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5. Rimorso.

31 Ott

5. Confesso il mio rimorso, per il pezzo che ho scritto su Saviano due posts fa. Cioè, mi rimorde il fatto di averlo fatto passare, eventualmente, per un dappoco. Il fatto è che Saviano non è un grand’uomo (o non ancora: niente esclude che possa diventarlo, e io non ho nulla in contrario che lui lo diventi — ma non m’interessa molto), ma nemmeno è un pirla. Il suo libro non è brutto come moltissima roba che circola attualmente, e che io sfoglio distratto alla Mondadori o alla Fnac. Soprattutto è lodevole il suo volersi misurare con tematiche importanti e difficili. E anche quello retorico è un impegno. Quindi confermo sostanzialmente quello che ho detto, ma non voglio veicolare alcun’idea sbagliata di Saviano, che sa comunque tenere la penna in mano e in alternativa ammaccare i tasti della tastiera. Credo che abbia dimostrato impegno, ma credo anche che abbia trascurato completamente altri versanti. In questi giorni si discute molto se militarizzare Napoli per via dei fatti di camorra, e tutti i maestri di color che sanno, a partire da R. R. Jervolino ad A. Bassolino al rettore della “Federico II” in giù, dicono che non solo l’idea di militarizzare Napoli è veramente rivoltante, ma è anche perfettamente inutile, perché la camorra attualmente è una holding (ed è un concetto che si trova ribadito anche nel romanzo di Saviano — io lo chiamo romanzo, voi fate quello che vi pare), e se è verissimo che c’è una situazione di emergenza non si tratta dell’emergenza giusta perché si consideri seriamente l’opportunità di far venire l’esercito a Napoli. Speriamo, appunto, che l’esercito se ne stia per i cazzi suoi, a Napoli come in altre città.

Ma anche questa difficoltà a far capire quello che in realtà con un minimo di attenzione i non-napoletani, che dovrebbero comunque, come italiani, avere pressoché spontaneamente un occhio di riguardo a quello che succede in quella città, e non l’hanno, ha da fare con una cosa molto importante. Napoli è una città che ha un’immagine forte, in Italia e all’estero; un’immagine non in tutto lusinghiera, ma un’immagine forte. Risulta quindi abbastanza difficile accettare l’idea che Napoli abbia anche un grosso problema d’immagine: condizione che con l’immagine forte parrebbe una contraddizione in termini. Invece no, e me ne accorgo leggendo anche Saviano, ultimo di una nutritissima schiera di scrittori grandi e piccoli, bravi e men bravi: Napoli ha grossi problemi a raccontare la sua borghesia e ha grossi problemi a raccontare la sua realtà urbana. I luoghi di Gomorra, tralasciando che i fatti sono tutti di sangue, &c. (si parla di camorra, giustamente, ed è giusto farlo e spero che si continuerà a farlo finché esisterà camorra) non sono quasi mai la città di Napoli, ma la sua provincia la fascia di paeselli frazioni di Aversa, Casal di Principe, Scampia, Secondigliano, la prov. di Caserta &c. Esattamente come diversi secoli fa, quando la letteratura in lingua napolitana era tutta dedicata alla plebe (il motivo per cui l’ab. Galiani stroncò con tanta ferocia il Basile), ed esattamente come un minor numero di secoli fa, quando tutta la narrativa napolitana era dedicata ai bassi, ai miserabili, alla malavita — ossia ai margini. Margini sociali, geografici, linguistici, e quant’altro.

Sembra che la letteratura napolitana faccia una fatica immensa a centrare, proprio, la realtà napolitana. Cosa che è riuscita a Giuseppe Montesano nei suoi tre romanzi, che ho letto e ho pure riletto — non sono solo bellissimi, ma riguardano proprio Napoli, e non i margini di Napoli. Che poi i margini di Napoli non possano mancare da una rappresentazione esaustiva di Napoli è un fatto, ed è un altro pajo di maniche. Ma dev’essere questo il motivo per cui quando la narrativa napolitana ha cercato di impossessarsi di uno dei momenti salienti della storia cittadina e non solo come il ’99 ne siano uscite cose al disotto della mediocrità (come il romanzo di Striano dedicato alla Pimentel), proprio perché si trattava di descrivere quell’incredibile comunità di “pitagorici” che, di fatto, formavano non certo una cosca o una corte dei miracoli, ma un’aristocrazia intellettuale. Non mi pongo come ‘idealista’ versus i ‘veristi’ (fossi scemo — ossia, sono, ma non così tanto!), dico solo che alla letteratura napolitana manca una parte essenziale. O forse c’è, ma non perviene.

Sono cose su cui tornerò per forza. Ora che il pezzo è stato messo proditoriamente sul Parnaso Ambulante (www.ilparnasoambulante.splinder.com) credo sia mio dovere, quantomeno, terminare il libro e dirne qualcosa di più organico, o correggere un po’ — fatte salve queste riserve.

4. Che me ne faccio?

31 Ott

4. Tutte le letture che portano a porsi interrogativi circa la funzione della scrittura dovrebbero essere eliminate dai propri scaffali e dai proprii ricordi: è evidente che se veramente servissero a qualcosa non porterebbero a chiedersi alcunché circa la loro funzione. E’ evidente — soprattutto — che portano a chiedersi il perché della loro funzione inquantoché, frustrata occulta abortita, contengono in nuce una funzione, e non ci dovrebbe essere.

