Archivio | novembre, 2006

21. Fulvio e Cinzia. (Incipit).

30 Nov

E’ l’incipit di un racconto che ho cominciato a scrivere jersera davanti al Carignano (dove veramente stanno dando il Tito Andronico [ma non so in che lingua (non ha importanza, in questo caso)]). Non so se andrà avanti.

Questa sera io, che mi chiamo Fulvio, e Cinzia, la mia ragazza, siamo andati a teatro.

Davano un dramma, o tragedia, di William Shakespeare, al titolo Titus Andronicus, che in italiano sarebbe Tito Andronico, come ricordo dalle copertine dei libri, ma dal momento che per un’iniziativa del Comune la recita si dava nell’originale inglese, il titolo del dramma era in latino.

Ci siamo dati appuntamento, io e Cinzia, la mia ragazza, in piazza ***, per le 20.30. Siamo arrivati contemporaneamente alle 20.05, probabilmente perché temevamo entrambi di arrivare in ritardo. Ma questa è solo una mia supposizione, perché non ce lo siamo chiesti. Lei era molto bella, colla nuova montatura degli occhiali (rosa), i capelli castani ravviati all’indietro e un cappotto lungo scuro. Lei mi ha detto che ero molto bello, pure, ma me lo ha detto a voce talmente bassa che potrei sbagliarmi.

Dal momento che mancava ancora un’ora e venticinque all’inizio dello spettacolo, siamo andati da Brunch a prendere qualcosa da mangiare. Davanti alla vetrina, mentre esaminavamo i prezzi, ci siamo chiesti all’unisono:

— Hai molta fame?

Non ci siamo nemmeno risposti, e siamo entrati. Abbiamo preso un caffè lungo, giusta la durata della tragedia nella peggiore delle ipotesi, e una fetta di torta salata a testa. La mia si chiamava “Mediterranea”, e comprendeva pasta di olive nere, spicchii di pomodori ciliegini, basilico e pecorino sardo. La sua si chiamava “Marittima”, e comprendeva sardelle, cozze e asparagi. Ma mentre il mio trancio di torta salata teneva esatta fede a quanto dichiarato sul cartellino in esposizione, quello di Cinzia, inopinatamente, era anche pieno d’aglio.

— E’ piena di aglio — ha detto, infatti, dopo averne staccato un boccone, e mi ha porto il resto, incoraggiante: — La vuoi finire tu?

— Oh no — ho detto, — avrai fame, durante lo spettacolo.

L’ha finita lei, molto lentamente. Prima di uscire ha voluto anche un bicchier d’acqua.

Alle 20.40 eravamo nuovamente davanti al teatro. Ci siamo messi su una panchina poco discosto per ammazzare il tempo. Mi sono acceso una Camel light. Cinzia me ne ha chiesta una, poi un’altra, e poi un’altra ancora.

Solitamente fuma pochissimo.

— E’ solo per mandare via questa fottuta puzza d’aglio — si è giustificata.

Le ho fatto una proposta:

— Vuoi che ti baci, così verifico quanto si sente?

Con aria un po’ colpevole ha assentito. Aveva ragione: era veramente disgustoso.

— … Responso? — ha chiesto, speranzosa.

In quel momento è suonata la campanella che segna l’inizio. Un numero imprecisato di coppie mature e di anziane signore dall’acconciatura rigida ha cominciato a sciamare nell’interno illuminato, attraverso la porta di legno.

— Andiamo — le ho detto. — Sta per cominciare.

Mi piace molto l’atmosfera ovattata e brillante di questo teatro, il “Barone di Liveri”, uno dei più antichi della nostra città. Quanto al pubblico, guardo sempre le coppie sposate in abito da sera, simili a quello che saremo io e Cinzia tra qualche anno, se tutto va secondo i nostri desiderii.

Mentre aspettavamo di porgere il biglietto alla maschera in guanti bianchi nell’atrio, ho avuto l’impressione che una signora anziana, dall’acconciatura scolpita, si voltasse a guardare Cinzia con espressione difficile da definire. A giudicare dall’espressione di Cinzia, deve avere avuto la stessa impressione anche lei. Ma le impressioni contano poco.

Ci siamo seduti ai nostri posti (platea, secondo settore), proprio dietro due signore, una giovane e una anziana, a giudicare dal colore delle acconciature, presumibilmente madre e figlia. Pochi secondi dopo che ci siamo seduti, le due signore si sono voltate l’una verso l’altra, scambiandosi uno sguardo allarmato. La vecchia ha detto, in un sussurro molto udibile:

— Porca puttana, che puzza d’aglio.

(…)

20.

28 Nov

Pensa i casi della vita.

Sabato 25, 23.00: sono aggredito senza motivo da un indultato enfisematoso, ma sempre gajardo, che cerca di spaccarmi i pochi denti superstiti con tre cazzotti. In effetti, è da qualche turno che Valter (ex ultrà, uomo di un’ignoranza indicibile, quasi splendente) mi carica addosso i tre più stronzi del dormitorio. Per poi mettermi in stanza con loro, appena arriva il mio turno di dormire dentro.

