbligo ad intervenire. Sirenetta, te l’ho già detto: bada alla salute. Non vorrei che un giorno di questi un mio post ti facesse venire una sincope. Non portarmi a desiderare l’esatto contrario. Ti prego. (= cioè a dire: “Sirenetta, vale anche per te”).

Buona serata a tutti.

Vado a dormire sulla prima panchina che trovo.

Tanto ho un piumone. Non ho freddo di notte.

E nessuno ha più il diritto di rompermi i coglioni.

Così credo che sia chiaro per tutti. 

Cia’.

d.

29. Ciao a tutti!!!

15 Dic

Ci sono, ci sono.

Sono solo un attimo impegnato su wikipedia, prima di perdere i miei superstiti fiori di erudizione preferisco consegnarli al mondo indegno.

(Un patto.

 Io non giro con la cassetta.

Voi non parlate di soldi.

GRAZIE).

28. Ehilà!

11 Dic

[Ho cercato di postare questo nonnulla jeri, e non ce l’ha fatta. Vedo se riesce adesso]. 

Non che abbia molto da dire. Anzi, diciamo pure che non ho da dire un bel tubo di niente. Essenzialmente per un motivo, che sono due giorni che non scrivo un rigo, e ormai quando non scrivo (specialmente a mano) mi intendo sempre poco bene. Sicché oggi ho scritto un poco a mano, e andrò avanti ancora, un poco, questa sera, alla luce di qualche lampione. Comunque sia novità non ce ne sono. Ho finito sabato La storia di Lisey di Stephen King, che non essendo una patacca del buon tempo andato non può ispirare né note a piè di pagina né commenti troppo sottili. Ma se mi va ci faccio un post. Se non mi va, niente. Una cosa nuova è però l’esperienza per me inedita di girare per chiese — in cerca dei soldi per pagare i 5 euri e 42 + 3 = 8,42 che occorrono per rifare la carta d’identità. Tutt’altro che esaltante, ma sono inaspettatamente interessanti, divertenti, bizzarre le puttanate che dicono i preti per non sganciare un centesimo (o per darti un euro — in quei casi rifiuto perché non me ne faccio un kazzo): ho incontrato un servita (se i “Servi di Maria” sono serviti), a Superga, che m’ha fatto una soap indegna: una roba da calci in culo!!! Quando ho finito il giro posto le trojate più grosse (e dovessero non piaciàre me ne fotto). Così cerco di buttarla sul ridere. Anche se non mi riesce, con la rogna che mi smangia il cuore.

27. Sade.

9 Dic

Non avevo mai letto niente di Sade. Un po’ perché il porno non m’interessa — non quello scritto, cioè, se ci sono le figure è diverso. Ma comunque è una questione di preferenze sessuali. Sicché pensavo di leggerlo, magari integralmente e in francese, con taccuino e lapis accanto, per darne una lettura assolutamente rigorosa, quale può darne uno che non lo legge per scopi ad erigendam virgam — e quindi per dimostrare, implicitamente, che Sade effettivamente non è ad erigendam virgam. Approfittando del prezzo veramente ridicolo (2 euri, ma bello è che ho pagato con 5 e il librajo me ne ha dati 8 di resto!), ho fatto una scelta di mezzo carattere: ho preso l’ultimo vol. delle Opere Complete nella vecchia Newton; il quale ultimo volume contiene opere non pornografiche, ossia i “romanzi storici”, novelloni gotici, quali La marchesa di Gange, Adelaide di Brunswick e Isabella di Baviera. Al momento sono in treno di leggere (con tutto il tempo che ho, soprattutto la sera) il secondo che ho detto, cioè Adelaide di Brunswick, che è diviso in due parti, e la cui prima parte è quasi per intero illeggibile, essendo occupata per il 99% dai più astrusi e atticciati dialoghi tra i cartapesteschi personaggii. Poco più avanti assume addirittura del fiabesco, diventa persin bello quando Adelaide e la fida servente, disperse per la Germania in séguito ad un’ingiusta accusa, sono imprigionate in un castello da certi oscuri vendicatori, che dànno loro una corda da intrecciare e della terra da scavare: possono metterci quanto vogliono, liberissime anzi di metterci mesi; ma la corda servirà a impiccarle, e le fosse a seppellirle. Una cosa che mi sembra molto strana è che a un certo punto l’imperatore Federico, lui pure disperso in incognito per la Germania, a un certo punto incontra un falso commerciante, in realtà un potente astrologo, che lo invita a casa propria per un caffè. Nota bene che il romanzo (breve) comincia con le parole: «Verso la metà dell’XI secolo, epoca della vicenda che stiamo per raccontare…» (187).

Invece ho letto per intero la triste storia di Eufrasia ed Alfonso. Da questa storia, che non ha nulla di sessuale, ed è scritta con una parodia di stile acremente moralistico, si riesce tuttavia a capire un po’ della sostanza del sadismo, credo: dalle vicende di Eufrasia, variamente imprigionata, ingannata, accusata, seviziata, massacrata, avvelenata sembra capirsi che il sadismo sia una capacità di forte empatia nei confronti delle sensazioni e dei sentimenti delle vittime, unitamente ad una capacità abbastanza sconcertante e abbastanza no di godere di questi sentimenti e sensazioni. La storia è ambientata intorno alla metà del Gran Secolo, e origina da un volume di cronache sanguinolente. Assomiglia ad una novella del Giraldi Cinzio un po’ gonfiata.

