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11.

15 Nov

11. E’ assolutamente necessario che torni a postare qualcosa: sono passati giorni, giorni e giorni: comparativamente, fuori rete, ho scritto l’enciclopedia Britannica, o quella pittoresca enciclopedia cinese in 10.000 voll., o gli Atti del parlamento, sempre britannico, che secondo il Guinness sono costati la vita a tante e tante capre indiane. Poveracce.

Il fatto è che nel frattempo (qualcuno, ma forse non la persona giusta, è stato avvertito) è effettivamente arrivato un pacco a v. Carrera. Attualmente non dormo lì, sicché è molto difficile, per me, recuperarlo se non c’è qualcuno, durante il giorno, in struttura — ma non voglio annojare nessuno (cioè, sì, voglio, ma non con questo tipo di argomenti). Dico solo che mi è stato descritto come un pacchetto piccolo, ossia poco voluminoso, pare senza mittente. Qualcuno lo riconosce? Anche in caso contrario, sia ringraziato per il pensiero che ha avuto per me. Nel frattempo ho la certezza che abbia spedito solo Antonella (suppongo si chiami così, dato che è responsabile delle antonellate); Nunzia potrebbe averlo già fatto. Dario sicuramente non l’ha fatto, per quanto il pacco sia pronto (vide i commenti un po’ più sotto) e aspetti solo di essere spedito. In camera caritatis mi ha chiesto se la buca di v. Carrera sia più o meno capace, intendendo ovviamente sapere se poteva spedirmi uno o più (molti più?) libri. Io mi sono affrettato, in maniera veramente leccacula e stronza, a dissimulare la mia naturale avidità sotto la coperta sdrucita di miei putativi sensi di colpa (nel caso in cui mi arrivasse più di quello che merito). In realtà, dopo due anni di cazzeggio, nonostante la colpa sia tutta mia, non la sento più, posso giurare anche per quanto riguarda preconscio, inconscio e subconscio; non solo, ho sviluppato un’infingardaggine vomitevole, che mi porta ad arraffare tutto quello che mi è porto, di buona- o — persino — malavoglia, e spero ardentemente che Dario mi spedisca la biblioteca di Alessandria, spero non in compendio.

Questo per dire che specie di stronzonaccio sono.