La prima cosa che faccio, come di consueto, è fuggire. Me ne vado (anche se è tanto tardi che prima di arrivare è cambiata la data da quasi un’ora) a v. Carrera, dove un operatore con cui non ho mai avuto modo di litigare, Andrea A., mi fa entrare a prendere delle cose dal magazzino. Vale a dire: 1. il mio diario, otto quaderni manoscritti, in uno zaino; 2. gli altri miei scritti, pesantissimi, in un sacchetto. Me ne voglio andare, il resto lo posso anche sacrificare. Ma mi dice anche che se voglio posso dormire dentro, gli è rimasto un posto vuoto. Faccio due conti: il fisico non m’aregge più che tanto. Ho sonno, indiscutibilmente. Fuori fa un freddo della madonna, e dormire fuori senza adeguata preparazione spirituale (almeno quattro o cinque ore di preavviso) non mi sfagiuola più di tanto. Accetto. Vado a letto forse alle 3.30. Mi sveglio alle 5.45, prendo sù le mie cose e me ne vado.

Il problema è che nei dormitorii della Parella ultimamente hanno deciso che non mi sopportano. Ci sono stati anche dei nuovi arrivi, ragazze brutte dai nomi simili, Elena, Eliana, e poi un’ennesima Laura, mi trattano malissimo, dopo che le hanno istruite all’uopo. Il fatto che non mi sopportino alla Parella è un po’ finire ne’ cazzi, per me, perché negli altri dormitorii (coopp. Valdocco [v. Traves] e Frassati [v. Foligno]) non ci voglio proprio andare, lì so da quant’ha che mi maltrattano.

Ho passato due giorni bighellonando a Milano, cercando di riabituarmi alle proporzioni più massicce della metropoli (Torino è un buchetto squallido), e, Giuditta Russo a parte, sono lieto di aver visto nuovamente volti umani, e ascoltato una cadenza, in sé non piacevole, forse, ma ben lontana da quel viscido sciaguattìo che è la parlata di quassù. Come abbiamo potuto farci unificare da un simile popolo di stronzi sfugge e sfuggirà sempre alla mia comprensione.

Ho passato parte della notte a dormire facendo l’avantindré tra piazza Fontana e Rozzano, col tram 15. All’ultimo giro m’è preso un abbiocco così potente che nemmeno un concerto di bombarde e di cannoni avrebbe potuto svegliarmi. E’ a quel punto che è successo.

Era grosso modo

(siete avvinti? almeno un po’?)

l’una e quindici, e l’autista è venuto a svegliarmi. Eravamo a una fermata (mi perdonino, se ci sono, gli eventuali milanesi) chiamata Casalborgo o giù di lì: nella tratta normale a quel punto il tram tira dritto, ma all’ultimo turno prende la prima a sinistra e va ad infilarsi nel deposito. Confuso prendo sù le mie cose, non so quali, e scendo. Le appoggio sulla panchina e studio per quattro secondi la cartina, che comunque è lì, non mi devo allontanare.

Tralascio il come qualmente, non dirò di me che dapprima sono convintissimo che un fantasma me l’abbia soffiato durante i pochi secondi che ero girato; non dirò di come m’abbia preso poi l’idea che fosse rimasto sul tram, la corsa al deposito (la fortuna di essere vicini al deposito in quel momento), la ricerca rivelatasi inutile. Torno indietro e penso: evidentemente quando mi sono addormentato, e ho dormito filato, finché l’autista è venuto a svegliarmi, qualcuno mi ha preso lo zaino dal sedile davanti, e io in sulle prime non mi sono nemmeno avveduto che era sparito; tralascio che al lato opposto della grande ajuola dietro la pensilina del 15 un ragazzo scuro mi pareva facesse segno verso di me, come dire “Vieni, vieni”, e poi sparisse camminando veloce. Tralascio tutto, anche la ricerca vicino alle panchine, nei bidoni della spazzatura, facendomi lume coll’accendino, risalendo metà delle fermate toccate.

L’unica cosa che conta è che mi hanno fottuto lo zaino, e che dentro c’erano spazzolino dentifricio saponetta, rasoi penne carta, il Viaggio americano della Pivano l’antologia poetica del Seicento della Garzanti e quella Einaudi, i miei documenti un po’ di tabacco tessere della biblioteca dell’informaggiòvani delle fotocopie, ma soprattutto il mio diario, i miei otto quaderni, rimpolpati di molti fogli, con copiature da molti libri, un centinajo d’ottave scritte nel corso dei mesi, varii resumè, osservazioni, sparsa erudizione. Nulla.

A quel punto, come reagire? Credevo, sinceramente, di dovermi mettere a piangere, e per un pajo di minuti ci ho pensato seriamente. Proprio non mi veniva. La cosa che mi è venuta in mente era r* che mi raccontava di Huxley divenuto cieco, a cui andò a fuoco la casa. Era vecchio, e al bagliore delle fiamme che non vedeva si strinse nelle spalle e disse: Bah, vorrà dire che ricomincerò tutto da capo. Tutto qui.

