CCLXV. Volevo solo prendere l’aire.

25 Mag

CCLXV. Forse non tutti sanno che io mi sono catapultato verso il basso perché volevo perdere tutte le sovrastrutture, come le chiamano, e poco prima di toccare terra, lasciandomi scivolare giù dalle spalle la mostruosa impalcatura, prendere il volo, virando fulmineamente verso l’alto. Oppure schiantarmi, perire e — finalmente — risorgere spirito. Mi sono sbagliato: ho perso tutto, sono morto e non sono risorto. La sovrastruttura era la parte più vera della mia fulgida personalità, là sotto ci stava (e sta) solo mota, una specie di fabbriceria o marrame (e materiamen) da solo inservibile; lo spirito non esiste. Ho le ossa che mi urlano.

Ma penso sempre (a che cosa dovrei pensare, sennò?) a quanto sarebbe bello nascondere la mia vita ed espandere l’anima. Diventare, almeno per un periodo, quel tanto che mi basti a rendermi parte del mondo, cose, storie, persone che non sono io. Invece ho l’anima parte piombo e fango, parte strega impazzita dallo sdegno, dal risentimento, dal disprezzo. La mia anima è un semplice organo interno — un organo giudicante interno, del tutto contraria a liberarsi come (cioè contrabbandarsi per) soffio, vento, palpito, vapore, fumo, ombra, niente. Ciò che è peggio, non hanno ancora inventato una lingua adatta per lei, sicché non si esprime, e morde. Vorrei prenderla a schiaffi, ma mi farei male e basta.

Sento che certe occasioni sono mancate. Per esempio, jersera parlavo con un amico di dormitorio, che mi illustrava una serie di usi e costumi di casanza (=galera; ci sono stati quasi tutti quelli che conosco, i pochi che non ci sono stati l’hanno solo scapolata), che cosa s’intende per ‘Bronx’ e che cosa per ‘Manhattan’, le gerarchie invertite, le ore d’aria, codici e convenzioni — molto spiritoso, anche, è un bravo raccontatore; mi sono fatto anche qualche risata. Quando abbiamo finito la conversazione mi sono detto: ma perché non farne un pezzo da mettere sul blog?

Perché non sono in grado di farlo non l’ho capìto, e forse non lo capirò mai. Sicuramente non è il mio argomento, ma con un po’ di sforzo sono riuscito mille volte, nel passato, a trattare altri argomenti che non erano il mio. Se questo non è il mio argomento, vorrà dire che mi dovrò occupare di altro. Cioè del mio argomento (che so qual è, ma non posso dire che esso è individuatamente a, b, c, &c., perché infatti coincide con quello che di esso argomento dico/direi/dirò, &c. &c. &c.). Qui, o anche non qui.

[quello che mi sto chiedendo è: se questo non è il mio argomento, io come sono finito qui? Mi ci hanno portato, e le alternative erano molto incerte. E io ho pensato che nel giro di poco tempo mi sarei affrancato. E come ho potuto sopportarlo? Be’, ho conosciuto cose, persone, sono lontano da una situazione intollerabilmente verminosa, sono solo, sono — volendo — libero. E’ sufficiente? Tutto sommato, assolutamente no. E che cosa dovrebbe indurmi a continuare a sopportare tuttociò? A parte la miseria, niente. Ah, ecco. Eh, già.]

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