Archivio | novembre, 2006

21. Fulvio e Cinzia. (Incipit).

30 Nov

E’ l’incipit di un racconto che ho cominciato a scrivere jersera davanti al Carignano (dove veramente stanno dando il Tito Andronico [ma non so in che lingua (non ha importanza, in questo caso)]). Non so se andrà avanti.

Questa sera io, che mi chiamo Fulvio, e Cinzia, la mia ragazza, siamo andati a teatro.

Davano un dramma, o tragedia, di William Shakespeare, al titolo Titus Andronicus, che in italiano sarebbe Tito Andronico, come ricordo dalle copertine dei libri, ma dal momento che per un’iniziativa del Comune la recita si dava nell’originale inglese, il titolo del dramma era in latino.

Ci siamo dati appuntamento, io e Cinzia, la mia ragazza, in piazza ***, per le 20.30. Siamo arrivati contemporaneamente alle 20.05, probabilmente perché temevamo entrambi di arrivare in ritardo. Ma questa è solo una mia supposizione, perché non ce lo siamo chiesti. Lei era molto bella, colla nuova montatura degli occhiali (rosa), i capelli castani ravviati all’indietro e un cappotto lungo scuro. Lei mi ha detto che ero molto bello, pure, ma me lo ha detto a voce talmente bassa che potrei sbagliarmi.

Dal momento che mancava ancora un’ora e venticinque all’inizio dello spettacolo, siamo andati da Brunch a prendere qualcosa da mangiare. Davanti alla vetrina, mentre esaminavamo i prezzi, ci siamo chiesti all’unisono:

— Hai molta fame?

Non ci siamo nemmeno risposti, e siamo entrati. Abbiamo preso un caffè lungo, giusta la durata della tragedia nella peggiore delle ipotesi, e una fetta di torta salata a testa. La mia si chiamava “Mediterranea”, e comprendeva pasta di olive nere, spicchii di pomodori ciliegini, basilico e pecorino sardo. La sua si chiamava “Marittima”, e comprendeva sardelle, cozze e asparagi. Ma mentre il mio trancio di torta salata teneva esatta fede a quanto dichiarato sul cartellino in esposizione, quello di Cinzia, inopinatamente, era anche pieno d’aglio.

— E’ piena di aglio — ha detto, infatti, dopo averne staccato un boccone, e mi ha porto il resto, incoraggiante: — La vuoi finire tu?

— Oh no — ho detto, — avrai fame, durante lo spettacolo.

L’ha finita lei, molto lentamente. Prima di uscire ha voluto anche un bicchier d’acqua.

Alle 20.40 eravamo nuovamente davanti al teatro. Ci siamo messi su una panchina poco discosto per ammazzare il tempo. Mi sono acceso una Camel light. Cinzia me ne ha chiesta una, poi un’altra, e poi un’altra ancora.

Solitamente fuma pochissimo.

— E’ solo per mandare via questa fottuta puzza d’aglio — si è giustificata.

Le ho fatto una proposta:

— Vuoi che ti baci, così verifico quanto si sente?

Con aria un po’ colpevole ha assentito. Aveva ragione: era veramente disgustoso.

— … Responso? — ha chiesto, speranzosa.

In quel momento è suonata la campanella che segna l’inizio. Un numero imprecisato di coppie mature e di anziane signore dall’acconciatura rigida ha cominciato a sciamare nell’interno illuminato, attraverso la porta di legno.

— Andiamo — le ho detto. — Sta per cominciare.

Mi piace molto l’atmosfera ovattata e brillante di questo teatro, il “Barone di Liveri”, uno dei più antichi della nostra città. Quanto al pubblico, guardo sempre le coppie sposate in abito da sera, simili a quello che saremo io e Cinzia tra qualche anno, se tutto va secondo i nostri desiderii.

Mentre aspettavamo di porgere il biglietto alla maschera in guanti bianchi nell’atrio, ho avuto l’impressione che una signora anziana, dall’acconciatura scolpita, si voltasse a guardare Cinzia con espressione difficile da definire. A giudicare dall’espressione di Cinzia, deve avere avuto la stessa impressione anche lei. Ma le impressioni contano poco.

Ci siamo seduti ai nostri posti (platea, secondo settore), proprio dietro due signore, una giovane e una anziana, a giudicare dal colore delle acconciature, presumibilmente madre e figlia. Pochi secondi dopo che ci siamo seduti, le due signore si sono voltate l’una verso l’altra, scambiandosi uno sguardo allarmato. La vecchia ha detto, in un sussurro molto udibile:

— Porca puttana, che puzza d’aglio.

(…)

18. Buonasera.

24 Nov

Buonasera. Prevengo che se questa sera scrivo qualcosa è esclusivamente grazie alla compiacenza di un’addetta, qui, della biblioteca, e alla mia voglia di perdere altro tempo in Rete. Non ho assolutamente niente da dire. (E se ce l’avessi probabilmente farei molto meglio a tenermelo per me, perché sicuramente non capireste).

In compenso ho grosso modo finito la voce (comunque mancano tutti i resumè, che via via aggiungerò a mano a mano che troverò [se troverò] e leggerò [se leggerò] le opere di questo autore) sul Mastriani. Sono anche riuscito a far togliere un brutto tag che mi avevano appiccicato sopra, in cui dicevano che facevo commenti ed apprezzamenti personali (era veramente ingiusto, ho umilmente chiesto che lo rimovessero, e mi hanno accontentato). La bibliografia contiene una novantina di titoli (veramente devo ancora contarli, o contarli un po’ meno approssimativamente di quant’ho fatto finora), che è la quasi totalità delle opere a stampa. Credo che non si trovi dappertutto una bibliografia così esauriente, per quanto riguarda questo prolifico romanziere. Sogno di completarla, e aggiungere molte altre cose. E penso che sia un vero peccato che del Mastriani non gliene freghi assolutamente niente a nessuno.

(Forse non ci crederete, ma sono rimasto veramente sorpreso — proprio stupito, meravigliato, direi, eh, non addolorato [non potrei mai prendermela per una cosa del genere] — dalla vostra perplessità di fronte all’ultimo — penultimo, rispetto al presente — pezzo. Gli altri erano/sono [più] chiari? Veramente? E organici, vale a dire ‘non a capocchia’? Mah. Chi lo avrebbe mai detto).

17. Un assassino.

23 Nov

Chissà se se ne ricorda qualcuno. La notizia risale a qualche anno fa, potrebbero già essere una decina. Non ricordo di aver sentito la notizia per televisione, ma ricordo che la figlia della vittima scrisse un articolo sia per il Bollettino della Comunità ebraica di Milano, sia per un giornale a diffusione nazionale; e poi andò al Maurizio Costanzo Show, dove ripeté sostanzialmente le stesse cose — aveva una richiesta da fare. La madre era un membro rispettabile della Comunità ebraica di Milano, ed era una psicanalista originaria dell’est europeo, ma uno di quei paesi che non si associano immediatamente alla presenza ebraica, era un paese ex-iugoslavo come la Croazia o la Slovenia o va a sapere più che paese fosse (non posso farci niente: nonostante, a distanza di qualche mese, cercassi di recuperare quelle notizie, non ci sono mai riuscito, e ho dovuto rinunciare). Aveva un domestico dello Sri Lanka, che a un certo punto, senza motivi di avidità o passionali, l’ha uccisa, abbastanza barbaramente, dopodiché se n’è scappato al paese natio. Lo Sri Lanka non ha con gli Stati europei convenzioni che consentano l’estradizione, di qualunque reato si tratti; e là non si poteva certamente pretendere che lo processassero per una cosa fatta qui. Insomma, era sfuggito alla giustizia italiana. La vicenda aveva colpito la Comunità ebraica milanese molto duramente, stando al frasario rituale di queste evenienze; ma qualche notazione circa i contributi versati dalla facoltosa psicanalista alla Comunità mi aveva messo in sospetto che il lutto fosse più sinceramente sentito di quanto esso convenzionale frasario potesse indurre, di per sé, a credere. Quello che invece colpì me fu invece l’articolo che la figlia della dottoressa scrisse per il prefato bollettino: una lettera dal tono composto, squillante e perentorio, senza alcuna traccia di emozione che potesse annettersi all’idea che umanamente ci si può fare di un lutto, anzi senza emozione affatto. La stessa riapparve, come ho detto, sulla stampa nazionale, nella stessa identica forma, salvo che sul bollettino della Comunità ebraica quelle due o tre volte che l’appellativo generico dell’ente superiore immaginario era citato nella non lunghissima lettera ricorreva nella forma “d-o”, tornando alla lezione per esteso “dio” quando la lettera riapparve sulla stampa nazionale. La lettera, che — ripeto — mi colpì per il tono impassibile e vincente, narrava per sommi capi quello che la cronaca aveva comunque già riportato: che la dottoressa era stata uccisa, piuttosto barbaramente, dal domestico, che in mancanza di motivi passionali o di avidità era chiaramente da inquadrare come squilibrato. Quindi passava a descrivere la personalità del domestico, nella quale, diceva momenti di sconforto e momenti di esaltazione di alternavano senza soluzione di continuità. Un domestico abbastanza giovane, sopra i venticinque anni, non un ragazzino, ma certamente un giovane uomo. “Velleitario”, era definito anche. Una personalità instabile, un uomo che voleva quello che non poteva ottenere, evidentemente (il significato di “velleitario” non è forse questo?); ma che, intanto, faceva il domestico in casa di una ricca signora. Una psicologa, che doveva interpretarlo bene. Anche meglio della figlia, si suppone, o non meno precisamente.