Da una parte. Dall’altra quel diario era sbagliato. Non perché fosse il diario di un uomo di merda, e lo era, ma perché in questi due anni, meticolosamente (per la mia media, chiariamoci) descritti, nei più minuscoli tra tutti gl’insulsissimi non-avvenimenti che scandivano le ripugnanti giornate sempre uguali, non è successo niente. Nulla di cui debba vantarmi, nulla di cui debba vergognarmi. Ero, e sono, alla mercé altrui. Finché si è schiavi di qualcuno non si possono avere che belle frasi, quando càpitano. E se c’è una cosa che non ho mai potuto soffrire sono proprio le belle frasi.

E’ chiaro, non ne sono contento. Ma dove me lo portavo? Dove mi portavo tutti i miei pesantissimi, odiosissimi scritti — perché mi sono portato dietro quella sporta malefica, con i manici che mi tagliavano le mani, tentando di nascondere a me stesso che al prossimo vespasiano che avessi incontrato ce li avrei buttati dentro? E quanto pesavano, quegli otto quaderni, che insieme a tutto il resto mi segavano le spalle, e mi rallentavano? Volevo che non corressero rischii, e me li sono portati dietro come figli idioti o monchi, mentre i cosacchi mi alitavano sul collo.

Per me è stato come perdere un vecchio cane grasso, con la cataratta e le zampe anteriori paralizzate: una cosa straziante, ma del tutto prevista. Una cosa prevista, ma del tutto straziante. Sicché, anche se capisco che ben poco era da fare (nessuno può essere vigile le ventiquattr’ore al giorno, e anche i ladruncoli sono derubati — spesso i barboni rubano ad altri barboni perché altri barboni hanno rubato a loro, &c.), che non potevo, a un certo punto, non crollare dal sonno, ho sentito, più che dolore, un grande senso di colpa, cioè (come sempre avviene, in fondo, coi sensi di colpa) mi sono sentito un pirla.

A quel punto, se non mi fossi dovuto sdrajare su qualche panchina a dormire le ore di sonno che ancora mi necessitavano, avrei potuto piangere. Ma mi sono addormentato, appunto.

(…)

18. Buonasera.

24 Nov

Buonasera. Prevengo che se questa sera scrivo qualcosa è esclusivamente grazie alla compiacenza di un’addetta, qui, della biblioteca, e alla mia voglia di perdere altro tempo in Rete. Non ho assolutamente niente da dire. (E se ce l’avessi probabilmente farei molto meglio a tenermelo per me, perché sicuramente non capireste).

In compenso ho grosso modo finito la voce (comunque mancano tutti i resumè, che via via aggiungerò a mano a mano che troverò [se troverò] e leggerò [se leggerò] le opere di questo autore) sul Mastriani. Sono anche riuscito a far togliere un brutto tag che mi avevano appiccicato sopra, in cui dicevano che facevo commenti ed apprezzamenti personali (era veramente ingiusto, ho umilmente chiesto che lo rimovessero, e mi hanno accontentato). La bibliografia contiene una novantina di titoli (veramente devo ancora contarli, o contarli un po’ meno approssimativamente di quant’ho fatto finora), che è la quasi totalità delle opere a stampa. Credo che non si trovi dappertutto una bibliografia così esauriente, per quanto riguarda questo prolifico romanziere. Sogno di completarla, e aggiungere molte altre cose. E penso che sia un vero peccato che del Mastriani non gliene freghi assolutamente niente a nessuno.

(Forse non ci crederete, ma sono rimasto veramente sorpreso — proprio stupito, meravigliato, direi, eh, non addolorato [non potrei mai prendermela per una cosa del genere] — dalla vostra perplessità di fronte all’ultimo — penultimo, rispetto al presente — pezzo. Gli altri erano/sono [più] chiari? Veramente? E organici, vale a dire ‘non a capocchia’? Mah. Chi lo avrebbe mai detto).