Se la letteratura avesse veramente una funzione, avrebbe tutte le ragioni Walter Veltroni a sostenere un tipo di letteratura “di servizio”, qualcosa che si può paragonare a un buon cesso costruito da un architetto, o ad un jingle niais ma di successo concepito da un musicista, o a dell’ottima carta da parati ideata da un pittore. Si andrebbe dall’ideale, appunto, veltroniano dell’omino, della donnetta di mezza età che scendono dal tipografo sottocasa per pubblicare un centinajo di copie della storia della propria vita, ‘da distribuire tra amici e parenti’, e avrebbe una funzione la narrativa impegnata, quella che vuole cambiare il mondo, o almeno contribuire, o almeno contribuire a chiarire le idee col fine di permettere a quelli che vogliono cambiare il mondo di cambiare il mondo.

Queste, secondo me, sono tutte cazzate. Per un pajo di motivi, molto molto semplici: se un libro potesse veramente svolgere ‘un servizio’ la vita sarebbe inutile. Il libro ha una sua esistenza su un altro piano — non mi riferisco solo al romanzo. Il libro è fatto per apprendere concetti e per chiarire concetti, sicuramente: ma cambiare la propria e l’altrui condizione è questione di azione, non di parole. In secondo luogo voler cambiare il mondo implica conoscerlo con una profondità che è preclusa a chiunque. Anche voler cambiare la condizione di una categoria è un fine grande e grosso che si affronta e si consegue solo per piccoli passi. Ed è questione di azione, e non di parole.

Le parole servono a comunicare. Un fatto comunicativo può anche essere un fatto artistico (nel senso campanelliano del termine: realizzare un oggetto a partire da nessuna materia [atto proprio dell’ente superiore immaginario] è creazione; realizzare un oggetto a partire da molto materiale è arte).

La letteratura in particolare non può avere una funzione diretta. La letteratura non è, come la stragrande maggioranza degli oggetti che ci circondano, un fatto derivato da un fatto e finalizzato a un altro fatto: la letteratura è un luogo in cui i fatti valgono, o cercano di valere, di per sé stessi.

L’ideale di una letteratura utile, l’ideale di una letteratura che smuove il terreno e agita le acque, non può che essere l’ideale di una letteratura brutta e condannata a morte precoce. Tutti i libri scritti per agitare e smuovere sono brutti, e sono stati più o meno giustamente dimenticati. Questo perché gli autori credevano di dover scrivere in conseguenza di determinati fatti e in funzione di determinati obiettivi. I quali — ma va da sé — tendono a scappare in avanti quanto più la volontà dell’autore tende a volerli acciuffare con un mezzo tanto inadeguato (cioè male impiegato). La letteratura è ambiziosa, pretende di conquistare sempre nuovi spazii, o meglio dovrebbe (anche se non sempre ci riesce, o vuole quel che dovrebbe volere): ma deve rimanere letteratura.

L’ideale di una letteratura utile porta anche, per una sorta di emanazione, a importare i concetti di funzione e di utilità anche all’interno dello stesso meccanismo letterario. Si finisce col considerare il proprio testo come il risultato di altri testi, cosa che non necessariamente deve essere, o almeno non in modo sensibile; e col configurare il testo, qualunque testo, con un meccanismo, in cui le parti sono ognuna al servizio delle altre. Si finisce col propugnare una letteratura da scienziati pazzi, creazione di un artefice che, come il Dioniso di Euripide, restando impassibile determina grazie alle sue tecniche sentimenti e sensazioni altrui. Soprattutto, si finisce col creare una letteratura molto nojosa, e soprattutto plebea: nojosa perché fatalmente, non sforzandosi di staccarsi dal corpus immenso ma non infinito del già scritto, finirà col combinare esso già scritto (ma in senso fisico e non chimico); plebea, perché non potendo rivolgersi ai dotti che già hanno visitato le più o men ricche miniere da cui s’è estratto, dovrà rivolgersi semplicisticamente ai meno a giorno. In tutto questo c’è qualcosa di molto, ma molto malsano. E anche vagamente ributtante.

Altro e forse più grave risultato, quella specie di kitsch che conduce a reinterpretare, sulla base di criterii estetici sempre molto discutibili, l’oggetto strappato alla tradizione in un senso che snatura l’oggetto stesso, rendendolo, adesso sì, completamente inutile, morto, oltreché brutto. Fino a travalicare i confini della letteratura in senso proprio per impossessarsi di modi di espressione del tutto naturali di un certo modo di esprimersi per reinterpretarli come codici belli e buoni, e incamerarli, dopo averli così mal interpretati in senso retorico, in testi che corrono il rischio di essere presi perfettamente sul serio quando sono delle stronzate. O che corrono il rischio, ed è peccato e peggio ancora, di essere presi per stronzate quando, in altra e più corretta forma, avrebbero avuto molto di valido da dire. I generi, i codici, non hanno solo un’estrazione convenzionale. Molto è perfettamente naturale, o solamente molto logico. E, se pure l’hanno, anche la convenzione che li regola è sempre da considerare organicamente al più ampio sistema di convenzioni che la comprende. Chiedo scusa per l’astrattezza.

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Però non ho detto che la letteratura non serva a nulla. Serve di per sé. Quello che dico è che non ha una funzione, e non può averla (e comunque, se proprio deve, riuscirà ad averne una solo ed esclusivamente in quanto letteratura, non in quando grottesca di ‘generi’ male impastati — vedi, e.g., i romanzi di Dickens e lo sfruttamento infantile e la prigione per debiti, &c.).