La figlia di questa rispettabile dottoressa comparve poi al Maurizio Costanzo Show, dove ripeté le parole (che allora mi erano rimaste molto impresse, permettendomi di ricollegarle immediatamente a quello che sentivo dire — poi c’è stata una specie di rimozione, alla quale, appunto documentandomi, ho cercato di opporre qualche sforzo; è stata anche questa mera velleità, perché non ho più trovato nulla che mi parlasse di quel caso. Qualcuno ne saprà qualcosa? Qualcuno se ne ricorda [ne dubito, prevengo]?), le quasi esatte parole che aveva scritto nella lettera per la Comunità ebraica di Milano e, p.c., per la stampa nazionale (o all’inverso), e chiedeva una cosa: che ci si adoperasse affinché il domestico fosse portato in Italia, e fosse sottoposto a processo, e fosse condannato per quello che aveva fatto. Una cosa curiosa è che la figlia della dottoressa, mentre diceva queste cose, dimostrava di essere molto gelosa dei suoi sentimenti, perché sorrideva cortesemente, ma facendo trapelare una certa tensione aggressiva, come chi è abituato a parlare da dietro una scrivania e in salotto. Dico che era curiosa, perché lo stesso sorriso signorile si vedeva già leggendo la lettera. Ma questa è la seconda cosa che ho notato, di questa signora (ma attenzione: questo è quello che ricordo, che non necessariamente coincide con quello che realmente ho visto; nel qual caso sarebbe molto gravoso, per me, anzi velleitario dimostrare di aver visto effettivamente quel sorriso, che sarebbe a quel punto un po’ come l’abito nuovo dell’imperatore, ma al contrario — la fodera, diciamo, il revèrs); la prima cosa che ho pensato, vedendola, è stata non sembra neanche ebrea. Era una normalissima giovane signora, presumibilmente di cinque o sei anni (ma ricorderò bene?) più vecchia del domestico che aveva assassinato sua madre, e aveva i colori (castano appena rossiccio, biondo) del tipo più comune di signora che si vede ovunque in Italia, non aveva nulla che reminiscesse né l’est né alcunché di ebraico. E diceva che aveva intenzione, nel caso, di assoldare qualche privato disposto a rapire il domestico fuggiasco e a portarlo in Italia: quanto a questo non c’era problema (se lui poteva rimanersene impunito dalle autorità italiane andandosene a Serendippo, lei sarebbe rimasta tranquillamente impunità dalle autorità di Serendippo colà serendipizzandolo), il problema era: una volta riportato in Italia, lo avrebbero processato? Lo avrebbero condannato e messo sottochiave? Ma soprattutto disse un’altra cosa, che ascoltai con crescente sconforto, e cioè che temeva che da parte degli italiani ci sarebbero potute essere ritorsioni nei confronti degli abitanti dello Sri Lanka attualmente in Italia, vale a dire una specie di teorema: Restituiteci, srilankesi, il domestico assassino, in modo da scrollarvi di dosso l’avversione che l’insano gesto certo vi addossa. Molto geometrico e molto arguto: una di quelle piroette del pensiero che almeno in certi contesti possono agevolmente sostituire, senza sobbarcarsi la noja e il fastidio di dover ammettere l’ignoranza, una reale conoscenza del mondo.

Sono casi, questi, di cui i giornali si stancano presto di riportare aggiornamenti e novità eventuali, perché non hanno in sé nulla di misterioso, nulla di enigmatico, nulla di eccitante. Posso solo supporre che a gente un po’ meno imbambolata di quel che ero io all’epoca fosse chiaro e patente quello che io, al momento, arrivavo solo con sforzo ad immaginare, imponendomi peraltro un esercizio di pessimismo schematico del tutto artificioso. Solo che, chiaramente, la gente più navigata di me voltava di fretta la pagina del giornale, se pure vi si era soffermata, perché questi sono casi molto comuni, al mondo. E nessuno, se non qualche personalità accostabile alla mia, avrà risentito di quella notizia (a parte il senso di sottile, fetida infelicità con cui avevo letto che la donna era stata sepolta nel cimitero della Comunità ebraica di Milano. Non esisteva un modo per chiedere che la rimuovessero? Pur sapendo bene benissimo che un cadavere è un cadavere, in questo caso doppiamente cadavere, e come cadavere di colpevole di un delitto che mi pareva innominabile [e infatti è innominabile, ma in quell’altro senso], e come cadavere ebreo), cioè pochissimi, e meno ancora (forse solo io) se ne sarà portato dietro il lunghissimo strascico.

Avevo progettato un romanzo, in cui c’erano una ricca donna cattolica e un servo seminudo delle Isole Felici. L’evidente disonestà di questo approssimativo approccio mi aveva fatto giustamente cadere la penna di mano.Il fatto è che non riuscivo a comprendere veramente che fosse ebrea. Lasciandola ebrea mi pareva di tradirmi. Facendone una cattolica, una protestante, un’avventista, una buddista — un’agnostica, o non entrando proprio in materia di religione tradivo la sostanza della storia. Dopo aver inutilmente cincischiato, cercai di recuperare quelle notizie, anche solo la lettera, ma nonostante scartabellassi i troppi bollettini della Comunità ebraica che un’amica passava, intonsi e incellofanati, a mia madre perché li passasse a me, non ho più trovato niente. Ogni tanto (vedi oggi) mi torna in mente. Mi chiedo che fine abbia fatto il domestico dello Sri Lanka.

16. … &c.

21 Nov

Come stavo dicendo prima di rimanere interrotto (il tempo scade, dopo soli 45 minuti), e così concludo brevemente (oggi sento una nausea tremenda: non sarà l’argomento?), mi provoca un malessere spaventoso (sì, è l’argomento) tutte le volte che entro in argomento C., sentirmi chiamato a rettificare, o a doverla difendere. E questo vale anche per quanto riguarda persone che hanno o dovrebbero avere competenze musicali. Il Metastasio diceva molto saggiamente che i musicisti sono costretti ad allenare le dita per la gran parte della giornata, non ci si può aspettare che abbiano cose intelligenti da dire in fatto di musica. Quello che spiace è che, in materia, non ci sono discriminanti certe e definitive che limitino ben fuori dai confini di qualunque discorso si vorrebbe oggettivo ogni considerazione nata dal gusto personale. Inoltre, e questa è una cosa che dico in generale, non concepisco una “voce” d’enciclopedia scritta per diletto su un argomento per il quale non si prova nessuna congenialità. Chi ci comanda di soffrire? Nessuno, credo. Più che altro mi dispiace molto, perché la pagina in inglese sulla C. è bellissima e completissima, mentre quella in italiano è fatta sulla scorta dell’informazione tratta dal telefilm “Callas & Onassis”. Cioè è una roba da barboni.

***

Ma parliamo di cosa più lieta. O di cose più liete. Prima di tutto, è sparita dalle impostazioni dei posts la funzione “giustifica”, quindi tutti i miei posts d’ora in poi saranno deliziosamente sfrangiati sulla destra. A me personalmente dà un fastidio cane, ma non posso prevedere quanto siano condivisi i miei personali fastidii.

Nel frattempo ho letto diverse cose sul Rovetta, in attesa di scappare a Milano a vedere che cosa posso rinvenire (non prima che arrivi il pacco di db, ovviamente). Ricordo di aver visto una marea di Rovettate ristampate (anni ’30 e ’40) dalla Mondadori (c’era anche un Omnibus, e bello grosso anche come Omnibus) e non solo dalla Baldini&Castoldi, tra i banchi delle librerie dell’usato sia qui a Torino che in altre città. Non sono certo libri rari. Chiaramente l’ho sempre trovato poco attraente, e quindi ho lasciato tranquillamente perdere, ma ciò non toglie che possa appassionarmene. Dalla contraddittorietà dei giudizii critici che raccolgo via via posso solo supporre che si tratti di un autore a cui difetta, almeno in qualcosa (stile, forse?), la personalità, sicché non sempre si sa che cosa dirne. Non so com’è, ma ad occhio e croce ho la convinzione che il Mastriani, oltre ad avere un valore documentario certo più consistente, sia molto meglio — ed è un autore che non solo ho trovato attraente, ma che ho anche letto con autentico interesse. C’è anche una questione di date: 1819-1891 per il Mastriani, 1851-1910 per il Rovetta. Il Rovetta è anche cronologicamente verso la letteratura industriale, come possibilità, come via percorribile per uno scrittore non dotato di grandissimo ingegno, non penso, dunque, né al Mastriani in via diretta né alla Invernizio, perché sono le date anche di Anna Vertua Gentile (1851-1916), la più antica delle nostre scrittrici rosa.

A proposito di documenti, e di differenze nord-sud, con un certo vantaggio, secondo me, del sud nei confronti del nord (questa è una cosa che forse val la pena di produrre, giusto per il piacere di ragionarci su), a livello di teatro (il Rovetta, ancora al diquà degli specialismi successivi, maneggiava con egual disinvoltura ed eguali esiti, come altri, chessò Giacosa, sia il teatro che la prosa novellistica e romanzesca) è più importante di altri l’anno 1863, l’anno cioè in cui il Bersezio se ne esce con il suo Monssù Travet, ma anche quello in cui due teatranti (Giuseppe Rizzotto e Gaetano Mosca) scrivono una farragine in 4 atti dal titolo I mafiusi della Vicaria, basato non sulle vicende paragogoliane e precourteliniane di qualche De’ Tappetti del piffero, ma sulle autentiche memorie di un vecchio ex-mafiuso, da cui il titolo. Certo, a basarsi sul divario spaventoso che sembra aprirsi tra due pièces soprattutto in termini di cultura civile qualcuno potrebbe anche spaventarsi. Ma anche questo è opinabile, uno può spaventarsi (in specie a teatro, o nella letteratura) più della polvere degli ufficietti e delle piccole infelicità dei piccoli omini piuttosto che dell’aurora della mafia. Ma su una letteratura (non ricordo più quale, posso recuperare gli estremi, ma non importa) questo divario, o abisso se si preferisce, era rilevato quasi con scandalo, contrapponendo il garbo e il bien fait della “civilissima” commedia del Bersezio con la lutulenza del drammone siciliano. Confesso che non è l’ultimo motivo per cui, da grande e stronzissimo razzista che sono, ho provato un moto di simpatia nei confronti delle memorie sceniche del vecchio delinquentone. Spero, prima o dopo, che mi venga la voglia di scollare il culo dalla sedia e andare a cercarmi e leggermi questa famosa cosa.