 Ma lasciamo correre. Piuttosto, in questi giorni ho avuto una nuova avventuretta (che mi sarei risparmiato volentieri) con i libri che da mesi (o da circa un anno) devo restituire a ben quattro biblioteche: dopo che sono stati dispersi (per colpa, essenzialmente, degli operatori) per i magazzini di tutta Torino, ero riuscito a faticosamente radunarli tutti quando, a quel che pareva, sono scomparsi nuovamente. Li ho ritrovati. Dentro c’erano anche un disco di Max Gazzè (quello con sù “Poeta minore”, che mi piaceva — ma sono un ascoltatore pigerrimo, non mi càpita mai di andare a cercare musica pop — praticamente è l’unica canzonetta che possa dire di aver mai ascoltato da capo a fondo in vita mia) e il Don Pasquale, piuttosto bruttino, diretto da Muti, con la Freni, il vecchio Bruscantini. (Ero abituato a quello con la Sciutti, Corena, Oncina, Krause diretti da Kertész: che infatti resta il migliore). Dopo la Semiramide di Meyerbeer, che era diretta da Bonynge ma cantata da una serie di perfetti sconosciuti (perfetti sconosciuti prima e perfetti sconosciuti a tutt’oggi, nel senso che non ricordo nemmeno un nome), tutti in condizioni vocali assai deprimenti, m’è venuta voglia [diciamo così, ma è understatement ed è anche un po’ depistante — diciamo che ho sentito la necessità] di ascoltare qualcuno che cantasse veramente, cioè un po’ di quelle voci che non hanno un legato reminiscente l’autostrada del sole e una colonna del fiato simile alla torre babilonica dopo il fulmine, la diversificazione delle lingue, la dispersione e la sommersione sotto milioni di tonnellate di sabbia. Ho pensato così di colmare una mia lacuna, e mi sono ascoltato la Norma con la Callas. Conosco già diverse Norme della Callas, compresa quella con Del Monaco e la vecchia Stignani, dell’estate del ’55, diretti da Serafin (un’esecuzione radiofonica, a metà strada tra la registrazione in studio e il live). Ma non conoscevo, se non limitatamente (credo) al duetto Norma-Pollione, e anche quello solo un pezzo, la Norma d’apertura di stagione (07/12) dello stesso anno, con la Callas, appunto, di nuovo Del Monaco e, al posto della malinconica Stignani, la Simionato. Non mi dilungo perché in qualche modo sento che l’argomento mi annoja (come argomento: la musica, credo, è fatta per essere ascoltata. O per essere letta, beato chi ci riesce. Federico Maria Sardelli, prefacendo un’opera sulla produzione flautistica di Vivaldi [Olschki], ha detto di non aver messo nella trattazione nessuna descrizione della musica, ma solo esempj musicali [cioè quelle palline bianche e nere sopra o tra le 5 righe orizzontali], per evitare 1. un eccessivo esborso, inflazionando inopinatamente il numero delle pagine; 2. la noja che prende il lettore, specialista o no, quando si trova davanti a delle descrizioni [di qualcosa che non è fatto per essere descritto, si suppone, ma solo ascoltato]). Cioè, è un momento importante dell’arte del secolo scorso, e forse ci sarebbero milioni di cose da dire, ma in fondo è meglio tacerne. (Forse parlarne porta male?). Quello che ho fatto, poi, è stato anche tornare sulla voce “Maria Callas” di wikipedia, che è oscena, l’avevo vista a suo tempo; è piena zeppa di errori. Ma non essendo uno ‘stub’ (“abbozzo”) e non essendo segnalata come voce da ‘ajutare’ né altro, ed essendo stata anche elogiata, metterci le mani (cosa che tecnicamente può fare chiunque) mi dispiace. Quello che però mi fa peggio (cioè più che male) di quella voce come di un milione di altre brutte pagine dedicate alla Callas, a cui non ci si dovrebbe accostare, come per qualunque altro grande, in mancanza di una vera e propria preparazione, è il tono scorreggion-modajuolo, o modajuol-scorreggione generale. Mentre magari artiste meno determinanti nella storia hanno voci del tutto dignitose, quella voce è sparsa di stolti pettegolezzi, che sono le fetenzìe che facevano furore sui rotocalchi di cinquant’anni fa, e oggi dànno l’orticaria e la peristalsi. Fu un intelletto superiore, e questo forse, senza dichiararlo (sennò ti mettono l’avvisino che non sei super partes), bisogna che venga fuori. Insomma, chissenefrega dei suoi presunti amori, del figlio segreto (che mai non ebbe, perché, poveraccia, aveva, oltre a tanti altri acciacchi, anche una deviazione dell’utero che non le avrebbe mai consentito di arrivare viva al parto, ed è per questo che non fece figlj) &c.?

Ma scopro, riascoltando la Norma del ’55, che è una cantante profondamente inquietante. Capisco forse solo adesso che cosa intendessero dicendo che aveva una brutta voce. E’ una voce che non ti lascia dormire. Avevo forse bisogno di questi due anni di disimmersione in un suono che ho ascoltato ossessivamente, in pratica, sin dalla nascita, per rendermi conto dei veleni di cui è carico — in specie in questa esecuzione; di quanto di oscuro si doveva, veramente, agitare, sotto la superficie, esprimendosi in quelle note velate, nei falsetti estenuati, nella rabbiosità tremula di certe scariche elettriche, nelle artate discese sdrucciolevoli e nelle ascese impavide e fosforescenti; inspiegabili, per converso, quei sovracuti pieni di suono, inudibili da qualunque altro soprano, ma dolcissimi, di liquidità implausibile. Esiste un potenziale profondamente destabilizzante, scandaloso, in quella voce; e il tempo non smusserà, probabilmente, mai quelle angolosità. Come Bette Davis, aveva una curiosa diplopia: di mentalità, formazione, ‘morale’ (latamente) ancora ottocentesca, aveva però anche una sensibilità spiccata per la ricaduta di tutto il patrimonio retorico familiare su un pubblico passato attraverso due guerre mondiali. Quella voce, e nessun’altra (si sente, tremendo, lo scarto rispetto a qualunque suo pur valido e grande comprimario), in sé rappresenta l’estremo tentativo di un mondo di comunicarsi intatto non ad un pubblico settoriale, ma a tutto il pubblico possibile: non agli ‘appassionati’, ma alla società, agli uomini. Più passa il tempo e più grande diventa.