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12. Primo arrivo.

16 Nov

12. Il primo pacco pervenutomi per posta è quello di …ella. Sono andato jersera a ritirarlo in v. Carrera. Parlerò solo di metà del dono (dell’altra metà no, ma il perché dobbiamo saperlo solo io ed ….ella).

Il suo regalo mi permette anche di soddisfare una mia curiosità, quella per gli audiolibri, esperienza che mi mancava. Mi chiedevo (anche sul suo blog, con qualche espansione retorica di troppo, ma siamo sempre nella media) come fossero letti i libri negli audiolibri, se (sintetizzando da quanto dissi allora) si sentissero anche ululare del vento, porte sbattute e sciacquoni, ovvero se i dialoghi fossero letti a due, tre, dieci voci, e se, insomma, l’audiolibro si differenziasse, e in qual misura, da una recita.

La differenza c’è, e si sente. Mi affretto a precisare che non ci sono né effetti speciali né rumori e rumorini di scena; le voci che ho sentito (tre in tutto, ognuna per una lettura, ogni lettura un testo diverso) leggono con espressione, ma è pur sempre una lettura, della recita non c’è praticamente nulla — o appena così, un’ombreggiatura.

Il libro, o audiolibro, è bellissimo: Edgar Allan Poe, Tre passi nel delirio, vale a dire un’antologiuzza di tre racconti, ognuno dedicato ad un’ossessione particolare, quali 1. Berenice; 2. Il gatto nero; 3. Il rumore del cuore.

Racconti che sono stati letti da generazioni, anche di italiani, come espressioni delle personali ossessioni dell’autore. Cosa vera, cosa falsissima. Non so se esistano, o se siano addirittura concepibili, racconti in cui l’aspetto patologico, autobiografico, persino satirico-grottesco si intreccino, si sovrappongano, si equilibrino a vicenda, impedendo nella maniera più assoluta qualunque univocità di interpretazione, anche a volerla riferire a questa o quella frase, questa o quella scelta lessicale. Non solo non si tratta di racconti interamente tragici, ma sono persino, anche costantemente, venati di una sorta di comicità. Ne esce il grottesco, alla sua massima espressione. Il primo lettore ha un accento emiliano-romagnolo abbastanza individuato (non so i nomi dei lettori); più equilibrata la dizione del secondo, che credo venga da un’area un po’ più meridionale (Marche? sparo un po’ alla cacchio), voce un pochino sgranata ma nel complesso abbastanza autorevole. Il terzo ha una voce pochissimo autorevole, e intenzionalmente/preterintenzionalmente farfugliante. Ecco, vedete? Ho sviluppato anch’io delle ossessioni poeiane (si dirà così? delle ossessioni pojane mi sembrano troppo ornitologiche, e poi trattandosi di Poe sarebbero più indicate delle ossessioni corvine), con esiti altrettanto nero-umoristici. Le ossessioni sono i denti di Berenice, il gatto cecato e poi inavvertitamente murato con il cadavere della moglie (del narratore, chiaramente; non inteso come “Poe”, ma come “colui che s’immagina narri” la storia) e l’occhio azzurro del vecchiaccio. Per esempio, l’ossesso de Il gatto nero a un certo punto si fa la spia da solo, fantozzianamente, e questa è una cosa che un po’ strappa un sorriso: vuole dimostrare la solidità delle domestiche mura ad alcuni poliziotti che lo sospettano dell’omicidio della moglie, e ci mena sopra alcuni colpi di mazza, destando il gatto murato all’interno insieme al cadavere della moglie. Non bisogna credere che sia sprovvedutezza da parte di Poe, o che siano eccessi romantici, o documenti dei difetti di gusto di un’età rivolta. Quando i romantici ci fanno sorridere è perché ci vogliono far sorridere. Ed è proprio quando sorridiamo che sentiamo ancora più violento, ingiustificato l’orrore. Ho ascoltato la Berenice già jersera, mentre camminavo, nel bujo. L’introduzione del “Non partì” della Norma, con quella frase dei tromboni dietro a cui Wagner anfanerà a secco per decenni, mi era rimasta curiosamente impressa, e mi riecheggiava nella mente, a dispetto del sobrio accompagnamento musicale previsto dall’audiolibro. Poe e Bellini starebbero bene in un libro a loro dedicato: dal titolo Poe e Bellini, proprio. Anzi, quasi mi stupisco che qualcuno non ci abbia già pensato. Ma forse nessuno ha mai provato ad ascoltare l’audiolibro di Berenice con in testa la Norma. Una lacuna importante, che mi posso, allora, vantare di aver colmato jersera. (Ma si può anche leggere Poe con un disco della Norma a mo’ di accompagnamento e colonna sonora. O, con un po’ più d’impegno tecnico, sovrapporre le tracce dell’audiolibro con le note dell’opera. Oppure, con un impegno tecnico ancora superiore, fare un film di Berenice con la colonna sonora tratta dalla Norma. O comporre una Berenice pasticciando le musiche della Norma. O rappresentare una Norma adattandovi le parole della Berenice. Come mi ha detto di recente uno che non ricordo, “Euh” (ha detto), “ce ne sono cose che si possono fare”. Anche cazzate, beninteso, e pure belle grosse).

Ma tornando a bomba.

E’ proprio nell’impossibilità di stabilire dove finisca l’orrore e dove comincii il riso che queste pagine apparentemente ingiallite, in realtà a prova di millennio, riescono a trabalzare in una dimensione assoluta, cosmica. E’ a quel punto che si ha la sensazione forse più esatta: quella del timor panico, indefinito e indescrivibile. Quello che in letteratura è l’ironia (romantica) in musica è la melodia infinita. E’ chiaro che date queste premesse non sarà mai possibile un audiolibro perfetto: quale sarebbe la lettura ‘esatta’ di testi del genere, da parte del volenteroso lettore? 

Eppure sono felice di dire che avevo torto, e che aveva ragione ….ella (che chiaramente ringrazio — anche per le batterie, non devo dimenticarlo, che mi consentono di ascoltare l’audiolibro che mi ha inviato… E questa non è una cosa secondaria): l’audiolibro si può ascoltare facendo finta di star leggendo. Come ho fatto io jersera. Io, per esempio, amo camminare con il naso immerso in qualche libro, ma la sera, con la scarsa illuminazione che c’è a Mirafiori e il frescolino che intorpidisce le braccia, è poco agevole. L’audiolibro è un po’ una di quelle finezze che si usavano i signori intellettuali quattro secoli fa, che si facevano leggere le novità durante la vestizione, o prima di montare in carrozza — all’epoca ci pensava la servitù. A parte il fatto che questi racconti in particolare sono letti con garbo, l’importante è che il messaggio arrivi, forte e chiaro. Non sostituisce il libro ma è un supporto validissimo, soprattutto in determinate circostanze. Una scoperta che parrà (a taluni) un po’ dell’acqua calda, ma non è.

(E grazie ancora a ….ella!).