Del Rovetta m’incuriosisce La realtà, invece. Racconta di un idealista impegnato in un programma di rinnovamento sociale la cui vita è spezzata dal sordido passato che risorge a causa della moglie indegna, già lasciata a suo tempo. Egli è accusato dai compagni di aver dato al partito i soldi destinati a finanziare il matrimonio della propria stessa figlia. Alla fine sia l’idealista che la figlia muojono, ho letto da qualche parte “asfissiati”, sfuggendo all’onta con la morte. E’ ovvio che sia incuriosito, mi pare: che cazzo di storia è?

***

Nella collana “Cento Libri per Mille Anni”, quei sontuosi e polputi volumi dell’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato stampati a ridosso del 2000 per celebrare la fine del millennio e l’inizio di quell’altro, nel vol. dedicato al “Teatro moderno” è compresa Romanticismo, una pièce che a me è vagamente reminiscente (stando ai riassunti che ho scorso in caccia di indicazioni bio-bibliografiche, la pièss non l’ho ancora letta) la Giulia, ossia La Repubblica cisalpina, dramma molto gagliardo (lo dico senza nessunissima ironia, l’ho letto e riletto, ed è drammaticamente ed ideologicamente potente; questo anche se è scritta nello stile più polveroso immaginabile — che tuttavia a dispetto delle apparenze, per quanto ne so, potrebbe essere responsabile di parte della bella riuscita della tragedia) di Melchiorre Gioja, poligrafo sette-ottocentesco al quale è intestata anche la mia casella di posta elettronica (per motivi che ho totalmente dimenticato): il drammone (molto oleografico, a quel che pare) del Rovetta è ambientato all’altezza dei moti del 1854, ma la trama è molto simile, con una semplice inversione delle parti principali (nel Rovetta lui è nobile e lei è rivoluzionaria; nel Gioja lei, la Giulia del titolo, è nobile e lui è rivoluzionario), un tradimento, la madre (nel Gioja di lei, nel Rovetta di lui) che si preoccupa talmente tanto che smarrona tutta la situazione, &c. [Terminano entrambe, se ho ben intravisto, con un deliquio della madre].

15.

21 Nov

15. Dimenticavo, l’ultima volta, di dire che anche il lunedì sono piuttosto limitato con la connessione — poco importa, sto già scrivendo sin troppo. Dopo la proposta di db ho cominciato a cercare un po’ di cose su Rovetta, Gerolamo Rovetta (Brescia 1851-Milano 1910), narratore (Mater dolorosa, La baraonda, Le lacrime degli altri o I Barbarò e drammaturgo (La trilogia di Dorina, Romanticismo) assai noto, e assai letto e rappresentato, poi caduto o quasi nell’oblio a causa dei motivi che tutti i lessici che contemplano una voce a lui dedicata (tutti o quasi, cioè; ma mi si permetta di fare un po’ scandalizzato riferimento all’enciclopediuzza di letteratura italiana della Oxford, che riporta, del Rovetta, una voce estesa il triplo rispetto a quella dedicata al povero Settembrini — non sono andato a cercare col lanternino, il fatto è che aprendola sono capitato su quest’ultimo, sicché m’è venuto spontaneo fare il paragone) riportano: sciatteria di stile, scarso o nullo spessore psicologico dei personaggi, irresolutezza tra verismo e tardoromanticismo borghese. Insomma, una di quelle personalità che, a leggerne su qualche enciclopedia, appajono (quanto meno) assai poco attraenti. Poi, ovviamente, bisogna vedere di che si tratta, leggere, informarsi, documentarsi. In mancanza di meglio da fare, si può fare anche questo. Cioè leggere il Rovetta.

 Nel frattempo, stavo seguendo una conversazione abbastanza appassionata (cioè, fino a un certo punto), con tal Cesari, che si è occupato della voce dedicata alla Callas su wikipedia. Voce che a me personalmente faceva (lo dirò) un pochino male, primo per gli errori (il figlio segreto della Callas, mai esistito; il fatto che la Callas sia stata una pianista a un certo punto convertita al canto; &c.), secondo per un tono abbastanza mondano-galante piuttosto pirla. Insomma, a differenza della voce dedicata — per esempio — alla Sutherland si trattava di una voce leggermente indecorosa, un po’ da rotocalco. Eppure il Cesari s’intende di musica. Eppure ha pensato che a cercare la Callas vengano solo persone interessate al ‘personaggio’, evidentemente, piuttosto che a conoscere quello che ha fatto e cantato, e il significato della sua arte, e quant’altro. Su tutto questo c’erano solo alcune sparse notazioni sui limiti della sua vocalità (un must degli estensori di voci musicali quando si dedicano alla Callas). Dopo che sono intervenuto (pensando, ingenuo me, che la voce fosse ormai storia antica per i primi estensori), rilevando peraltro come la C. abbia riesumato (come si diceva) alcuni titoli divenuti rari proponendo nuove chiavi interpretative, ma soprattutto riportando in vita un estetica, un gusto distrutti, è apparsa una notazione dal tono secondo me piuttosto offensivo circa il fatto che tali opere non erano affrontate con consapevolezza filologica, che operava tagli (!!! quelli erano i direttori d’orchestra, semmai; e facevano, in taluni casi, anche bene) e che modificava la linea vocale. Come dire: grande cantante; ha riesumato (per esempio) Armida Anna Bolena Macbeth Il Pirata, peccato che cantasse tutt’altro da quello che era scritto.

In semi-privato (in realtà su wikipedia anche i messaggi privati appajono in pubblico) l’ho pregato jeri di esprimere le cose in maniera un po’ diversa, o chiunque passi penserà che la C. s’inventava di pianta quello che cantava. Oggi mi ritrovo la risposta, lunga e articolata, nella quale mi spiega che 1. sicuramente m’intendo più del personaggio C. che della musicista (sicuramente, ma non sono stato io a sostenere che era un’ex-pianista lanciata alla cacchio di cane nel mondo della lirica); 2. che non era del tipo di soprano drammatico d’agilità (Pasta, Malibran) dell’Ottocento (arcisicuro, ma che “tipo” erano la Pasta, la Malibran, le Grisi, le Falcon e dieci altre somme interpreti, che erano fatte ognuna alla sua maniera, e che facevano, soprattutto, quel che loro pareva delle partiture, spesso alla facciaccia degli stessi compositori, che per loro, espressamente, le avevano concepite e create?); che le opere più rare interpretate dalla C. hanno fatto colpo al momento soprattutto perché stava bene in scena, ma poi sono ripiombate nell’oblio. Che io sapessi è precisa responsabilità della C. se quella vecchia ciofeca (e senza tagli, tre ore e mezzo di musica, più gli intervalli…) dell’Anna Bolena è più rappresentata di quello che merita. E comunque sue riesumazioni come Macbeth o Ifigenia in Tauride o Il Pirata non mi sembrano nuovamente uscite di repertorio, ammenoché qualcuno non l’abbia deciso stamani, o jersera. Dice, codesto Cesari: invece le opere rossiniane sono entrate tutte nel repertorio, grazie alla maggior consapevolezza storico-filologica che c’è adesso. Ci sono tutte, infatti, anche quelle che meriterebbero abbondantemente di dormire il sonno eterno di quelle tombe che sono i più remoti scaffali di qualche biblioteca musicale, nel repertorio, sì, ma dei festival rossiniani, a partire da quello di Pesaro. Ma non mi risulta che Sigismondo o Torvaldo e Dorliska siano rientrate stabilmente nei repertorii. Credo, oso dire, che sia completamente impossibile, perché non esiste pubblico al mondo che avrebbe piacere a riascoltarle così spesso. Si tratta di opere che valgono poco, comparativamente alle opere più riuscite, e di Rossini e no. E poi, curiosamente, le sole opere riesumate dalla C. che non hanno avuto una fortuna in ogni contesto, ma sono state a loro volta oggetto delle dotte cure degli specialisti filologi, sono stati proprio i due titoli rossiniani, Armida e Il turco in Italia.

L’opera è nata per i cantanti, e per essere interpretata e ricevere vita dall’interpretazione dei cantanti, non dai filologi. L’esatta lezione di un testo può essere ridata solo a livello di partitura. A livello di esecuzione si può solo creare qualcosa di nuovo. La gran parte delle orchestre d’Italia era piuttosto scassata, all’epoca, e i cantanti potevano cantare anche in maniera oscena. Tutte le opere del protoromanticismo (Bellini, Donizetti &c.) ci sono arrivate in molteplici versioni, ognuna rispondente alle esigenze di diversi esecutori. Ne consegue che se uno vuole farsi un’idea di quella che era l’intenzione del compositore a prescindere dall’esecuzione a cui l’opera andava incontro, se la deve inventare, perché logicamente non è mai esistita. L’opera nasce da una serie di rapporti dialettici, tra compositore e librettista, compositore e cantante, cantante e librettista — e tra tutti costoro e il pubblico che via via decretava maggiori o minori successi. Non può esserci vera filologia che non consideri questo fatto.

