Archivio | 16:12

16. … &c.

21 Nov

Come stavo dicendo prima di rimanere interrotto (il tempo scade, dopo soli 45 minuti), e così concludo brevemente (oggi sento una nausea tremenda: non sarà l’argomento?), mi provoca un malessere spaventoso (sì, è l’argomento) tutte le volte che entro in argomento C., sentirmi chiamato a rettificare, o a doverla difendere. E questo vale anche per quanto riguarda persone che hanno o dovrebbero avere competenze musicali. Il Metastasio diceva molto saggiamente che i musicisti sono costretti ad allenare le dita per la gran parte della giornata, non ci si può aspettare che abbiano cose intelligenti da dire in fatto di musica. Quello che spiace è che, in materia, non ci sono discriminanti certe e definitive che limitino ben fuori dai confini di qualunque discorso si vorrebbe oggettivo ogni considerazione nata dal gusto personale. Inoltre, e questa è una cosa che dico in generale, non concepisco una “voce” d’enciclopedia scritta per diletto su un argomento per il quale non si prova nessuna congenialità. Chi ci comanda di soffrire? Nessuno, credo. Più che altro mi dispiace molto, perché la pagina in inglese sulla C. è bellissima e completissima, mentre quella in italiano è fatta sulla scorta dell’informazione tratta dal telefilm “Callas & Onassis”. Cioè è una roba da barboni.

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Ma parliamo di cosa più lieta. O di cose più liete. Prima di tutto, è sparita dalle impostazioni dei posts la funzione “giustifica”, quindi tutti i miei posts d’ora in poi saranno deliziosamente sfrangiati sulla destra. A me personalmente dà un fastidio cane, ma non posso prevedere quanto siano condivisi i miei personali fastidii.

Nel frattempo ho letto diverse cose sul Rovetta, in attesa di scappare a Milano a vedere che cosa posso rinvenire (non prima che arrivi il pacco di db, ovviamente). Ricordo di aver visto una marea di Rovettate ristampate (anni ’30 e ’40) dalla Mondadori (c’era anche un Omnibus, e bello grosso anche come Omnibus) e non solo dalla Baldini&Castoldi, tra i banchi delle librerie dell’usato sia qui a Torino che in altre città. Non sono certo libri rari. Chiaramente l’ho sempre trovato poco attraente, e quindi ho lasciato tranquillamente perdere, ma ciò non toglie che possa appassionarmene. Dalla contraddittorietà dei giudizii critici che raccolgo via via posso solo supporre che si tratti di un autore a cui difetta, almeno in qualcosa (stile, forse?), la personalità, sicché non sempre si sa che cosa dirne. Non so com’è, ma ad occhio e croce ho la convinzione che il Mastriani, oltre ad avere un valore documentario certo più consistente, sia molto meglio — ed è un autore che non solo ho trovato attraente, ma che ho anche letto con autentico interesse. C’è anche una questione di date: 1819-1891 per il Mastriani, 1851-1910 per il Rovetta. Il Rovetta è anche cronologicamente verso la letteratura industriale, come possibilità, come via percorribile per uno scrittore non dotato di grandissimo ingegno, non penso, dunque, né al Mastriani in via diretta né alla Invernizio, perché sono le date anche di Anna Vertua Gentile (1851-1916), la più antica delle nostre scrittrici rosa.

A proposito di documenti, e di differenze nord-sud, con un certo vantaggio, secondo me, del sud nei confronti del nord (questa è una cosa che forse val la pena di produrre, giusto per il piacere di ragionarci su), a livello di teatro (il Rovetta, ancora al diquà degli specialismi successivi, maneggiava con egual disinvoltura ed eguali esiti, come altri, chessò Giacosa, sia il teatro che la prosa novellistica e romanzesca) è più importante di altri l’anno 1863, l’anno cioè in cui il Bersezio se ne esce con il suo Monssù Travet, ma anche quello in cui due teatranti (Giuseppe Rizzotto e Gaetano Mosca) scrivono una farragine in 4 atti dal titolo I mafiusi della Vicaria, basato non sulle vicende paragogoliane e precourteliniane di qualche De’ Tappetti del piffero, ma sulle autentiche memorie di un vecchio ex-mafiuso, da cui il titolo. Certo, a basarsi sul divario spaventoso che sembra aprirsi tra due pièces soprattutto in termini di cultura civile qualcuno potrebbe anche spaventarsi. Ma anche questo è opinabile, uno può spaventarsi (in specie a teatro, o nella letteratura) più della polvere degli ufficietti e delle piccole infelicità dei piccoli omini piuttosto che dell’aurora della mafia. Ma su una letteratura (non ricordo più quale, posso recuperare gli estremi, ma non importa) questo divario, o abisso se si preferisce, era rilevato quasi con scandalo, contrapponendo il garbo e il bien fait della “civilissima” commedia del Bersezio con la lutulenza del drammone siciliano. Confesso che non è l’ultimo motivo per cui, da grande e stronzissimo razzista che sono, ho provato un moto di simpatia nei confronti delle memorie sceniche del vecchio delinquentone. Spero, prima o dopo, che mi venga la voglia di scollare il culo dalla sedia e andare a cercarmi e leggermi questa famosa cosa.