Il vol. è concluso dagli appunti di S. per un romanzo, questo uno dei violentemente pornografici, non so nemmeno se pervenuto, terminato, pubblicato o no (ribadisco, sono vergine di S.), e anche qui c’è un curioso anacronismo, dovuto però alla traduttrice [Luisa Collodi] (non so che termine abbia impiegato S. nello specifico, forse semplicemente bougre, anche se non credo, perché il bougre è individuatamente il sodomita — per questo sarei portato a escludere anche sodomite, appunto): «Il cardinale de Fleury è omosessuale: fotte soltanto in bocca» (479). “Omosessuale” nasce, dopo aver conteso il passo a neologismi come “omosessuato” & sim., nel 1892.

Sade, Opere complete. La marchesa di Gange. Adelaide di Brunswick. Isabella di Baviera. Tradd. di L. Chiavarelli e L. Collodi, Newton&Compton, Roma nov. 1993(2).

26. A scrocco.

7 Dic

Ho continuato, nel tempo, a spigolare in libreria. Non leggo, chiaramente, per intero tutti quanti i libri: non è tanto per la mancanza di tempo o la difficoltà (molto relativa) a finirli in libreria, ma perché ne approfitto per accostarmi a testi che non acquisterei mai, nemmeno avendo molti soldi, e che quindi sogguardo appena. Altri invece li leggo per intero, se riesco, ovviamente a puntate. In cantiere, al momento, ho La storia di Lisey di Stephen King, di cui ho letto le prime 350 pagg. Devo ammettere che di King, che in ogni caso è il campione di un genere che non m’interessa, ho un’esperienza molto limitata: ho letto solo lo smilzo Ossessione, pubblicato con lo pseudonimo di Richard Bachmann, a suo tempo, i primi quattro volumi della Torre nera e It, sul quale mi sarebbe piaciuto dilungarmi, e l’avevo anche promesso, su www.ilparnasoambulante.splinder.com, sennonché gli appunti che avevo preso sono scomparsi insieme con tutto il contenuto del mio zaino rubato la notte tra il 26 e il 27. Mi limito a notare che il presente romanzo merita, ma c’è una cosa che mi ha meno convinto, ed è lo stile. In effetti, It mi pareva molto più ‘diaframmatico’, per usare un’espressione di opi, molto più fluido; mentre lo stile di quest’ultimo libro mi sembra più artificioso, e leggermente più intralciato. Non ho una grande esperienza di lettore kinghiano, ripeto, e non posso saperlo; ma in postfazione è detto che per la confezione di quest’ultima fatica l’autore si è affidato alle cure editoriali di una redattrice, che ha sottoposto il testo a vigorosa revisione. Col risultato, probabilmente, di rendere più ‘professionale’ la scrittura di King (ma perché si è affidato a una revisora non l’ho capìto), ma con esiti inferiori ad altre cose dello stesso autore. La trama è del tutto lineare, in compenso, e molto semplice. Il carattere, i pensieri, la solitudine, la tristezza della vedova dello scrittore sono descritti persino simpaticamente. Al punto a cui sono arrivato, in cui lei è torturata da un pazzo che si è incaricato di impossessarsi di un manoscritto inedito del marito, ho l’impressione che scada un po’. Ma non troppo, comunque. Sempre per intero domenica scorsa ho letto il brevissimo Fantomas contro i vampiri internazionali di Julio Cortazar (DeriveApprodi, ott. 2006), 125 paginette di cui solo una parte è un feuilletoncino-collage, mentre il resto è, per così dire, ‘apparati’, cioè documenti relativi all’attività del Tribunale Russell II al quale (1973-’75) C. prese parte, un minicarteggio tra lo scrittore e Lelio Basso pure attivo presso lo stesso tribunale, e in più un pajo di circolari interne, illuminanti e agghiaccianti, di due grosse multinazionali. Il romanzo, che mescola alla buona romanzo e fumetto, è basato su un’idea assolutamente semplice: i “vampiri internazionali” incendiano una dopo l’altra le biblioteche pubbliche, e poi quelle private, impedendo agli scrittori di pubblicare e di scrivere, sotto minaccia di morte. Tra i personaggi spiccano una caustica Susan Sontag e un Alberto Moravia dalla favella colorita (“Ma i miei libri, porca madonna!”, in it. nel testo). Insomma, la preistoria del no-global — ma nulla di che, non è una cosa all’altezza di Cortazar, forse perché nasce dalla deprimente consapevolezza dell’inanità degli sforzi del tribunale. Appunto, leggere a scrocco mi permette anche di soddisfare alcune curiosità che altrimenti non potrei, come nel caso dei fumetti; in particolare ho preso sù a casaccio e ho letto all’impiedi perché brevissimo (54 pp.) Eva Miranda del disegnatore Vittorio Giardino in coll. con Giovanni Barbieri, “la prima soap opera a fumetti”. Io non sono un intenditore e temo non lo diverrò mai, ma il tratto non mi sembra granché esperto, e il racconto presenta l’unico tratto d’interesse nel mescolare il voluttuario esibito delle tavole con un umorismo abbastanza candido. Ma non è benissimo disegnato, e l’intento satirico, antitelevisivo innanzitutto (pubblicità che interrompono la narrazione a intervalli regolari, presentando la merendina al bromuro “Limbo”), manca quasi del tutto di mordente. Ron, figlio di ricchissimi industriali del succo di ananas, ama Cindy Cindy, che invece è figlia di una pasticcera vedova bianca; ma Eva Miranda (che poi dovrebbe essere un uomo di nome Fernando) ci si mette di mezzo. A leggerlo ho avuto l’impressione che sarebbe potuto essere scritto e disegnato in un momento qualunque tra il 1960 e oggi: non è una bella sensazione. L’altrojeri ho beccato in libreria (credo alla Fnac — sì, era alla Fnac) il primo volume della nuova edizione di Dune. Dune è una delle