(…)

14. Per l’esattezza.

18 Nov

14. Cara Nunzia, jersera ho fatto la cernita puntuale del contenuto dello scatolo che mi hai inviato. Ho approfittato di un momento di requie, in cui nell’ufficio [cioè nell’ufficio degli operatori, chiaramente. E’ la prima stanza sulla sinistra, appena entrati] non c’era nessuno. Ovviamente appena ho cominciato a tirar fuori le cose uno mi è saltato addosso, e voleva dei calzini, delle scarpe, un po’ dei miei biscotti. Dato che le regole sono regole, e che lui non mi ha mai fatto alcun regalo, giustamente non gli ho dato un cazzo. E poi è una cosa così cafonesca dar via i regali! Quanto allo scatolo, era tuttora sigillato, e non ho osservato segni di violazione. Il nastro adesivo era integro, e così la scatola nel suo complesso.

Quello che vi ho trovato è questo:

  1. 1 grosso sacco di plastica bianca
  2. 6 paja di calzini pesanti lunghi
  3. 1 pajo di guanti
  4. 1 berretta
  5. alcuni fogli bianchi tenuti insieme da 1 molletta metallica nera
  6. 2 evidenziatori azzurri
  7. 1 sciarpa righe marrone, nero, crema, verde
  8. 1 giacca a vento di autentico piumino d’oca (c’è scritto dentro) nera
  9. 8 biro Bic cristal medium gel
  10. 4 confezioni di wafer: 2 al latte; 2 al cacao
  11. 1 confezione di “Millefoglie d’Italia”
  12. «Viaggio americano» di Fernanda Pivano.
  13. «Il mistero di Edwin Drood» di Charles Dickens che, insieme con una confezione di wafer, mi ha fatto compagnia, finché non ho ceduto al sonno, questa notte.

Spero proprio che sia tutto, anche se non riesco ad immaginare che cos’avresti potuto metterci, ancora. Hai avuto delle idee veramente brillanti, non occorre dirlo, e io non posso fare a meno di ringraziarti. Ricordo che già mi dicesti, in altra occasione, che sentivi di aver avuto qualcosa da me. Be’, grazie anche di questo. Benché possa capire fino a un certo punto. Soprattutto adesso.

Insomma, starò al caldo.

Non so che cos’altro dire. Mi ci vorrebbe la penna di Guez di Balzacco, che in cinquanta righe e con un periodo solo, ben concinnato, faceva un’enciclopedia della retorica per ringraziare del dono d’un pajo di guanti. Io che, oltre ai guanti, ho ricevuto anche sciarpa, giacco e berretta quante pagine dovrei metterci? Diventerei falso e sbrodoloso. Ma a parte tutto, Nu’, confòrtati: nessuno ha sottratto nulla. Per ora. Per il futuro ci starò attento io, ovviamente. Intanto è tutto nella zona degli operatori, col mio nome sopra. Sì, devo dirlo: da una parte mi fa molto piacere e me ne sento tutto riconsolato; dall’altra sono preoccupato, perché sono cose fin troppo belle (per me comunque; ma anche in sé, dico) sparendomi qualcosa ci rimarrei veramente male, soprattutto pensando che è stato un gesto affettuoso. Ma ci starò attento.

Non sono molto collegato con la testa, e chiedo scusa, ma stanotte non ho dormito quasi niente. Un nugolo di fosfeni mi balla istericamente la quadriglia davanti agli occhi. Ho proprio sonno.

Per giunta stanotte ha cominciato a piovere.

E da voi com’è?

(Buona domenica a tutti — cioè: ci vediamo lunedì).

d.

13. Secondo arrivo. La sceneggiata.

17 Nov

13. E’ quello di Nunzia. Nunzia, ho ritirato tutto stamattina (come ti dico anche nel commento sotto), e ho dato appena uno sguardo: stasera ispezionerò il pacco con cura e saprò dire di più.

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Premetto che per il personaggio non avevo nessuna simpatia, nel senso che artisticamente non mi diceva assolutamente nulla. L’ho visto solo un pajo di volte per tivvù e quello che faceva mi sembrava assolutamente insulso. Quindi è in questo senso che non avevo nessuna simpatia per lui. Non nel senso che provavo qualcosa di più profondo nei suoi confronti. Nulla di ideologico.

Mario Merola (1934-2006) fu l’incontrastato re della sceneggiata. Sembra un titolo meritevole di considerazione e rispetto, e invece no. Era il re della sceneggiata perché quando aveva cominciato a frequentare, come sapeva e poteva, il genere, la sceneggiata era ormai cadavere da sei lustri. Lo so perché ho fatto ricerche (né lunghe né esaustive né profonde), il risultato ora si concretizza in qualche integrazione alla puntuale voce sceneggiata su wikipedia (http://it.wikipedia.org/wiki/Sceneggiata) e in qualche dato di riflessione acquisito — poca roba.

La sceneggiata, in sintesi, è morta negli anni Quaranta. La sua nascita non è né antica né nobile. E’ solo di una generazione più vecchia della prole di Guaglione I e di Pacchiana (il mastino napolitano) e di qualche Festival della canzone, Vierno e altri prodotti pseudotradizionali. Nasce nel 1918 come dramma sceneggiato intorno ad una canzone di successo. E’ espressione di quartiere, nemmeno cittadina. E’ espressione della periferia, non del centro della città. Ci sono stati ‘poeti di compagnia’ (così si chiamavano), come Oscar Di Majo il Vecchio, a quanto dice un lessico che ho consultato (quello fondato da Silvio D’Amico) che sono stati validissimi drammaturghi, a prescindere dal fatto che si occupassero di un genere così vile, e che hanno avuto la sfortuna, proprio perché si sono occupati di un genere così vile, di essere notissimi nel quartiere e totalmente sconosciuti appena fuori. Ciò che è molto triste. Quando Mario Merola cominciò ad occuparsi della sceneggiata, nei primi anni Settanta, solo un teatro in tutta Napoli teneva desta la tradizione. Merola ha portato la sceneggiata nei teatri del centro di Napoli, tentando di nobilitare l’intrinsecamente ignobile, dotandosi di compagnie di canto importanti. La sceneggiata ha un casting identico a quello dell’opera seria: tre personaggi principali (il tenore, la primadonna, il vilain — isso, issa e ‘o malamente) e tre personaggi secondarj, spesso vincolati parentalmente a qualcuno dei tre. Una delle tre parti secondarie è comica, come nel melodramma del primo barocco.

La sua ambientazione è tra la gente cosiddetta umile, vale a dire in quegli ambienti in cui c’è un’osculazione continua tra il piano dell’onesto sacrificio e quello della più sfasciata delinquenza. Una sceneggiata più famosa di altre si intitola Guapparia. La guapparia è uno stile di vita e un codice di comportamento. Confina, come tutte le cose illegali nella Campania felice, con la camorra. Ricordo molto vagamente che Merola fu puntualmente incriminato per una questione di soldi che coinvolgeva anche la camorra. Non so che cosa sia risultato al processo e francamente non credo che sia molto importante. Non penso fosse un uomo malvagio e un delinquente, e questa è una cosa che nessuno può sostenere, salvo sorprese, sul suo conto. Per quanto riguarda la sua figura pubblica, è stato una delle voci di una Napoli sicuramente immemore delle sue vere radici e bisognosa di sentirsi parte di una tradizione. Come sentirsi americani all’ombra del Partenone, insomma, o giù di lì. Eppure Napoli ha attraversato anche questo.

Eppure io ci trovo solo molto di malinconico, ma niente di immorale. Il complesso d’inferiorità culturale genera anche queste deviazioni. Ma non è stata la peggiore, né la più brutta, anche esteticamente. Merola era semplicemente un pessimo attore e un cantante inesistente. Mancava della minima disinvoltura, era impacciato come un contadino inurbato, non aveva autentica personalità. Si è prestato a fare da simbolo vivente di una napoletanità di infima categoria, addirittura esibita nella sua inconsistenza, e la gente che si vuol male e si riconosce in un’immagine superficiale e sciocca di sé lo ha seguìto, anche per dargli l’estremo addio. In tutto questo, ripeto, ci trovo molto di degradante, ma nulla di moralmente al disotto del semplicemente umano. Ciò che è certo è che Napoli ha salutato in Merola il cantore dei cialtroni, delle vite sprecate, uno che si serviva di un mezzo modesto e opaco, per giunta superato da un pezzo e fatto artatamente (ma con poca arte) rivivere per un periodo anche troppo lungo. Non un camorrista, non un delinquente, non un malvagio. Un cantante-attore di mezza tacca, un artista fallito e insieme di successo.

Stupisce e dispiace, a me, leggere sui giornali (e tralascio, poiché non faccio lo psichiatra, le sfuriate della “Padania”, insulsamente riportate dalla stampa nazionale e teoricamente seria) delle contestazioni a Rosa Russo Jervolino, che ha invocato una rinascita della sceneggiata. Con tutto quello che ha il teatro napolitano, la sceneggiata, quest’ultima nata abbondantemente bastarda e sicuramente molto puttana, è l’ultima ad avere il diritto a speciali cure. Probabilmente la Jervolino quando ha fatto la sua invocazione, non sapeva esattamente, come non sapevo io, a che poca e povera cosa si riduca la sceneggiata “storica”.

