4. Che me ne faccio?

31 Ott

4. Tutte le letture che portano a porsi interrogativi circa la funzione della scrittura dovrebbero essere eliminate dai propri scaffali e dai proprii ricordi: è evidente che se veramente servissero a qualcosa non porterebbero a chiedersi alcunché circa la loro funzione. E’ evidente — soprattutto — che portano a chiedersi il perché della loro funzione inquantoché, frustrata occulta abortita, contengono in nuce una funzione, e non ci dovrebbe essere.

Se la letteratura avesse veramente una funzione, avrebbe tutte le ragioni Walter Veltroni a sostenere un tipo di letteratura “di servizio”, qualcosa che si può paragonare a un buon cesso costruito da un architetto, o ad un jingle niais ma di successo concepito da un musicista, o a dell’ottima carta da parati ideata da un pittore. Si andrebbe dall’ideale, appunto, veltroniano dell’omino, della donnetta di mezza età che scendono dal tipografo sottocasa per pubblicare un centinajo di copie della storia della propria vita, ‘da distribuire tra amici e parenti’, e avrebbe una funzione la narrativa impegnata, quella che vuole cambiare il mondo, o almeno contribuire, o almeno contribuire a chiarire le idee col fine di permettere a quelli che vogliono cambiare il mondo di cambiare il mondo.

Queste, secondo me, sono tutte cazzate. Per un pajo di motivi, molto molto semplici: se un libro potesse veramente svolgere ‘un servizio’ la vita sarebbe inutile. Il libro ha una sua esistenza su un altro piano — non mi riferisco solo al romanzo. Il libro è fatto per apprendere concetti e per chiarire concetti, sicuramente: ma cambiare la propria e l’altrui condizione è questione di azione, non di parole. In secondo luogo voler cambiare il mondo implica conoscerlo con una profondità che è preclusa a chiunque. Anche voler cambiare la condizione di una categoria è un fine grande e grosso che si affronta e si consegue solo per piccoli passi. Ed è questione di azione, e non di parole.

Le parole servono a comunicare. Un fatto comunicativo può anche essere un fatto artistico (nel senso campanelliano del termine: realizzare un oggetto a partire da nessuna materia [atto proprio dell’ente superiore immaginario] è creazione; realizzare un oggetto a partire da molto materiale è arte).

La letteratura in particolare non può avere una funzione diretta. La letteratura non è, come la stragrande maggioranza degli oggetti che ci circondano, un fatto derivato da un fatto e finalizzato a un altro fatto: la letteratura è un luogo in cui i fatti valgono, o cercano di valere, di per sé stessi.

L’ideale di una letteratura utile, l’ideale di una letteratura che smuove il terreno e agita le acque, non può che essere l’ideale di una letteratura brutta e condannata a morte precoce. Tutti i libri scritti per agitare e smuovere sono brutti, e sono stati più o meno giustamente dimenticati. Questo perché gli autori credevano di dover scrivere in conseguenza di determinati fatti e in funzione di determinati obiettivi. I quali — ma va da sé — tendono a scappare in avanti quanto più la volontà dell’autore tende a volerli acciuffare con un mezzo tanto inadeguato (cioè male impiegato). La letteratura è ambiziosa, pretende di conquistare sempre nuovi spazii, o meglio dovrebbe (anche se non sempre ci riesce, o vuole quel che dovrebbe volere): ma deve rimanere letteratura.

L’ideale di una letteratura utile porta anche, per una sorta di emanazione, a importare i concetti di funzione e di utilità anche all’interno dello stesso meccanismo letterario. Si finisce col considerare il proprio testo come il risultato di altri testi, cosa che non necessariamente deve essere, o almeno non in modo sensibile; e col configurare il testo, qualunque testo, con un meccanismo, in cui le parti sono ognuna al servizio delle altre. Si finisce col propugnare una letteratura da scienziati pazzi, creazione di un artefice che, come il Dioniso di Euripide, restando impassibile determina grazie alle sue tecniche sentimenti e sensazioni altrui. Soprattutto, si finisce col creare una letteratura molto nojosa, e soprattutto plebea: nojosa perché fatalmente, non sforzandosi di staccarsi dal corpus immenso ma non infinito del già scritto, finirà col combinare esso già scritto (ma in senso fisico e non chimico); plebea, perché non potendo rivolgersi ai dotti che già hanno visitato le più o men ricche miniere da cui s’è estratto, dovrà rivolgersi semplicisticamente ai meno a giorno. In tutto questo c’è qualcosa di molto, ma molto malsano. E anche vagamente ributtante.

Altro e forse più grave risultato, quella specie di kitsch che conduce a reinterpretare, sulla base di criterii estetici sempre molto discutibili, l’oggetto strappato alla tradizione in un senso che snatura l’oggetto stesso, rendendolo, adesso sì, completamente inutile, morto, oltreché brutto. Fino a travalicare i confini della letteratura in senso proprio per impossessarsi di modi di espressione del tutto naturali di un certo modo di esprimersi per reinterpretarli come codici belli e buoni, e incamerarli, dopo averli così mal interpretati in senso retorico, in testi che corrono il rischio di essere presi perfettamente sul serio quando sono delle stronzate. O che corrono il rischio, ed è peccato e peggio ancora, di essere presi per stronzate quando, in altra e più corretta forma, avrebbero avuto molto di valido da dire. I generi, i codici, non hanno solo un’estrazione convenzionale. Molto è perfettamente naturale, o solamente molto logico. E, se pure l’hanno, anche la convenzione che li regola è sempre da considerare organicamente al più ampio sistema di convenzioni che la comprende. Chiedo scusa per l’astrattezza.

***

Però non ho detto che la letteratura non serva a nulla. Serve di per sé. Quello che dico è che non ha una funzione, e non può averla (e comunque, se proprio deve, riuscirà ad averne una solo ed esclusivamente in quanto letteratura, non in quando grottesca di ‘generi’ male impastati — vedi, e.g., i romanzi di Dickens e lo sfruttamento infantile e la prigione per debiti, &c.).

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