pochissime cose di cui ho visto il film senza aver letto il libro. A ben pensarci è un meccanismo che si ripete soprattutto quando si tratta di libri e film di fantascienza — come Blade Runner, altro esempio eloquente. Il motivo sostanziale è che dei romanzi di fantascienza di norma non capisco nulla: certi libri di fantascienza sono le letture in assoluto più faticose che mi possa capitare di fare. E’ un genere fondato sulla descrizione. Non tutti sanno o vogliono descrivere in buona & dovuta forma. Philip Dick, per esempio, mi risulta osticissimo, non sono mai riuscito ad arrivare in fondo nemmeno a un suo racconto. Se c’è il film, automaticamente mi fa anche da “spiega”, almeno fin dove spiega qualcosa. Io, tanto tempo fa, avevo scritto una paginetta sull’impressione lasciatami da Dune il film di David Lynch, forse il primo dvd che ho mai preso e visto. Non mi piacque granché, e non potevo sapere se attribuire la cosa al regista piuttosto che all’autore. Ma la cosa, tutto sommato, non è molto importante. Pubblicai la recensione sulla lista di fantascienza a cui per nessun motivo ero iscritto e fui duramente ripreso per non aver letto i libri prima di vedere il film. In effetti il film, a tratti, risultava incomprensibile. Per esempio non capivo che cosa si versasse in testa il barone Harkonnen prima di saltare addosso all’efebo biondo (non so se sia precisato, nei romanzi di Herbert, e al momento poco m’interessa), ma anche altre cose. Sta di fatto che questo ciclo di romanzi da leggere prima di vedere il film mi stette sùbito sulle palle, sicché non potetti impormelo. Quest’anno è uscito (Sperling&Kupfer) il primo volume con i primi tre romanzi del ciclo, e mi sono messo a leggiucchiare: sono andato avanti, moderatamente avvinto, ma avvinto, fino al terzo capitolo. Riesco così anche a capire il successo di un’opera basata su un’idea assolutamente povera, priva di qualunque oggettivo motivo di superiorità su qualunque altro ciclo. Ecco: lo strabocchevole La ruota del tempo di Robert Jordan (giunto a 11 voll., se sono aggiornato, e quindi ad altrettante migliaja di pagine) potrebbe benissimo essere un capolavoro d’ingegno, cosa che Dune certamente non è; ma cui prodest, se si fatica a leggere? I primi tre capitoli della fortunatissima serie di Herbert dimostrano che cosa è, “di base”, cioè di qua da qualunque preoccupazione da terziario avanzato come stile & sim., scrivere bene: la chiarezza espositiva. Di qualunque cosa si stia scrivendo è bene essere semplici e chiari. Sono pochi gli scrittori di fantascienza che mi fanno arrivare a pagina dieci come a pagina cento, o oltre. Tra questi, l’ultimo in ordine di tempo era stato il mediocrissimo Jack Williamson di un vol. de La legione dello spazio: una cacata, ma si capiva tutto. Da tutto ciò apprendo quanto indispensabile sia un’esposizione accurata, eventualmente più prolissa che ellittica, ore rotundo, quasi a misura di deficiente. Poiché in realtà quasi nessuno capisce veramente quello che legge, se chi scrive non si dà la pena di essere assolutamente chiari. La scrittura non ha nulla di particolarmente riflessivo. E’ uno sforzo snervante, quello di chi deve urlare la sua storia all’interlocutore dislocato dall’altra parte di una tavolata rumorosissima, tra il tinnìo delle stoviglie, le risse, le risate e i rumori gastrici secondarii. Scrivere è proprio questo: urlare. E’ un peccato che buone e ottime idee cadano nel dimenticatojo prima ancora di vivere nella mente di qualche lettore. Dunque, ho capìto il segreto (neanche poi tanto segreto) del successone di Herbert, e, anche se non vale granché, mi rendo conto che è pienamente meritato. Se, invece, qualcuno leggesse solo sua ultima fatica (fatica?), cioè Rivergination, che col cazzo che mi sono letto interamente, si chiederebbe come mai Luciana Littizzetto, patentemente un’insopportabile cretina, abbia avuto tanto successo. Perché il libro, che raccoglie una serie di (come chiamarli? articoli? mah) articoli, fa veramente schifo. Quasi quasi, mi sono detto, non le giova passare dalle orge di cacca-pupù-pipì dei gags televisivi a queste confessioni da sciuretta — ma alla fine dei conti sono io che l’ho letta male; anche cacca-pupù-pipì è la dimostrazione più eloquente della sua notevole tirchieria. Altro libro a metà strada tra fumetto e romanzo, e una cosa realmente interessante, benché non mi attenterei mai a definirla una cosa “bella” (sarebbe comunque fuori luogo) è il Diario di una ragazzina, fatica di Phoebe Gloeckner, statunitense. Si tratta di un libro abbastanza voluminoso, molto ricco, in cui una quindicenne (Minnie Goetz) racconta la parte saliente della sua formazione: bruttina, con una madre alcolizzata e disattenta, subisce le attenzioni dell’amante della madre, tal Monroe, e intreccia una relazione lesbica, che la riempie ulteriormente di confusione. Il diario è stato scritto nel corso del 1976, e ripercorre l’esperienza personale dell’autrice (così si dice, oltre che da altre parti, anche sull’ultimo Pulp). Mi colpisce il finale, ma non per ragioni legate alla biografia dell’autrice, quanto per ragioni legate a una pagina non scritta (non ancora? ma sono così vecchio, ormai!), o quello che immediatamente precede il finale: scoperta la propria vocazione artistica come mezzo di autoaffermazione, di terapia, di salvezza, Minnie vende poesie per la strada, una specie di piccolo atto di indipendenza che assume una valenza importante