Il suo è stato un errore estetico, stilistico, storico. Non morale, non politico. La sceneggiata riguarda la guapparia. E perché no? Se tutto il male della sceneggiata consiste nel fatto che si occupa di personaggi moralmente discutibili, e in nient’altro, si deve vietare anche l’Edipo re, dato che l’incesto è disgustoso, e la legge lo persegue quando dà pubblico scandalo; e certo la Medea di Euripide merita di essere bandita dalle scene, perché l’infanticidio non è gesto degno delle brave persone che tutti siamo. Il teatro, anche nelle sue varianti meno pregevoli, deve rappresentare le passioni. Una certa scuola di pensiero, influente soprattutto nello scorso secolo, ha posto l’accento sulle classi disagiate, sulla malavita, sul terzo mondo poiché la borghesia, in tutti i suoi strati, era diventata troppo blasée per esprimere grandi passioni. La sceneggiata, nel suo piccolo, magari con qualcosa di fin troppo acquiescente per il moralmente discutibile e il legalmente perseguibile, ha fatto lo stesso. Ci si può non riconoscere più in quell’universo estetico, lo si può giudicare peggio che si può, esteticamente. Ma non si può metterlo alla sbarra. E, soprattutto, bisogna rimanere disponibili a conoscerlo — persino quel bistrattato (e bistrattabile) genere, come dà il sospetto qualche nome sbiadito colto a caso su qualche lessico, potrebbe riservare qualche sorpresa.

12. Primo arrivo.

16 Nov

12. Il primo pacco pervenutomi per posta è quello di …ella. Sono andato jersera a ritirarlo in v. Carrera. Parlerò solo di metà del dono (dell’altra metà no, ma il perché dobbiamo saperlo solo io ed ….ella).

Il suo regalo mi permette anche di soddisfare una mia curiosità, quella per gli audiolibri, esperienza che mi mancava. Mi chiedevo (anche sul suo blog, con qualche espansione retorica di troppo, ma siamo sempre nella media) come fossero letti i libri negli audiolibri, se (sintetizzando da quanto dissi allora) si sentissero anche ululare del vento, porte sbattute e sciacquoni, ovvero se i dialoghi fossero letti a due, tre, dieci voci, e se, insomma, l’audiolibro si differenziasse, e in qual misura, da una recita.

La differenza c’è, e si sente. Mi affretto a precisare che non ci sono né effetti speciali né rumori e rumorini di scena; le voci che ho sentito (tre in tutto, ognuna per una lettura, ogni lettura un testo diverso) leggono con espressione, ma è pur sempre una lettura, della recita non c’è praticamente nulla — o appena così, un’ombreggiatura.

Il libro, o audiolibro, è bellissimo: Edgar Allan Poe, Tre passi nel delirio, vale a dire un’antologiuzza di tre racconti, ognuno dedicato ad un’ossessione particolare, quali 1. Berenice; 2. Il gatto nero; 3. Il rumore del cuore.

Racconti che sono stati letti da generazioni, anche di italiani, come espressioni delle personali ossessioni dell’autore. Cosa vera, cosa falsissima. Non so se esistano, o se siano addirittura concepibili, racconti in cui l’aspetto patologico, autobiografico, persino satirico-grottesco si intreccino, si sovrappongano, si equilibrino a vicenda, impedendo nella maniera più assoluta qualunque univocità di interpretazione, anche a volerla riferire a questa o quella frase, questa o quella scelta lessicale. Non solo non si tratta di racconti interamente tragici, ma sono persino, anche costantemente, venati di una sorta di comicità. Ne esce il grottesco, alla sua massima espressione. Il primo lettore ha un accento emiliano-romagnolo abbastanza individuato (non so i nomi dei lettori); più equilibrata la dizione del secondo, che credo venga da un’area un po’ più meridionale (Marche? sparo un po’ alla cacchio), voce un pochino sgranata ma nel complesso abbastanza autorevole. Il terzo ha una voce pochissimo autorevole, e intenzionalmente/preterintenzionalmente farfugliante. Ecco, vedete? Ho sviluppato anch’io delle ossessioni poeiane (si dirà così? delle ossessioni pojane mi sembrano troppo ornitologiche, e poi trattandosi di Poe sarebbero più indicate delle ossessioni corvine), con esiti altrettanto nero-umoristici. Le ossessioni sono i denti di Berenice, il gatto cecato e poi inavvertitamente murato con il cadavere della moglie (del narratore, chiaramente; non inteso come “Poe”, ma come “colui che s’immagina narri” la storia) e l’occhio azzurro del vecchiaccio. Per esempio, l’ossesso de Il gatto nero a un certo punto si fa la spia da solo, fantozzianamente, e questa è una cosa che un po’ strappa un sorriso: vuole dimostrare la solidità delle domestiche mura ad alcuni poliziotti che lo sospettano dell’omicidio della moglie, e ci mena sopra alcuni colpi di mazza, destando il gatto murato all’interno insieme al cadavere della moglie. Non bisogna credere che sia sprovvedutezza da parte di Poe, o che siano eccessi romantici, o documenti dei difetti di gusto di un’età rivolta. Quando i romantici ci fanno sorridere è perché ci vogliono far sorridere. Ed è proprio quando sorridiamo che sentiamo ancora più violento, ingiustificato l’orrore. Ho ascoltato la Berenice già jersera, mentre camminavo, nel bujo. L’introduzione del “Non partì” della Norma, con quella frase dei tromboni dietro a cui Wagner anfanerà a secco per decenni, mi era rimasta curiosamente impressa, e mi riecheggiava nella mente, a dispetto del sobrio accompagnamento musicale previsto dall’audiolibro. Poe e Bellini starebbero bene in un libro a loro dedicato: dal titolo Poe e Bellini, proprio. Anzi, quasi mi stupisco che qualcuno non ci abbia già pensato. Ma forse nessuno ha mai provato ad ascoltare l’audiolibro di Berenice con in testa la Norma. Una lacuna importante, che mi posso, allora, vantare di aver colmato jersera. (Ma si può anche leggere Poe con un disco della Norma a mo’ di accompagnamento e colonna sonora. O, con un po’ più d’impegno tecnico, sovrapporre le tracce dell’audiolibro con le note dell’opera. Oppure, con un impegno tecnico ancora superiore, fare un film di Berenice con la colonna sonora tratta dalla Norma. O comporre una Berenice pasticciando le musiche della Norma. O rappresentare una Norma adattandovi le parole della Berenice. Come mi ha detto di recente uno che non ricordo, “Euh” (ha detto), “ce ne sono cose che si possono fare”. Anche cazzate, beninteso, e pure belle grosse).

Ma tornando a bomba.

E’ proprio nell’impossibilità di stabilire dove finisca l’orrore e dove comincii il riso che queste pagine apparentemente ingiallite, in realtà a prova di millennio, riescono a trabalzare in una dimensione assoluta, cosmica. E’ a quel punto che si ha la sensazione forse più esatta: quella del timor panico, indefinito e indescrivibile. Quello che in letteratura è l’ironia (romantica) in musica è la melodia infinita. E’ chiaro che date queste premesse non sarà mai possibile un audiolibro perfetto: quale sarebbe la lettura ‘esatta’ di testi del genere, da parte del volenteroso lettore? 

Eppure sono felice di dire che avevo torto, e che aveva ragione ….ella (che chiaramente ringrazio — anche per le batterie, non devo dimenticarlo, che mi consentono di ascoltare l’audiolibro che mi ha inviato… E questa non è una cosa secondaria): l’audiolibro si può ascoltare facendo finta di star leggendo. Come ho fatto io jersera. Io, per esempio, amo camminare con il naso immerso in qualche libro, ma la sera, con la scarsa illuminazione che c’è a Mirafiori e il frescolino che intorpidisce le braccia, è poco agevole. L’audiolibro è un po’ una di quelle finezze che si usavano i signori intellettuali quattro secoli fa, che si facevano leggere le novità durante la vestizione, o prima di montare in carrozza — all’epoca ci pensava la servitù. A parte il fatto che questi racconti in particolare sono letti con garbo, l’importante è che il messaggio arrivi, forte e chiaro. Non sostituisce il libro ma è un supporto validissimo, soprattutto in determinate circostanze. Una scoperta che parrà (a taluni) un po’ dell’acqua calda, ma non è.

(E grazie ancora a ….ella!).

11.

15 Nov

11. E’ assolutamente necessario che torni a postare qualcosa: sono passati giorni, giorni e giorni: comparativamente, fuori rete, ho scritto l’enciclopedia Britannica, o quella pittoresca enciclopedia cinese in 10.000 voll., o gli Atti del parlamento, sempre britannico, che secondo il Guinness sono costati la vita a tante e tante capre indiane. Poveracce.

Il fatto è che nel frattempo (qualcuno, ma forse non la persona giusta, è stato avvertito) è effettivamente arrivato un pacco a v. Carrera. Attualmente non dormo lì, sicché è molto difficile, per me, recuperarlo se non c’è qualcuno, durante il giorno, in struttura — ma non voglio annojare nessuno (cioè, sì, voglio, ma non con questo tipo di argomenti). Dico solo che mi è stato descritto come un pacchetto piccolo, ossia poco voluminoso, pare senza mittente. Qualcuno lo riconosce? Anche in caso contrario, sia ringraziato per il pensiero che ha avuto per me. Nel frattempo ho la certezza che abbia spedito solo Antonella (suppongo si chiami così, dato che è responsabile delle antonellate); Nunzia potrebbe averlo già fatto. Dario sicuramente non l’ha fatto, per quanto il pacco sia pronto (vide i commenti un po’ più sotto) e aspetti solo di essere spedito. In camera caritatis mi ha chiesto se la buca di v. Carrera sia più o meno capace, intendendo ovviamente sapere se poteva spedirmi uno o più (molti più?) libri. Io mi sono affrettato, in maniera veramente leccacula e stronza, a dissimulare la mia naturale avidità sotto la coperta sdrucita di miei putativi sensi di colpa (nel caso in cui mi arrivasse più di quello che merito). In realtà, dopo due anni di cazzeggio, nonostante la colpa sia tutta mia, non la sento più, posso giurare anche per quanto riguarda preconscio, inconscio e subconscio; non solo, ho sviluppato un’infingardaggine vomitevole, che mi porta ad arraffare tutto quello che mi è porto, di buona- o — persino — malavoglia, e spero ardentemente che Dario mi spedisca la biblioteca di Alessandria, spero non in compendio.

