CCLXVI. Due note a margine (non so di che) sul realismo magico

27 Mag

CCLXVI. Dato che non so esattamente di che parlare, pesco a casaccio dai pensieri che mi frullano nel cervello a ciabatta, e mi baso sulle imprezziòni che ho raccolto dalla quartultima mia lettura, quella di un romanzo di cui ci sarebbe da scrivere molto (nello specifico) anche se non è il meglio riuscito del rispettivo autore, che è Salman Rushdie, mentre il romanzo è La terra sotto i suoi piedi. L’argomento, il perché del titolo, il numero delle pagine, la trama, i rimandi interni, le eventuali assonanze, le eventuali assonanze a parer mio: : rimando tuttociò ad altra volta, quando avrò organizzato (SE avrò organizzato) la babele delle scartocchiature confuse e quando sarò riuscito (SE sarò riuscito) a copiare, brandello dopo l’altro, quartodora dopo l’altro, lo stracciafoglio che avevo / avrei / ho [sic!] in animo di ultimare. Il discorso che vorrei fare è anche risentimento molto generico e impressionistico della recente trasmissione in tivvù di Harry Potter e la camera dei segreti. Mai visto prima (non guardo mai la televisione, perché mi annojo, ma stavolta ho fatto eccezione), ho letto solo i libri. Il pajo di notazioni era intorno al realismo magico. Ora, esiste un libro, molto interessante, di Stefano Calabrese, www.letteratura.global, PBE 2005, che tratta del romanzo del post-postmoderno. Vi si parla di realismo magico. Il realismo magico, per quello che ho potuto intenderne (so di non poter dire ‘per quello che a me è interessato intenderne’, della cui cafoneria mi rendo perfettamente conto — in più, vorrei sinceramente che non fosse così), è quella cosa a due facce, di cui si è parlato a proposito vuoi di Poe, vuoi dei sudamericani (Cent’anni di solitudine è il capolavoro del ‘genere’), vuoi di Pirandello, vuoi di tutta una serie di scrittori — spesso è mera componente, non aspetto fondamentale; &c. E’ una definizione a specchio, come un po’ tutti gli ossimori (quando sono usati come definizioni, ovviamente), essendo che può definire sia un modo magico di narrare la realtà sia un modo realistico di narrare cose magiche. Calabrese delimita una nozione di realismo magico molto più centrata e delimitata (ne fa un termine, volendo), specie a questi ultimi anni, benché la definizione esista da parecchio. Un intero capitolo è dedicato a Rushdie, e sono in sua compagnia anche la Allende de La casa degli spiriti, bel romanzo popolare, e i costruitissimi romanzi della serie di Harry Potter. L’analisi su Rushdie non sfiora nemmeno La terra sotto i suoi piedi, e si concentra eminentemente sui Versetti satanici e sul precedente (capolavoro) I figli della mezzanotte. A proposito di Harry Potter notava come il volume dei testi a mano a mano che sono stati pubblicati sia andato, via via, aumentando, fino ad uscire dal target ‘per soli giovanissimi’; una trasversalità quanto ai destinatarii che corrisponde ad altre forme di trasversalità sulle quali non mi dilungo (anche perché sono opinioni dell’autore del libro, che può essere compulsato da chi vuole come vuole quando vuole): ma il realismo magico è un genere (?) intollerante di strettoje, è ambizioso, e tende (consapevole l’autore) all’opera mondo.

