CCLIX. Ispirazione.

12 Mag

CCLIX. Non ho capìto in che senso sarei irrimediabile, ma tant’è (è una vita che ispiro alla gente il desiderio di cambiarmi radicalmente — tutta la mia vita piena di gente che parla, parla, parla — beati loro, a cui non mancano mai le parole. A me mancano in continuazione, si sente?). Comunque è bello avere 56 visite in un giorno invece che in una settimana. Sono cose che rialzano il morale.

Due giorni fa mi sono seduto, come quelli che fanno le interviste, accanto a un autentico barbone, di quelli che chiedono l’elemosina e che hanno ingenti motivi sanitarii per essere nei dormitori. Ora, costui (che conobbe tempi migliori) si bucava, poi ha dovuto smettere per non morire; prenderebbe (cioè dovrebbe prendere) il metadone ma non lo prende perché tanto è da molto che non si buca. In compenso beve: deve bere dal momento in cui mette i piedi giù dal letto (o si sveglia) al momento in cui va a letto (o comunque si sdraia), sennò vomita l’anima. Mi ha raccontato svariate cose di sé, ma una delle prime mi è rimasta impressa: il fatto che avesse passato la notte dormendo su un treno in movimento. A scrocco — adesso ti fanno scendere, ahinoi, ma lui è noto al personale viaggiante quindi ha potuto dormire indisturbato fino alle cinque del mattino, avvolto tra le tendine appositamente strappate ai finestrini. Era un intercity, ma si vede che faceva freddo lo stesso, con tutto quello che costa. Non è la prima volta che sento che qualcuno ha trovato questa soluzione, ovviamente. Però mi ha dato da pensare — lui certe cose me le racconta, ogni tanto, in funzione ispirativa, perché è convinto che invece di fare un cazzo tutto il giorno farei bene a scrivere un libro, un romanzo. Mi ha anche proposto una cosa autobiografia (riguardante cioè la biografia mia, di me), una cosa intitolata La lumachina, una cosa tipo omnia mea mecum porto, sul rapporto tra me e il mio sacco a pelo, e le volte che dormo fuori. Ma non mi convinceva.