Del Rovetta m’incuriosisce La realtà, invece. Racconta di un idealista impegnato in un programma di rinnovamento sociale la cui vita è spezzata dal sordido passato che risorge a causa della moglie indegna, già lasciata a suo tempo. Egli è accusato dai compagni di aver dato al partito i soldi destinati a finanziare il matrimonio della propria stessa figlia. Alla fine sia l’idealista che la figlia muojono, ho letto da qualche parte “asfissiati”, sfuggendo all’onta con la morte. E’ ovvio che sia incuriosito, mi pare: che cazzo di storia è?

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Nella collana “Cento Libri per Mille Anni”, quei sontuosi e polputi volumi dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato stampati a ridosso del 2000 per celebrare la fine del millennio e l’inizio di quell’altro, nel vol. dedicato al “Teatro moderno” è compresa Romanticismo, una pièce che a me è vagamente reminiscente (stando ai riassunti che ho scorso in caccia di indicazioni bio-bibliografiche, la pièss non l’ho ancora letta) la Giulia, ossia La Repubblica cisalpina, dramma molto gagliardo (lo dico senza nessunissima ironia, l’ho letto e riletto, ed è drammaticamente ed ideologicamente potente; questo anche se è scritta nello stile più polveroso immaginabile — che tuttavia a dispetto delle apparenze, per quanto ne so, potrebbe essere responsabile di parte della bella riuscita della tragedia) di Melchiorre Gioja, poligrafo sette-ottocentesco al quale è intestata anche la mia casella di posta elettronica (per motivi che ho totalmente dimenticato): il drammone (molto oleografico, a quel che pare) del Rovetta è ambientato all’altezza dei moti del 1854, ma la trama è molto simile, con una semplice inversione delle parti principali (nel Rovetta lui è nobile e lei è rivoluzionaria; nel Gioja lei, la Giulia del titolo, è nobile e lui è rivoluzionario), un tradimento, la madre (nel Gioja di lei, nel Rovetta di lui) che si preoccupa talmente tanto che smarrona tutta la situazione, &c. [Terminano entrambe, se ho ben intravisto, con un deliquio della madre].

15.

21 Nov

15. Dimenticavo, l’ultima volta, di dire che anche il lunedì sono piuttosto limitato con la connessione — poco importa, sto già scrivendo sin troppo. Dopo la proposta di db ho cominciato a cercare un po’ di cose su Rovetta, Gerolamo Rovetta (Brescia 1851-Milano 1910), narratore (Mater dolorosa, La baraonda, Le lacrime degli altri o I Barbarò e drammaturgo (La trilogia di Dorina, Romanticismo) assai noto, e assai letto e rappresentato, poi caduto o quasi nell’oblio a causa dei motivi che tutti i lessici che contemplano una voce a lui dedicata (tutti o quasi, cioè; ma mi si permetta di fare un po’ scandalizzato riferimento all’enciclopediuzza di letteratura italiana della Oxford, che riporta, del Rovetta, una voce estesa il triplo rispetto a quella dedicata al povero Settembrini — non sono andato a cercare col lanternino, il fatto è che aprendola sono capitato su quest’ultimo, sicché m’è venuto spontaneo fare il paragone) riportano: sciatteria di stile, scarso o nullo spessore psicologico dei personaggi, irresolutezza tra verismo e tardoromanticismo borghese. Insomma, una di quelle personalità che, a leggerne su qualche enciclopedia, appajono (quanto meno) assai poco attraenti. Poi, ovviamente, bisogna vedere di che si tratta, leggere, informarsi, documentarsi. In mancanza di meglio da fare, si può fare anche questo. Cioè leggere il Rovetta.