quando, tra i pochissimi che si avvicinano, si fa vedere anche Monroe, a cui la ragazza sorride consegnandogli la sua poesia. E gli stringe cordialmente la mano, pensando: “Io sono meglio di te, stronzo”. Chiaramente il diario non è e non può essere direttamente il diario dell’autrice, questo per motivi che sappiamo; ma mi premeva mettere l’accento su un fatto che mi sembra interessante; il ricorso al diario come mezzo espressivo è dovuto alla necessità di mostrare una personalità, per così dire, in transitu, e quindi in formazione. Ma non sopravvive nessuna preoccupazione di realismo, in operazioni di questo tipo, oggi come oggi: in effetti, a ben guardare, né i disegni né gli scritti che li accompagnano possono essere espressione di una ragazzina di quindici anni. Se invece vogliamo davvero regredire, possiamo soffermarci sulla seconda, e ultima (in ordine di tempo, vorrai mai che sia costretto a tornare sul marciapiede) fatica di Flavio Mazzini, E adesso chi lo dice a mamma?, edito anch’esso da Castelvecchi. Non si tratta di un libro totalmente sbagliato come le sciagurate Confessioni: si tratta di un libro inutile, simile a decine e decine di altri, che escono — però — a cadenze molto ravvicinate, segno evidente che qualcuno, e anche più di qualcuno, se li legge, e apprezza i repetita. Semplicemente si tratta di una raccolta di “confessioni”, vale a dire di coming-outs, in particolar modo in famiglia, di omosessuali. Ne ho letti due o tre. Nel primo si tratta di un personaggio che fatica enormemente, oltre che a venire allo scoperto, anche a trombare; e questo per un’inerzia che, pure, fatica ad accettare. Una cosa squallida, mi ha dato un malessere quasi fisico — non pretendo di essere capìto. Poi ne ricordo un altro, di coming out, in cui aveva rilevanza la figura machiavellica e pretesa di una nonna torinese, veramente stronza e insopportabile. Forse — pietà di me: non posso ricordare tutte le coglionate che incontro — ne ho letto anche un altro; forse quello di una ragazza lesbica (si raccolgono testimonianze sia di uomini che di donne, infatti). Non ha importanza, come non hanno importanza i contenuti nello specifico. E comunque mi sembra tutta roba abbastanza inventata — perché no? Che cosa importa che queste confessioni siano “vere”? Sempre in materia di omosessualità ho potuto seguire un’altra vicenda, anch’essa per la verità non troppo interessante, dei cartelloni con testimonial gay (a coppie) inventati da Oliviero Toscani per una campagna pubblicitaria; questo grazie (?) a Homofobicus, edito da Kaos, con presentazioni di Marco Rubiola (che confesso non so chi sia) e dello stesso Oliviero Toscani, ma prevalentemente costituito dalle molte lettere e letterine, moltissime di contestazione, inviate via e-mail dal ‘popolo della rete’ ai pubblicitarii e alla casa committente. Una lettura non certo fattibile per esteso, benché non si tratti di un libro voluminoso. A conti fatti non so nemmeno perché sia stata stampata una simile strunzata, ma rimane il fatto che se non l’avessi trovato sul bancone delle gayezze della Fnac non ne avrei mai saputo nulla — rimane da stabilire l’eventuale perdita e l’entità della stessa, ma questo, per l’appunto, è un altro pajo di maniche. Le foto mi sembrano semplicemente bruttacchiole, senza particolare attrattiva né potenzialità di scandalo (ma anche senza “normalità”: non c’è calore, non esprimono un k.), le mail non m’interessano, ma mi colpisce una nota di Toscani in cui fa un peana alla fotografia, artefice di libertà in quanto macchina da demistificazione. Nemmeno Garibaldi o Giovanna d’Arco, sostiene il fotografo, sarebbero ricordati per quello che sono, se ci fosse stata la fotografia, perché essa ne avrebbe documentato i difetti e le violenze. Questi fastidiosi eccessi sono dovuti al vizio maledetto di certa gente di sentirsi sempre Robin Hood, dimenticando bellamente il fatto che la propria posizione nei confronti del potere non è affatto una questione essenzialistica, ma, al contrario, relativa alle condizioni contestuali. Toscani non è un uomo qualunque e non è un demistificatore: è un uomo ricco, noto e — gli piaccia o no — potente; che mostra di avere scarso rispetto, più che scarsa consapevolezza, del proprio potere, ma questo non cambia nulla. Sta di fatto che le sue campagne sono fatte per vendere prodotti, e questo a prescindere dalla sua capacità di veicolare attraverso esse concetti e ideali più o meno nobili. Rimane il fatto che la storia si fa a posteriori, e che le grandi conquiste si fanno con le grandi violenze, non con le profumatamente pagate campagne pubblicitarie. E rimane il fatto che l’immagine, con la sua falsissima presunzione di restituire, se non di costituire, verità inoppugnabili, il più delle volte, proprio perché mostra ma non spiega, fa vedere ma non fa vedere tutto, sia il più grande strumento di mistificazione (come la chiesa cattolica ha scoperto decine di secoli fa [non riguardo alla fotografia, ovviamente, ma all’immagine in genere]) che possa esistere (questo a prescindere da quello che fa Toscani). Comunque, io personalmente non sono scandalizzato dalle foto di Toscani, nemmeno da quella che mostra la coppia gay col bambino: i bambini, infatti, non mi scandalizzano, mi stanno solo sulle palle. Se qualcosa mi vien da eccepire è sui modelli: hanno un po’ le facce da pesce lesso — e poi io ho gusti troppo gay, mi avrebbe fatto piacere se ne avesse scelti di un po’ più belli.

