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CCLXVIII. Ciao a tutti.

8 Giu

CCLXVIII. Questo è un blog che ha senso se ha un senso l’ultimo post. Ciò che vuol dire che (ma si sarà già capìto) non vale proprio la pena che mi metta al piccì a postare alla cacchio di cane: non mi riesce.

La Rete (e anche questo si sarà già capìto) mi è scomoda. La frequento in primo luogo perché postare le cose quassopra mi permette di metterle un po’ in ordine. Il secondo luogo non c’è. Passiamo alla frutta (o ci siamo già?).

Ho cumuli di cose che ho scritto a mano, più o meno bene, ma certo incomparabilmente migliori delle quattro cacate che ho messo sul blog. Credo che per qualche tempo, ma solo perché non vada tutto sprecato, mi limiterò a copiare nel blog le varie cose che ho su carta. Prima ancora, però, voglio finire tutta la carta che ancora non ho scritto.

Non so se mi sono spiegato.

Riassumo:

1. Devo finire la carta che ho. Da adesso fino a quando non avrò esaurito la carta che ancora non ho scritto non credo posterò più sul blog. Non c’è un particolare significato, in questo, è giusto per il gusto di darmi delle direttive. (Ho poca carta, però, quindi non andrà guari che sarò di nuovo qui a rompere i coglioni. Oddìo, se fossi così entusiasta di scrivere sul blog, darmi questo limite servirebbe ad incrementare la mia produzione media, ma non smanio per il blog come non smanio per nient’altro). [[L’unica cosa che mi è venuto in mente che potrei scrivere è una sciapita ode cimiteriale dal titolo Alla statua / di Maria Des=ciuloja / Pautasso / Ved. Mangioyra / al Cimitero monumentale di Torino. Oda. Lo dico solo perché in cantiere, al momento, non ho altro, ma non è escluso che lo trovi]].

2. Devo finire un poemetto in ottave sugli esperimenti relativi alla digestione compiuti verso il 1770 da Lazzaro Spallanzani. Volendo, potrei finire di compilare alcuni inutili schemi e grafici cavati da Dalla vita di un fauno dello Schmidt, di cui ancora non so che cosa, sostanzialmente, dire. C’è un piccolo studio sull’iperbole nel Basile, diverse notazioni sul Marino, descrizioni brevi o sfoggiate di eventi di cui sono stato spettatore, resumè ragionati su La terra sotto i suoi piedi, L’arcobaleno della gravità e It, quello che posso di un poema in ottave dal titolo Le ombre, che dovrebbe prolungarsi, in teoria, all’infinito (quindi può finire anche sùbito). Ho, terminati, una specie di saggino a volo d’uccello sui romanzi (quasi tutti, ma devo vedere se trovo quelli che mi mancano) della Nothomb, e idem con patate su Moresco, e altre e simili cose su altri autori. Ho una cosa abbastanza lunga su Dhalgren e una molto lunga, testo + commento, relativa ai Capricci serii delle Muse di Gio. Battista Vidali, e un’altra di medie proporzioni su alcune rime del Murtola (dalle Canzonette del 1608). Alcune considerazioni sparse sul Frugoni, il Sagro Trimegisto (con annesse riflessioni sulla predicatoria appena precedente e sul ‘buffone del pulpito’) e l’Eroina intrepida in specie. Tutte queste cose non sono terminate. Mi stavo interessando anche al saggio della germanista Ursula Bavaj Mythoscopia romantica sulla teoria del romanzo in Germania 1629-1698 [di qui la piccola riproduzione qui sotto, che è tratta da un romanzo di tal Bohse, detto "Talander", 1661-1770]. Nulla, come si vede, di particolarmente avvincente, tutt’altro.

Nel frattempo scriverò una mail (da domani, però), nella fattispecie ad azu, che mi ha scritto due volte.