17. Un assassino.

23 Nov

Chissà se se ne ricorda qualcuno. La notizia risale a qualche anno fa, potrebbero già essere una decina. Non ricordo di aver sentito la notizia per televisione, ma ricordo che la figlia della vittima scrisse un articolo sia per il Bollettino della Comunità ebraica di Milano, sia per un giornale a diffusione nazionale; e poi andò al Maurizio Costanzo Show, dove ripeté sostanzialmente le stesse cose — aveva una richiesta da fare. La madre era un membro rispettabile della Comunità ebraica di Milano, ed era una psicanalista originaria dell’est europeo, ma uno di quei paesi che non si associano immediatamente alla presenza ebraica, era un paese ex-iugoslavo come la Croazia o la Slovenia o va a sapere più che paese fosse (non posso farci niente: nonostante, a distanza di qualche mese, cercassi di recuperare quelle notizie, non ci sono mai riuscito, e ho dovuto rinunciare). Aveva un domestico dello Sri Lanka, che a un certo punto, senza motivi di avidità o passionali, l’ha uccisa, abbastanza barbaramente, dopodiché se n’è scappato al paese natio. Lo Sri Lanka non ha con gli Stati europei convenzioni che consentano l’estradizione, di qualunque reato si tratti; e là non si poteva certamente pretendere che lo processassero per una cosa fatta qui. Insomma, era sfuggito alla giustizia italiana. La vicenda aveva colpito la Comunità ebraica milanese molto duramente, stando al frasario rituale di queste evenienze; ma qualche notazione circa i contributi versati dalla facoltosa psicanalista alla Comunità mi aveva messo in sospetto che il lutto fosse più sinceramente sentito di quanto esso convenzionale frasario potesse indurre, di per sé, a credere. Quello che invece colpì me fu invece l’articolo che la figlia della dottoressa scrisse per il prefato bollettino: una lettera dal tono composto, squillante e perentorio, senza alcuna traccia di emozione che potesse annettersi all’idea che umanamente ci si può fare di un lutto, anzi senza emozione affatto. La stessa riapparve, come ho detto, sulla stampa nazionale, nella stessa identica forma, salvo che sul bollettino della Comunità ebraica quelle due o tre volte che l’appellativo generico dell’ente superiore immaginario era citato nella non lunghissima lettera ricorreva nella forma “d-o”, tornando alla lezione per esteso “dio” quando la lettera riapparve sulla stampa nazionale. La lettera, che — ripeto — mi colpì per il tono impassibile e vincente, narrava per sommi capi quello che la cronaca aveva comunque già riportato: che la dottoressa era stata uccisa, piuttosto barbaramente, dal domestico, che in mancanza di motivi passionali o di avidità era chiaramente da inquadrare come squilibrato. Quindi passava a descrivere la personalità del domestico, nella quale, diceva momenti di sconforto e momenti di esaltazione di alternavano senza soluzione di continuità. Un domestico abbastanza giovane, sopra i venticinque anni, non un ragazzino, ma certamente un giovane uomo. “Velleitario”, era definito anche. Una personalità instabile, un uomo che voleva quello che non poteva ottenere, evidentemente (il significato di “velleitario” non è forse questo?); ma che, intanto, faceva il domestico in casa di una ricca signora. Una psicologa, che doveva interpretarlo bene. Anche meglio della figlia, si suppone, o non meno precisamente.

La figlia di questa rispettabile dottoressa comparve poi al Maurizio Costanzo Show, dove ripeté le parole (che allora mi erano rimaste molto impresse, permettendomi di ricollegarle immediatamente a quello che sentivo dire — poi c’è stata una specie di rimozione, alla quale, appunto documentandomi, ho cercato di opporre qualche sforzo; è stata anche questa mera velleità, perché non ho più trovato nulla che mi parlasse di quel caso. Qualcuno ne saprà qualcosa? Qualcuno se ne ricorda [ne dubito, prevengo]?), le quasi esatte parole che aveva scritto nella lettera per la Comunità ebraica di Milano e, p.c., per la stampa nazionale (o all’inverso), e chiedeva una cosa: che ci si adoperasse affinché il domestico fosse portato in Italia, e fosse sottoposto a processo, e fosse condannato per quello che aveva fatto. Una cosa curiosa è che la figlia della dottoressa, mentre diceva queste cose, dimostrava di essere molto gelosa dei suoi sentimenti, perché sorrideva cortesemente, ma facendo trapelare una certa tensione aggressiva, come chi è abituato a parlare da dietro una scrivania e in salotto. Dico che era curiosa, perché lo stesso sorriso signorile si vedeva già leggendo la lettera. Ma questa è la seconda cosa che ho notato, di questa signora (ma attenzione: questo è quello che ricordo, che non necessariamente coincide con quello che realmente ho visto; nel qual caso sarebbe molto gravoso, per me, anzi velleitario dimostrare di aver visto effettivamente quel sorriso, che sarebbe a quel punto un po’ come l’abito nuovo dell’imperatore, ma al contrario — la fodera, diciamo, il revèrs); la prima cosa che ho pensato, vedendola, è stata non sembra neanche ebrea. Era una normalissima giovane signora, presumibilmente di cinque o sei anni (ma ricorderò bene?) più vecchia del domestico che aveva assassinato sua madre, e aveva i colori (castano appena rossiccio, biondo) del tipo più comune di signora che si vede ovunque in Italia, non aveva nulla che reminiscesse né l’est né alcunché di ebraico. E diceva che aveva intenzione, nel caso, di assoldare qualche privato disposto a rapire il domestico fuggiasco e a portarlo in Italia: quanto a questo non c’era problema (se lui poteva rimanersene impunito dalle autorità italiane andandosene a Serendippo, lei sarebbe rimasta tranquillamente impunità dalle autorità di Serendippo colà serendipizzandolo), il problema era: una volta riportato in Italia, lo avrebbero processato? Lo avrebbero condannato e messo sottochiave? Ma soprattutto disse un’altra cosa, che ascoltai con crescente sconforto, e cioè che temeva che da parte degli italiani ci sarebbero potute essere ritorsioni nei confronti degli abitanti dello Sri Lanka attualmente in Italia, vale a dire una specie di teorema: Restituiteci, srilankesi, il domestico assassino, in modo da scrollarvi di dosso l’avversione che l’insano gesto certo vi addossa. Molto geometrico e molto arguto: una di quelle piroette del pensiero che almeno in certi contesti possono agevolmente sostituire, senza sobbarcarsi la noja e il fastidio di dover ammettere l’ignoranza, una reale conoscenza del mondo.