25. Fulvio & Cinzia, séguito.

6 Dic

I casi, in questi casi, sono almeno due:

1. sprofondare. Ma non è affatto una cosa facile. Voglio dire, è molto facile (in questi casi, dico) aver voglia di sprofondare, magari le mille miglia sotto il livello del mare, ma — lo si creda o no — è impossibile riuscirci senza strumentazione adatta, quantomeno un derrick.

2. pensare a tutt’altro.

Per il momento potevo solo sapere quello che stava succedendo alla povera Cinzia. La quale non aveva, nonché un derrick, nemmeno un modesto succhiello grazie al quale, con molto tempo, molta tenacia e molta pazienza, trovare riparo dalla vergogna sotto le assi dell’antico impiantito del “Barone di Liveri”. Quindi posso attestare che non scomparve. Arrossì, è vero, e questo, in un teatro di tradizione, può essere tranquillamente preso con un tentativo di mimetizzazione, dato che l’imbottita delle poltroncine di tradizione è immancabilmente rosso-tradizione (sive il vermiglio terminologicamente inteso). Cinzia si fece proprio di quel colore.

Si noti il curioso paradosso: la vergogna, che nel teatro del mondo svela positivamente l’intimo affanno e il fallo oggettivo, in quel mondo alla rovescia che è il teatro può servire da nascondiglio! Che fa pure rima con vermiglio!! Ma perché divago? E soprattutto, perché sparo queste cazzate, che mi fanno sembrare un marinista ritardato, più che attardato?

Torniamo a bomba.

Ho detto: Cinzia dissimulava, con lo svelarlo, il suo rossore. Ma evidentemente questo non poteva bastarle, poveretta. Il fatto non è tanto che avesse fatto una di quelle che i condizionamenti e la rigidissima educazione conducono due personcine ammodo come me, vale a dire Fulvio, e Cinzia a definire emerite figure di cazzo; il ftto sostanziale è che la stava ancora facendo. Poiché il rossore (il rosso e l’aglio vanno d’accordo in certe ricette popolari per la cura dei malanni meno gravi, segno che non si respingono) non poteva risultare una valida alternativa al gagliardo fortore d’aglio, che, anzi, mi pareva aumentare leggermente.

Dunque, non potendo sprofondare, sottraendosi alla vista e ai commenti ribaldi delle due maledette ciane; non potendo eliminare il fetore d’aglio solo a forza d’afflusso di sangue al viso; non potendo altro, insomma, si rifugiò tra i proprii pensieri. La Palatine, convinta che tutte le creature essendo di dio non possono mancare d’avere un’anima immortale, durante le cacce reali, mentre la rossa pallottola di pelo della volpe anelante s’immergeva nel più folto dei boschi, inseguita dalle mute bramose e dai troppi armati, soleva deviare col suo disimpegno in qualche sentiero sequestrato, e dare udienza ai proprii pensieri. Per non pensare alla rossa volpe. Per non pensare alla paonazza vergogna, che oscurava il vermiglio delle sedute e il Fulvio di me, Cinzia non diede udienza, ma aperse le cateratte ai pensieri.

Glielo chiesi poi, avendola vista, direi abbastanza d’un tratto, tranquillata in viso, e assorta, senza tema d’interferenza, su quale parte della Carta della Memoria il caso o la volontà avesse puntato il dito.

Mi disse:

— Sono tornata a jersera, non so per quale motivo proprio lì. Jersera, verso le 21.00 — [tutto questo, si badi bene, me lo disse durante l’intervallo, mentre masticava alternatamente mentine (costosissime) prese al baretto interno del teatro, rubacchiando rametti di menta piperita al buffè e dandosi, quand’era certa che nessuno la guardasse, robuste sfregacciate alle gengive con lo spazzolino portato] — mi trovavo alla fermata del 123 barrato, nel bel mezzo della piazza di S. Petunio. In quella piazza fanno capolinea molte linee, per cui non è infrequente per me, che quanto a conoscenze non sono al disotto della media nazionale, incontrare persone note, che aspettano l’autobus per dirigersi verso la parte della città in cui abitano.

