13. Secondo arrivo. La sceneggiata.

17 Nov

13. E’ quello di Nunzia. Nunzia, ho ritirato tutto stamattina (come ti dico anche nel commento sotto), e ho dato appena uno sguardo: stasera ispezionerò il pacco con cura e saprò dire di più.

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Premetto che per il personaggio non avevo nessuna simpatia, nel senso che artisticamente non mi diceva assolutamente nulla. L’ho visto solo un pajo di volte per tivvù e quello che faceva mi sembrava assolutamente insulso. Quindi è in questo senso che non avevo nessuna simpatia per lui. Non nel senso che provavo qualcosa di più profondo nei suoi confronti. Nulla di ideologico.

Mario Merola (1934-2006) fu l’incontrastato re della sceneggiata. Sembra un titolo meritevole di considerazione e rispetto, e invece no. Era il re della sceneggiata perché quando aveva cominciato a frequentare, come sapeva e poteva, il genere, la sceneggiata era ormai cadavere da sei lustri. Lo so perché ho fatto ricerche (né lunghe né esaustive né profonde), il risultato ora si concretizza in qualche integrazione alla puntuale voce sceneggiata su wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Sceneggiata) e in qualche dato di riflessione acquisito — poca roba.

La sceneggiata, in sintesi, è morta negli anni Quaranta. La sua nascita non è né antica né nobile. E’ solo di una generazione più vecchia della prole di Guaglione I e di Pacchiana (il mastino napolitano) e di qualche Festival della canzone, Vierno e altri prodotti pseudotradizionali. Nasce nel 1918 come dramma sceneggiato intorno ad una canzone di successo. E’ espressione di quartiere, nemmeno cittadina. E’ espressione della periferia, non del centro della città. Ci sono stati ‘poeti di compagnia’ (così si chiamavano), come Oscar Di Majo il Vecchio, a quanto dice un lessico che ho consultato (quello fondato da Silvio D’Amico) che sono stati validissimi drammaturghi, a prescindere dal fatto che si occupassero di un genere così vile, e che hanno avuto la sfortuna, proprio perché si sono occupati di un genere così vile, di essere notissimi nel quartiere e totalmente sconosciuti appena fuori. Ciò che è molto triste. Quando Mario Merola cominciò ad occuparsi della sceneggiata, nei primi anni Settanta, solo un teatro in tutta Napoli teneva desta la tradizione. Merola ha portato la sceneggiata nei teatri del centro di Napoli, tentando di nobilitare l’intrinsecamente ignobile, dotandosi di compagnie di canto importanti. La sceneggiata ha un casting identico a quello dell’opera seria: tre personaggi principali (il tenore, la primadonna, il vilain — isso, issa e ‘o malamente) e tre personaggi secondarj, spesso vincolati parentalmente a qualcuno dei tre. Una delle tre parti secondarie è comica, come nel melodramma del primo barocco.

La sua ambientazione è tra la gente cosiddetta umile, vale a dire in quegli ambienti in cui c’è un’osculazione continua tra il piano dell’onesto sacrificio e quello della più sfasciata delinquenza. Una sceneggiata più famosa di altre si intitola Guapparia. La guapparia è uno stile di vita e un codice di comportamento. Confina, come tutte le cose illegali nella Campania felice, con la camorra. Ricordo molto vagamente che Merola fu puntualmente incriminato per una questione di soldi che coinvolgeva anche la camorra. Non so che cosa sia risultato al processo e francamente non credo che sia molto importante. Non penso fosse un uomo malvagio e un delinquente, e questa è una cosa che nessuno può sostenere, salvo sorprese, sul suo conto. Per quanto riguarda la sua figura pubblica, è stato una delle voci di una Napoli sicuramente immemore delle sue vere radici e bisognosa di sentirsi parte di una tradizione. Come sentirsi americani all’ombra del Partenone, insomma, o giù di lì. Eppure Napoli ha attraversato anche questo.

Eppure io ci trovo solo molto di malinconico, ma niente di immorale. Il complesso d’inferiorità culturale genera anche queste deviazioni. Ma non è stata la peggiore, né la più brutta, anche esteticamente. Merola era semplicemente un pessimo attore e un cantante inesistente. Mancava della minima disinvoltura, era impacciato come un contadino inurbato, non aveva autentica personalità. Si è prestato a fare da simbolo vivente di una napoletanità di infima categoria, addirittura esibita nella sua inconsistenza, e la gente che si vuol male e si riconosce in un’immagine superficiale e sciocca di sé lo ha seguìto, anche per dargli l’estremo addio. In tutto questo, ripeto, ci trovo molto di degradante, ma nulla di moralmente al disotto del semplicemente umano. Ciò che è certo è che Napoli ha salutato in Merola il cantore dei cialtroni, delle vite sprecate, uno che si serviva di un mezzo modesto e opaco, per giunta superato da un pezzo e fatto artatamente (ma con poca arte) rivivere per un periodo anche troppo lungo. Non un camorrista, non un delinquente, non un malvagio. Un cantante-attore di mezza tacca, un artista fallito e insieme di successo.

Stupisce e dispiace, a me, leggere sui giornali (e tralascio, poiché non faccio lo psichiatra, le sfuriate della “Padania”, insulsamente riportate dalla stampa nazionale e teoricamente seria) delle contestazioni a Rosa Russo Jervolino, che ha invocato una rinascita della sceneggiata. Con tutto quello che ha il teatro napolitano, la sceneggiata, quest’ultima nata abbondantemente bastarda e sicuramente molto puttana, è l’ultima ad avere il diritto a speciali cure. Probabilmente la Jervolino quando ha fatto la sua invocazione, non sapeva esattamente, come non sapevo io, a che poca e povera cosa si riduca la sceneggiata “storica”.

Il suo è stato un errore estetico, stilistico, storico. Non morale, non politico. La sceneggiata riguarda la guapparia. E perché no? Se tutto il male della sceneggiata consiste nel fatto che si occupa di personaggi moralmente discutibili, e in nient’altro, si deve vietare anche l’Edipo re, dato che l’incesto è disgustoso, e la legge lo persegue quando dà pubblico scandalo; e certo la Medea di Euripide merita di essere bandita dalle scene, perché l’infanticidio non è gesto degno delle brave persone che tutti siamo. Il teatro, anche nelle sue varianti meno pregevoli, deve rappresentare le passioni. Una certa scuola di pensiero, influente soprattutto nello scorso secolo, ha posto l’accento sulle classi disagiate, sulla malavita, sul terzo mondo poiché la borghesia, in tutti i suoi strati, era diventata troppo blasée per esprimere grandi passioni. La sceneggiata, nel suo piccolo, magari con qualcosa di fin troppo acquiescente per il moralmente discutibile e il legalmente perseguibile, ha fatto lo stesso. Ci si può non riconoscere più in quell’universo estetico, lo si può giudicare peggio che si può, esteticamente. Ma non si può metterlo alla sbarra. E, soprattutto, bisogna rimanere disponibili a conoscerlo — persino quel bistrattato (e bistrattabile) genere, come dà il sospetto qualche nome sbiadito colto a caso su qualche lessico, potrebbe riservare qualche sorpresa.

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