21. Fulvio e Cinzia. (Incipit).

30 Nov

E’ l’incipit di un racconto che ho cominciato a scrivere jersera davanti al Carignano (dove veramente stanno dando il Tito Andronico [ma non so in che lingua (non ha importanza, in questo caso)]). Non so se andrà avanti.

Questa sera io, che mi chiamo Fulvio, e Cinzia, la mia ragazza, siamo andati a teatro.

Davano un dramma, o tragedia, di William Shakespeare, al titolo Titus Andronicus, che in italiano sarebbe Tito Andronico, come ricordo dalle copertine dei libri, ma dal momento che per un’iniziativa del Comune la recita si dava nell’originale inglese, il titolo del dramma era in latino.

Ci siamo dati appuntamento, io e Cinzia, la mia ragazza, in piazza ***, per le 20.30. Siamo arrivati contemporaneamente alle 20.05, probabilmente perché temevamo entrambi di arrivare in ritardo. Ma questa è solo una mia supposizione, perché non ce lo siamo chiesti. Lei era molto bella, colla nuova montatura degli occhiali (rosa), i capelli castani ravviati all’indietro e un cappotto lungo scuro. Lei mi ha detto che ero molto bello, pure, ma me lo ha detto a voce talmente bassa che potrei sbagliarmi.

Dal momento che mancava ancora un’ora e venticinque all’inizio dello spettacolo, siamo andati da Brunch a prendere qualcosa da mangiare. Davanti alla vetrina, mentre esaminavamo i prezzi, ci siamo chiesti all’unisono:

— Hai molta fame?

Non ci siamo nemmeno risposti, e siamo entrati. Abbiamo preso un caffè lungo, giusta la durata della tragedia nella peggiore delle ipotesi, e una fetta di torta salata a testa. La mia si chiamava “Mediterranea”, e comprendeva pasta di olive nere, spicchii di pomodori ciliegini, basilico e pecorino sardo. La sua si chiamava “Marittima”, e comprendeva sardelle, cozze e asparagi. Ma mentre il mio trancio di torta salata teneva esatta fede a quanto dichiarato sul cartellino in esposizione, quello di Cinzia, inopinatamente, era anche pieno d’aglio.

— E’ piena di aglio — ha detto, infatti, dopo averne staccato un boccone, e mi ha porto il resto, incoraggiante: — La vuoi finire tu?

— Oh no — ho detto, — avrai fame, durante lo spettacolo.

L’ha finita lei, molto lentamente. Prima di uscire ha voluto anche un bicchier d’acqua.

Alle 20.40 eravamo nuovamente davanti al teatro. Ci siamo messi su una panchina poco discosto per ammazzare il tempo. Mi sono acceso una Camel light. Cinzia me ne ha chiesta una, poi un’altra, e poi un’altra ancora.

Solitamente fuma pochissimo.

— E’ solo per mandare via questa fottuta puzza d’aglio — si è giustificata.

Le ho fatto una proposta:

— Vuoi che ti baci, così verifico quanto si sente?

Con aria un po’ colpevole ha assentito. Aveva ragione: era veramente disgustoso.

— … Responso? — ha chiesto, speranzosa.

In quel momento è suonata la campanella che segna l’inizio. Un numero imprecisato di coppie mature e di anziane signore dall’acconciatura rigida ha cominciato a sciamare nell’interno illuminato, attraverso la porta di legno.

— Andiamo — le ho detto. — Sta per cominciare.

Mi piace molto l’atmosfera ovattata e brillante di questo teatro, il “Barone di Liveri”, uno dei più antichi della nostra città. Quanto al pubblico, guardo sempre le coppie sposate in abito da sera, simili a quello che saremo io e Cinzia tra qualche anno, se tutto va secondo i nostri desiderii.

Mentre aspettavamo di porgere il biglietto alla maschera in guanti bianchi nell’atrio, ho avuto l’impressione che una signora anziana, dall’acconciatura scolpita, si voltasse a guardare Cinzia con espressione difficile da definire. A giudicare dall’espressione di Cinzia, deve avere avuto la stessa impressione anche lei. Ma le impressioni contano poco.

Ci siamo seduti ai nostri posti (platea, secondo settore), proprio dietro due signore, una giovane e una anziana, a giudicare dal colore delle acconciature, presumibilmente madre e figlia. Pochi secondi dopo che ci siamo seduti, le due signore si sono voltate l’una verso l’altra, scambiandosi uno sguardo allarmato. La vecchia ha detto, in un sussurro molto udibile:

— Porca puttana, che puzza d’aglio.

(…)

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