Questo per dire che specie di stronzonaccio sono.

 Ma lasciamo correre. Piuttosto, in questi giorni ho avuto una nuova avventuretta (che mi sarei risparmiato volentieri) con i libri che da mesi (o da circa un anno) devo restituire a ben quattro biblioteche: dopo che sono stati dispersi (per colpa, essenzialmente, degli operatori) per i magazzini di tutta Torino, ero riuscito a faticosamente radunarli tutti quando, a quel che pareva, sono scomparsi nuovamente. Li ho ritrovati. Dentro c’erano anche un disco di Max Gazzè (quello con sù “Poeta minore”, che mi piaceva — ma sono un ascoltatore pigerrimo, non mi càpita mai di andare a cercare musica pop — praticamente è l’unica canzonetta che possa dire di aver mai ascoltato da capo a fondo in vita mia) e il Don Pasquale, piuttosto bruttino, diretto da Muti, con la Freni, il vecchio Bruscantini. (Ero abituato a quello con la Sciutti, Corena, Oncina, Krause diretti da Kertész: che infatti resta il migliore). Dopo la Semiramide di Meyerbeer, che era diretta da Bonynge ma cantata da una serie di perfetti sconosciuti (perfetti sconosciuti prima e perfetti sconosciuti a tutt’oggi, nel senso che non ricordo nemmeno un nome), tutti in condizioni vocali assai deprimenti, m’è venuta voglia [diciamo così, ma è understatement ed è anche un po’ depistante — diciamo che ho sentito la necessità] di ascoltare qualcuno che cantasse veramente, cioè un po’ di quelle voci che non hanno un legato reminiscente l’autostrada del sole e una colonna del fiato simile alla torre babilonica dopo il fulmine, la diversificazione delle lingue, la dispersione e la sommersione sotto milioni di tonnellate di sabbia. Ho pensato così di colmare una mia lacuna, e mi sono ascoltato la Norma con la Callas. Conosco già diverse Norme della Callas, compresa quella con Del Monaco e la vecchia Stignani, dell’estate del ’55, diretti da Serafin (un’esecuzione radiofonica, a metà strada tra la registrazione in studio e il live). Ma non conoscevo, se non limitatamente (credo) al duetto Norma-Pollione, e anche quello solo un pezzo, la Norma d’apertura di stagione (07/12) dello stesso anno, con la Callas, appunto, di nuovo Del Monaco e, al posto della malinconica Stignani, la Simionato. Non mi dilungo perché in qualche modo sento che l’argomento mi annoja (come argomento: la musica, credo, è fatta per essere ascoltata. O per essere letta, beato chi ci riesce. Federico Maria Sardelli, prefacendo un’opera sulla produzione flautistica di Vivaldi [Olschki], ha detto di non aver messo nella trattazione nessuna descrizione della musica, ma solo esempj musicali [cioè quelle palline bianche e nere sopra o tra le 5 righe orizzontali], per evitare 1. un eccessivo esborso, inflazionando inopinatamente il numero delle pagine; 2. la noja che prende il lettore, specialista o no, quando si trova davanti a delle descrizioni [di qualcosa che non è fatto per essere descritto, si suppone, ma solo ascoltato]). Cioè, è un momento importante dell’arte del secolo scorso, e forse ci sarebbero milioni di cose da dire, ma in fondo è meglio tacerne. (Forse parlarne porta male?). Quello che ho fatto, poi, è stato anche tornare sulla voce “Maria Callas” di wikipedia, che è oscena, l’avevo vista a suo tempo; è piena zeppa di errori. Ma non essendo uno ‘stub’ (“abbozzo”) e non essendo segnalata come voce da ‘ajutare’ né altro, ed essendo stata anche elogiata, metterci le mani (cosa che tecnicamente può fare chiunque) mi dispiace. Quello che però mi fa peggio (cioè più che male) di quella voce come di un milione di altre brutte pagine dedicate alla Callas, a cui non ci si dovrebbe accostare, come per qualunque altro grande, in mancanza di una vera e propria preparazione, è il tono scorreggion-modajuolo, o modajuol-scorreggione generale. Mentre magari artiste meno determinanti nella storia hanno voci del tutto dignitose, quella voce è sparsa di stolti pettegolezzi, che sono le fetenzìe che facevano furore sui rotocalchi di cinquant’anni fa, e oggi dànno l’orticaria e la peristalsi. Fu un intelletto superiore, e questo forse, senza dichiararlo (sennò ti mettono l’avvisino che non sei super partes), bisogna che venga fuori. Insomma, chissenefrega dei suoi presunti amori, del figlio segreto (che mai non ebbe, perché, poveraccia, aveva, oltre a tanti altri acciacchi, anche una deviazione dell’utero che non le avrebbe mai consentito di arrivare viva al parto, ed è per questo che non fece figlj) &c.?

Ma scopro, riascoltando la Norma del ’55, che è una cantante profondamente inquietante. Capisco forse solo adesso che cosa intendessero dicendo che aveva una brutta voce. E’ una voce che non ti lascia dormire. Avevo forse bisogno di questi due anni di disimmersione in un suono che ho ascoltato ossessivamente, in pratica, sin dalla nascita, per rendermi conto dei veleni di cui è carico — in specie in questa esecuzione; di quanto di oscuro si doveva, veramente, agitare, sotto la superficie, esprimendosi in quelle note velate, nei falsetti estenuati, nella rabbiosità tremula di certe scariche elettriche, nelle artate discese sdrucciolevoli e nelle ascese impavide e fosforescenti; inspiegabili, per converso, quei sovracuti pieni di suono, inudibili da qualunque altro soprano, ma dolcissimi, di liquidità implausibile. Esiste un potenziale profondamente destabilizzante, scandaloso, in quella voce; e il tempo non smusserà, probabilmente, mai quelle angolosità. Come Bette Davis, aveva una curiosa diplopia: di mentalità, formazione, ‘morale’ (latamente) ancora ottocentesca, aveva però anche una sensibilità spiccata per la ricaduta di tutto il patrimonio retorico familiare su un pubblico passato attraverso due guerre mondiali. Quella voce, e nessun’altra (si sente, tremendo, lo scarto rispetto a qualunque suo pur valido e grande comprimario), in sé rappresenta l’estremo tentativo di un mondo di comunicarsi intatto non ad un pubblico settoriale, ma a tutto il pubblico possibile: non agli ‘appassionati’, ma alla società, agli uomini. Più passa il tempo e più grande diventa.

10. Freddo cane.

10 Nov

10. Lo sapete voi che queste notti fa un freddo cane? Ma, soprattutto, lo sapete voi perché si dice “fa un freddo cane”, “che freddo cane!”, &c., cioè per quale motivo si usa la precisa espressione freddo cane? Io me lo sono chiesto stanotte, e ho trovato la risposta. Perché morde. A parte le escoriazioni intorno al naso e l’eritema da freddo alle manine delicate, la sensazione,  è proprio quella di una qualche bestia che di tanto in tanto ti azzanni a tradimento. Ancora all’inizio della mia (semi)nuova carriera rialzarmi da una panchina al mattino voleva dire veramente tentare di riprendersi da una notte quantomeno laboriosa. Il freddo rende le notti più campali dei giorni, e forse perché durano un’infinità meritano di essere chiamate gran nottate più di quanto i giorni di battaglia meritino di essere chiamati gran giornate. Inoltre il nemico spiega chiare insegne e invia franchi messaggeri, mentre, tramite i display piccoli e grandi che s’incontrano per la strada, i termometri ti prendono pure per il culo. “9°!!”, proclamano pomposamente. “11°!!!!” sparacchiano, senza la minima vergogna, benché con cristalli liquidi prevalentemente rossi. Ma in quei momenti non mi pare tanto segnacolo di pudore quanto, piuttosto, un’oltraggiosa muleta agitata davanti al muso schiumante della mia rabbia avvampante. Avvampare di rabbia e avere freddo crea enormi conflitti, chiaramente. Ma devo ammettere che il freddo ha sempre la meglio.

Ma bando alle ciance: non tutto il male viene per nuocere. Infatti, non avendo né un sacco a pelo (non ancora) né un posto dove andare (se non la sala d’aspetto di Porta Susa, che però chiude a mezzanotte e mezzo e riapre alle 4.15), dovendo comunque perdere molto tempo mi sono fatto a piedi tutto il tragitto da strada Castello di Mirafiori alla stazione, cercando di andare il più lento possibile. Ne ho approfittato, grazie all’ausilio di un lettore catorcio e a due catorcissime batterie, che terminata la consegna, proprio come quel pianoforte che Benedetti-Michelangeli riparò giusto in tempo per un concerto e che cadde in mille pezzi non appena il concerto finì, sono defunte, per ascoltare interamente la Semiramide di Meyerbeer. Di giorno c’è chiasso: camminando e dribblando vecchiette con la spesa, scolari e professionisti col naso ficcato nel giornale continuano a saltarmi i track; il frastuono del traffico copre il suono. E’ scomodo, non so nemmeno dove mettermi. Normalmente nei posti silenziosi non posso ascoltare musica, perché dagli auricolari trapela sempre qualcosa, e di norma i posti silenziosi vogliono rimanere silenziosi — se il signore li ha voluti così, inutile fare i bastiancontrarii, suppongo.