 Nel frattempo, stavo seguendo una conversazione abbastanza appassionata (cioè, fino a un certo punto), con tal Cesari, che si è occupato della voce dedicata alla Callas su wikipedia. Voce che a me personalmente faceva (lo dirò) un pochino male, primo per gli errori (il figlio segreto della Callas, mai esistito; il fatto che la Callas sia stata una pianista a un certo punto convertita al canto; &c.), secondo per un tono abbastanza mondano-galante piuttosto pirla. Insomma, a differenza della voce dedicata — per esempio — alla Sutherland si trattava di una voce leggermente indecorosa, un po’ da rotocalco. Eppure il Cesari s’intende di musica. Eppure ha pensato che a cercare la Callas vengano solo persone interessate al ‘personaggio’, evidentemente, piuttosto che a conoscere quello che ha fatto e cantato, e il significato della sua arte, e quant’altro. Su tutto questo c’erano solo alcune sparse notazioni sui limiti della sua vocalità (un must degli estensori di voci musicali quando si dedicano alla Callas). Dopo che sono intervenuto (pensando, ingenuo me, che la voce fosse ormai storia antica per i primi estensori), rilevando peraltro come la C. abbia riesumato (come si diceva) alcuni titoli divenuti rari proponendo nuove chiavi interpretative, ma soprattutto riportando in vita un estetica, un gusto distrutti, è apparsa una notazione dal tono secondo me piuttosto offensivo circa il fatto che tali opere non erano affrontate con consapevolezza filologica, che operava tagli (!!! quelli erano i direttori d’orchestra, semmai; e facevano, in taluni casi, anche bene) e che modificava la linea vocale. Come dire: grande cantante; ha riesumato (per esempio) Armida Anna Bolena Macbeth Il Pirata, peccato che cantasse tutt’altro da quello che era scritto.

In semi-privato (in realtà su wikipedia anche i messaggi privati appajono in pubblico) l’ho pregato jeri di esprimere le cose in maniera un po’ diversa, o chiunque passi penserà che la C. s’inventava di pianta quello che cantava. Oggi mi ritrovo la risposta, lunga e articolata, nella quale mi spiega che 1. sicuramente m’intendo più del personaggio C. che della musicista (sicuramente, ma non sono stato io a sostenere che era un’ex-pianista lanciata alla cacchio di cane nel mondo della lirica); 2. che non era del tipo di soprano drammatico d’agilità (Pasta, Malibran) dell’Ottocento (arcisicuro, ma che “tipo” erano la Pasta, la Malibran, le Grisi, le Falcon e dieci altre somme interpreti, che erano fatte ognuna alla sua maniera, e che facevano, soprattutto, quel che loro pareva delle partiture, spesso alla facciaccia degli stessi compositori, che per loro, espressamente, le avevano concepite e create?); che le opere più rare interpretate dalla C. hanno fatto colpo al momento soprattutto perché stava bene in scena, ma poi sono ripiombate nell’oblio. Che io sapessi è precisa responsabilità della C. se quella vecchia ciofeca (e senza tagli, tre ore e mezzo di musica, più gli intervalli…) dell’Anna Bolena è più rappresentata di quello che merita. E comunque sue riesumazioni come Macbeth o Ifigenia in Tauride o Il Pirata non mi sembrano nuovamente uscite di repertorio, ammenoché qualcuno non l’abbia deciso stamani, o jersera. Dice, codesto Cesari: invece le opere rossiniane sono entrate tutte nel repertorio, grazie alla maggior consapevolezza storico-filologica che c’è adesso. Ci sono tutte, infatti, anche quelle che meriterebbero abbondantemente di dormire il sonno eterno di quelle tombe che sono i più remoti scaffali di qualche biblioteca musicale, nel repertorio, sì, ma dei festival rossiniani, a partire da quello di Pesaro. Ma non mi risulta che Sigismondo o Torvaldo e Dorliska siano rientrate stabilmente nei repertorii. Credo, oso dire, che sia completamente impossibile, perché non esiste pubblico al mondo che avrebbe piacere a riascoltarle così spesso. Si tratta di opere che valgono poco, comparativamente alle opere più riuscite, e di Rossini e no. E poi, curiosamente, le sole opere riesumate dalla C. che non hanno avuto una fortuna in ogni contesto, ma sono state a loro volta oggetto delle dotte cure degli specialisti filologi, sono stati proprio i due titoli rossiniani, Armida e Il turco in Italia.

L’opera è nata per i cantanti, e per essere interpretata e ricevere vita dall’interpretazione dei cantanti, non dai filologi. L’esatta lezione di un testo può essere ridata solo a livello di partitura. A livello di esecuzione si può solo creare qualcosa di nuovo. La gran parte delle orchestre d’Italia era piuttosto scassata, all’epoca, e i cantanti potevano cantare anche in maniera oscena. Tutte le opere del protoromanticismo (Bellini, Donizetti &c.) ci sono arrivate in molteplici versioni, ognuna rispondente alle esigenze di diversi esecutori. Ne consegue che se uno vuole farsi un’idea di quella che era l’intenzione del compositore a prescindere dall’esecuzione a cui l’opera andava incontro, se la deve inventare, perché logicamente non è mai esistita. L’opera nasce da una serie di rapporti dialettici, tra compositore e librettista, compositore e cantante, cantante e librettista — e tra tutti costoro e il pubblico che via via decretava maggiori o minori successi. Non può esserci vera filologia che non consideri questo fatto.

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