8. …

8 Nov

8. Riprendo dal post n° 6. Ovviamente la risposta che mi do è: NO, ovvio che no, ovvio — cioè — che non ho fatto nessuna particolare stronzata: è più che evidente che se riprendo gli studii (e non credo proprio di riuscirci, per tutta una serie di motivi), e se, ripresili che ho, non li mollo, non è certo per recuperare alcun tempo perduto, ma semplicemente per la noja che mi devasta.

 Ma basta parlare di queste fesserie. La mia tendenza a persistere sulle stesse cose, come la mia persistenza negli stessi luoghi, o tra le stesse persone, mi ammazza. Quello che mi viene, più che altro, da dire è questo: ho scoperto di portare a Joseph Ratzinger qualcosa di molto simile a un odio profondo. Non un odio tale per cui lo ammazzerei, beninteso. E mi affretto parimente a precisare che nemmeno vorrei che altri lo ammazzasse. Domattina o questo pomeriggio, poniamo; e che magari, dopo, saltasse in aria tutto il Vaticano. O che tutta la vigna del signore se ne andasse a quel paese d’un botto, o d’un boato. O che le chiese sprofondassero, tutte quante, alte o basse, belle o brutte, magre o grasse, cioè affollate o desertificate. Non è questo che vorrei. Mi disturba pensare a quel povero vecchio che si trova ad aver da fare, magari dolorante/sanguinante, con Quella Famosa Cosa, budinizzato dallo sgomento, terrorizzato magari, ché poi magari si defeca o si minge o si rece addosso. Niente di tutto questo. Gli spettacoli orrorosi sono fatti per gli ambiziosi. Per esempio, gli adolescenti adorano andare al cinema a guardare cose terrificanti, e tutti che ti spiegano (posto che tu gli chieda che cosa ci trovino di tanto avvincente): beh, avere paura è bellissimo, la paura è una bellissima sensazione. Credo, a questo proposito, che ad essere bellissima non sia la paura, quanto la resistenza che si sente di saper opporre al più o meno insostenibile: nello stare a guardare cose da cui, con la parte meno insana di sé, si vorrebbe distogliere a tutti i costi lo sguardo. Voler uccidere dentro sé l’empatia è proprio di chiunque voglia dominare. Gli adolescenti si sognano dominatori, quindi sono spietati. Gli adolescenti e i tiranni. Non dimentichiamo che il San Nicandro insegnò al piccolo Ferdinando di Borbone a costruire piccoli slalom per conigli, e, dopo averli fatti correre, ad ucciderli a mazzate. Elisabetta Bàttori amava le sue emicranie (risultato evidente di un numero spropositato di incesti, che in genere portano a complessioni fragili ma rese resistenti al dolore proprio in virtù della convivenza forzata con essa), perché le consentiva di straziare a morsi la carne opulenta delle sue domestiche; e che fosse nel pieno del suo diritto è dimostrato in pieno dal fatto che se non avesse cercato tra le giovani nobildonne il sangue che le occorreva per le abluzioni, mai più Mattia Corvino l’avrebbe presa al laccio, e mai più l’avrebbe fatta murare viva. &cetera. Nel senso: chi vuole dominare non deve assolutamente provare empatia. Poi ci sono diverse scuole di pensiero. Quando passatempi simili a quelli descritti finirono forzosamente confinati (se pure ci si riuscì, ed è chiaro che non ci si riesce mai del tutto) tra le pagine di Sade e nei romanzi gotici dei castellani inglesi, venne fuori il tipo di Robespierre, che, è dimostrato, compiacevasi di suoni teneri e melodiosi; Napoleone (che però non era un sanguinario) amava Paisiello e sbadigliava quando suonavano il ben più imperiale Spontini (Cherubini neanche parlarne). Sono tutte ragioni, posto che di ragioni possa parlarsi, per cui non voglio che Ratzinger rimanga sotto una pressa, o sia crocifisso, o muoja vomitando sangue, o altre cose altamente pittoresche. A proposito di Ratzinger ho un sogno ben più proibito. E sfido io: infatti, si sappia che non vorrei, assolutamente, che Ratzinger sparisse; vorrei bensì che Ratzinger non fosse mai esistito. Più sogno proibito di così. E poi, ogni tanto (già che sogniamo, facciamolo in grande), mi ritrovo a fantasticare scenarii assolutamente ucronici: non solo papa Ratzinger, ma anche papa Wojtila, tutti i Benedetti, i Pii, i Formosi, i Leoni, dal primo all’ultimo, tutti cancellati. Nemmeno l’ombra di un papa. E nemmeno una punta di vescovo, un sospetto di cardinale, una lacrima di arciprete, un cicìn di prevosto: niente chiesa. Che cosa sarebbe l’Italia senza la chiesa? Non ‘il mondo’, dico proprio l’Italia. (Una ragazza inglese, pochi mesi fa pubblicata anche qui in Italia, ha provato a immaginare un mondo interamente romanizzato, senza cristianesimo. Non so com’è, ma non mi convince. Cioè, non è proprio quello che penso io. Io penso MOLTO più in grande). Chiaramente, tutto prende spunto dal discorso che è ‘sfuggito’ all’ufficio stampa del Vaticano ancora in forma di bozza, in cui il sommo pontefice si pronunciava contro la scristianizzazione della società, i pacs, gli omosessuali e via di questo passo. A parte il fatto che, a rigor di logica, i preti non dovrebbero nemmeno fare apprezzamenti sull’eterosessualità, quand’è che comincerà lo smantellamento della chiesa? Non sarà mica uno di quei casi penosi come l’antico Egitto, poniamo, troppo pio per poter morire, sicché è in via di autoimbalsamazione, e per rimuoverla dagli occhi e dalle coscienze sarà necessario che rimanga sepolta sotto cumuli di detriti e di sabbia — per non prospettare qualcosa di più drastico? Considerando, di volata, quello che tutti già sappiamo alla perfezione, e cioè: 1. la fede non esiste (e non è mai esistita, se non presso l’uomo delle caverne, e solo per quei dieci o venti minuti che gli servivano per riprendersi dopo la caduta di un vicino fulmine); 2. il cristianesimo è un errore e un danno, quindi anche l’ “ateismo cristiano” caro a quell’ormai cadavere altro non sarebbe che una jattura; 3. i preti sono parassiti rompicoglioni, quand’è, mi chiedo, quand’è che cominceremo a liberarci di questa carogna maleolente? Quanti secoli ci metteremo non ha nessuna importanza, l’importante è cominciare. E’ nel tendere all’obiettivo il significato della vita. Non certo nell’adorazione del macilento galileo.