Devo dire che ascoltare musica di notte, mentre si cammina, è molto molto suggestivo. E’ proprio come avere la colonna sonora. Tipo: est. notte, cancello di s.da Castello che sbatte alle mie spalle già scosse dal parletico; musica: sinfonia, allegro. Est notte, la bèla Rosìn; musica: sinfonia, coda. Est. notte, capolinea del 4; musica: assieme “Deh sospendi la scelta funesta”. [……] Int. (?) notte, vespasiano di via Sacchi; musica: rondò “Se non nacqui al miglior sesso”. Quando le ultime note (“…viva lieta, e sia regina / chi finor fu nostro re!”, secondo me due tra i più bei versi [è Metastasio] mai scritti in quest’avara lingua) si sono spente, si è spento anche il catorcino. Ero poco oltre Porta Nuova.

Su Meyerbeer ho anche cominciato a rielaborare una voce preesistente, zeppa di brutti errori (si diceva tra l’altro che avesse cambiato nome e cognome per evitare i pogrom!), su wikipedia. Confesso di avere un grande debole per Meyerbeer. La sua musica è quasi sempre molto discutibile, per via della sua ampollosità o per via della sua leziosità, per la contorsione o per la gracilità della melodia. Ma questo me lo rende più caro, perché la sua musica è brutta come può esserlo una bambina ebrea complessata e in sovrappeso. Come la Sévigné, preferisco sempre une bonté un peu sotte à une intelligente mauvaiseté.

9. Macché patti e patti!

9 Nov

9. Chi è interessato (ma chi può essere interessato? CHI?!),  vada a leggersi qui quante botte si è preso/si sta prendendo db. Io non conosco tutta la storia, nel senso che ho letto poco delle cose da lui scritte che avrebbero fatto deflagrare questo pandemonio. Il fatto è che la gente non sa che cosa scrivere [ne so qualcosa anch’io], e molto spesso, in Rete, riesce solo a litigare o, in subordine, a discutere delle regole che si dovrebbero creare per impedire ad altri di far scoppiare le liti e litigare. Adesso sembra che db sia troppo spiritoso. Il suo blog è diventato “orribile”, i suoi giochini verbali “divertono solo lui”, e intere comunità virtuali avrebbero dovuto chiudere i battenti per colpa sua — poco ci manca che sia diventato un “cretino”, o un “troll”. I nomi che girano (di quelli che si lamentano) sono sempre gli stessi. Quelli di omini e di donnine che aprono blog flaccido-anemici da cui nessun essere normale deve aspettarsi sorprese o colpi d’ala. E fin qui andrebbe tutto bene. Ma non va bene che tutto quelli che passano da loro debbano fare il bagno nella candeggina prima di poter postare. Tralascio [=aposiopesi] che a db è stato chiesto o semimposto di scrivere lettere di scusa &c.: veramente disgustoso, ributtante. Non so che cosa ci sia da aspettarsi di buono da chi prende tanto seriosamente un blog e ha un concetto tanto miserabile delle persone. Solo i bambini e i mentecatti si redarguiscono. E se mi è capitato di sentirmi dare della mignotta da una persona che ha un minimo di materia grigia, se sono la destinataria dell’epiteto, mi fermerei a riflettere se per caso chi me l’ha appiccicato non ha ragione. Il cinquanta o sessanta per cento delle cinque o sei persone che ogni tanto passano di qui sono reduci (da lunga pezza, ormai) come me da un forum, quello della Holden (attualmente ridotto a mercatino e a vetrina), da cui sono stato nuovamente escluso tempo fa dopo un nuovo scambio di insulti con un ennesimo idiota intollerante (chiaramente la colpa era mia — ma mi ci sono avvezzo, e sono ben lungi dal prendermela), sul quale a suo tempo ebbi scambii allucinanti. A parte il fatto che molto di quello che dissi e scrissi, e molti dei posti in cui mandai, e molti dei parenti che epitetai, e molte delle fini che augurai all’epoca avevano più relazione con certe mie condizioni di sbracamento totale, se c’è una cosa che non mi fa pentire di quello che dissi, che scrissi, che epitetai, che inviai, che augurai è proprio il conformismo cialtrone e puzzone a cui una parte, purtroppo maggioritaria, della pseudo-“comunità letteraria” di Rete non solo si tiene personalmente e caninamente fedele (ché in questo non ci sarebbe niente, ma proprio niente, di male); ma a cui pretende di forzare chiunque passi e intenda farsi leggere (poiché per questo si scrive). Io, sulla Holden, postavo, chessò, sonetti, distici e cose alla vecchia? A parte il fatto che quello che non è esattamente ‘previsto’ (che cioè non è letteratura dell’ombelico o dei peli del culo, o falso impegno, o volgarità studiata a tavolino, o) è automaticamente rubricato alla voce ‘brutto‘, e fin qui posso anche sopportarlo; passi che ti patologizzano, e fin qui posso anche concordare. Ma mi ricordo che una delle prime cose che mi dissero, a cappello di una serie di colorite minacce in stile mafioso, fu che ero “un insetto” che “si posa dove non deve”; e un altro mi disse che con le ossa di quelli come me facevano fumare i comignoli e ingrassare i campi. E’ normale relazione di accanimento, questa? Alla terza provocazione, quando tirarono in ballo la mia genitrice per attribuirle la colpa della mia esistenza, mi spiace tanto (ma, si sarà capìto, fino a un certo punto), ma per comunicare con una fetta di meritevoli partecipanti al forum continuai coi miei normali mezzi retorici, mentre con gli mi sono ridotto ai segni, tra i quali intensamente impiegati c’erano, e.g., “figlio di puttana”,  “bagascia” &c. Sono l’ultimo a scandalizzarmi della possibile reazione inviperita di db, specie se si considera che a fare apprezzamenti circa il suo “orribile blog” o sui suoi orribili commenti (anche se prima di prendersi della mignotta glielo diceva con perifrasi certo più garbate) sono cessetti sul tipo della cosa denominata “georgiamada” e altra robaccia che &c. .

Non sono assiduo su NazIndiana e non mi preme esserlo (adesso come adesso men che mai), quello che mi stupisce è che l’intervento linkato ha QUARANTASEI commenti, di venti e passa persone, nessuna delle quali esorti a un minimo di calma o, perché no?, prenda le difese di db. A questo punto non è più un problema di forma. E’ solo la voluttà perversa di scagliarsi in gran massa contro un elemento isolato — che può aver tradito e ri-tradito e stra-violato tutti i ridicoli, patetici patti di questa terra — ma si tratta di un blog! Può essere una cosa importante solo se si rispettano le individualità che lo tengono in vita — mentre quello che scrivono, nel caso, deve poter essere sempre messo in discussione.

Comunque a me il branco, la logica del branco, l’imbrancarsi fanno veramente schifo. Contro chiunque e qualunque cosa ci si unisca. Non accetto, umanamente, che ci si muova in massa. Specie se ci si considera scrittori (e questo lo spiego, se mi va, un’altra volta).

8. …

8 Nov

8. Riprendo dal post n° 6. Ovviamente la risposta che mi do è: NO, ovvio che no, ovvio — cioè — che non ho fatto nessuna particolare stronzata: è più che evidente che se riprendo gli studii (e non credo proprio di riuscirci, per tutta una serie di motivi), e se, ripresili che ho, non li mollo, non è certo per recuperare alcun tempo perduto, ma semplicemente per la noja che mi devasta.