La sera era straordinariamente dolce, benché di questi giorni, di norma (e anche di rigoletto — e trovatore, e jessonda, e sismano nel mongol), faccia un freddo boja, ovvero à pierre fendre, e io guardavo gli ultimi incerti barbagli di luce che il cielo sereno pareva voler rattenere alla facciaccia della stagione assai avanzata. Com’è, come non è, mentre vagheggio il cielo e aspetto l’autobus, sento con l’angolo dell’orecchio un fruscio abbastanza familiare — una figura abbastanza agile, avrei detto, perché solo uno spicchietto della coda dell’occhio bastava a catturarne la presenza –, mentre con mezza narice distratta coglievo un profumo di dopobarba a base di zibetto e ambra grigia pure non del tutto ignoto.

Prima ancora di realizzare, una voce, questa sì pienamente nota, mi bussa all’intero timpano, entrando non senza una delicata baldanza dal portone principale del padiglione auricolare. Riconosco la voce e mi volto:

“Ciao, Gèch!” saluto, sorridendo.

— Gèch? — ho chiesto io. — Che roba sarebbe?

— Tu adesso non ricordi, — ha detto, pensosa, vuotandosi sùbito dopo l’intera confezione delle mentine in gola, — ma con un piccolo ajutino ci riuscirai.

— Sentiamo — ho detto.

— Prima vammi a prendere qualcosa di rinfrescante.

Impallidii, lo so; e comunque mi si mise a sudare molto, molto abbondantemente il labbro superiore.

— In che cosa posso servirti? — ho chiesto, tutto sommato impavidamente, con un tremito quasi impercettibile nella voce.

Con il senso di colpa che le velava quegli occhi color pelliccetta che amo tanto ha chiesto:

— Un bicchierone di menta. Un pacchetto di Pip’s. Del collutorio, se ne trovi.

Sono tornato in cinque minuti con del filo interdentale e una stringa di liquerizia. Pur storcendo il naso, ha arraffato tutto.

— Dove hai trovato il filo interdentale? — mi ha chiesto, accigliata, cominciando a torturarsi gli incisivi superiori.

— Non divaghiamo — ho esortato, ormai curioso di sapere chi fosse Gèch. — Allora? Chi era questo tuo amico?

— Ah, già. Ricordi un pajo d’anni fa (c’eravamo appena conosciuti), mentre passeggiavamo tra i chiostri della Passeggiata rinascimentale?

— Ah, quello schifo. Sì, mi ricordo.

— Ti ricordi quel ragazzo spaventosamente magro, col banchetto davanti, e quei vecchii tarocchi bisunti?

— Massì! Che disse di chiamarsi Gèch, per l’appunto; e io gli chiesi che nome fosse, e lui: “E’ americhèno. Gèch, no?”, e io non capivo! E poi ho capìto che era Jack, e gli ho chiesto se fosse il suo vero nome, ovvero se fosse americhèno. E lui: “Mannò, io sono di Cefalù, ma i ragazzi mi chiamano Gèch, ovvero Jack, perché traduce in perfetto americhèno il mio nome”. “Ah!”, ho detto. “Ti chiami Giacomo”. “No”, ha risposto. “Mi chiamo Giovanni”.

— Vedi che ti ricordi? — ha esultato Cinzia, inviandomi un postiglione gassoso che mi ha fatto quasi la permanente alle sopracciglia. Barcollato che ho appena un po’ sotto il primo urto, mi sono ripreso. E mi è montato il sangue alla testa. Mi sono accigliato, davvero.

— Lo ricordo, quello stronzo… — ho cominciato a ricostruire. — Noi litigammo duro, quel pomeriggio.

— Fulvio, amore… — mi ha supplicato Cinzia, guardandosi timorosa intorno.

— Se ti senti osservata — ho detto, sovrappensiero, pensando a quello stronzo di Jack, — non è certo per il mio “stronzo”. Pensa al tuo alito, piuttosto!

Le sono venute le lacrime agli occhi, ma ha dissimulato.

Io non mi sono reso conto di nulla, e ho continuato a ricostruire mentalmente quel pomeriggio con Gèch.

— Volevo che ti facesse i tarocchi… Predisse che saresti morta nel giro di cinque anni… Io gli dissi: “Non sei solo un analfabeta, sei pure uno jettatore!”… Per farsi perdonare mi lesse gratuitamente la mano… Previde che sarei stato sterile… Credetti che un risolino gli aleggiasse all’angolo della bocca… Ci pestammo, sì…

Guardai Cinzia:

— Vai avanti.

24.