Sono casi, questi, di cui i giornali si stancano presto di riportare aggiornamenti e novità eventuali, perché non hanno in sé nulla di misterioso, nulla di enigmatico, nulla di eccitante. Posso solo supporre che a gente un po’ meno imbambolata di quel che ero io all’epoca fosse chiaro e patente quello che io, al momento, arrivavo solo con sforzo ad immaginare, imponendomi peraltro un esercizio di pessimismo schematico del tutto artificioso. Solo che, chiaramente, la gente più navigata di me voltava di fretta la pagina del giornale, se pure vi si era soffermata, perché questi sono casi molto comuni, al mondo. E nessuno, se non qualche personalità accostabile alla mia, avrà risentito di quella notizia (a parte il senso di sottile, fetida infelicità con cui avevo letto che la donna era stata sepolta nel cimitero della Comunità ebraica di Milano. Non esisteva un modo per chiedere che la rimuovessero? Pur sapendo bene benissimo che un cadavere è un cadavere, in questo caso doppiamente cadavere, e come cadavere di colpevole di un delitto che mi pareva innominabile [e infatti è innominabile, ma in quell’altro senso], e come cadavere ebreo), cioè pochissimi, e meno ancora (forse solo io) se ne sarà portato dietro il lunghissimo strascico.

Avevo progettato un romanzo, in cui c’erano una ricca donna cattolica e un servo seminudo delle Isole Felici. L’evidente disonestà di questo approssimativo approccio mi aveva fatto giustamente cadere la penna di mano.Il fatto è che non riuscivo a comprendere veramente che fosse ebrea. Lasciandola ebrea mi pareva di tradirmi. Facendone una cattolica, una protestante, un’avventista, una buddista — un’agnostica, o non entrando proprio in materia di religione tradivo la sostanza della storia. Dopo aver inutilmente cincischiato, cercai di recuperare quelle notizie, anche solo la lettera, ma nonostante scartabellassi i troppi bollettini della Comunità ebraica che un’amica passava, intonsi e incellofanati, a mia madre perché li passasse a me, non ho più trovato niente. Ogni tanto (vedi oggi) mi torna in mente. Mi chiedo che fine abbia fatto il domestico dello Sri Lanka.

16. … &c.

21 Nov

Come stavo dicendo prima di rimanere interrotto (il tempo scade, dopo soli 45 minuti), e così concludo brevemente (oggi sento una nausea tremenda: non sarà l’argomento?), mi provoca un malessere spaventoso (sì, è l’argomento) tutte le volte che entro in argomento C., sentirmi chiamato a rettificare, o a doverla difendere. E questo vale anche per quanto riguarda persone che hanno o dovrebbero avere competenze musicali. Il Metastasio diceva molto saggiamente che i musicisti sono costretti ad allenare le dita per la gran parte della giornata, non ci si può aspettare che abbiano cose intelligenti da dire in fatto di musica. Quello che spiace è che, in materia, non ci sono discriminanti certe e definitive che limitino ben fuori dai confini di qualunque discorso si vorrebbe oggettivo ogni considerazione nata dal gusto personale. Inoltre, e questa è una cosa che dico in generale, non concepisco una “voce” d’enciclopedia scritta per diletto su un argomento per il quale non si prova nessuna congenialità. Chi ci comanda di soffrire? Nessuno, credo. Più che altro mi dispiace molto, perché la pagina in inglese sulla C. è bellissima e completissima, mentre quella in italiano è fatta sulla scorta dell’informazione tratta dal telefilm “Callas & Onassis”. Cioè è una roba da barboni.

***

Ma parliamo di cosa più lieta. O di cose più liete. Prima di tutto, è sparita dalle impostazioni dei posts la funzione “giustifica”, quindi tutti i miei posts d’ora in poi saranno deliziosamente sfrangiati sulla destra. A me personalmente dà un fastidio cane, ma non posso prevedere quanto siano condivisi i miei personali fastidii.

Nel frattempo ho letto diverse cose sul Rovetta, in attesa di scappare a Milano a vedere che cosa posso rinvenire (non prima che arrivi il pacco di db, ovviamente). Ricordo di aver visto una marea di Rovettate ristampate (anni ’30 e ’40) dalla Mondadori (c’era anche un Omnibus, e bello grosso anche come Omnibus) e non solo dalla Baldini&Castoldi, tra i banchi delle librerie dell’usato sia qui a Torino che in altre città. Non sono certo libri rari. Chiaramente l’ho sempre trovato poco attraente, e quindi ho lasciato tranquillamente perdere, ma ciò non toglie che possa appassionarmene. Dalla contraddittorietà dei giudizii critici che raccolgo via via posso solo supporre che si tratti di un autore a cui difetta, almeno in qualcosa (stile, forse?), la personalità, sicché non sempre si sa che cosa dirne. Non so com’è, ma ad occhio e croce ho la convinzione che il Mastriani, oltre ad avere un valore documentario certo più consistente, sia molto meglio — ed è un autore che non solo ho trovato attraente, ma che ho anche letto con autentico interesse. C’è anche una questione di date: 1819-1891 per il Mastriani, 1851-1910 per il Rovetta. Il Rovetta è anche cronologicamente verso la letteratura industriale, come possibilità, come via percorribile per uno scrittore non dotato di grandissimo ingegno, non penso, dunque, né al Mastriani in via diretta né alla Invernizio, perché sono le date anche di Anna Vertua Gentile (1851-1916), la più antica delle nostre scrittrici rosa.

