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10. Freddo cane.

10 Nov

10. Lo sapete voi che queste notti fa un freddo cane? Ma, soprattutto, lo sapete voi perché si dice “fa un freddo cane”, “che freddo cane!”, &c., cioè per quale motivo si usa la precisa espressione freddo cane? Io me lo sono chiesto stanotte, e ho trovato la risposta. Perché morde. A parte le escoriazioni intorno al naso e l’eritema da freddo alle manine delicate, la sensazione,  è proprio quella di una qualche bestia che di tanto in tanto ti azzanni a tradimento. Ancora all’inizio della mia (semi)nuova carriera rialzarmi da una panchina al mattino voleva dire veramente tentare di riprendersi da una notte quantomeno laboriosa. Il freddo rende le notti più campali dei giorni, e forse perché durano un’infinità meritano di essere chiamate gran nottate più di quanto i giorni di battaglia meritino di essere chiamati gran giornate. Inoltre il nemico spiega chiare insegne e invia franchi messaggeri, mentre, tramite i display piccoli e grandi che s’incontrano per la strada, i termometri ti prendono pure per il culo. “9°!!”, proclamano pomposamente. “11°!!!!” sparacchiano, senza la minima vergogna, benché con cristalli liquidi prevalentemente rossi. Ma in quei momenti non mi pare tanto segnacolo di pudore quanto, piuttosto, un’oltraggiosa muleta agitata davanti al muso schiumante della mia rabbia avvampante. Avvampare di rabbia e avere freddo crea enormi conflitti, chiaramente. Ma devo ammettere che il freddo ha sempre la meglio.

Ma bando alle ciance: non tutto il male viene per nuocere. Infatti, non avendo né un sacco a pelo (non ancora) né un posto dove andare (se non la sala d’aspetto di Porta Susa, che però chiude a mezzanotte e mezzo e riapre alle 4.15), dovendo comunque perdere molto tempo mi sono fatto a piedi tutto il tragitto da strada Castello di Mirafiori alla stazione, cercando di andare il più lento possibile. Ne ho approfittato, grazie all’ausilio di un lettore catorcio e a due catorcissime batterie, che terminata la consegna, proprio come quel pianoforte che Benedetti-Michelangeli riparò giusto in tempo per un concerto e che cadde in mille pezzi non appena il concerto finì, sono defunte, per ascoltare interamente la Semiramide di Meyerbeer. Di giorno c’è chiasso: camminando e dribblando vecchiette con la spesa, scolari e professionisti col naso ficcato nel giornale continuano a saltarmi i track; il frastuono del traffico copre il suono. E’ scomodo, non so nemmeno dove mettermi. Normalmente nei posti silenziosi non posso ascoltare musica, perché dagli auricolari trapela sempre qualcosa, e di norma i posti silenziosi vogliono rimanere silenziosi — se il signore li ha voluti così, inutile fare i bastiancontrarii, suppongo.

Devo dire che ascoltare musica di notte, mentre si cammina, è molto molto suggestivo. E’ proprio come avere la colonna sonora. Tipo: est. notte, cancello di s.da Castello che sbatte alle mie spalle già scosse dal parletico; musica: sinfonia, allegro. Est notte, la bèla Rosìn; musica: sinfonia, coda. Est. notte, capolinea del 4; musica: assieme “Deh sospendi la scelta funesta”. [……] Int. (?) notte, vespasiano di via Sacchi; musica: rondò “Se non nacqui al miglior sesso”. Quando le ultime note (“…viva lieta, e sia regina / chi finor fu nostro re!”, secondo me due tra i più bei versi [è Metastasio] mai scritti in quest’avara lingua) si sono spente, si è spento anche il catorcino. Ero poco oltre Porta Nuova.

Su Meyerbeer ho anche cominciato a rielaborare una voce preesistente, zeppa di brutti errori (si diceva tra l’altro che avesse cambiato nome e cognome per evitare i pogrom!), su wikipedia. Confesso di avere un grande debole per Meyerbeer. La sua musica è quasi sempre molto discutibile, per via della sua ampollosità o per via della sua leziosità, per la contorsione o per la gracilità della melodia. Ma questo me lo rende più caro, perché la sua musica è brutta come può esserlo una bambina ebrea complessata e in sovrappeso. Come la Sévigné, preferisco sempre une bonté un peu sotte à une intelligente mauvaiseté.