4 Dic

Attualmente dormo fuori, cioè all’aria aperta. Il frate del m.te de’ Cappuccini mi ha dato una copertabella pesante. Non fosse per il lieve problemino della puzza che comincio a emanare, starei d’incanto. Sto d’incanto, anzi, oserei dire. Il fatto è che continuo ad essere senza documento. Nel frattempo si sono aggiunte altre puntate alla mia avventura. La puntata di martedì 28 è una delle più saporite. Mi sono recato, la sera verso le 23.00, a v. Carrera, dove purtroppo in turno c’era una di quelle mie conoscenze che è meglio, per me, non reincontrare mai, vale a dire Laura Scarpellino. Lei, per un motivo o per l’altro, non mi vuole bene — è una fisima che hanno anche altri, si sente sottostimata e detesta l’idea che mi rassegni a fare il barbonazzo comme il faut sotto la sua ala protettrice. Ho avuto modo, in questi giorni, di rendermi conto di quanto gli operatori della Parella siano permalosi. Soprattutto da quando ho detto che ho intenzione di andarmene, non riuscendo a risolvere nulla qui a Torino, città che un po’ non vedo nemmeno, e un po’ chiaramente (ma sfido chiunque) non posso nemmeno vedere, le cose sono andate rapidamente peggiorando. Quando sono arrivato, quella sera, la Scarpellino era stranamente calma. Mi ha fatto entrare, mi ha concesso un po’ di pane superstite in una busta di carta, mi ha dato (ogni tanto qualcuno gliene porta) calzini mutande (queste erano veramente enormi, ho dovuto fare un nodo sul fianco sennò mi scendevano, metà da una parte metà dall’altra) canottiera in modo che potessi cambiarmi, mi ha dato sapone per farmi la doccia e cencio per asciugarmi; più un pacchetto di cartine (le avevo finite). Solo mi ha pregato di andarmene entro mezzanotte, non essendo permesso trattenersi a chi non ha il posto dentro. All’orario stabilito me ne sono docilmente uscito, tranquillo e rinfrescato (benché le mutande di cinque misure più ampie mi dessero un fastidio enorme), e sono andato a dormire su una panchina. La mattina dopo, quando mi sono svegliato, essendo assai imbarazzato nell’andatura per via delle fottute mutande a tendone, mi sono portato nuovamente in v. Carrera, sperando di trovare, sempre grazie all’inusuale tolleranza di quella @ç#°°§## di Laura Scarpellino, un pajo di mutande con un po’ meno strascico. Come mi sono presentato ho detto: «Non urlare. Volevo solo sapere se c’era un altro pajo di mutande, perché queste non mi stanno». «Adesso vediamo», ha risposto serafica. Ha preso la chiave del magazzino, lo ha aperto e mi ha fatto entrare. Mentre cercavo un pajo di mutande più congeniali ha tirato il fiato e si è messa a berciare ferocemente: «E la prossima volta che mi dici di non urlare mi metto a urlare sul serio! Perché io il mio lavoro l’ho fatto! Dopo tutto quello che hai detto sul mio conto hai il coraggio di tornare qui! Dopo tutto quello che hai detto sul mio conto, e anche di Guazzo [ = Andrea Guazzotto, questi cialtroni hanno il vizio di non presentarsi mai per esteso]!». «Perché?» ho chiesto perplesso. «Che cos’avrei detto?».  «Hai raccontato a tutti che sono una pazza isterica!!! E te ne vieni qui, come niente fosse! Quindi sei pregato di finire quello che devi fare, dopodiché scordati via Carrera! Non ci devi più tornare!». Dopo qualche inutile tentativo di argomentare (purtroppo non ho realizzato per tempo che era un sordido agguato — ma questo è tipico mio), vistomi di fronte all’irreparabile, ormai, ho deciso di chiarire qualche punto; le ho detto: «Vaffanculo», e anche «Brutta puttana», tanto per cominciare. Ho minacciato che sarei andato a lamentarmi in Comune, credo ci si debba rivolgere all’Assessorato per le politiche sociali o come kazzo si chiamano — lei, urlando, sosteneva che ci fossi già stato, a sputtanahàrci!!!, e io le ho detto: «Non è vero, ci vado adesso: così avrai modo di renderti conto della differenza». I toni si sono ulteriormente accesi; io le ho buttato in faccia un barattolo di penne; poi, quando lei mi ha intimato … per cui vatti a cercahàre un posto sotto i ponti!! DA STASERAHA!!!!! io le ho buttato addosso un bidone della spazzatura, purtroppo semivuoto, urlando: «Questa è casa tua, ZOCCOLA!»; e le ho detto: «Ho voglia di prenderti a schiaffi», un tossico vecchio si è frapposto, e lei, col ditino alzato squittiva di non osahàre, sai?! Non ho osahàto, no, però uscendo ho ribaltato uno di quei larghi e bassi vasi rossi con le piantine dentro, sbreccandolo e buttando terra dappertutto.

All’uscita stavo proprio bene, bene.

In Comune non ci sono andato, perché non m’interessava. In compenso sono andato oggi a sentire l’assistente sociale del Comune, Antonella Di Massa (o Di Massa Antonella, come ama presentarsi lei) che non segue il mio caso perché non ho mai avuto un’assistente sociale, ma che tempo fa, quando mi si era strappata la carta d’identità, aveva dato la disponibilità per farmi avere due accompagnatori che mi facessero da testimoni all’anagrafe. Adesso che la carta d’identità proprio non ce l’avevo più avrei voluto sapere se era possibile andarla a rifare ex-novo, dato che la volta precedente aveva consentito. Da lei ho saputo che, per via della sospensione da tutti i dormitorii conseguita al mio insano gesto (o alla serie dei miei insani gesti) non ho diritto nemmeno agli accompagnatori per rifare la carta d’identità. Non so per quanto tempo sono sospeso.