A proposito di documenti, e di differenze nord-sud, con un certo vantaggio, secondo me, del sud nei confronti del nord (questa è una cosa che forse val la pena di produrre, giusto per il piacere di ragionarci su), a livello di teatro (il Rovetta, ancora al diquà degli specialismi successivi, maneggiava con egual disinvoltura ed eguali esiti, come altri, chessò Giacosa, sia il teatro che la prosa novellistica e romanzesca) è più importante di altri l’anno 1863, l’anno cioè in cui il Bersezio se ne esce con il suo Monssù Travet, ma anche quello in cui due teatranti (Giuseppe Rizzotto e Gaetano Mosca) scrivono una farragine in 4 atti dal titolo I mafiusi della Vicaria, basato non sulle vicende paragogoliane e precourteliniane di qualche De’ Tappetti del piffero, ma sulle autentiche memorie di un vecchio ex-mafiuso, da cui il titolo. Certo, a basarsi sul divario spaventoso che sembra aprirsi tra due pièces soprattutto in termini di cultura civile qualcuno potrebbe anche spaventarsi. Ma anche questo è opinabile, uno può spaventarsi (in specie a teatro, o nella letteratura) più della polvere degli ufficietti e delle piccole infelicità dei piccoli omini piuttosto che dell’aurora della mafia. Ma su una letteratura (non ricordo più quale, posso recuperare gli estremi, ma non importa) questo divario, o abisso se si preferisce, era rilevato quasi con scandalo, contrapponendo il garbo e il bien fait della “civilissima” commedia del Bersezio con la lutulenza del drammone siciliano. Confesso che non è l’ultimo motivo per cui, da grande e stronzissimo razzista che sono, ho provato un moto di simpatia nei confronti delle memorie sceniche del vecchio delinquentone. Spero, prima o dopo, che mi venga la voglia di scollare il culo dalla sedia e andare a cercarmi e leggermi questa famosa cosa.

Del Rovetta m’incuriosisce La realtà, invece. Racconta di un idealista impegnato in un programma di rinnovamento sociale la cui vita è spezzata dal sordido passato che risorge a causa della moglie indegna, già lasciata a suo tempo. Egli è accusato dai compagni di aver dato al partito i soldi destinati a finanziare il matrimonio della propria stessa figlia. Alla fine sia l’idealista che la figlia muojono, ho letto da qualche parte “asfissiati”, sfuggendo all’onta con la morte. E’ ovvio che sia incuriosito, mi pare: che cazzo di storia è?

***

Nella collana “Cento Libri per Mille Anni”, quei sontuosi e polputi volumi dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato stampati a ridosso del 2000 per celebrare la fine del millennio e l’inizio di quell’altro, nel vol. dedicato al “Teatro moderno” è compresa Romanticismo, una pièce che a me è vagamente reminiscente (stando ai riassunti che ho scorso in caccia di indicazioni bio-bibliografiche, la pièss non l’ho ancora letta) la Giulia, ossia La Repubblica cisalpina, dramma molto gagliardo (lo dico senza nessunissima ironia, l’ho letto e riletto, ed è drammaticamente ed ideologicamente potente; questo anche se è scritta nello stile più polveroso immaginabile — che tuttavia a dispetto delle apparenze, per quanto ne so, potrebbe essere responsabile di parte della bella riuscita della tragedia) di Melchiorre Gioja, poligrafo sette-ottocentesco al quale è intestata anche la mia casella di posta elettronica (per motivi che ho totalmente dimenticato): il drammone (molto oleografico, a quel che pare) del Rovetta è ambientato all’altezza dei moti del 1854, ma la trama è molto simile, con una semplice inversione delle parti principali (nel Rovetta lui è nobile e lei è rivoluzionaria; nel Gioja lei, la Giulia del titolo, è nobile e lui è rivoluzionario), un tradimento, la madre (nel Gioja di lei, nel Rovetta di lui) che si preoccupa talmente tanto che smarrona tutta la situazione, &c. [Terminano entrambe, se ho ben intravisto, con un deliquio della madre].

15.