Invece, essendomi (si vede) io posto in una prospettiva ispirativo-passiva (cioè quella di colui che bouche béante aspetta l’ispirazione dell’incarnazione dell’Idea che passa il convento), ho colto questa prima idea, divenendo piuttosto distratto circa il resto del lunghissimo discorso (che verteva su carcere, musica, arte e altre cazzate), e ho cominciato ad espormi una sorta di trama. Un signore (vale a dire il Narratore, che poi sarebbe un "io" [non nel senso che io da qualche parte sia un signore, è chiaro]) un giorno prende un treno: un treno lungo, che deve fare un lungo viaggio — metto in chiaro che i riferimenti in questa fase iniziale sono aderenti alla realtà, cioè copiati dal vero, poniamo che "io" parta dalla stazione di Torino, poniamo Porta Nuova, o Porta Susa, e sia diretto a Napoli piuttosto che a Reggio Calabria, o perché no a Roma o Brindisi. Giusto a titolo di esempio. Bene, costui ("io") sale, e comincia il viaggio. Quasi sùbito incontra una coppia dall’aria decorosa ma che s’intuisce maluccio in arnese, che cerca una bambina, loro figlia. Due cose strane: se "io" incontrasse la bambina, cercasse di attirarla al loro scompartimento (quello in cui si trovano adesso, scelto a caso, perché il treno infatti è semideserto) senza dirle che i suoi genitori la cercano; infatti la fanciulla è sonata, e crede che i suoi genitori siano altri. Secondo, i due non hanno il più pallido ricordo di quale sia il loro esatto scompartimento, dato che tendono a confondersi. Gli spiegano che essendo caduti in miseria hanno avuto un abbonamento familiare al treno da un’assistente sociale, una carta che permette loro di viaggiare quanto vogliono per tutta la penisola (una cosa non lontanissima dal vero): da allora, non avendo altro posto dove andare, sono sempre vissuti in treno, scendendone solo per prendere qualche coincidenza o al termine delle corse. La donna, asciugandosi una lacrima di angoscia, crede riconoscere qualcosa di suo nella retina sopra la testa di "io", verifica che è sua e se ne va. Il viaggiore "io", perplesso, si addormenta. Quando si sveglia, ripensa alla strana storia della bambina. Sicché comincia a cercarla, ma senza troppo impegno, se non altro per vedere che fondo di verità può eventualmente esserci nelle parole dei due signori, percorrendo in lungo il treno. A questo punto comincia a percorrerlo in direzione della motrice, senza peraltro mai raggiungerla, e nota non solo che i vagoni sono uno per sorte, sicché i più moderni e attrezzati si alternano a roba degli anni Quaranta e a carrozze addirittura ottocentesche, ma assiste ai più strani spettacoli, incontra la gente più strana, della propria e di anteriori epoche. Si addormenta esausto in uno scompartimento e al risveglio nota che i quadretti che mostrano i panorami di celebri città sono cambiati, o che è cambiato lo scompartimento tutto quanto, finestrini e tendine, sedili e pannelli. Il treno, a mano a mano, si fa sempre più deserto. Parte del delirante viaggio nel treno "io" lo fa in compagnia della bambina. Compaiono strani personaggi; l’atmosfera si fa tesa e cupa, soprattutto dopo che alcuni cadaveri sono scoperti in certi vecchi scompartimenti. Dopo un lungo tratto di entrata e uscita da certe lunghe gallerie, adesso il treno è entrato nella più lunga, dalla quale sembra non voler uscire. "io" e la bambina hanno come punto di riferimento uno dei vagoni ristorante, che riescono a ritrovare, tutte le volte, con relativa facilità; vagone dove si rifocillano grazie alla comprensione del personale viaggiante, e in particolare di un signore baffuto. Ma le provviste cominciano a scarseggiare, il signore baffuto consiglia loro di mettersi in viaggio ora, e andare verso l’ipotetica motrice, avanti, molto più avanti. I due partono; intanto la luce e il riscaldamento vengono a mancare. Vanno avanti per molto tempo, e chissà se è giorno o notte, e quanti giorni e quante notti ci impiegano. Attraversano vagoni deserti e tutti bui, e forse scampano alla morte per mano di un misterioso assassino. Dopo un lunghissimo estenuante cammino, durante il quale perde di vista la bambina, "io" finalmente crede di raggiungerla. Molto davanti a sé vede che qualche vagone dev’essere rimasto illuminato; e c’è una figuretta che corre in avanti. Nonostante abbia pochissime forze, la insegue, fino a raggiungerla sulla soglia del primo di — pare intravedere — tanti vagoni illuminati, con qualche viaggiatore dentro. Sta per chiamarla, quando qualcuno fa il suo nome prima di lui. E’ una coppia triste, seduta nel primo compartimento. E’, dei due, la donna che chiama la bambina accanto a sé, come se fosse sua figlia. Una sconosciuta, a quel che vede "io". La bambina, guardando "io" con espressione tra il furbesco e il colpevole, si siede docile accanto alla donna; in attesa di scappare di nuovo. "io" continua il suo cammino verso la motrice. Nel frattempo (a qualcosa ho accennato) dovrebbe succedere anche molto altro, esserci qualcosa di peripetico e tramoso che rimpolpi e tenga desta l’attenzione.

Stamani un altro, che pure conosco da tempo, mi ha accennato alla sua storia (con me lo fanno tutti, non riesco a capire bene il perché e nemmeno mi piace troppo, il più delle volte), sicché ho scoperto che appartiene a una famiglia molto alternativa, nel senso che non solo lui, ma anche i suoi genitori vivono per dormitori, a Torino, la madre e il padre. Credo di aver intrasentito, in altro tempo, che persino suo fratello sia del giro. Particolare, no? Ha accennato a qualche difficoltà a vedersi e sentirsi, e in effetti è verosimile, sapendo come funzionano. A questo proposito non ho idee plottistiche, è un mero spunto.

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