E nemmeno me ne frega, perché io dai dormitorii sono scappato un pajo di giorni prima che succedesse l’incidente (cioè ne ero già stato estromesso, sia pure in maniera eterodossa). Ma temo per tutta la roba che è rimasta nei magazzini, sia in s.da Castello che a v. Carrera.

Ecco, questi sono gli unici pensieri che al momento mi girino per la testa.

E poi un altro, ma non ho voglia di parlarne.

23. Tortura.

2 Dic

Mi dispiace tanto. Non posso continuare a pensare di creare (belli, ‘sti tre infiniti di fila, neh?) se continuo a mangiare così di merda. A parte il fatto che “noi siamo quello che mangiamo”. In primo luogo, ci sono io che sono complicato: praticamente non sopporto più di fare pasti normali per più di due giorni di fila. Intendiamoci, il regime che posso permettermi di definire “normale” consisterebbe nella parodia di regime borghese costituito da 1. 0 (zero) colazione; 2. pranzo fatto di primo scotto e secondo frollo; 3. cena, delle 17 .30 (nota bene) consistente in panini. Se faccio: 1. 0 (=zero) colazione; 2. pranzo fatto di panini; 3. cena (delle 17.30, nota bene) fatta di panini, allora sto ancora bene. Se faccio un pranzo che tenta di essere normale mi viene il mal di testa. (Questo anche evitando cibi notoriamente rischiosi nelle mense come tutte le cose a base di carne [non mangio carne], o — per esempio — le due uova puzzolenti che hanno dato oggi a s.t’Antonio. Per esempio, il pesto di oggi [con patate e fagiolini, che non so neanche che cazzo ci stessero a fare, nel pesto (marciume da smaltire, sicuramente) mi è rimasto piantato nello stomaco; e questo (e vale la pena di dirlo, perché non è banale, eppure è così vero!) mi fa sentire non solo imbarazzato, non solo infelice, ma anche colpevole]).

Se c’è del companatico in abbondanza, allora evito il pane, perché mi si rimpone. Altrimenti posso mangiare solo pane, con scarso o nullo companatico. Ma non posso ingozzarmi di pane, pasta e companatico, magari con accompagnamento di patate e altri amidi. A casa mangiavo la pasta una volta la settimana. Già il secondo giorno di séguito ero preso dalla tentazione di vomitare preventivamente. I miei sentimenti nei confronti della pasta vanno dalla totale indifferenza (quando mi sia propinata in soberrima misura) all’avversione più profonda (quando mi sia rifilata in misura meno sobria). Il riso delle mense è sempre scotto. Sono ferocemente contrario al riso scotto, alle mense e alle cuoche delle mense, che possano tutte quante cadere e friggere eternamente nelle loro bagnarole d’inferno.

Ma non è, appunto, solo questione di regime. E’ più che altro questione di qualità. Dànno troppi scarti, e mangiare diventa una condanna. Benché siano pagati, ovviamente dal Comune, non acquistano quasi nulla, solo, sporadicamente, quell’indispensabile che manca (pasta, riso, forse pane, e che so io?); per il resto distribuiscono quasi esclusivamente l’invenduto dei supermercati e degli alimentari. Quasi sempre è roba che, se non puzza, ha perso quasi totalmente ogni proprietà nutritiva, e si limita a scivolare nello stomaco, colonizzandolo.

Non è vero che la fame ajuti a buttar giù. Non è esatto. La fame costringe a buttar giù. E non è vero che fa sembrare tutto buono, come agli Ugonotti dispersi nelle selve francesi secondo Aubigné [ma teniamo conto che in quel caso erano radici amare, e appena raccolte — un cibo naturale, austero anzichenò, ma tutt’altro che scadente, eppoi freschissimo. Il mio caso fa pensare, più che altro, alla dieta della cittadinanza di Granada durante l’assedio]. A me, per esempio, la fame acuisce i sensi, riaguzza le papille gustative, trasformandomi le ore del pranzo in sessioni di tortura.

(Ma che ci vai a fare? Cambia città! Varrubbà!! Va a scarica’ ‘e cassette al mercato!!! Va’ a venn’i ggiornal’imbiàzz!!!! Vazzappalaterr’!!!!! Sì, sì, un attimo. Finisco qui e vado).

E tutto questo mi colpisce per la sua profonda ingiustizia. Non sono mai tanto devastato dall’odio come quando esco da una mensa.

22. Bad moods (per dir così).

2 Dic

E’ un momento terrificante. Devo averlo già scritto anche in una mail. Non sono taciturno, è che oggi, adesso, mi spaventa scrivere e parlare. Tutte le parole mi sembrano quelle del peggiore dei romanzi di Angela Ravetta (che non c’entra con Gerolamo Rovetta, nemmeno alla lontana) — macinarle, per iscritto o a voce, è per me come inghiottire lentamente del filo spinato. Non so se rendo l’idea.

Dovesse passarmi in giornata (ma rimangono tutti gli altri motivi per sentirmi di merda), torno, e aggiungo alla già ragguardevole filza un’ulteriore cazzata, per la vostra gioja, e anche la mia.

 Cia’.

d.