 Ma basta parlare di queste fesserie. La mia tendenza a persistere sulle stesse cose, come la mia persistenza negli stessi luoghi, o tra le stesse persone, mi ammazza. Quello che mi viene, più che altro, da dire è questo: ho scoperto di portare a Joseph Ratzinger qualcosa di molto simile a un odio profondo. Non un odio tale per cui lo ammazzerei, beninteso. E mi affretto parimente a precisare che nemmeno vorrei che altri lo ammazzasse. Domattina o questo pomeriggio, poniamo; e che magari, dopo, saltasse in aria tutto il Vaticano. O che tutta la vigna del signore se ne andasse a quel paese d’un botto, o d’un boato. O che le chiese sprofondassero, tutte quante, alte o basse, belle o brutte, magre o grasse, cioè affollate o desertificate. Non è questo che vorrei. Mi disturba pensare a quel povero vecchio che si trova ad aver da fare, magari dolorante/sanguinante, con Quella Famosa Cosa, budinizzato dallo sgomento, terrorizzato magari, ché poi magari si defeca o si minge o si rece addosso. Niente di tutto questo. Gli spettacoli orrorosi sono fatti per gli ambiziosi. Per esempio, gli adolescenti adorano andare al cinema a guardare cose terrificanti, e tutti che ti spiegano (posto che tu gli chieda che cosa ci trovino di tanto avvincente): beh, avere paura è bellissimo, la paura è una bellissima sensazione. Credo, a questo proposito, che ad essere bellissima non sia la paura, quanto la resistenza che si sente di saper opporre al più o meno insostenibile: nello stare a guardare cose da cui, con la parte meno insana di sé, si vorrebbe distogliere a tutti i costi lo sguardo. Voler uccidere dentro sé l’empatia è proprio di chiunque voglia dominare. Gli adolescenti si sognano dominatori, quindi sono spietati. Gli adolescenti e i tiranni. Non dimentichiamo che il San Nicandro insegnò al piccolo Ferdinando di Borbone a costruire piccoli slalom per conigli, e, dopo averli fatti correre, ad ucciderli a mazzate. Elisabetta Bàttori amava le sue emicranie (risultato evidente di un numero spropositato di incesti, che in genere portano a complessioni fragili ma rese resistenti al dolore proprio in virtù della convivenza forzata con essa), perché le consentiva di straziare a morsi la carne opulenta delle sue domestiche; e che fosse nel pieno del suo diritto è dimostrato in pieno dal fatto che se non avesse cercato tra le giovani nobildonne il sangue che le occorreva per le abluzioni, mai più Mattia Corvino l’avrebbe presa al laccio, e mai più l’avrebbe fatta murare viva. &cetera. Nel senso: chi vuole dominare non deve assolutamente provare empatia. Poi ci sono diverse scuole di pensiero. Quando passatempi simili a quelli descritti finirono forzosamente confinati (se pure ci si riuscì, ed è chiaro che non ci si riesce mai del tutto) tra le pagine di Sade e nei romanzi gotici dei castellani inglesi, venne fuori il tipo di Robespierre, che, è dimostrato, compiacevasi di suoni teneri e melodiosi; Napoleone (che però non era un sanguinario) amava Paisiello e sbadigliava quando suonavano il ben più imperiale Spontini (Cherubini neanche parlarne). Sono tutte ragioni, posto che di ragioni possa parlarsi, per cui non voglio che Ratzinger rimanga sotto una pressa, o sia crocifisso, o muoja vomitando sangue, o altre cose altamente pittoresche. A proposito di Ratzinger ho un sogno ben più proibito. E sfido io: infatti, si sappia che non vorrei, assolutamente, che Ratzinger sparisse; vorrei bensì che Ratzinger non fosse mai esistito. Più sogno proibito di così. E poi, ogni tanto (già che sogniamo, facciamolo in grande), mi ritrovo a fantasticare scenarii assolutamente ucronici: non solo papa Ratzinger, ma anche papa Wojtila, tutti i Benedetti, i Pii, i Formosi, i Leoni, dal primo all’ultimo, tutti cancellati. Nemmeno l’ombra di un papa. E nemmeno una punta di vescovo, un sospetto di cardinale, una lacrima di arciprete, un cicìn di prevosto: niente chiesa. Che cosa sarebbe l’Italia senza la chiesa? Non ‘il mondo’, dico proprio l’Italia. (Una ragazza inglese, pochi mesi fa pubblicata anche qui in Italia, ha provato a immaginare un mondo interamente romanizzato, senza cristianesimo. Non so com’è, ma non mi convince. Cioè, non è proprio quello che penso io. Io penso MOLTO più in grande). Chiaramente, tutto prende spunto dal discorso che è ‘sfuggito’ all’ufficio stampa del Vaticano ancora in forma di bozza, in cui il sommo pontefice si pronunciava contro la scristianizzazione della società, i pacs, gli omosessuali e via di questo passo. A parte il fatto che, a rigor di logica, i preti non dovrebbero nemmeno fare apprezzamenti sull’eterosessualità, quand’è che comincerà lo smantellamento della chiesa? Non sarà mica uno di quei casi penosi come l’antico Egitto, poniamo, troppo pio per poter morire, sicché è in via di autoimbalsamazione, e per rimuoverla dagli occhi e dalle coscienze sarà necessario che rimanga sepolta sotto cumuli di detriti e di sabbia — per non prospettare qualcosa di più drastico? Considerando, di volata, quello che tutti già sappiamo alla perfezione, e cioè: 1. la fede non esiste (e non è mai esistita, se non presso l’uomo delle caverne, e solo per quei dieci o venti minuti che gli servivano per riprendersi dopo la caduta di un vicino fulmine); 2. il cristianesimo è un errore e un danno, quindi anche l’ “ateismo cristiano” caro a quell’ormai cadavere altro non sarebbe che una jattura; 3. i preti sono parassiti rompicoglioni, quand’è, mi chiedo, quand’è che cominceremo a liberarci di questa carogna maleolente? Quanti secoli ci metteremo non ha nessuna importanza, l’importante è cominciare. E’ nel tendere all’obiettivo il significato della vita. Non certo nell’adorazione del macilento galileo.

Sto addirittura rileggendo un romanzo bellissimo e interessantissimo, di uno di quei liberali napolitani che, a leggerli adesso, sembrano sbarcati da Antares, tanto poco quello che ci circonda sembra essere loro conseguito (e infatti non ne consegue): le Memorie di Giuda, un romanzo scritto in doppia redazione, e francese (prima fu pubblicato in questa lingua, ovviamente, 1866) e italiana, da Ferdinando Petruccelli della Gattina, condannato a morte dai Borboni, parte attiva e critica della Comune di Parigi (ed espulso dalla Francia ben tre volte proprio per questo motivo) che a suo tempo sedette in parlamento, eletto dal collegio della sua Moliterno (dov’era nato nel 1815), sui banchi dell’estrema sinistra con, per intenderci, Guerrazzi, Brofferio &c. L’ha ripubblicato, nel 1976, l’editore-librajo Fògola di Torino, facendolo prefare da un miopissimo Folco Portinari. Qui a Torino se ne trovano copie su copie su un po’ tutte le bancherelle dell’usato, segno che è stato tutt’altro che un successo. Segno, anche, che lo si trova ad uno-&-una-cicca, cosa in sé non negativa. Letto o non letto (rifacciamoci a Haendel, che disse della sua sventurata Theodora che l’insuccesso le giovava, essendo che la stessa assenza di pubblico migliorava l’acustica della sala), chiunque lo trovi se lo legga. Magari qualcuno che si sta sterilmente dedicando (so che a qualcuno, come anche a me, ogni tanto viene questa mania — sono accessi che vengono e passano, come le malattie esantematiche) a quel fantasma che è Il Romanzo Italiano dell’Ottocento. Piuttosto che rileggersi robaccia come i Promessi sposi o rimanere infognati a metà Battaglia di Benevento, si legga questo romanzo. E’ un romanzo vero, ed è un’interpretazione vera, coraggiosa, originale, nobile del cristianesimo, in senso specialmente politico-sociale, della sua nascita, del suo significato, e dunque anche della sua influenza. [Se riesco a mettere insieme qualche appunto non banale, avrò un gran piacere a scriverne anche qui sopra, prima o dopo; ma prima, appunto, lo voglio rileggere.]

7. Che scrivo?

7 Nov

7. L’intenzione era quella di scrivere un post molto lungo e avvincente, che attirasse un migliajo di visitatori e a cui crescesse una coda di cento o centocinquanta allegri commenti, ma

1. ho (con licenza parlando) fame

2. non ho il cervello collegato.

Dunque non scrivo una cippa, e mi incammino verso qualche squallido posto dove mi facciano la carità di qualche cibaria avariata.

(Magari mi riprendo nel pomeriggio. Giuro, mi piacerebbe riprendermi nel pomeriggio).

6. Scrivere, &c.

6 Nov

6. Mi chiedo quanti anni sono, ormai, che non scrivo un racconto. Ho passato circa vent’anni ad aspettare l’ispirazione. Poi l’ho trovata, e ho scritto per circa due mesi nel 2002, quando ero tranquillo, perlopiù di notte e tutto d’un fiato per non perdere la concentrazione. Marciavo bene, nel senso che scrivevo molto. Poi, per qualche motivo che non ricordo, ho interrotto. E adesso sono tornato punto e a capo, nel senso che non mi ricordo nemmeno più come si faccia. Non ne sono più in grado. Forse tra altri vent’anni sarò in grado di riprovare con successo, posto che tra vent’anni 1. io ci sia ancora, 2. abbia la possibilità di essere tranquillo, 3. abbia la possibilità di scrivere di notte e dormire di giorno. Nel frattempo farei bene, forse, a prepararmi. Alla ricerca di consigli utili, ho trovato questo.

L’ultimo dei 134 messaggi lasciati su www.internetbookshop.it a proposito di Saviano contiene un riferimento all’imbrogliona Giuditta Russo, qui denominata “eroina”, la quale ha fatto per 15 anni l’avvocato senza avere la laurea. Qui si dice che l’ha fatto per amore, ci creda chi vuole. Piuttosto che per amore l’avrebbe fatto per una sorta di surplus di professionismo. E’ vero che anche Benedetto Croce non aveva la laurea e Marcel Reich- Ranicki del pari, e che Giuseppe Verdi fu trombato al Conservatorio. Che Einstein ebbe pessimi rapporti con la matematica e fu dislessico da piccino. E’ vero che lo scrittore è quella cosa per cui la scrittura è un problema molto più grande che per i non-scrittori, per esempio. E’ vero che non avere titoli ti costringe a fare meglio. Ma non sarà che il segreto è proprio quello di fare meglio pur avendoceli, quei titoli? Non sarà che i titoli sono, molto semplicemente, anche parte di un fardello, e non solo una facilitazione? Io non ho titoli, e la cosa sicuramente, penalizzandomi, mi fa prospettare le cose in termini di eccezionali fatiche. Ma è una cosa buona? O non sono, piuttosto, un coglione che si prende a calci in culo coi piedi degli altri? (Io guardo al mio caso. Non aver titoli, nel mio caso, significa avere una preparazione disorganica e lacunosa. Ne sono cosciente. Magari un titolato [posto che sia un cialtrone, e non tutti i titolati possono essere cialtroni] fa strafalcioni perché va avanti senza verificare i suoi contenuti di conoscenza, mentre io, dovendo verificare tutto, ne farei meno, o non ne farei. Ma c’è qualcosa che non mi torna, che non mi spiego. Non avrò fatto una grandissima stronzata?).