(Si parva licet,) sui libri della Rawlings (sulla confezione esterna) sono spesso riportate le sue parole circa il ricordo vivido che lei personalmente serba dei suoi undici anni — ‘a quell’età’, chiosa grosso modo, ‘si è veramente impotenti’. Anche questa notazione, a ben guardare, è anche un po’ fuori target, non solo le settecento pagine di H. P. e il calice di fuoco. Non si tarda a riconoscere un aspetto (noto da Freud in poi, circa la nevrosi del romanziere, dagli amici immaginarii in poi) che è stato solo susseguentemente isolato, spiritosamente, come ‘realismo isterico’, e che si riferisce ad un’altra scrittrice. Per quanto attiene i magni, Rushdie concepisce la sua scrittura, a sua volta (mutatis mutandis — ma la vicinanza imbarazzante è già nel saggio di Calabrese!), come una forma di compensazione. Parola parte oscena e parte no, in questo contesto & quest’accezione (bisogna vedere che cosa si ha da compensare). Ma la funzione del suo romanzesco è poi il recupero di quella dimensione, che un tempo non era solo dello spirito, che è la Bombay pre-Mumbai, che non era né del tutto India né del tutto Inghilterra; con equilibrii familiari del tutto particolari — poiché i genitori erano (sono) musulmani, come (oggi nuovamente, salvo ulteriore resipiscenza) lo stesso Rushdie; il quale, però, per rendere l’idea, ricorre a personaggi, in questo romanzo, zoroastriani.

Per moltissimo tempo (non parliamo dei secoli passati) l’apprezzabilità di un libro è stata garantita solo dalla condivisione di oggetti: solo la riconoscibilità, criterio, poi, di fatto del tutto esterno al libro, ha garantito, nel caso, la fortuna di un testo. Segno (dev’essere per forza così) che si poteva ragionevolmente pretendere di scrivere solo a partire da un certo grado di condivisione esperienziale e libresca con il pubblico — o ribaltando un determinato universo di valori. Fino al punto da scalciare fuori dalla letteratura, dalla poesia, qualunque bellezza (salvo tenerle aperte le imposte, nel caso volesse far una svolazzatina, prima o poi), vale a dire — più precisamente — qualunque ricerca estetica. Il realismo magico è attualmente appannaggio di personaggi dal destino (etimologicamente) eccezionale di déracinés, per i quali la comunicabilità del proprio materiale biografico, e del proprio universo di valori, dipende fortissimamente dalla capacità di fornire oggetti e riferimenti. Del tutto in controtendenza con quanto di più avanzato mi sembra aver prodotto il ‘900, il realismo magico (secondo questa nuova accezione) reimporta nella letteratura la preoccupazione di produrre quanti più riferimenti sia possibile, per far cadere il lettore, in qualche modo, in un’altra vita. Banditi (per ovvie ragioni) tutti i simbolismi e le astrazioni, lo scrittore magico-realista si propone, per ragioni di mera sopravvivenza di sé e di tutto un mondo, di consegnare (con tutte le difficoltà del caso) la parte più propria e caratteristica del proprio universo di senso. Leggere in questo caso non serve più a confermarsi in un’idea; anche il lettore più stanco e pigro deve costringersi o ad interessarsi o a rifiutare una volta per tutte un mondo che, comunque sia, non può giudicare, perché, in quasi ogni caso, non è il suo e suo non sarà mai. Se vuole essere e mantenersi in grado di leggere da capo a fondo, deve aprirsi alle suggestioni, e rappresentarsi mentalmente quello che legge: è riesumata, per ragioni concretissime e non edonistiche, una lettura ben equilibrata tra l’inesistente (meramente narratologica) ingenuità assoluta e la (quasi altrettanto intesistente) lettura critica. Si legge per conoscere — nulla di letterale (di letteralità sono piene biblioteche, archivi, catasti, casellarii, uffici di polizia, agenzie dell’erario e quant’altro), tutto di sostanziale. E’ chiaro, c’è anche il rischio che, di là da un interesse variamente posticcio, si finisca con lo scrivere cose che non interessano a nessuno — ma rimane la possibilità del messaggio nella bottiglia, con un pizzico di esotismo barocco (c’è molto snob depurato, in questo realismo magico) e una punta di postromanticismo. E’ una flessione estremamente affascinante della letteratura degli ultimi anni, secondo me.

[Non ho il tempo di rileggermi. Tornerò, spero, sul romanzo di Rushdie al più presto — su Rushdie in generale, &c.].

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