21 Nov

15. Dimenticavo, l’ultima volta, di dire che anche il lunedì sono piuttosto limitato con la connessione — poco importa, sto già scrivendo sin troppo. Dopo la proposta di db ho cominciato a cercare un po’ di cose su Rovetta, Gerolamo Rovetta (Brescia 1851-Milano 1910), narratore (Mater dolorosa, La baraonda, Le lacrime degli altri o I Barbarò e drammaturgo (La trilogia di Dorina, Romanticismo) assai noto, e assai letto e rappresentato, poi caduto o quasi nell’oblio a causa dei motivi che tutti i lessici che contemplano una voce a lui dedicata (tutti o quasi, cioè; ma mi si permetta di fare un po’ scandalizzato riferimento all’enciclopediuzza di letteratura italiana della Oxford, che riporta, del Rovetta, una voce estesa il triplo rispetto a quella dedicata al povero Settembrini — non sono andato a cercare col lanternino, il fatto è che aprendola sono capitato su quest’ultimo, sicché m’è venuto spontaneo fare il paragone) riportano: sciatteria di stile, scarso o nullo spessore psicologico dei personaggi, irresolutezza tra verismo e tardoromanticismo borghese. Insomma, una di quelle personalità che, a leggerne su qualche enciclopedia, appajono (quanto meno) assai poco attraenti. Poi, ovviamente, bisogna vedere di che si tratta, leggere, informarsi, documentarsi. In mancanza di meglio da fare, si può fare anche questo. Cioè leggere il Rovetta.

 Nel frattempo, stavo seguendo una conversazione abbastanza appassionata (cioè, fino a un certo punto), con tal Cesari, che si è occupato della voce dedicata alla Callas su wikipedia. Voce che a me personalmente faceva (lo dirò) un pochino male, primo per gli errori (il figlio segreto della Callas, mai esistito; il fatto che la Callas sia stata una pianista a un certo punto convertita al canto; &c.), secondo per un tono abbastanza mondano-galante piuttosto pirla. Insomma, a differenza della voce dedicata — per esempio — alla Sutherland si trattava di una voce leggermente indecorosa, un po’ da rotocalco. Eppure il Cesari s’intende di musica. Eppure ha pensato che a cercare la Callas vengano solo persone interessate al ‘personaggio’, evidentemente, piuttosto che a conoscere quello che ha fatto e cantato, e il significato della sua arte, e quant’altro. Su tutto questo c’erano solo alcune sparse notazioni sui limiti della sua vocalità (un must degli estensori di voci musicali quando si dedicano alla Callas). Dopo che sono intervenuto (pensando, ingenuo me, che la voce fosse ormai storia antica per i primi estensori), rilevando peraltro come la C. abbia riesumato (come si diceva) alcuni titoli divenuti rari proponendo nuove chiavi interpretative, ma soprattutto riportando in vita un estetica, un gusto distrutti, è apparsa una notazione dal tono secondo me piuttosto offensivo circa il fatto che tali opere non erano affrontate con consapevolezza filologica, che operava tagli (!!! quelli erano i direttori d’orchestra, semmai; e facevano, in taluni casi, anche bene) e che modificava la linea vocale. Come dire: grande cantante; ha riesumato (per esempio) Armida Anna Bolena Macbeth Il Pirata, peccato che cantasse tutt’altro da quello che era scritto.

In semi-privato (in realtà su wikipedia anche i messaggi privati appajono in pubblico) l’ho pregato jeri di esprimere le cose in maniera un po’ diversa, o chiunque passi penserà che la C. s’inventava di pianta quello che cantava. Oggi mi ritrovo la risposta, lunga e articolata, nella quale mi spiega che 1. sicuramente m’intendo più del personaggio C. che della musicista (sicuramente, ma non sono stato io a sostenere che era un’ex-pianista lanciata alla cacchio di cane nel mondo della lirica); 2. che non era del tipo di soprano drammatico d’agilità (Pasta, Malibran) dell’Ottocento (arcisicuro, ma che “tipo” erano la Pasta, la Malibran, le Grisi, le Falcon e dieci altre somme interpreti, che erano fatte ognuna alla sua maniera, e che facevano, soprattutto, quel che loro pareva delle partiture, spesso alla facciaccia degli stessi compositori, che per loro, espressamente, le avevano concepite e create?); che le opere più rare interpretate dalla C. hanno fatto colpo al momento soprattutto perché stava bene in scena, ma poi sono ripiombate nell’oblio. Che io sapessi è precisa responsabilità della C. se quella vecchia ciofeca (e senza tagli, tre ore e mezzo di musica, più gli intervalli…) dell’Anna Bolena è più rappresentata di quello che merita. E comunque sue riesumazioni come Macbeth o Ifigenia in Tauride o Il Pirata non mi sembrano nuovamente uscite di repertorio, ammenoché qualcuno non l’abbia deciso stamani, o jersera. Dice, codesto Cesari: invece le opere rossiniane sono entrate tutte nel repertorio, grazie alla maggior consapevolezza storico-filologica che c’è adesso. Ci sono tutte, infatti, anche quelle che meriterebbero abbondantemente di dormire il sonno eterno di quelle tombe che sono i più remoti scaffali di qualche biblioteca musicale, nel repertorio, sì, ma dei festival rossiniani, a partire da quello di Pesaro. Ma non mi risulta che Sigismondo o Torvaldo e Dorliska siano rientrate stabilmente nei repertorii. Credo, oso dire, che sia completamente impossibile, perché non esiste pubblico al mondo che avrebbe piacere a riascoltarle così spesso. Si tratta di opere che valgono poco, comparativamente alle opere più riuscite, e di Rossini e no. E poi, curiosamente, le sole opere riesumate dalla C. che non hanno avuto una fortuna in ogni contesto, ma sono state a loro volta oggetto delle dotte cure degli specialisti filologi, sono stati proprio i due titoli rossiniani, Armida e Il turco in Italia.