Sto addirittura rileggendo un romanzo bellissimo e interessantissimo, di uno di quei liberali napolitani che, a leggerli adesso, sembrano sbarcati da Antares, tanto poco quello che ci circonda sembra essere loro conseguito (e infatti non ne consegue): le Memorie di Giuda, un romanzo scritto in doppia redazione, e francese (prima fu pubblicato in questa lingua, ovviamente, 1866) e italiana, da Ferdinando Petruccelli della Gattina, condannato a morte dai Borboni, parte attiva e critica della Comune di Parigi (ed espulso dalla Francia ben tre volte proprio per questo motivo) che a suo tempo sedette in parlamento, eletto dal collegio della sua Moliterno (dov’era nato nel 1815), sui banchi dell’estrema sinistra con, per intenderci, Guerrazzi, Brofferio &c. L’ha ripubblicato, nel 1976, l’editore-librajo Fògola di Torino, facendolo prefare da un miopissimo Folco Portinari. Qui a Torino se ne trovano copie su copie su un po’ tutte le bancherelle dell’usato, segno che è stato tutt’altro che un successo. Segno, anche, che lo si trova ad uno-&-una-cicca, cosa in sé non negativa. Letto o non letto (rifacciamoci a Haendel, che disse della sua sventurata Theodora che l’insuccesso le giovava, essendo che la stessa assenza di pubblico migliorava l’acustica della sala), chiunque lo trovi se lo legga. Magari qualcuno che si sta sterilmente dedicando (so che a qualcuno, come anche a me, ogni tanto viene questa mania — sono accessi che vengono e passano, come le malattie esantematiche) a quel fantasma che è Il Romanzo Italiano dell’Ottocento. Piuttosto che rileggersi robaccia come i Promessi sposi o rimanere infognati a metà Battaglia di Benevento, si legga questo romanzo. E’ un romanzo vero, ed è un’interpretazione vera, coraggiosa, originale, nobile del cristianesimo, in senso specialmente politico-sociale, della sua nascita, del suo significato, e dunque anche della sua influenza. [Se riesco a mettere insieme qualche appunto non banale, avrò un gran piacere a scriverne anche qui sopra, prima o dopo; ma prima, appunto, lo voglio rileggere.]

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