20.

28 Nov

Pensa i casi della vita.

Sabato 25, 23.00: sono aggredito senza motivo da un indultato enfisematoso, ma sempre gajardo, che cerca di spaccarmi i pochi denti superstiti con tre cazzotti. In effetti, è da qualche turno che Valter (ex ultrà, uomo di un’ignoranza indicibile, quasi splendente) mi carica addosso i tre più stronzi del dormitorio. Per poi mettermi in stanza con loro, appena arriva il mio turno di dormire dentro.

La prima cosa che faccio, come di consueto, è fuggire. Me ne vado (anche se è tanto tardi che prima di arrivare è cambiata la data da quasi un’ora) a v. Carrera, dove un operatore con cui non ho mai avuto modo di litigare, Andrea A., mi fa entrare a prendere delle cose dal magazzino. Vale a dire: 1. il mio diario, otto quaderni manoscritti, in uno zaino; 2. gli altri miei scritti, pesantissimi, in un sacchetto. Me ne voglio andare, il resto lo posso anche sacrificare. Ma mi dice anche che se voglio posso dormire dentro, gli è rimasto un posto vuoto. Faccio due conti: il fisico non m’aregge più che tanto. Ho sonno, indiscutibilmente. Fuori fa un freddo della madonna, e dormire fuori senza adeguata preparazione spirituale (almeno quattro o cinque ore di preavviso) non mi sfagiuola più di tanto. Accetto. Vado a letto forse alle 3.30. Mi sveglio alle 5.45, prendo sù le mie cose e me ne vado.

Il problema è che nei dormitorii della Parella ultimamente hanno deciso che non mi sopportano. Ci sono stati anche dei nuovi arrivi, ragazze brutte dai nomi simili, Elena, Eliana, e poi un’ennesima Laura, mi trattano malissimo, dopo che le hanno istruite all’uopo. Il fatto che non mi sopportino alla Parella è un po’ finire ne’ cazzi, per me, perché negli altri dormitorii (coopp. Valdocco [v. Traves] e Frassati [v. Foligno]) non ci voglio proprio andare, lì so da quant’ha che mi maltrattano.

Ho passato due giorni bighellonando a Milano, cercando di riabituarmi alle proporzioni più massicce della metropoli (Torino è un buchetto squallido), e, Giuditta Russo a parte, sono lieto di aver visto nuovamente volti umani, e ascoltato una cadenza, in sé non piacevole, forse, ma ben lontana da quel viscido sciaguattìo che è la parlata di quassù. Come abbiamo potuto farci unificare da un simile popolo di stronzi sfugge e sfuggirà sempre alla mia comprensione.

Ho passato parte della notte a dormire facendo l’avantindré tra piazza Fontana e Rozzano, col tram 15. All’ultimo giro m’è preso un abbiocco così potente che nemmeno un concerto di bombarde e di cannoni avrebbe potuto svegliarmi. E’ a quel punto che è successo.

Era grosso modo

(siete avvinti? almeno un po’?)

l’una e quindici, e l’autista è venuto a svegliarmi. Eravamo a una fermata (mi perdonino, se ci sono, gli eventuali milanesi) chiamata Casalborgo o giù di lì: nella tratta normale a quel punto il tram tira dritto, ma all’ultimo turno prende la prima a sinistra e va ad infilarsi nel deposito. Confuso prendo sù le mie cose, non so quali, e scendo. Le appoggio sulla panchina e studio per quattro secondi la cartina, che comunque è lì, non mi devo allontanare.

Tralascio il come qualmente, non dirò di me che dapprima sono convintissimo che un fantasma me l’abbia soffiato durante i pochi secondi che ero girato; non dirò di come m’abbia preso poi l’idea che fosse rimasto sul tram, la corsa al deposito (la fortuna di essere vicini al deposito in quel momento), la ricerca rivelatasi inutile. Torno indietro e penso: evidentemente quando mi sono addormentato, e ho dormito filato, finché l’autista è venuto a svegliarmi, qualcuno mi ha preso lo zaino dal sedile davanti, e io in sulle prime non mi sono nemmeno avveduto che era sparito; tralascio che al lato opposto della grande ajuola dietro la pensilina del 15 un ragazzo scuro mi pareva facesse segno verso di me, come dire “Vieni, vieni”, e poi sparisse camminando veloce. Tralascio tutto, anche la ricerca vicino alle panchine, nei bidoni della spazzatura, facendomi lume coll’accendino, risalendo metà delle fermate toccate.

L’unica cosa che conta è che mi hanno fottuto lo zaino, e che dentro c’erano spazzolino dentifricio saponetta, rasoi penne carta, il Viaggio americano della Pivano l’antologia poetica del Seicento della Garzanti e quella Einaudi, i miei documenti un po’ di tabacco tessere della biblioteca dell’informaggiòvani delle fotocopie, ma soprattutto il mio diario, i miei otto quaderni, rimpolpati di molti fogli, con copiature da molti libri, un centinajo d’ottave scritte nel corso dei mesi, varii resumè, osservazioni, sparsa erudizione. Nulla.

A quel punto, come reagire? Credevo, sinceramente, di dovermi mettere a piangere, e per un pajo di minuti ci ho pensato seriamente. Proprio non mi veniva. La cosa che mi è venuta in mente era r* che mi raccontava di Huxley divenuto cieco, a cui andò a fuoco la casa. Era vecchio, e al bagliore delle fiamme che non vedeva si strinse nelle spalle e disse: Bah, vorrà dire che ricomincerò tutto da capo. Tutto qui.

Da una parte. Dall’altra quel diario era sbagliato. Non perché fosse il diario di un uomo di merda, e lo era, ma perché in questi due anni, meticolosamente (per la mia media, chiariamoci) descritti, nei più minuscoli tra tutti gl’insulsissimi non-avvenimenti che scandivano le ripugnanti giornate sempre uguali, non è successo niente. Nulla di cui debba vantarmi, nulla di cui debba vergognarmi. Ero, e sono, alla mercé altrui. Finché si è schiavi di qualcuno non si possono avere che belle frasi, quando càpitano. E se c’è una cosa che non ho mai potuto soffrire sono proprio le belle frasi.

E’ chiaro, non ne sono contento. Ma dove me lo portavo? Dove mi portavo tutti i miei pesantissimi, odiosissimi scritti — perché mi sono portato dietro quella sporta malefica, con i manici che mi tagliavano le mani, tentando di nascondere a me stesso che al prossimo vespasiano che avessi incontrato ce li avrei buttati dentro? E quanto pesavano, quegli otto quaderni, che insieme a tutto il resto mi segavano le spalle, e mi rallentavano? Volevo che non corressero rischii, e me li sono portati dietro come figli idioti o monchi, mentre i cosacchi mi alitavano sul collo.

Per me è stato come perdere un vecchio cane grasso, con la cataratta e le zampe anteriori paralizzate: una cosa straziante, ma del tutto prevista. Una cosa prevista, ma del tutto straziante. Sicché, anche se capisco che ben poco era da fare (nessuno può essere vigile le ventiquattr’ore al giorno, e anche i ladruncoli sono derubati — spesso i barboni rubano ad altri barboni perché altri barboni hanno rubato a loro, &c.), che non potevo, a un certo punto, non crollare dal sonno, ho sentito, più che dolore, un grande senso di colpa, cioè (come sempre avviene, in fondo, coi sensi di colpa) mi sono sentito un pirla.

A quel punto, se non mi fossi dovuto sdrajare su qualche panchina a dormire le ore di sonno che ancora mi necessitavano, avrei potuto piangere. Ma mi sono addormentato, appunto.

(…)

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