L’opera è nata per i cantanti, e per essere interpretata e ricevere vita dall’interpretazione dei cantanti, non dai filologi. L’esatta lezione di un testo può essere ridata solo a livello di partitura. A livello di esecuzione si può solo creare qualcosa di nuovo. La gran parte delle orchestre d’Italia era piuttosto scassata, all’epoca, e i cantanti potevano cantare anche in maniera oscena. Tutte le opere del protoromanticismo (Bellini, Donizetti &c.) ci sono arrivate in molteplici versioni, ognuna rispondente alle esigenze di diversi esecutori. Ne consegue che se uno vuole farsi un’idea di quella che era l’intenzione del compositore a prescindere dall’esecuzione a cui l’opera andava incontro, se la deve inventare, perché logicamente non è mai esistita. L’opera nasce da una serie di rapporti dialettici, tra compositore e librettista, compositore e cantante, cantante e librettista — e tra tutti costoro e il pubblico che via via decretava maggiori o minori successi. Non può esserci vera filologia che non consideri questo fatto.

(…)

14. Per l’esattezza.

18 Nov

14. Cara Nunzia, jersera ho fatto la cernita puntuale del contenuto dello scatolo che mi hai inviato. Ho approfittato di un momento di requie, in cui nell’ufficio [cioè nell’ufficio degli operatori, chiaramente. E’ la prima stanza sulla sinistra, appena entrati] non c’era nessuno. Ovviamente appena ho cominciato a tirar fuori le cose uno mi è saltato addosso, e voleva dei calzini, delle scarpe, un po’ dei miei biscotti. Dato che le regole sono regole, e che lui non mi ha mai fatto alcun regalo, giustamente non gli ho dato un cazzo. E poi è una cosa così cafonesca dar via i regali! Quanto allo scatolo, era tuttora sigillato, e non ho osservato segni di violazione. Il nastro adesivo era integro, e così la scatola nel suo complesso.

Quello che vi ho trovato è questo:

  1. 1 grosso sacco di plastica bianca
  2. 6 paja di calzini pesanti lunghi
  3. 1 pajo di guanti
  4. 1 berretta
  5. alcuni fogli bianchi tenuti insieme da 1 molletta metallica nera
  6. 2 evidenziatori azzurri
  7. 1 sciarpa righe marrone, nero, crema, verde
  8. 1 giacca a vento di autentico piumino d’oca (c’è scritto dentro) nera
  9. 8 biro Bic cristal medium gel
  10. 4 confezioni di wafer: 2 al latte; 2 al cacao
  11. 1 confezione di “Millefoglie d’Italia”
  12. «Viaggio americano» di Fernanda Pivano.
  13. «Il mistero di Edwin Drood» di Charles Dickens che, insieme con una confezione di wafer, mi ha fatto compagnia, finché non ho ceduto al sonno, questa notte.

Spero proprio che sia tutto, anche se non riesco ad immaginare che cos’avresti potuto metterci, ancora. Hai avuto delle idee veramente brillanti, non occorre dirlo, e io non posso fare a meno di ringraziarti. Ricordo che già mi dicesti, in altra occasione, che sentivi di aver avuto qualcosa da me. Be’, grazie anche di questo. Benché possa capire fino a un certo punto. Soprattutto adesso.

Insomma, starò al caldo.

Non so che cos’altro dire. Mi ci vorrebbe la penna di Guez di Balzacco, che in cinquanta righe e con un periodo solo, ben concinnato, faceva un’enciclopedia della retorica per ringraziare del dono d’un pajo di guanti. Io che, oltre ai guanti, ho ricevuto anche sciarpa, giacco e berretta quante pagine dovrei metterci? Diventerei falso e sbrodoloso. Ma a parte tutto, Nu’, confòrtati: nessuno ha sottratto nulla. Per ora. Per il futuro ci starò attento io, ovviamente. Intanto è tutto nella zona degli operatori, col mio nome sopra. Sì, devo dirlo: da una parte mi fa molto piacere e me ne sento tutto riconsolato; dall’altra sono preoccupato, perché sono cose fin troppo belle (per me comunque; ma anche in sé, dico) sparendomi qualcosa ci rimarrei veramente male, soprattutto pensando che è stato un gesto affettuoso. Ma ci starò attento.

Non sono molto collegato con la testa, e chiedo scusa, ma stanotte non ho dormito quasi niente. Un nugolo di fosfeni mi balla istericamente la quadriglia davanti agli occhi. Ho proprio sonno.

Per giunta stanotte ha cominciato a piovere.

E da voi com’è?

(Buona domenica a tutti — cioè: ci vediamo lunedì).

d.